venerdì 28 agosto 2020

CENTONOVANTADUE, banali storie di famiglia


Mio padre Enrico 2003
Schiacciati dal basso soffitto a volte di un palazzo secolare di Genova, ce ne stiamo in una trattoria di Piazza Cavour, mia madre ed io. Aspettiamo un piatto di trenette al pesto. Mia madre non va volentieri al ristorante perché cucina benissimo e, soprattutto se si tratta di pesto, è molto esigente perché lei fa quello che probabilmente è il migliore al mondo. Ma questo lo sostengo io e i pochi che lo hanno assaggiato.
Siamo qui perché mio padre è ricoverato in ospedale con poche possibilità di sopravvivere. Ha quasi  90 anni e una brutta emorragia cerebrale. Fino a pochi giorni prima faceva la vita di un sessantenne in forma: tanta strada a piedi, lunghe nuotate, canoa, lavoro in giardino e bricolage di ogni genere. Vederlo esangue in un letto non piace a nessuno di noi familiari, anche perché fino a pochi giorni fa scorrazzava per le vie della città come se avesse la metà dei suoi anni. Appena usciti da una visita all’ospedale, non siamo per nulla confortati dalle notizie sulla sua salute: è un lottatore nato che sta per essere sopraffatto da qualcosa più forte di lui.

Genova, bagni Cava, anni '50

L’alternativa del pranzo in trattoria mi è sembrata un modo per distrarci.
Mentre aspettiamo, mia madre mi dice che non conosceva quella trattoria, o meglio, non c’era mai entrata perché semmai pranzava da sua sorella che abitava lì di fronte, nel palazzo adiacente all’ex mercato del pesce - quello in cui De André registrò tra i banchi l’inizio di Creuza de Maa. Mentre attraversavamo la strada, mia madre diceva: quante volte ho percorso questa strada  da ragazza, con te per mano da piccolo e poi con tua sorella, e poi da più grande lungo le vie del porto dove era cresciuta. Ma lì dentro non era mai entrata. Il posto vanta un premio come miglior produttore di pesto al mondo, mia madre è scettica.

Mi ricorda che 55 anni fa mi portava ai bagni Cava, poco distanti e che lì lei aveva imparato a nuotare.  Ma come? La diga foranea del porto di Genova rappresentava la meta. In mezzo c’era il canale dove transitavano le navi del porto più trafficato del Mediterraneo. Le onde sollevate dai piroscafi costituivano una sfida. Si nuotava a stile libero e ci si riposava a cagnolino, mentre le navi passavano alzando onde e provocando correnti. Inimmaginabile oggi! I compagni di gioco di mia madre di poco più grandi di lei e delle sue amiche erano, tra gli altri, Egidio Cressi, Duilio Marcante e altri aspiranti uomini di mare in profondità che avrebbero messo le basi della storia delle attrezzature subacquee. Solitamente si avventuravano per primi lungo la traversata verso “U muiaggiun”, ovvero il termine della diga foranea dove c’era un piccolo faro. Quando si riuscivano a vedere le cupole della basilica di Carignano si era a buon punto.

Baunei anni '80


A volte, chi restava in spiaggia, ne approfittava per far visita alle borse dei nuotatori, lasciate nelle cabine dello stabilimento balneare, in cerca di qualche panino. Ci si raccontava di immersioni in apnea a grandi profondità e di esperimenti con respiratori collegati a scafandri ricavati dalle latte dell’olio da 5 litri su cui con lo stucco si applicava un vetro a fare da maschera.
La sfida non finiva lì, perché nell’acqua c’erano anche gli squali. Si, gli squali (i pescicheen)! Non era raro avvistare le verdesche, squali lunghi un paio di metri che terrorizzavano mia madre più d’ogni altra cosa. Poi c’era lo scoglio scaletta, così chiamato perché aveva diversi livelli d’altezza da cui tuffarsi. Oggi tutto questo mondo è stato inghiottito dalle strutture del porto e non ne resta traccia sul terreno, ma solo in questi racconti o in qualche sbiadita fotografia. Per questo li ascolto volentieri anche se li so quasi a memoria: c’è sempre un particolare in più che li arricchisce ogni volta.
L'attraversamento di Piazza Cavour


Nel tavolo vicino al nostro una coppia di giovani napoletani ci ascolta facendo finta di niente. I foresti sono sempre intimoriti dai genovesi perché hanno fama di essere scorbutici e con un brutto carattere, e quindi non osavano attaccare discorso, ma si capiva che ascoltavano senza perdersi una virgola perché i racconti di mia madre erano incredibili. Sembravano le avventure di Sandokan, ma io che li ho sentiti decine di volte, sapevo che era tutto vero, anzi, conoscendo la modestia e il pragmatismo di mia madre, probabilmente c’era nella realtà una dose d’avventura superiore in tutto quello che stava raccontando. Mi diceva che quella breve scalinata che portava alla trattoria, una volta era di un altro marmo, più chiaro e consumato e una volta mio zio era scivolato giù in una giornata di pioggia, e che lì davanti, al Varco di Porta Siberia i contrabbandieri passavano di notte, col beneplacito dei finanzieri di guardia ai quali allungavano qualche moneta, con sacchi pieni di sigarette che poi rivendevano nei vicoli poco distanti.
Enrico Cominetti, Sestriére 1959


Il porto era un covo di delinquenti, prostitute e tagliagole e fino a non molti anni fa, aggirarsi nei suoi paraggi non era molto consigliabile. Oggi questa parte di porto è stata resa fruibile dalle opere di Renzo Piano che ha abbattuto molte barriere d’ogni tipo così che oggi è una zona molto frequentata dai genovesi e dai turisti.
Arrivano le trenette, sono buone e anche il pesto non scherza. Il titolare della trattoria, non appena un avventore lascia qualcosa di mancia, suona un campanaccio e urla: Manciaaaa! In modo che tutto il locale lo senta. Mia madre all’inizio si spaventa ma poi ride divertita. Si tratta di pochi spiccioli se l’avventore è locale e forse di qualcosa di più sostanzioso se quest’ultimo non lo è.
Libia, Kufra, mio padre (accosciato) nel Sahara 1968

Prima di pranzo, durante la mattinata le cose non sono state facili, anche se non tragiche. Per il montanaro quasi eremita che sono diventato, destreggiarmi nella giungla cittadina è ogni volta un’impresa e una presa di contatto con l’assurdo di un luogo dove si è costretti a vivere in molti in poco spazio. Parcheggiare l’auto fuori dall’ospedale richiede una ricerca in stile caccia al tesoro e quando finalmente trovi un posto scopri che il cartello che lo sorveglia è un divieto di qualche tipo e quindi continui a cercare lottando contro l’orario di visita che si accorcia sempre più. Siamo a metà febbraio 2020 e si sente parlare di un virus arrivato dalla Cina che si dice si stia diffondendo anche tra di noi. In ospedale ci fanno entrare solo un parente alla volta al capezzale di mio padre. Ci diamo il turno per stargli vicino, tenendogli una mano e bagnandogli le labbra arse da giorni dal divieto di ingerire qualsiasi liquido. Faccio fatica a trattenere le lacrime mentre scrivo queste parole. Ho davanti un carosello di immagini di mio padre giovane e forte che ho sempre visto come un eroe senza paura, che quando ero piccolo sapeva esattamente con cosa interessarmi. Una gita a un luogo misterioso, una storia appassionante, un percorso in fuoristrada dove nessuno osava andare, un lavoro da fare con le mani rischiando di farsi male, manovrare una gru dal braccio di 120 m. nel cantiere di cui era responsabile, ricevere in dono un cane, una gallina e una pecorella o un falco ferito. Ecco, questi erano i regali che mio padre faceva a mia sorella e a me. Non andava mai a comprarci un oggetto per farci un regalo. I suoi regali erano esperienze e che belli che erano quei regali! Non ti facevano sentire possessore di oggetti, ma ti facevano sentire amato. E poi c’erano gli scherzi che ci faceva spesso. Riusciva a essere severo e serio architettando scherzi d’ogni genere. Si arrabbiava di rado e aveva nel sangue l’avventura, caratteristica che lo rendeva interessante al popolo femminile con l’ovvio disappunto di mia madre.

Mio padre, mia sorella
 Ilaria e me 2019
Quel letto d’ospedale ora gli stava proprio male, ma almeno le infermiere più premurose lo circondavano d’affetto e carinerie per sopperire alla sua quasi totale immobilità. La coscienza lo visitava a momenti così come lo abbandonava in altri, facendoci capire che trascorreva lunghi periodi in un mondo lontano dal nostro dove solo lui sapeva cosa succedeva. Una bolla di sangue dal diametro di 12 cm nel suo cervello provocava la rivoluzione tra i neuroni e la sua vita scorreva di certo nel caos di quello che impulsi incontrollabili inviavano a quella piccola parte di ragione che rappresentava l’ultimo collegamento con noi.

Mentre questo collegamento si affievoliva sempre più, quel virus arrivato dalla Cina iniziava a spaventare un po’ tutti perché se ne parlava come di una minaccia e il primario del reparto decise di trasferire mio padre in una stanzetta tranquilla in modo da permetterci di visitarlo lo stesso. Negli altri reparti si iniziavano a vedere cartelli che vietavano l’accesso ai parenti e il personale ospedaliero era ogni giorno più nervoso e scontroso con chi andava lì già rattristato dal male che gli stava portando via qualcuno di caro.

Pride mia figlia Isa e i suoi nonni

Una mattina medici e infermieri sembravano isterici e mi vietarono assolutamente di avvicinarmi alla stanza dove si trovava mio padre. Ordini dal Ministero della Sanità, dicevano. Non c’erano scuse, dovevo andarmene e lasciare mio padre a morire da solo.
Arrivarono i rinforzi costituiti da mia madre, che meravigliata non si spiegava perché non potesse stringere la mano dell’uomo della sua vita che stava lottando con la morte, mia sorella, un tipino che se s’incazza è meglio andarsene, e i miei nipoti, entrambi sempre eleganti perché al lavoro. Costituita una momentanea unità di sfondamento ottenemmo dalla dottoressa di turno di poter entrare in camera di mio padre nonostante il virus ormai dilagasse ovunque e ci distribuimmo intorno al letto con la solita voglia invana di portarci mio padre a casa. Quella sera non volevo andare a casa, volevo restare lì con mio padre e lo feci passando la notte su una sedia e tenendo la mia mano intorno alla sua ormai insensibile da qualche giorno, gonfia e blu senza sangue, pesante e inerte.

Mio figlio Tommaso e suo nonno 1991
Un infermiere dall’iniziale aria distaccata si rivolse a me nella notte con belle parole invitandomi ad andarmene a casa anche se capiva perché stavo lì e quindi non insisteva. Mio padre aveva gli occhi spalancati e guardava fisso in una sola direzione, sempre la stessa, in alto a sinistra, come il titolo di un libro del mio amico Erri De Luca. In alto a sinistra, mi ripetevo, che in un racconto del libro indica un’uscita di emergenza. Come avrei voluto trovarla quella notte un’uscita d’emergenza e scappare con mio padre in spalla ricambiandogli lo sforzo che lui aveva fatto tante volte quando sulle sue spalle stavo io da piccolo, abbarbicato al mio pilastro preferito. O da adulto, quando lo contrariavo per sentirmi più forte di lui riconoscendo, anche a distanza di anni, che aveva ragione. Mio padre ha sempre avuto ragione su tutte le cose di cui discutevamo. Posso dire che le cose su cui avrebbe potuto avere torto non le consideravamo affatto. Ci piaceva, forse di più a me, dibattere sulle cose che lui aveva chiare e che io credevo di avere più chiare di lui. Mi sono sbagliato ogni volta e quando gliel’ho detto, avevo già più di cinquant’anni, mi ha guardato con quella sua aria da “te l’avevo detto io” che però, saggiamente, non ha pronunciato.

I miei genitori a Corte, Gennaio 2020
Quella mattina ero, per copiare Erri, come “biglia di flipper”, quando me ne andai da mia madre per dirle falsamente che la notte era andata bene. Ci fu ancora un tardo pomeriggio in cui l’unità di sfondamento era ulteriormente rinforzata dalla presenza di Marta, mia moglie. Mia madre massaggiava alternativamente le mani a mio padre, che ormai se ne era andato nel suo mondo da qualche giorno, come per compiere un dovere istintivo verso l’unico uomo della sua vita. Noialtri si discuteva di varie cose quando venne fuori la storia del Galletto.

Il Galletto era uno scooter della Moto Guzzi che nei primissimi anni ’60 rappresentava il mezzo a motore della mia famiglia.

Moto Guzzi, Galletto, anni '60

 Con mio padre alla guida, mia madre seduta dietro a lui di traverso e con me in piedi tra il conducente e il manubrio, al quale mi tenevo attraverso una barra applicata all’uopo, ce ne andavamo in giro per l’Italia. Il viaggio più lungo che facemmo fu, molto probabilmente, quello per raggiungere Tambre d’Alpago nel bellunese, dove viveva mia nonna paterna. Il viaggio durò due giorni, con tappa a Mantova per pernottare e fare un po’ di turismo di allora, che per mio padre significava trovare una buona trattoria tipica (a quei tempi c’erano ancora) e magari fare quattro chiacchiere con qualcuno del posto che avesse racconti interessanti da ascoltare. Quello era l’aspetto culturale di ogni nostro viaggio e ne facemmo tantissimi!

Con mia madre, in era Covid 19, Genova
Anche in futuro, con mia sorella che nel frattempo ci aveva raggiunti, e tutti e quattro insieme restammo fermi nello stesso posto davvero poco tempo, perché in viaggio si era costantemente. Tra buone trattorie, fondamentali, e qualche vulcano, siti archeologici, nuraghi sardi, trulli pugliesi, catacombe sicule, anfiteatri romani (quelli poi…). Mio padre credeva nella reincarnazione e ne parlava spesso. Non era credente ma era convinto che l’anima se ne andasse da qualche parte, possibilmente dove ci fosse anche una buona trattoria. Non l’ho mai sentito chiamare un luogo che servisse piatti caldi col nome di ristorante.
Con mio figlio Tommaso in pellegrinaggio
ciclistico nei luoghi d'origine di mio padre 2020
I miei nipoti non avevano mai sentito parlare del Moto Guzzi Galletto e io cercavo di descriverglielo. Aveva le ruote di una moto, la carrozzeria di una specie di Vespa un po’ più massiccia e allungata, una ruota di scorta tra lo scudo e la forcella anteriore, quello del nonno era color sabbia e aveva un motore a 4 tempi, lento e inesorabile. tun, tun, tun, avete presente? Era il mezzo preferito dai parroci di campagna e dai veterinari e il motore aveva la cilindrata di… mmmhh, quanti centimetri cubici? Mi sembra 150, ma certi modelli avevano un motore poco più grande, forse 160 cm3. Addirittura c’era una terza motorizzazione ma non ne sono sicuro, forse quello del nonno era uno degli ultimi prodotti e il motore era, era..?  Mentre cercavo di ricordare la cilindrata possibile ci fu uno di quei momenti di silenzio che nel mezzo del brusio ogni tanto accadono per puro caso e, in quello, mio padre, con voce decisa come suo solito disse: centonovantadue!


Con mia moglie Marta 2020
Ci sembrava di averlo sognato, ma l’aveva detto davvero perché tutti l’avevamo sentito chiaramente. Fu l’ultima parola che sentii pronunciare, e inaspettatamente, da mio padre, che ci lasciò pochi giorni dopo. Quando non si poteva già più entrare in ospedale e lui se ne sarà stato nella sua stanzetta tutto solo eccetto quando le solite infermiere lo accudivano per il minimo sindacale giornaliero. Chissà se avrà detto qualcos’altro, in quella sua lunga notte caleidoscopica in cui magari lo potevano ascoltare cavalli alati siculi o gnomi del bosco partenopei, i protagonisti dei suoi racconti con cui ipnotizzava i nipoti che quando scoprirono da più grandi che si trattava di racconti di fantasia si pentirono di essere cresciuti. Non lo sapremo mai.

I funerali erano vietati. Marta ed io inseguimmo in vespa come di nascosto il carro funebre fino alle porte del cimitero di Staglieno dove i guardiani impedivano a chiunque di entrare. Erano le norme anti Covid 19 che di lì a poco avremo conosciuto più approfonditamente, ma al momento, era l’11 Marzo, eravamo troppo frastornati per ricordarci che dovevamo indossare una mascherina chirurgica che infatti non avevamo anche perché erano introvabili.

Un anziano prete dall’aria spaesata continuava a dire che era tutto ingiusto mentre con un’acquasantiera benediva le bare ricoperte di fiori che arrivavano numerose. “Almeno questo”, ci diceva, tra i guardiani e i vigili urbani che disperdevano i convenuti per evitare assembramenti pericolosi. Era difficile da capire, giuro.

Capii che la mia vita aveva preso una svolta quando il pesante portone metallico del camposanto si chiuse dietro la Mercedes scura che trasportava il corpo di mio padre.

Ciao alpino!

 

giovedì 13 agosto 2020

CERRO LOPEZ, non solo alpinismo, in Patagonia

 

 


Scialpinismo al Cerro Lopez in una foto
 del mio vero amico Jorge Kozulj

Durante i miei innumerevoli viaggi in Patagonia, ha suscitato in me un certo interesse la storia legata ai criminali di guerra nazisti che si erano rifugiati soprattutto nella zona di S.Carlos de Bariloche, cittadina argentina adagiata sulle sponde del grande lago Nahuel Huapi, dove era stato costruito un bunker in cui si dice si sia nascosto nientemeno che Adolf Hitler dopo essere stato dato per morto, sul finire della seconda guerra mondiale, con la sua compagna Eva Braun. Io non sono di certo uno storico del nazismo, e mi sono sempre detto che i complottisti su questo genere di fatti ci sono sempre stati ma il bunker di cui ho accennato esiste, così come le numerose residenze, costruite in perfetto stile bavarese alpino, che sono appartenute a diversi personaggi tedeschi dal 1946 in poi, i cui nomi sono consultabili presso l’ufficio catastale della Municipalidad della cittadina.

In Italia balzò all’attenzione di tutti un fatto del 1995 quando l’ufficiale della Gestapo Erik Priebke, tra gli esecutori materiali della strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperto e estradato in Italia per essere processato. Io ricordo che chiedendo di lui a

Erik Priebke si imbarca per l'Italia nel 1995
Priebke s'imbarca per l'Italia
 dove sarà processato 
Bariloche me ne parlarono bene e mi indicarono il negozio di salumi che aveva gestito per molti anni e la scuola Primo Capraro di cui divenne direttore con il nome di Erico Priebke. Sull’elenco telefonico della cittadina c’era scritto normalmente il suo nome e l’indirizzo: Calle 24 de Septiembre numero 167.




Il padre della mia ex moglie argentina una sera mi chiese di accompagnarlo a cena da un suo vicino di casa di origine belga, come  lui proprietario terriero del sud. Tra casa nostra e quella del vicino c’erano 160 km di strada sterrata che percorremmo in fuoristrada nel pomeriggio di quel giorno estivo. Giunti a casa del Sig. Adolf venimmo accolti molto gentilmente da questo emblematico signore dal baffetto a spazzolino e trattati con i guanti per il resto della serata. Durante il lungo rientro in auto dissi a mio suocero, mentre guidavo nell’oscurità stando attento a tutti gli animali che avrebbero potuto attraversarci il cammino, cosa ne pensasse di questo suo vicino ultraottantenne (eravamo negli anni ’90) che aveva quell’aspetto e diverse foto appese ai muri dove era ritratto tra gruppi di persone, chiaramente nordeuropee, in cui campeggiava spesso una svastica nazista… Mi rispose che aveva accettato l’invito a cena per mera cortesia e buon vicinato ma che non lo conosceva più di tanto e che però noi europei siamo esagerati quando si parla di nazismo e che quello era un brav’uomo e si addormentò. Non tornai più sull’argomento in famiglia perché, anche in altre occasioni, avevo capito che la percezione del nazismo che hanno in Argentina è molto diversa da quella che abbiamo noi. Allo stesso tempo mi era capitato di parlarne con altre persone rendendomi conto che certe cose in quel sud del mondo avevano lasciato un segno che in pochi avevano approfondito.

Ovviamente, l’industrializzazione e l’urbanizzazione ordinate ed efficienti, l’istituzione di scuole e attività sportive, mettevano in buona luce anche chi si era macchiato di crimini contro l’umanità. Crimini commessi lontano, ma sempre di crimini si trattava!


La Patagonia settentrionale d’altronde assomiglia per geografia e clima alle Alpi germaniche, è chiamata la Svizzera del Sudamerica anche perché l’architettura è di stile tipicamente tirolese, ma il motivo di ciò non è da imputare solo alla colonizzazione nazista. Infatti in Cile, alla stessa latitudine i Gesuiti tedeschi avevano colonizzato la zona del Lago de Todos los Santos a partire dal 1850 che oggi assomiglia alla Baviera in ogni dettaglio, dove avevano trovato un habitat identico a quello da cui provenivano.

Tra le mie ricerche a tempo perso ma non troppo, ho trovato la relazione di un fatto accaduto tra le montagne che sovrastano il Lago Nahuel Huapi, dove si trovano cime imponenti e complesse in cui si è registrata un’intensa attività alpinistica da parte di coloni europei a partire dai primi anni del 1900 a cui i tedeschi diedero notevole impulso. Anche perché i nazisti erano generalmente appassionati di alpinismo e nella zona di Bariloche contribuirono alla creazione della stazione sciistica di Cerro Catedral e Cerro Otto e alla fondazione del locale Club Andino tutt’oggi fucina di ottimi andinisti.

Sede del Club Andino Bariloche

Personalmente ho potuto constatare l’alta validità di molti di loro ripercorrendo vie aperte in epoche (anni ’60) in cui sulle nostre Alpi si faceva un alpinismo di livello sicuramente non inferiore a questo, ma influenzato dalla solita errata visione europeo-centrica. Oggi l’alpinismo patagonico locale di alto livello non è assolutamente inferiore a quello praticato nel resto del pianeta e, anzi, direi che il livello tecnico medio di chi frequenta la montagna è decisamente più alto che da noi pur coinvolgendo un numero percentualmente minore di popolazione.

Mesi dopo la mia cena da Adolf mi imbattei in un interessante libro, scritto da un argentino di origine italiana, tale Abel Basti, dal titolo Bariloche Nazi. Contattato Abel, mi autorizzò a prendere dal suo libro tutte le informazioni e le foto di cui avrei avuto bisogno per comporre il racconto che vado qui a narrare. Trovai il libro sullo scaffale di un ostello dove lo scambiai con uno mio e sono convinto che sia lui, il libro, ad avere trovato me.

 * * *

A circa 25 km a est di Bariloche, in località Colonia Suiza, inizia una strada sterrata che presto diventa il sentiero che da accesso al Cerro Lopez. Lì si trova il Rifugio omonimo costruito dal Club Andino Bariloche (CAB). In questa zona accadde un fatto molto strano negli anni ’60. La data era prossima a quella in cui ebbe successo la missione dei servizi segreti Israeliani per la cattura del criminale di guerra Adolf Eichmann, conosciuto come “l’angelo della morte”. In quel periodo Eichmann, uno degli strateghi della “soluzione finale”, fu catturato e portato in Israele dagli uomini del Mossad, dove venne velocemente processato e condannato a morte.

Nell’area del Cerro Lopez il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal relazionò di un misterioso incidente.

Strada del Cerro Lopez

Tra i turisti di Bariloche si trovava una certa Signorina Nora Eldoc, israeliana, venuta a visitare sua madre con cui era stata internata nel campo di concentramento di Auschwitz e dove era stata sterilizzata dal Dottor Mengele. Per puro caso anche Josef Mengele si trovava a Bariloche.

Nora Eldoc aveva 48 anni era una donna dinamica, di piacevole aspetto e aveva molti amici tra la popolazione locale. Una notte a una festa organizzata in un hotel del posto si incontrò casualmente faccia a faccia con Mengele. Il rapporto della Polizia non dice se lui la riconobbe – Mengele aveva “trattato” migliaia di donne a Auschwitz – ma le vide chiaramente il numero tatuato sull’avambraccio sinistro.
Per qualche secondo i due si guardarono negli occhi in silenzio, assicurarono alcuni testimoni dell’incontro. Nora Eldoc gli voltò le spalle e uscì dalla sala. Pochi giorni dopo non ritornò più da un’escursione in montagna e il fatto venne denunciato alla Polizia. Dopo qualche settimana di ricerche, il corpo martoriato di Nora venne rinvenuto al fondo di un canalone. Si archiviò l’accaduto come un comune incidente di montagna. All’analisi di Wiesenthal, i documenti sull’incidente che gli fornì il SIDE argentino (Servicio de Inteligencia del Estado), presentavano delle sospettose notizie.
Nel fascicolo di Mengele si segnala che la sua concubina (di nome Nurit Eddat) è considerata un’agente israeliana e ex prigioniera di un campo di concentramento, deceduta in un incidente o assassinata…

Rif. Cerro Lopez

Dalle ricerche effettuate si evinse che il termine di concubina venne attribuito alla Eddat o Eldoc, a quel punto ironicamente, dai gerarchi neo-nazisti del SIDE argentino.
Vojko Arko un alpinista sloveno naturalizzato a Bariloche che partecipò alle operazioni di soccorso e ricerca disse che la Eldoc era sulle tracce di Mengele che presumibilmente a quel tempo risiedeva a Bariloche sotto falso nome.
Vojko Arko

Arko, il biografo di Otto Meiling (un valente alpinista germanico che visse a Bariloche dagli anni ’20 introducendovi lo sci e l’alpinismo e costruendo i famosi Berghof/Rifugi alpini, che fece ritorno varie volte in Germania dove si sospettano collegamenti con il nazismo), ricorda che la Eldoc era scomparsa il 12 Febbraio del 1960 nel Cerro Lopez. La Comision de Auxilio (squadra di soccorso in montagna) del Club Andino Bariloche di cui Arko faceva parte, la trovò morta 3 giorni dopo. Il corpo venne rinvenuto in un ramo del torrente Lopez e presentava evidenti segni di caduta da un’altezza di almeno 20 m. La Eldoc era al Rifugio Lopez con un gruppo di amici ebrei e decise di scendere a valle da sola, perdendosi, il 12 di Febbraio, ricordò Arko.
“Si recuperò il corpo e per noi del soccorso la cosa finì lì, però poco tempo dopo ci furono dei problemi con la capitale Buenos Aires. L’Ambasciata smentì che si trattava di un’agente israeliana, ma un componente della squadra di soccorso le trovò addosso un passaporto diplomatico”. Quando la stavamo cercando in montagna, aggiunse Arko, incontrammo un tedesco che nessuno conosceva che però sembrava anche lui sulle tracce della Eldoc. Sempre secondo Arko si trattava di un’agente ebreo-tedesco che era lì per accertarsi della morte della Eldoc, poiché un agente segreto morto non serve più, disse nella sua relazione.
“Noi del soccorso eravamo convinti che Nora Eldoc fosse un agente del Mossad sulle tracce di Mengele che era a Bariloche sotto falso nome”, fu quanto Arko dichiarò al giornalista Abel Basti che lo intervistò a tal proposito il 13 Giugno 1996.
La comunità tedesca di Bariloche è sempre stata molto unita e ogni suo membro sapeva molto bene chi era ognuno e Vojko Arko ne faceva in qualche modo parte in quanto uno dei capostipiti di suddetta comunità, il già nominato Otto Meiling, gli aveva affidato nientemeno che la stesura della sua biografia. Questo per affermare la veridicità di quanto da Arko affermato.
Gruppo nazista a Bariloche.
Otto Meiling è quello seduto a destra della foto di Hitler

Nel Registro dei Decessi dell’anagrafe di Bariloche si legge della morte di Norita Eldodt occorsa il 12 di Marzo del 1960 per traumi multipli. Il certificato venne redatto dal Dottor Josè Maria Iglesias. Il diminutivo di Norita è molto tipico nella lingua argentina, ciò significa che in città era sicuramente conosciuta. Nello stesso documento si legge che la vittima aveva 47 anni, di nazionalità israeliana, nubile, di professione impiegata e domiciliata in Buenos Aires.

Quando negli anni ’40 arrivavano a Bariloche i nazisti privi di documenti o con falsi nomi, si dovevano rivolgere al Comune (Municipalidad) e al Giudice di Pace (Juzgado de Paz) dove gli veniva fornita un’identità provvisoria con cui potevano realizzare diverse mansioni tra cui l’acquisto di terre e immobili. Le autorità sapevano benissimo di chi si trattava ma chiudevano un occhio per assecondare il consueto e oliato meccanismo utile a risolvere questo tipo di problemi. Questi uffici vennero distrutti da un incendio in circostanze poco chiare negli anni ’60 cosicché andarono perduti per sempre atti e nomi scomodi.

Adolf Eichmann quando viveva a Bariloche

Uno dei casi più eclatanti fu quello di Josef Mengele che entrò in Argentina con un passaporto della Croce Rossa Internazionale con il nome falso di Helmut Gregor. Secondo la testimonianza di molti barilochensi che lo conoscevano, Mengele, specialista in “pulizia razziale” vi aveva esercitato la professione medica per numerosi anni, così come aveva fatto a Buenos Aires. Un anziano funzionario della motorizzazione, Francisco Calò, ricorda in una dichiarazione del 7 Giugno del 1996 resa al giornalista Abel Basti, che Josef Mengele prese la patente di guida nel ’48 o nel ’49 utilizzando un nome falso, forse Juan, non ne ricorda il cognome, ma era sicuro che fosse lui perché utilizzò una certificazione rilasciata dal Giudice di Pace che presentava qualche inesattezza. Calò disse anche che Mengele si accompagnava a una signora magra, non molto alta e bionda e che era domiciliato nel quartiere tedesco di Belgrano.
Mengele nacque nel 1911 in Baviera e studiò a Monaco, Bonn, Francoforte e Vienna. Si laureò prima in Filosofia e Letteratura e dopo in Medicina. Già durante gli studi universitari era un convinto sostenitore della politica nazionalsocialista. Al principio della guerra si iscrisse nelle SS e nel ’43 si trasferì volontariamente nel campo di Auschwitz per realizzare esperimenti su esseri umani. Il passato di Mengele si conobbe negli anni ’50 con la pubblicazione del libro su Anna Frank da parte di Ernst Schnabel. La sua vita di latitante lo vide assumere varie identità e cambi di residenza. Ufficialmente morì nel 1979 mentre faceva un bagno in mare in Brasile.

 

Fonti letterarie:

-La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez ed. Neri Pozza
-Bariloche Nazi di Abel Basti.

Notizie correlate:

-"Il medico tedesco" libro di Lucia Puenzo ed. Guanda

-The German doctor-Wakolda, film di Lucia Puenzo (clicca per vedere il film)

lunedì 8 giugno 2020

LA NOTTE DEGLI INCAPPUCCIATI E ALTRE INSONNI


Sandro aveva da poco comprato una Fiat Uno Turbo e tutto ci sembrava più vicino, così decidemmo di trascorrere un finesettimana intenso a Chamonix partendo da Genova. Da qualche anno mi ero trasferito a vivere a Corvara nelle Dolomiti dove facevo la guida alpina, ma nelle mezze stagioni non rinunciavo a rivedere i vecchi amici genovesi di sempre con cui, oltre ad arrampicare, sciare e cantare, mi divertivo come non mi riusciva di farlo con i nuovi che mi ero fatto dove vivevo. Dove vivo tutt’ora ho diversi amici che stimo e con cui vado d’accordo ma quello che mi è sempre mancato con loro è quel senso pesante dell’ironia che invece posso esercitare con i miei ormai vecchi amici del luogo dove sono nato e, in parte, cresciuto.
Les Arcs anni '80

Tra di noi non ci sono riguardi. Possiamo essere capaci di maltrattamenti morali reciproci che ad altri possono risultare insopportabili e insostenibili. Posso dire vaffanculo brutto figlio di troia al mio migliore amico certo di non offenderlo perché uso un tono affettuoso che significa che gli voglio bene e lui lo sa. Mentre dove vivo ogni parola ha un solo significato, con i miei vecchi amici possiamo giocare, ancora oggi, ad attribuirgliene di diversi e la cosa ci fa sentire più liberi di manifestarci senza filtri.
Praticare il turpiloquio per curare chi si prende troppo sul serio è attività sana come una nuotata nel mare calmo al mattino presto.

Sandro Pansini, Nord dell'Eiger 1984

L’equipaggio era composto, oltre Sandro e me, da Skeno, Miagia e Franco detto il Tranviere. Cinque paia di sci sul tetto e attrezzatura per fare fronte a ogni terreno dalla falesia all’alta montagna nel bagagliaio. Dentro la Uno in cinque non stavamo affatto scomodi e il bagagliaio conteneva tranquillamente i nostri cinque zaini e tutto il vettovagliamento. L’unica mia preoccupazione erano gli sci sul tetto. La macchina andava talmente forte che avevo paura che si staccassero dal porta-sci e finissero nel parabrezza delle auto che seguivano in autostrada trafiggendo al petto ignare famiglie che manco si rendevano conto del rischio che correvano. Infatti non ho mai portato gli sci sul tetto in autostrada perché questo pensiero mi ha sempre inquietato, ma stavolta non eravamo con la
mia auto e quindi mi dovevo adattare.
da Il granito del Monte Bianco di
 M.Piola, ed. Melograno

La partenza era stata ovviamente antelucana e avevamo percorso il tunnel del Monte Bianco che fuori era ancora buio. Il viaggio mi sembrava fosse durato pochissimo. Sarà stato per i discorsi ininterrotti, ma sicuramente era anche dovuto alla velocità con cui quella macchina infernale riusciva a farci viaggiare. Parlavamo di donne più che di montagne.
Colazione con fornello per terra nel parcheggio della funivia per l’Aiguille du Midi ancora chiusa e poi in coda tra biglietteria e ingresso in cabina, schiacciati tra gli sciatori. Anche noi eravamo sciatori, a parte Skeno che aveva messo gli sci solo qualche ora nella sua vita, ma tali non ci sentivamo perché nei nostri zaini c’era l’attrezzatura per scalare la Via Super-Dupont da poco aperta dai soliti noti: Piola e Steiner, e dalla fama di essere una via molto bella e piuttosto impegnativa.
Merita raccontare una mia precedente campagna scalatoria sull’Aiguille du Midi in compagnia di altri amici genovesi risalente a un paio di anni prima. Costoro erano Luca Biondi detto Blond e Martino Lang.
Luca Biondi e Martino Lang oggi

Martino era tra di noi il più aggiornato su cosa succedeva sulle Alpi e nelle neonate falesie di tutto il mondo. Sfogliava decine di riviste in ogni lingua e, nonostante non ne conoscesse una, capiva sempre cosa voleva capire e ce lo raccontava condito dalla sua verve dissacratoria e poco convincente, ma tant’é...
Il viaggio da Genova l’avevamo iniziato in treno e proseguito in autobus e autostop da Entreves. A Chamonix, Martino, che lì si muoveva come un consumato habitué, ci aveva detto di metterci in coda alla funivia mentre lui avrebbe procurato qualcosa da mangiare. Lo vedemmo arrivare con un grande sacchetto di carta pieno di croissant e pan au chocolat e un cartone di lattine di cocacola che secondo lui ci avrebbero assicurato le calorie necessarie per i due giorni da trascorrere ai 3800 della cima dove avremmo alloggiato a scrocco in un tunnel segreto nella stazione della funivia, che gli aveva svelato Giancarlo Grassi con cui ogni tanto andava in montagna. L’obiettivo era ripetere subito dopo Pedrini e Ballerini la via, sempre di Piola e Steiner: Monsieur de Mesmaeker, la più dura del massiccio e soprattutto la prima a spit, ai tempi una novità che aveva sconvolto l’ambiente alpinistico mondiale. Grazie a Martino noi in qualche modo c’eravamo e avremmo lottato per salirla nel migliore degli stili.
All’uscita della funivia nella calca estiva tra turisti nipponici in camicia e alpinisti di vario genere, tra cui noi in pantaloni di tela bianca a zampa d’elefante, fascia legata intorno ai capelli e felpa in cotone, una guida alpina dalle rughe sapienti, ci aveva detto che la via era “mouillé” e che ci conveniva farne un’altra. Martino, che era il nostro amico poliglotta aveva annuito con disinvoltura tale da non farci chiedere cosa avesse voluto dirci e ci dirigemmo scivolando sul culo alla base della parete superando decine di alpinisti che ci guardavano male, compresa la guida che, legata al suo cliente, avrebbe sicuramente preferito lasciarsi scivolare come noi anziché restare lentamente incolonnata. Martino per l’occasione aveva indossato l’orecchino di coda di pavone rosa e, sorvolando sulle peripezie tecniche lungo la via che lui voleva salire da primo ma non aveva fatto i conti con Luca e me che ambivamo alla stessa cosa, dico solo che quel giorno nacquero delle frasi che ancora oggi sono di uso comune nel nostro gergo.
Cito tra le molte: “dammi corda quando scatto” e “per la libera ci vuole il suo tempo”, espressioni tecnico-filosofiche scaturite istintivamente da situazioni contingenti indimenticabili, come indimenticabile fu la notte che ci aspettava. L’idea era quella di fare un’altra via il giorno seguente ma sottostimammo alcuni dettagli.
Raggiunto il tunnel di uscita della stazione della funivia recuperammo a piccozzate i croissant e le lattine di cocacola che avevamo seppellito nella neve. Ovviamente erano un blocco di ghiaccio, impossibile quindi mangiare e bere.
Uno dei particolari che determinarono la qualità del nostro bivacco fu il fatto che la porta di ingresso nella stazione era solidamente chiusa dall’interno e a nulla valsero il nostro bussare e urlare per farci aprire. Ci accovacciammo nei sacchi piuma distesi sulle corde e gli zaini mettendo dentro con noi anche le lattine e i croissant che non ne volevano sapere di sciogliersi per farsi ingerire, fame e sete non ci mancavano di certo.
Dopo qualche ora passata a fumare (io no perché non fumo) e a insultare i francesi della funivia che non ci avevano aperto, una lattina sembrava essersi riscaldata quel tanto che consentisse di berne il contenuto. Tirata la linguetta, Martino se la ficco in bocca mentre una schiuma marrone aveva iniziato a zampillare violentemente. Il risultato fu che si gonfiò come un pallone di liquido gelato a stomaco vuoto e si beccò una congestione immediata. Riverso sulla neve colorata dalle pisciate e dalla cocacola diceva che sarebbe morto e ci comunicava così le sue ultime volontà. Vista l’urgenza di un soccorso Luca e il sottoscritto iniziammo a battere violentemente il portello di fredda lamiera che ci teneva chiusi fuori gridando anche AIUTO e fu così che ci aprirono. Martino era in condizioni pietose e ci fecero quindi entrare facendoci accomodare in una stanzetta riscaldata dove ci sembrò di rinascere.
In poco tempo la temperatura aumentò e potemmo mangiare e bere. Martino smise di vomitare bile e si addormentò. La temperatura saliva sempre più e iniziammo a spogliarci. Di stare dentro ai sacchi piuma non se ne parlava. Martino giaceva esanime, chissà se respirava. Mancava l’aria e quella poca che c’era era bollente. I muri scottavano e forse soffrivamo anche di mal di montagna perché la testa ci scoppiava.
Sono sempre stato sensibile all’inquinamento elettromagnetico e lì dentro, secondo me, ce n’era anche troppo. Uscito fuori, l’escursione termica a cui fui sottoposto era di almeno 46 gradi centigradi, mi sentivo mancare mentre notavo nel locale adiacente dei trasformatori enormi che ronzavano come calabroni. Infatti sulla cima dell’Aiguille du Midi c’è una gigantesca antenna collegata a mille macchinari che si trovavano proprio dove stavamo anche noi. Del personale della funivia nessuna traccia. Sicuramente avevano una stanza schermata dalle radiazioni che noi stavamo assorbendo alla grande nella notte che ancora ci riservava un bel po’ di ore di insonnia garantita. Pensammo che Martino fosse morto ma in verità pensavamo a salvare noi sopravvissuti al gelo e ai campi magnetici. In qualche modo guadagnammo l’alba e poi finalmente  l’ora di riapertura della funivia. Scesi in paese dedicammo la giornata intera a ritornare a Genova in autostop. Abbandonai Luca e Martino che avevano i capelli troppo lunghi per essere caricati su uno dei camion che attraversavano il tunnel. Separati il viaggio ci fu più rapido. Ci rincontrammo a Finale la settimana seguente.
Ai Grand Montets anni '80

Tornando a noi cinque di prima, devo citare che in un autogrill avevamo comprato una specie di plum cake dalla rara pesantezza (altro che piuma) che ci saremmo portati sulla via per avere calorie con relativamente poco peso. Lo denominammo “il gatto” per via della sua forma.
 Presto fummo all’inizio della via che salimmo senza problemi fino a quando Skeno cadde su una cengia piegato in due dal mal di pancia e di testa. Gli demmo da bere e lo costringemmo a mangiare un pezzo del “gatto” per tirarsi su. Non aveva appetito ma io glielo infilavo a forza in bocca mentre Miagia gliela teneva  aperta contando sul fatto che non riusciva a opporsi date le sue condizioni fisiche.
Skeno riusciva solo a dire “no, gatto non ne voglio” che noi zac gliene infilavamo in bocca un bel pezzettone. A un certo punto si lamentò di sentire puzza di merda e cercò di vomitare. In effetti poco prima avevo defecato su un terrazzino facendomi il bidet con della neve ma, evidentemente nelle mie dita era rimasto un po’ del noto profumo e con quelle maneggiavo il “gatto” davanti al suo naso, cosa che non lo aiutava a farsi passare la nausea probabilmente dovuta all’altitudine. Abbandonammo Skeno sulla cengia con un pezzo di gatto e dell’acqua, e proseguimmo la via che, tranne un voletto su un micronut di Miagia, si svolse senza problemi divertendoci. Dalla cima ci calammo raggiungendo Skeno che si era ripreso un po’ e scendemmo insieme alla base dove ci aspettavano gli sci.
Come avevo accennato prima Skeno non era molto abile sugli sci e non stava neppure bene, ma dovevamo percorrere la Mer de Glace per raggiungere il fondovalle, quindi lo infilammo negli attacchi e gli dicemmo di seguirci e che la discesa era facile. Dalla forzata posizione a similspazzaneve in cui si mise si capiva che faceva uno sforzo enorme anche da fermo, figuriamoci muovendosi tra i cumuli di neve tritata dagli sciatori e rigelata dal freddo della sera!

Skeno sembrava una statua, tanto i suoi movimenti sciatorii erano assenti ma non cadeva se non di rado, grazie comunque alle sue doti atletiche e a una testa dura più del normale. La discesa si protrasse fino a una cert’ora anche perché la risalita al Montenvers e la seguente discesa ripidissima lungo uno scivolo di valanga ci presero tempo. Era buio quando raggiungemmo il parking della funivia. Ci buttammo in macchina e guidammo fino a un boschetto dove volevamo sistemarci  per la notte. Fatti pochi km su una sterrata incontrammo un grosso tronco che la sbarrava. Scesi dalla macchina e lasciando la portiera aperta mi arrampicai sul tronco per scavalcarlo incamminandomi verso quella che sembrava una radura da dove intravvedevo una fioca luce tra gli alberi. Fatte poche decine di metri mi apparve un grande cerchio di persone incappucciate intorno a un fuoco vestite con lunghe tuniche scure. Mi bloccai subito tra lo spavento e l’imbarazzo e quelli si girarono puntando su di me i loro occhi attraverso i cappucci in stile tra il rito satanico e Ku Klux Klan. Li vedevo illuminati dal fuoco e non erano sguardi benevoli. Scattai di corsa nella direzione da cui ero pervenuto e mi ritrovai subito sul tronco da dove saltai direttamente attraverso la porta della Fiat Uno urlando VIA, VIA, scappiamo! Il mio salto prevedeva di entrare velocemente in macchina ma diedi una testata fortissimo sul montante superiore della porta cadendo per terra stordito. Urlavo a Sandro di scappare mentre mi ero già seduto e avevo chiuso la porta. Lui non se lo fece ripetere e in retromarcia ad almeno 50 km orari sgommando sulla ghiaia perforammo la notte fuggendo all’indietro. Quando gli raccontai degli incappucciati nessuno voleva credermi e comunque andammo a dormire nel parcheggio illuminato di una scuola.
Skeno si sarebbe incontrato con una ragazza il giorno dopo e ci lasciò ma era già arrivato da Courmayeur il suo sostituto: Blanche! Berrettino alla cuculo, occhiale Vuarnet, microzaino e sci di marca, sembrava uscito da una rivista patinata ma quando ci infilammo nella cabinovia di Argentiere e arrivammo sui Grand Montets capì immediatamente che la sua giornata sulla neve non sarebbe stata un aperitivo al Brevént. Oggi si sciava! Facemmo pochi metri sulle piste perché l’obiettivo era starne al di fuori il più possibile. Cercavamo terreno ripido su cui metterci alla prova perché il giorno dopo saremmo saliti su per la parete nordest de Les Courtes per scenderla con gli sci. Ci sfinimmo di curve e salti e quando gli impianti si spensero ci avvicinammo con le pelli al rifugio d’Argentière. Il Tranviere e Blanche erano preoccupati perché guardandosi intorno vedevano facce che non promettevano nulla di buono e fuori dalle vetrate del rifugio non riuscivano a scorgere dove si sarebbe potuto sciare, ma non dicevano niente al riguardo. 
Versante nordest de Les Courtes 3856m. (Monte Bianco)


Dopo la solita sbobba andammo a dormire in una camerata puzzolente che certamente non contribuimmo a profumare. Verso le due suonò la sveglia. Blanche di soprassalto gridò da sotto una coperta pulciosa: ma che cazzo succede? Dobbiamo alzarci, fu la nostra risposta. Guardato l’orologio ci disse se eravamo scemi e cosa ci passasse per la testa per svegliarci nel cuore della notte! Non gli spiegammo che era normale farlo e lo lasciammo dormire anche per il suo bene. Con inconsapevole leggerezza gli salvammo la vita.
Fuori la neve scricchiolava sotto i ramponi indurita dal freddo notturno e le stelle che facevano brillare gli scudi ghiacciati delle pareti nord ci facevano stare zitti per la solennità di quei momenti che immediatamente ti fanno capire che aver puntato la sveglia così presto non è stata una brutta idea.
Io e Miagia eravamo sicuramente i più eccitati e avanzavamo rapidi verso la parete. Quando superammo la crepaccia terminale vedevamo Sandro e il Tranviere iniziare la salita del conoide che collega questo versante con il piatto ghiacciaio di Argentière. Sapevamo che Sandro era il più esperto, anche perché il Tranviere non aveva mai fatto nulla di simile, e avrebbe preso le decisioni giuste. Infatti fu così che poco dopo aver superato anche loro la terminale decisero di scendere perché il Tranviere tremando come una foglia continuava a chiedere perché avrebbero dovuto salire su per quel pendio ghiacciato da dove lui sicuramente non sarebbe mai sceso sciando. Erano fuori dalla nostra vista e ci raccontarono dopo la piccola tragedia che si era consumata –perché scendere è più complicato che salire-  mentre Marco (Miagia è il nome con cui l’abbiamo sempre apostrofato) e il sottoscritto arrivavamo in vetta fin troppo presto. Si, perché su quel ghiaccio non avrebbe sciato neppure Jean Marc Boivin. Aspettammo che il sole scaldasse il pendio per regalarci un po’ di neve sciabile, addormentandoci sugli zaini. Dopo non ricordo più quanto tempo decidemmo di iniziare a scendere. Il ghiaccio c’era eccome e fortunatamente i miei sci Omeglass da slalom di 203 cm erano una cannonata, che però non mi evitò una derapata un po’ fuori controllo finché le lamine si poterono aggrappare a una base un po’ più morbida permettendomi di fare la prima curva. Miagia fece lo stesso  e da lì in poi la discesa durò un istante.
Non era ancora nato in me quel senso che mi fa preoccupare del compagno che, facendo la guida alpina, si sarebbe in futuro radicato nel mio animo rovinando il mio alpinismo ma sicuramente arricchendo la mia vita. Il prezzo da pagare per garantire un minimo di sicurezza a chi si lega con te è che le tue energie le devi dividere in due e è molto difficile riuscire a gestire la giusta quantità di energia che devi dedicare all’altro quando lo vedi in difficoltà, quando lo devi incoraggiare o quando non devi dare a vedere che sei preoccupato per non fare preoccupare anche lui segnando l’inizio della fine di quella tensione equilibrata che ti fa stare ancora lì, anche se sei nel posto più inospitale della Terra. Avrei imparato nei decenni a farlo, ma nel frattempo mi ero bruciato molte possibilità personali in alpinismo perché non potevo pensare solo a me stesso. L’alpinismo estremo è praticato da egoisti estremi. L’egoismo può essere una caratteristica positiva quando ti salva la pelle o ti porta dove vuoi. Una guida si deve dividere sempre in due, raddoppiando necessariamente le sue forze interiori e fisiche, per questo motivo alla sera si è stanchi, ma solo quando te lo puoi permettere. Con l’esperienza profonda di me stesso avrei riscoperto le mie possibilità residue, perché comunque gli anni passano, incontrando pochi compagni perfetti per questa verifica. E’ successo raramente, ma quando senti di poter contare sull’altro e l’altro fa lo stesso con te, si verifica quella situazione in cui ci si sente una macchina perfetta per andare avanti ognuno con la sua libertà e la sua dipendenza dall’altro che diventano assurdamente la stessa cosa. Non occorre poter contare sulla forza fisica del tuo compagno, ma ti aiuta inconsciamente a sentirti sereno il suo sguardo, le sue battute e l’avvertire il suo senso di giustizia nei confronti del posto in cui ti trovi con lui. Se tu ricambi questa sensazione senza volerlo, tutto tende alla perfezione senza mai raggiungerla e ci si diverte da morire! Per questo si scalano le montagne.
Sotto il Gr.Capucin 1981

Con un salto della crepaccia terminale ci lasciammo scivolare lungo il ghiacciaio fino al rifugio che era ancora mattina. Ci sembrò facile, le nostre gambe erano buone e la nostra giovane testa abbastanza incosciente da farci fare cose anche molto più impegnative di questa e il bello è, per me, che non ho ancora smesso.
Recuperati gli amici, la neve ormai resa colla dal sole di primavera inoltrata ci scarrozzò a fondovalle dove ci stipammo nella Uno Turbo –non so perché gli stessi bagagli al ritorno sembrano occupare più spazio che all’andata- che fendendo il buio illuminato artificialmente del tunnel sotto al Monte Bianco ci depositò a Courmayeur per un gelato e per lasciare Blanche nella villa dove era ospite.

giovedì 4 giugno 2020

RITORNO AI MONTI

Rif. Kostner al Vallon (Sella-Dolomiti)
Mi impadronisco del titolo di un bel libro di Reinhold Messner per dire due parole d'invito a tornare a godere della Montagna dopo questo lungo periodo di segregazione dovuto al Corona Virus.






Sono ormai molti giorni che personalmente sono tornato a frequentare le montagne di casa: le Dolomiti, con gli sci e sulla roccia o lungo i sentieri ancora chiazzati di neve. L'ho fatto con gli amici, quasi tutti guide alpine come me, in attesa dell'arrivo degli appassionati. 

Con le dovute precauzioni suggerite dalle leggi nazionali e dal nostro Collegio Professionale possiamo riprendere l'attività in montagna guidandovi dove vorrete andare.
Nella colonna qui a destra trovate già diverse proposte con data e dettagli. 
Sas dla Crusc Val Badia Dolomiti
CONTATTATEMI a questo link per:
-Scalate e Ascensioni individuali
-Arrampicata sportiva (Finale,   Arco, Sardegna, Grecia,   Tailandia...)
-Introduzione all'alpinismo e Vie   Ferrate
-Trekking in Italia, Europa e   Extraeuropei.
-Spedizioni Extraeuropee   (www.inpatagonia.it)
                                                    #Cicloturismo in Italia e nel mondo 
  in collaborazione con Tommaso Cominetti


venerdì 20 marzo 2020

IL VOLO DELLO STORNELLO


IL VOLO DELLO STORNELLO

Questa storia, mi è stato chiesto di raccontarla così tante volte che mi sono stufato. Quindi la scrivo e la rendo pubblica per non doverla più raccontare a voce. La romanzerò lievemente e la vorrei infarcire di note solo apparentemente  fuori tema, ma che secondo me, invece servono a immergersi nell’atmosfera e nel tempo in cui si svolse. Prima di iniziare a raccontarla vorrei sottolineare che non si tratta di nulla di eccezionale e che di cose così, a quei tempi, ne succedevano molte e quasi sempre, e sottolineo il quasi, finivano bene. Come questa.
Ecco, ora che vi ho tolto definitivamente la suspance, posso iniziare.
 
Moto Guzzi Stornello 125 Scrambler
Genova 1978.
Il gruppo di amici che frequento, oggi si definirebbe intellettuale. Non che ci fossero dei geni o dei talenti particolari in qualche campo, ma la nostra “compagnia” era quanto mai variegata in quanto a connotazioni sociali, politiche, sportive e artistiche. Le nostre età andavano dai 17 anni dei più giovani ai 22 dei più “anziani” e il nostro agglomerante era il gruppo di Scout al quale appartenevamo: il Genova 1.
Detto gruppo inglobava, a seguito di una recente manovra socio-economica della dirigenza, le zone di San Nicola: quartiere medio-alto borghese della parte a mezzacosta della città, La Maddalena: ricettacolo di popoli del centro storico dalla prostituta all’armatore e Oregina: quartiere operaio con un passato nobile situato in “montagna” rispetto al centro città. Un amalgama siffatto poteva solo generare disparità d’ogni sorta ma allo stesso tempo c’era un gran fermento tra noi. Non stavamo mai fermi, in tutti i sensi e c’erano quelli politicamente impegnati (tutti a sinistra), i tossici, gli artisti, i musicisti, gli atleti e gli appassionati di motori.
Si andava dalle due ruote, fino alle quattro, ovvero dalla Vespa 125 TS alla Lancia Stratos di Sandro Munari che sbancava nel mondiale rally. 
Lancia Stratos

La Vespa non era un mito allora. Era semplicemente il mezzo più economico che potevi permetterti da giovane, che i tuoi genitori ti potevano comprare o che ti guadagnavi dopo una stagione facendo il cameriere o la hostess alla Fiera del mare. Io avevo una Primavera 125 che avevo cercato di truccare sostituendo praticamente ogni pezzo del motore comprandone usati e montandoli con l’aiuto dei più esperti tra noi. Dal meccanico ci andavano solo gli incapaci e il faidaté non esisteva di nome ma era un fatto scontato. Per un pomeriggio andò fortissimo, ma proprio per questo gli “amici” mi fecero uno scherzo versando nel serbatoio una bottiglia di amaro Petrus e infilando uno straccio nella marmitta Pinasco a espansione (pagata una fortuna pure da usata). La bottiglia di Petrus Bonekamp la rubò Maurizio dal negozio di suo padre, lo straccio lo trovarono per strada. Da quel momento funzionò sempre malissimo e io vissi nel ricordo di quel pomeriggio da leoni in cui “volava” e mi bevevo tutte le TS e le GTR, che non tornò più. Chi mi dava del filo da torcere, ma non in discesa perché la Primavera in curva era imbattibile potendosi piegare molto di più delle altre Vespe perché aveva le pedane più alte che non toccavano l’asfalto lateralmente, era la 150 Sprint Veloce di Sandro, una vera scheggia!
Dopo essermi schiantato contro un cassonetto della rumenta (=spazzatura) di quelli di lamiera della ditta Morteo (un nome, un programma) il telaio si piegò tanto che il manubrio toccava la sella. La riallungai con il cric della NSU Prinz di mia madre, ma un giorno, verso i Piani di Praglia, mentre sfrecciavo con dietro la mia fidanzata ben abbracciata, una cunetta ci compresse al punto che il manubrio si riavvicinò di colpo alla sella costringendoci a sopravvivere avventurosamente fino a fermarci miracolosamente senza cadere. La raddrizzai una seconda volta e la usai un po’ per andare a scuola finché un noto teppista mi chiese di vendergliela, così me ne separai senza troppo rimpianto. A quei tempi i mezzi meccanici si amavano come fossero parte della famiglia e mi stupì quasi che la separazione non mi provocò sofferenze di alcun tipo. Il nuovo acquirente morì pochi giorni dopo per overdose di eroina e la mia Vespa passò a un suo fratello maggiore che la usò per delle rapine fino a quando lo arrestarono e gli fecero scontare tutto quello che aveva combinato fino ad allora. Credo sia in galera ancora oggi, pace all’anima sua.
I rally li seguivamo da tifosi e andavamo a vedere quelli che passavano nel basso Piemonte, ovviamente in Vespa e al ritorno ci sentivamo così elettrizzati dalla gara che guidavamo come folli nella notte e qualcuno finì vicino a lasciarci le penne. La Stratos era come un dio a motore ma c’erano anche le Alpine Renault, le Fiat 124 e 131 Abarth, le Saab Turbo, le Triumph Dolomite, le Autobianchi A111 e A112, le Porsche Carrera, le Opel Kadett Conrero, le Ford Escort Mexico… macchine di cui sapevamo tutto, dalla meccanica alle fidanzate dei piloti.
Fiat 124 Rally e me 1979

La moto più bella, fiera e armoniosa che c’era nel nostro gruppo di amici, secondo me, era quella di Dudy. Lui era un sangue misto nordamericano e messicano finito a Genova non ricordo più come e possedeva, prendete fiato e stupitevi: una Moto Guzzi Stornello Scrambler 125 bianca e rossa. Fatto inedito a quel tempo: anche il telaio era rosso. Quel monocilindrico girava come se conoscesse il moto perpetuo e la sua fluidità nel rumore e nell’erogazione della –modestissima- potenza erano un insieme perfetto. Potevi accelerare in qualsiasi marcia che la moto andava avanti come un gozzo spinto da un entrobordo diesel al rientro da una pesca fortunata. La sella corta e larga era per un solo passeggero ma in verità ne ospitava comodamente due e proponeva una posizione di guida da cavallo da tiro. Un mezzo da lavoro sporco, non da dressage come le neonate KTM fighette e costosissime.
Dudy mi aveva in simpatia e ogni tanto mi lasciava la suo Stornello per farmi un giretto di qualche minuto perché mi vedeva tornare ogni volta con un gran sorriso.
Le moto più diffuse si dividevano in quelle da strada e quelle da regolarità, specialità fuoristrada simile al motocross. Le Scrambler erano la via di mezzo. La Ducati faceva i suoi tre modelli 250, 350 e 450 che erano dei catorci terribili, dalle vibrazioni esagerate che un giorno si e uno no dovevi stringere tutti i bulloni perché si svitavano. Mi fa ridere che oggi una Ducati Scrambler sia un modello costoso e molto alla moda se penso alla baracca che era a quei tempi.
C’erano poi le Gilera, dei gioielli purtroppo scomparsi. Un discorso a parte lo meritavano le Moto Morini Corsaro, dei mezzi dalla ciclistica raffinatissima e dai motori superlativi che rappresentavano l’incubo delle, molto più potenti giapponesi, Kawasaki in testa, che avevano dei telai osceni e dei freni da bicicletta. Recuperarono col tempo, ma anche perché questi marchi nostrani scomparvero vittime di un estetica troppo classica che non seppe evolversi al momento giusto. Oggi sono dei gingilli da collezione che hanno una personalità introvabile nei mostri nipponici.
Adriano si era diplomato l’anno prima all’Istituto Nautico e aveva trovato subito un imbarco su una petroliera che se lo portò in giro per il mondo come ultimo ufficiale per otto mesi. Al suo ritorno aveva così tanti soldi che poteva permettersi qualsiasi cosa. Intendiamoci. Per qualsiasi cosa, voglio dire, tra quelle che ci piacevano, che non erano di certo stroppo lontane da noi stessi. Un paio di jeans Spitfire, un paio di stivali in cuoio Camperos, un paio di occhiali Ray Ban a goccia un trench blu o beige che si chiamava Scotch e un bell’impianto HI FI per ascoltare The Dark Side of The Moon. Piatto Akai, ampli Marantz, mangiacassette Pioneer e casse JBL erano il sogno di tutti e Adriano li aveva in società col fratello maggiore per dividere la spesa d’acquisto. Anche un’automobile gli avrebbe fatto comodo tra le cose che poteva permettersi ma c’era un problema: non aveva la patente. Non aveva mai preso neppure quella per la moto e io ero… il suo autista.
Non avevo ancora 18 anni per portare un passeggero in sella alla mia Vespa 125 ma Adriano avrebbe pagato qualsiasi multa. E anche se fossimo passati col rosso, se avessimo percorso sensi vietati o se fossimo andati troppo forte. Tu vai, mi diceva, se ci fermano pago io! E fu così che andavamo come pazzi ovunque senza rispettare nessuna regola del codice stradale. Anzi cercando di infrangerne il più possibile. Non ci fermò mai nessuna pattuglia della stradale, dei carabinieri e neppure un vigile urbano, cosa che mi era successa in altre occasioni in cui avevo commesso infrazioni ridicole se paragonate a quelle in cui potevo incorrere quando trasportavo Adriano. Per pagare certe contravvenzioni andavo a lavorare da una mia zia che aveva una pellicceria. Un lavoro che detestavo perché ho sempre amato gli animali, ma le multe andavano pagate e quello era almeno un sistema onesto per fare qualche soldo.
Quel pomeriggio Dudy mi lasciò il suo Stornello e appena partito mi fermai dietro l’angolo per far salire Adriano. Ci dirigemmo verso il Righi, sulle alture di Genova, tirando per bene le marce raggiungendo una discreta velocità. Lo Stornello cantava come un usignolo e, a differenza della Vespa, si guidava anche tenendolo stretto con le gambe, tra le quali rombava quello che per me era il più bel monocilindrico di quegli anni. La Moto Guzzi faceva altri modelli più grandi di cilindrata che si chiamavano Lodola, Galletto, Falcone, Condor… una passione per gli uccelli si direbbe, infatti quel giorno il nostro modesto Stornello volò come un’Aquila!
Ero perfettamente conscio di quello che stavo per fare e pensavo che uno come Adriano sarebbe stato solo d‘accordo perché si trattava di una manovra rischiosissima e sicuramente non consentita dal codice stradale.
Non appena imboccammo la via che porta al Parco del Peralto, vento nei capelli, ingranai orgogliosamente la quinta, che era una marcia che pochissimi mezzi meccanici dell’epoca avevano. Alla fine del primo rettilineo c’è una curva a sinistra e l’asfalto è così granuloso e ruvido che potresti farla a tutta velocità anche se hai sotto delle ruote di legno. Ma noi proseguimmo dritti infilando una ripida rampa di terra che ci sparò in aria come lanciati da una catapulta. La zona di atterraggio era uno spiazzo triangolare piuttosto grande, con tutto lo spazio per frenare ma non avevo tenuto conto che al centro dello spiazzo c’era un grosso albero. O meglio, l’albero non era di certo una sequoia come dimensioni, ma era abbastanza consistente per averlo sulla nostra traiettoria, soprattutto perché ormai eravamo per aria a qualche metro di altezza dal suolo e lanciati a una velocità totalmente inadatta alla situazione. Adriano fece un lungo urlo che dalla gioia passò al terrore per poi finire nella disperazione, perché ormai era chiaro a entrambi che ci saremmo schiantati contro l’albero e saremmo crepati! Vedevo chiaramente la scena di cui eravamo protagonisti come fossi uno spettatore seduto su una delle panche di ferro che corredano ancora quel ritaglio di verde pubblico cittadino, ma invece, nella realtà ero sulla moto.
A quel punto tentai goffamente, ma in quel momento non mi sentivo assolutamente goffo, di sterzare inclinando la moto verso destra, ma non successe nulla perché continuavamo a volare. Oltrepassammo l’albero senza colpirlo e questo era già un ottimo risultato, ma il terreno ghiaioso ci aspettava lì sotto e su quello rovinammo con la moto tutta inclinata di lato e la velocità che non era di certo calata. L’urto fu bestiale. Iniziammo a scivolare sui nostri corpi ancora aggrappati allo Stornello che con noi strisciava sulla terra portandoci via pezzi di carne. Finalmente si fermò. Io avevo una gamba sotto la moto e Adriano era già in piedi e roteava in circolo saltando e gridando di dolore, ma si muoveva agilmente. Era una maschera di sangue e aveva i vestiti strappati ma riuscì a sollevare la moto e a farmi rialzare. Stavo in piedi anch’io e mi guardavo le ferite riempite di terra. I dolori erano dappertutto ma gambe e braccia si articolavano e mi muovevo a stento, ma mi muovevo. Davanti a noi c’era un signore dall’aria stravolta che aveva assistito allo spettacolo. Si, perché vederci arrivare volando come su un cavallo alato, stando a terra,  doveva essere stato bellissimo. La seconda parte dello spettacolo si proponeva come drammatica ma il tutto non era ancora finito. Mi avvicinai al signore impietrito e allungando una mano sanguinante gli chiesi per favore lo straccio con cui stava pulendo la sua automobile. Me lo lasciò senza accorgersene e noi ci pulimmo le ferite, mie e sue, dalla terra e dal sangue, intingendo più volte lo straccio nell’acqua putrida del ruscelletto che bordeggiava lo spiazzo. Zoppicanti raddrizzammo le forcelle dello Stornello che ripartì al primo colpo di pedivella e inforcandolo nuovamente andammo a casa mia a medicarci. Mia madre, vedendoci, voleva chiamare un’ambulanza ma ci bastò un po’ di cotone, dell’acqua ossigenata e molti cerotti e bende. Avevamo paura di farci dare dei punti da un medico. Ci cambiammo anche i vestiti e uscimmo dicendo che eravamo caduti dalle scale. Mia madre ancora oggi non sa cosa fosse successo davvero. Riportammo la moto a Dudy che, impegnato in una sfida a calciobalilla, non fece caso a qualche riga in più sul serbatoio, già che lo Stornello ne aveva di precedenti. E poi quelle moto avevano poca o nulla carrozzeria ed erano robustissime.
Non vide neppure fasciature e cerotti perché mi ero vestito in maniera da nasconderli.
Guardando dentro il serbatoio mi disse dove fossi andato per consumare tutta quella benzina. Gli diedi 500 lire, ci salutammo e voltato l’angolo me ne feci dare 250 da Adriano.