lunedì 8 giugno 2020

LA NOTTE DEGLI INCAPPUCCIATI E ALTRE INSONNI


Sandro aveva da poco comprato una Fiat Uno Turbo e tutto ci sembrava più vicino, così decidemmo di trascorrere un finesettimana intenso a Chamonix partendo da Genova. Da qualche anno mi ero trasferito a vivere a Corvara nelle Dolomiti dove facevo la guida alpina, ma nelle mezze stagioni non rinunciavo a rivedere i vecchi amici genovesi di sempre con cui, oltre ad arrampicare, sciare e cantare, mi divertivo come non mi riusciva di farlo con i nuovi che mi ero fatto dove vivevo. Dove vivo tutt’ora ho diversi amici che stimo e con cui vado d’accordo ma quello che mi è sempre mancato con loro è quel senso pesante dell’ironia che invece posso esercitare con i miei ormai vecchi amici del luogo dove sono nato e, in parte, cresciuto.
Les Arcs anni '80

Tra di noi non ci sono riguardi. Possiamo essere capaci di maltrattamenti morali reciproci che ad altri possono risultare insopportabili e insostenibili. Posso dire vaffanculo brutto figlio di troia al mio migliore amico certo di non offenderlo perché uso un tono affettuoso che significa che gli voglio bene e lui lo sa. Mentre dove vivo ogni parola ha un solo significato, con i miei vecchi amici possiamo giocare, ancora oggi, ad attribuirgliene di diversi e la cosa ci fa sentire più liberi di manifestarci senza filtri.
Praticare il turpiloquio per curare chi si prende troppo sul serio è attività sana come una nuotata nel mare calmo al mattino presto.

Sandro Pansini, Nord dell'Eiger 1984

L’equipaggio era composto, oltre Sandro e me, da Skeno, Miagia e Franco detto il Tranviere. Cinque paia di sci sul tetto e attrezzatura per fare fronte a ogni terreno dalla falesia all’alta montagna nel bagagliaio. Dentro la Uno in cinque non stavamo affatto scomodi e il bagagliaio conteneva tranquillamente i nostri cinque zaini e tutto il vettovagliamento. L’unica mia preoccupazione erano gli sci sul tetto. La macchina andava talmente forte che avevo paura che si staccassero dal porta-sci e finissero nel parabrezza delle auto che seguivano in autostrada trafiggendo al petto ignare famiglie che manco si rendevano conto del rischio che correvano. Infatti non ho mai portato gli sci sul tetto in autostrada perché questo pensiero mi ha sempre inquietato, ma stavolta non eravamo con la
mia auto e quindi mi dovevo adattare.
da Il granito del Monte Bianco di
 M.Piola, ed. Melograno

La partenza era stata ovviamente antelucana e avevamo percorso il tunnel del Monte Bianco che fuori era ancora buio. Il viaggio mi sembrava fosse durato pochissimo. Sarà stato per i discorsi ininterrotti, ma sicuramente era anche dovuto alla velocità con cui quella macchina infernale riusciva a farci viaggiare. Parlavamo di donne più che di montagne.
Colazione con fornello per terra nel parcheggio della funivia per l’Aiguille du Midi ancora chiusa e poi in coda tra biglietteria e ingresso in cabina, schiacciati tra gli sciatori. Anche noi eravamo sciatori, a parte Skeno che aveva messo gli sci solo qualche ora nella sua vita, ma tali non ci sentivamo perché nei nostri zaini c’era l’attrezzatura per scalare la Via Super-Dupont da poco aperta dai soliti noti: Piola e Steiner, e dalla fama di essere una via molto bella e piuttosto impegnativa.
Merita raccontare una mia precedente campagna scalatoria sull’Aiguille du Midi in compagnia di altri amici genovesi risalente a un paio di anni prima. Costoro erano Luca Biondi detto Blond e Martino Lang.
Luca Biondi e Martino Lang oggi

Martino era tra di noi il più aggiornato su cosa succedeva sulle Alpi e nelle neonate falesie di tutto il mondo. Sfogliava decine di riviste in ogni lingua e, nonostante non ne conoscesse una, capiva sempre cosa voleva capire e ce lo raccontava condito dalla sua verve dissacratoria e poco convincente, ma tant’é...
Il viaggio da Genova l’avevamo iniziato in treno e proseguito in autobus e autostop da Entreves. A Chamonix, Martino, che lì si muoveva come un consumato habitué, ci aveva detto di metterci in coda alla funivia mentre lui avrebbe procurato qualcosa da mangiare. Lo vedemmo arrivare con un grande sacchetto di carta pieno di croissant e pan au chocolat e un cartone di lattine di cocacola che secondo lui ci avrebbero assicurato le calorie necessarie per i due giorni da trascorrere ai 3800 della cima dove avremmo alloggiato a scrocco in un tunnel segreto nella stazione della funivia, che gli aveva svelato Giancarlo Grassi con cui ogni tanto andava in montagna. L’obiettivo era ripetere subito dopo Pedrini e Ballerini la via, sempre di Piola e Steiner: Monsieur de Mesmaeker, la più dura del massiccio e soprattutto la prima a spit, ai tempi una novità che aveva sconvolto l’ambiente alpinistico mondiale. Grazie a Martino noi in qualche modo c’eravamo e avremmo lottato per salirla nel migliore degli stili.
All’uscita della funivia nella calca estiva tra turisti nipponici in camicia e alpinisti di vario genere, tra cui noi in pantaloni di tela bianca a zampa d’elefante, fascia legata intorno ai capelli e felpa in cotone, una guida alpina dalle rughe sapienti, ci aveva detto che la via era “mouillé” e che ci conveniva farne un’altra. Martino, che era il nostro amico poliglotta aveva annuito con disinvoltura tale da non farci chiedere cosa avesse voluto dirci e ci dirigemmo scivolando sul culo alla base della parete superando decine di alpinisti che ci guardavano male, compresa la guida che, legata al suo cliente, avrebbe sicuramente preferito lasciarsi scivolare come noi anziché restare lentamente incolonnata. Martino per l’occasione aveva indossato l’orecchino di coda di pavone rosa e, sorvolando sulle peripezie tecniche lungo la via che lui voleva salire da primo ma non aveva fatto i conti con Luca e me che ambivamo alla stessa cosa, dico solo che quel giorno nacquero delle frasi che ancora oggi sono di uso comune nel nostro gergo.
Cito tra le molte: “dammi corda quando scatto” e “per la libera ci vuole il suo tempo”, espressioni tecnico-filosofiche scaturite istintivamente da situazioni contingenti indimenticabili, come indimenticabile fu la notte che ci aspettava. L’idea era quella di fare un’altra via il giorno seguente ma sottostimammo alcuni dettagli.
Raggiunto il tunnel di uscita della stazione della funivia recuperammo a piccozzate i croissant e le lattine di cocacola che avevamo seppellito nella neve. Ovviamente erano un blocco di ghiaccio, impossibile quindi mangiare e bere.
Uno dei particolari che determinarono la qualità del nostro bivacco fu il fatto che la porta di ingresso nella stazione era solidamente chiusa dall’interno e a nulla valsero il nostro bussare e urlare per farci aprire. Ci accovacciammo nei sacchi piuma distesi sulle corde e gli zaini mettendo dentro con noi anche le lattine e i croissant che non ne volevano sapere di sciogliersi per farsi ingerire, fame e sete non ci mancavano di certo.
Dopo qualche ora passata a fumare (io no perché non fumo) e a insultare i francesi della funivia che non ci avevano aperto, una lattina sembrava essersi riscaldata quel tanto che consentisse di berne il contenuto. Tirata la linguetta, Martino se la ficco in bocca mentre una schiuma marrone aveva iniziato a zampillare violentemente. Il risultato fu che si gonfiò come un pallone di liquido gelato a stomaco vuoto e si beccò una congestione immediata. Riverso sulla neve colorata dalle pisciate e dalla cocacola diceva che sarebbe morto e ci comunicava così le sue ultime volontà. Vista l’urgenza di un soccorso Luca e il sottoscritto iniziammo a battere violentemente il portello di fredda lamiera che ci teneva chiusi fuori gridando anche AIUTO e fu così che ci aprirono. Martino era in condizioni pietose e ci fecero quindi entrare facendoci accomodare in una stanzetta riscaldata dove ci sembrò di rinascere.
In poco tempo la temperatura aumentò e potemmo mangiare e bere. Martino smise di vomitare bile e si addormentò. La temperatura saliva sempre più e iniziammo a spogliarci. Di stare dentro ai sacchi piuma non se ne parlava. Martino giaceva esanime, chissà se respirava. Mancava l’aria e quella poca che c’era era bollente. I muri scottavano e forse soffrivamo anche di mal di montagna perché la testa ci scoppiava.
Sono sempre stato sensibile all’inquinamento elettromagnetico e lì dentro, secondo me, ce n’era anche troppo. Uscito fuori, l’escursione termica a cui fui sottoposto era di almeno 46 gradi centigradi, mi sentivo mancare mentre notavo nel locale adiacente dei trasformatori enormi che ronzavano come calabroni. Infatti sulla cima dell’Aiguille du Midi c’è una gigantesca antenna collegata a mille macchinari che si trovavano proprio dove stavamo anche noi. Del personale della funivia nessuna traccia. Sicuramente avevano una stanza schermata dalle radiazioni che noi stavamo assorbendo alla grande nella notte che ancora ci riservava un bel po’ di ore di insonnia garantita. Pensammo che Martino fosse morto ma in verità pensavamo a salvare noi sopravvissuti al gelo e ai campi magnetici. In qualche modo guadagnammo l’alba e poi finalmente  l’ora di riapertura della funivia. Scesi in paese dedicammo la giornata intera a ritornare a Genova in autostop. Abbandonai Luca e Martino che avevano i capelli troppo lunghi per essere caricati su uno dei camion che attraversavano il tunnel. Separati il viaggio ci fu più rapido. Ci rincontrammo a Finale la settimana seguente.
Ai Grand Montets anni '80

Tornando a noi cinque di prima, devo citare che in un autogrill avevamo comprato una specie di plum cake dalla rara pesantezza (altro che piuma) che ci saremmo portati sulla via per avere calorie con relativamente poco peso. Lo denominammo “il gatto” per via della sua forma.
 Presto fummo all’inizio della via che salimmo senza problemi fino a quando Skeno cadde su una cengia piegato in due dal mal di pancia e di testa. Gli demmo da bere e lo costringemmo a mangiare un pezzo del “gatto” per tirarsi su. Non aveva appetito ma io glielo infilavo a forza in bocca mentre Miagia gliela teneva  aperta contando sul fatto che non riusciva a opporsi date le sue condizioni fisiche.
Skeno riusciva solo a dire “no, gatto non ne voglio” che noi zac gliene infilavamo in bocca un bel pezzettone. A un certo punto si lamentò di sentire puzza di merda e cercò di vomitare. In effetti poco prima avevo defecato su un terrazzino facendomi il bidet con della neve ma, evidentemente nelle mie dita era rimasto un po’ del noto profumo e con quelle maneggiavo il “gatto” davanti al suo naso, cosa che non lo aiutava a farsi passare la nausea probabilmente dovuta all’altitudine. Abbandonammo Skeno sulla cengia con un pezzo di gatto e dell’acqua, e proseguimmo la via che, tranne un voletto su un micronut di Miagia, si svolse senza problemi divertendoci. Dalla cima ci calammo raggiungendo Skeno che si era ripreso un po’ e scendemmo insieme alla base dove ci aspettavano gli sci.
Come avevo accennato prima Skeno non era molto abile sugli sci e non stava neppure bene, ma dovevamo percorrere la Mer de Glace per raggiungere il fondovalle, quindi lo infilammo negli attacchi e gli dicemmo di seguirci e che la discesa era facile. Dalla forzata posizione a similspazzaneve in cui si mise si capiva che faceva uno sforzo enorme anche da fermo, figuriamoci muovendosi tra i cumuli di neve tritata dagli sciatori e rigelata dal freddo della sera!

Skeno sembrava una statua, tanto i suoi movimenti sciatorii erano assenti ma non cadeva se non di rado, grazie comunque alle sue doti atletiche e a una testa dura più del normale. La discesa si protrasse fino a una cert’ora anche perché la risalita al Montenvers e la seguente discesa ripidissima lungo uno scivolo di valanga ci presero tempo. Era buio quando raggiungemmo il parking della funivia. Ci buttammo in macchina e guidammo fino a un boschetto dove volevamo sistemarci  per la notte. Fatti pochi km su una sterrata incontrammo un grosso tronco che la sbarrava. Scesi dalla macchina e lasciando la portiera aperta mi arrampicai sul tronco per scavalcarlo incamminandomi verso quella che sembrava una radura da dove intravvedevo una fioca luce tra gli alberi. Fatte poche decine di metri mi apparve un grande cerchio di persone incappucciate intorno a un fuoco vestite con lunghe tuniche scure. Mi bloccai subito tra lo spavento e l’imbarazzo e quelli si girarono puntando su di me i loro occhi attraverso i cappucci in stile tra il rito satanico e Ku Klux Klan. Li vedevo illuminati dal fuoco e non erano sguardi benevoli. Scattai di corsa nella direzione da cui ero pervenuto e mi ritrovai subito sul tronco da dove saltai direttamente attraverso la porta della Fiat Uno urlando VIA, VIA, scappiamo! Il mio salto prevedeva di entrare velocemente in macchina ma diedi una testata fortissimo sul montante superiore della porta cadendo per terra stordito. Urlavo a Sandro di scappare mentre mi ero già seduto e avevo chiuso la porta. Lui non se lo fece ripetere e in retromarcia ad almeno 50 km orari sgommando sulla ghiaia perforammo la notte fuggendo all’indietro. Quando gli raccontai degli incappucciati nessuno voleva credermi e comunque andammo a dormire nel parcheggio illuminato di una scuola.
Skeno si sarebbe incontrato con una ragazza il giorno dopo e ci lasciò ma era già arrivato da Courmayeur il suo sostituto: Blanche! Berrettino alla cuculo, occhiale Vuarnet, microzaino e sci di marca, sembrava uscito da una rivista patinata ma quando ci infilammo nella cabinovia di Argentiere e arrivammo sui Grand Montets capì immediatamente che la sua giornata sulla neve non sarebbe stata un aperitivo al Brevént. Oggi si sciava! Facemmo pochi metri sulle piste perché l’obiettivo era starne al di fuori il più possibile. Cercavamo terreno ripido su cui metterci alla prova perché il giorno dopo saremmo saliti su per la parete nordest de Les Courtes per scenderla con gli sci. Ci sfinimmo di curve e salti e quando gli impianti si spensero ci avvicinammo con le pelli al rifugio d’Argentière. Il Tranviere e Blanche erano preoccupati perché guardandosi intorno vedevano facce che non promettevano nulla di buono e fuori dalle vetrate del rifugio non riuscivano a scorgere dove si sarebbe potuto sciare, ma non dicevano niente al riguardo. 
Versante nordest de Les Courtes 3856m. (Monte Bianco)


Dopo la solita sbobba andammo a dormire in una camerata puzzolente che certamente non contribuimmo a profumare. Verso le due suonò la sveglia. Blanche di soprassalto gridò da sotto una coperta pulciosa: ma che cazzo succede? Dobbiamo alzarci, fu la nostra risposta. Guardato l’orologio ci disse se eravamo scemi e cosa ci passasse per la testa per svegliarci nel cuore della notte! Non gli spiegammo che era normale farlo e lo lasciammo dormire anche per il suo bene. Con inconsapevole leggerezza gli salvammo la vita.
Fuori la neve scricchiolava sotto i ramponi indurita dal freddo notturno e le stelle che facevano brillare gli scudi ghiacciati delle pareti nord ci facevano stare zitti per la solennità di quei momenti che immediatamente ti fanno capire che aver puntato la sveglia così presto non è stata una brutta idea.
Io e Miagia eravamo sicuramente i più eccitati e avanzavamo rapidi verso la parete. Quando superammo la crepaccia terminale vedevamo Sandro e il Tranviere iniziare la salita del conoide che collega questo versante con il piatto ghiacciaio di Argentière. Sapevamo che Sandro era il più esperto, anche perché il Tranviere non aveva mai fatto nulla di simile, e avrebbe preso le decisioni giuste. Infatti fu così che poco dopo aver superato anche loro la terminale decisero di scendere perché il Tranviere tremando come una foglia continuava a chiedere perché avrebbero dovuto salire su per quel pendio ghiacciato da dove lui sicuramente non sarebbe mai sceso sciando. Erano fuori dalla nostra vista e ci raccontarono dopo la piccola tragedia che si era consumata –perché scendere è più complicato che salire-  mentre Marco (Miagia è il nome con cui l’abbiamo sempre apostrofato) e il sottoscritto arrivavamo in vetta fin troppo presto. Si, perché su quel ghiaccio non avrebbe sciato neppure Jean Marc Boivin. Aspettammo che il sole scaldasse il pendio per regalarci un po’ di neve sciabile, addormentandoci sugli zaini. Dopo non ricordo più quanto tempo decidemmo di iniziare a scendere. Il ghiaccio c’era eccome e fortunatamente i miei sci Omeglass da slalom di 203 cm erano una cannonata, che però non mi evitò una derapata un po’ fuori controllo finché le lamine si poterono aggrappare a una base un po’ più morbida permettendomi di fare la prima curva. Miagia fece lo stesso  e da lì in poi la discesa durò un istante.
Non era ancora nato in me quel senso che mi fa preoccupare del compagno che, facendo la guida alpina, si sarebbe in futuro radicato nel mio animo rovinando il mio alpinismo ma sicuramente arricchendo la mia vita. Il prezzo da pagare per garantire un minimo di sicurezza a chi si lega con te è che le tue energie le devi dividere in due e è molto difficile riuscire a gestire la giusta quantità di energia che devi dedicare all’altro quando lo vedi in difficoltà, quando lo devi incoraggiare o quando non devi dare a vedere che sei preoccupato per non fare preoccupare anche lui segnando l’inizio della fine di quella tensione equilibrata che ti fa stare ancora lì, anche se sei nel posto più inospitale della Terra. Avrei imparato nei decenni a farlo, ma nel frattempo mi ero bruciato molte possibilità personali in alpinismo perché non potevo pensare solo a me stesso. L’alpinismo estremo è praticato da egoisti estremi. L’egoismo può essere una caratteristica positiva quando ti salva la pelle o ti porta dove vuoi. Una guida si deve dividere sempre in due, raddoppiando necessariamente le sue forze interiori e fisiche, per questo motivo alla sera si è stanchi, ma solo quando te lo puoi permettere. Con l’esperienza profonda di me stesso avrei riscoperto le mie possibilità residue, perché comunque gli anni passano, incontrando pochi compagni perfetti per questa verifica. E’ successo raramente, ma quando senti di poter contare sull’altro e l’altro fa lo stesso con te, si verifica quella situazione in cui ci si sente una macchina perfetta per andare avanti ognuno con la sua libertà e la sua dipendenza dall’altro che diventano assurdamente la stessa cosa. Non occorre poter contare sulla forza fisica del tuo compagno, ma ti aiuta inconsciamente a sentirti sereno il suo sguardo, le sue battute e l’avvertire il suo senso di giustizia nei confronti del posto in cui ti trovi con lui. Se tu ricambi questa sensazione senza volerlo, tutto tende alla perfezione senza mai raggiungerla e ci si diverte da morire! Per questo si scalano le montagne.
Sotto il Gr.Capucin 1981

Con un salto della crepaccia terminale ci lasciammo scivolare lungo il ghiacciaio fino al rifugio che era ancora mattina. Ci sembrò facile, le nostre gambe erano buone e la nostra giovane testa abbastanza incosciente da farci fare cose anche molto più impegnative di questa e il bello è, per me, che non ho ancora smesso.
Recuperati gli amici, la neve ormai resa colla dal sole di primavera inoltrata ci scarrozzò a fondovalle dove ci stipammo nella Uno Turbo –non so perché gli stessi bagagli al ritorno sembrano occupare più spazio che all’andata- che fendendo il buio illuminato artificialmente del tunnel sotto al Monte Bianco ci depositò a Courmayeur per un gelato e per lasciare Blanche nella villa dove era ospite.

giovedì 4 giugno 2020

RITORNO AI MONTI

Rif. Kostner al Vallon (Sella-Dolomiti)
Mi impadronisco del titolo di un bel libro di Reinhold Messner per dire due parole d'invito a tornare a godere della Montagna dopo questo lungo periodo di segregazione dovuto al Corona Virus.






Sono ormai molti giorni che personalmente sono tornato a frequentare le montagne di casa: le Dolomiti, con gli sci e sulla roccia o lungo i sentieri ancora chiazzati di neve. L'ho fatto con gli amici, quasi tutti guide alpine come me, in attesa dell'arrivo degli appassionati. 

Con le dovute precauzioni suggerite dalle leggi nazionali e dal nostro Collegio Professionale possiamo riprendere l'attività in montagna guidandovi dove vorrete andare.
Nella colonna qui a destra trovate già diverse proposte con data e dettagli. 
Sas dla Crusc Val Badia Dolomiti
CONTATTATEMI a questo link per:
-Scalate e Ascensioni individuali
-Arrampicata sportiva (Finale,   Arco, Sardegna, Grecia,   Tailandia...)
-Introduzione all'alpinismo e Vie   Ferrate
-Trekking in Italia, Europa e   Extraeuropei.
-Spedizioni Extraeuropee   (www.inpatagonia.it)
                                                    #Cicloturismo in Italia e nel mondo 
  in collaborazione con Tommaso Cominetti


venerdì 20 marzo 2020

IL VOLO DELLO STORNELLO


IL VOLO DELLO STORNELLO

Questa storia, mi è stato chiesto di raccontarla così tante volte che mi sono stufato. Quindi la scrivo e la rendo pubblica per non doverla più raccontare a voce. La romanzerò lievemente e la vorrei infarcire di note solo apparentemente  fuori tema, ma che secondo me, invece servono a immergersi nell’atmosfera e nel tempo in cui si svolse. Prima di iniziare a raccontarla vorrei sottolineare che non si tratta di nulla di eccezionale e che di cose così, a quei tempi, ne succedevano molte e quasi sempre, e sottolineo il quasi, finivano bene. Come questa.
Ecco, ora che vi ho tolto definitivamente la suspance, posso iniziare.
 
Moto Guzzi Stornello 125 Scrambler
Genova 1978.
Il gruppo di amici che frequento, oggi si definirebbe intellettuale. Non che ci fossero dei geni o dei talenti particolari in qualche campo, ma la nostra “compagnia” era quanto mai variegata in quanto a connotazioni sociali, politiche, sportive e artistiche. Le nostre età andavano dai 17 anni dei più giovani ai 22 dei più “anziani” e il nostro agglomerante era il gruppo di Scout al quale appartenevamo: il Genova 1.
Detto gruppo inglobava, a seguito di una recente manovra socio-economica della dirigenza, le zone di San Nicola: quartiere medio-alto borghese della parte a mezzacosta della città, La Maddalena: ricettacolo di popoli del centro storico dalla prostituta all’armatore e Oregina: quartiere operaio con un passato nobile situato in “montagna” rispetto al centro città. Un amalgama siffatto poteva solo generare disparità d’ogni sorta ma allo stesso tempo c’era un gran fermento tra noi. Non stavamo mai fermi, in tutti i sensi e c’erano quelli politicamente impegnati (tutti a sinistra), i tossici, gli artisti, i musicisti, gli atleti e gli appassionati di motori.
Si andava dalle due ruote, fino alle quattro, ovvero dalla Vespa 125 TS alla Lancia Stratos di Sandro Munari che sbancava nel mondiale rally. 
Lancia Stratos

La Vespa non era un mito allora. Era semplicemente il mezzo più economico che potevi permetterti da giovane, che i tuoi genitori ti potevano comprare o che ti guadagnavi dopo una stagione facendo il cameriere o la hostess alla Fiera del mare. Io avevo una Primavera 125 che avevo cercato di truccare sostituendo praticamente ogni pezzo del motore comprandone usati e montandoli con l’aiuto dei più esperti tra noi. Dal meccanico ci andavano solo gli incapaci e il faidaté non esisteva di nome ma era un fatto scontato. Per un pomeriggio andò fortissimo, ma proprio per questo gli “amici” mi fecero uno scherzo versando nel serbatoio una bottiglia di amaro Petrus e infilando uno straccio nella marmitta Pinasco a espansione (pagata una fortuna pure da usata). La bottiglia di Petrus Bonekamp la rubò Maurizio dal negozio di suo padre, lo straccio lo trovarono per strada. Da quel momento funzionò sempre malissimo e io vissi nel ricordo di quel pomeriggio da leoni in cui “volava” e mi bevevo tutte le TS e le GTR, che non tornò più. Chi mi dava del filo da torcere, ma non in discesa perché la Primavera in curva era imbattibile potendosi piegare molto di più delle altre Vespe perché aveva le pedane più alte che non toccavano l’asfalto lateralmente, era la 150 Sprint Veloce di Sandro, una vera scheggia!
Dopo essermi schiantato contro un cassonetto della rumenta (=spazzatura) di quelli di lamiera della ditta Morteo (un nome, un programma) il telaio si piegò tanto che il manubrio toccava la sella. La riallungai con il cric della NSU Prinz di mia madre, ma un giorno, verso i Piani di Praglia, mentre sfrecciavo con dietro la mia fidanzata ben abbracciata, una cunetta ci compresse al punto che il manubrio si riavvicinò di colpo alla sella costringendoci a sopravvivere avventurosamente fino a fermarci miracolosamente senza cadere. La raddrizzai una seconda volta e la usai un po’ per andare a scuola finché un noto teppista mi chiese di vendergliela, così me ne separai senza troppo rimpianto. A quei tempi i mezzi meccanici si amavano come fossero parte della famiglia e mi stupì quasi che la separazione non mi provocò sofferenze di alcun tipo. Il nuovo acquirente morì pochi giorni dopo per overdose di eroina e la mia Vespa passò a un suo fratello maggiore che la usò per delle rapine fino a quando lo arrestarono e gli fecero scontare tutto quello che aveva combinato fino ad allora. Credo sia in galera ancora oggi, pace all’anima sua.
I rally li seguivamo da tifosi e andavamo a vedere quelli che passavano nel basso Piemonte, ovviamente in Vespa e al ritorno ci sentivamo così elettrizzati dalla gara che guidavamo come folli nella notte e qualcuno finì vicino a lasciarci le penne. La Stratos era come un dio a motore ma c’erano anche le Alpine Renault, le Fiat 124 e 131 Abarth, le Saab Turbo, le Triumph Dolomite, le Autobianchi A111 e A112, le Porsche Carrera, le Opel Kadett Conrero, le Ford Escort Mexico… macchine di cui sapevamo tutto, dalla meccanica alle fidanzate dei piloti.
Fiat 124 Rally e me 1979

La moto più bella, fiera e armoniosa che c’era nel nostro gruppo di amici, secondo me, era quella di Dudy. Lui era un sangue misto nordamericano e messicano finito a Genova non ricordo più come e possedeva, prendete fiato e stupitevi: una Moto Guzzi Stornello Scrambler 125 bianca e rossa. Fatto inedito a quel tempo: anche il telaio era rosso. Quel monocilindrico girava come se conoscesse il moto perpetuo e la sua fluidità nel rumore e nell’erogazione della –modestissima- potenza erano un insieme perfetto. Potevi accelerare in qualsiasi marcia che la moto andava avanti come un gozzo spinto da un entrobordo diesel al rientro da una pesca fortunata. La sella corta e larga era per un solo passeggero ma in verità ne ospitava comodamente due e proponeva una posizione di guida da cavallo da tiro. Un mezzo da lavoro sporco, non da dressage come le neonate KTM fighette e costosissime.
Dudy mi aveva in simpatia e ogni tanto mi lasciava la suo Stornello per farmi un giretto di qualche minuto perché mi vedeva tornare ogni volta con un gran sorriso.
Le moto più diffuse si dividevano in quelle da strada e quelle da regolarità, specialità fuoristrada simile al motocross. Le Scrambler erano la via di mezzo. La Ducati faceva i suoi tre modelli 250, 350 e 450 che erano dei catorci terribili, dalle vibrazioni esagerate che un giorno si e uno no dovevi stringere tutti i bulloni perché si svitavano. Mi fa ridere che oggi una Ducati Scrambler sia un modello costoso e molto alla moda se penso alla baracca che era a quei tempi.
C’erano poi le Gilera, dei gioielli purtroppo scomparsi. Un discorso a parte lo meritavano le Moto Morini Corsaro, dei mezzi dalla ciclistica raffinatissima e dai motori superlativi che rappresentavano l’incubo delle, molto più potenti giapponesi, Kawasaki in testa, che avevano dei telai osceni e dei freni da bicicletta. Recuperarono col tempo, ma anche perché questi marchi nostrani scomparvero vittime di un estetica troppo classica che non seppe evolversi al momento giusto. Oggi sono dei gingilli da collezione che hanno una personalità introvabile nei mostri nipponici.
Adriano si era diplomato l’anno prima all’Istituto Nautico e aveva trovato subito un imbarco su una petroliera che se lo portò in giro per il mondo come ultimo ufficiale per otto mesi. Al suo ritorno aveva così tanti soldi che poteva permettersi qualsiasi cosa. Intendiamoci. Per qualsiasi cosa, voglio dire, tra quelle che ci piacevano, che non erano di certo stroppo lontane da noi stessi. Un paio di jeans Spitfire, un paio di stivali in cuoio Camperos, un paio di occhiali Ray Ban a goccia un trench blu o beige che si chiamava Scotch e un bell’impianto HI FI per ascoltare The Dark Side of The Moon. Piatto Akai, ampli Marantz, mangiacassette Pioneer e casse JBL erano il sogno di tutti e Adriano li aveva in società col fratello maggiore per dividere la spesa d’acquisto. Anche un’automobile gli avrebbe fatto comodo tra le cose che poteva permettersi ma c’era un problema: non aveva la patente. Non aveva mai preso neppure quella per la moto e io ero… il suo autista.
Non avevo ancora 18 anni per portare un passeggero in sella alla mia Vespa 125 ma Adriano avrebbe pagato qualsiasi multa. E anche se fossimo passati col rosso, se avessimo percorso sensi vietati o se fossimo andati troppo forte. Tu vai, mi diceva, se ci fermano pago io! E fu così che andavamo come pazzi ovunque senza rispettare nessuna regola del codice stradale. Anzi cercando di infrangerne il più possibile. Non ci fermò mai nessuna pattuglia della stradale, dei carabinieri e neppure un vigile urbano, cosa che mi era successa in altre occasioni in cui avevo commesso infrazioni ridicole se paragonate a quelle in cui potevo incorrere quando trasportavo Adriano. Per pagare certe contravvenzioni andavo a lavorare da una mia zia che aveva una pellicceria. Un lavoro che detestavo perché ho sempre amato gli animali, ma le multe andavano pagate e quello era almeno un sistema onesto per fare qualche soldo.
Quel pomeriggio Dudy mi lasciò il suo Stornello e appena partito mi fermai dietro l’angolo per far salire Adriano. Ci dirigemmo verso il Righi, sulle alture di Genova, tirando per bene le marce raggiungendo una discreta velocità. Lo Stornello cantava come un usignolo e, a differenza della Vespa, si guidava anche tenendolo stretto con le gambe, tra le quali rombava quello che per me era il più bel monocilindrico di quegli anni. La Moto Guzzi faceva altri modelli più grandi di cilindrata che si chiamavano Lodola, Galletto, Falcone, Condor… una passione per gli uccelli si direbbe, infatti quel giorno il nostro modesto Stornello volò come un’Aquila!
Ero perfettamente conscio di quello che stavo per fare e pensavo che uno come Adriano sarebbe stato solo d‘accordo perché si trattava di una manovra rischiosissima e sicuramente non consentita dal codice stradale.
Non appena imboccammo la via che porta al Parco del Peralto, vento nei capelli, ingranai orgogliosamente la quinta, che era una marcia che pochissimi mezzi meccanici dell’epoca avevano. Alla fine del primo rettilineo c’è una curva a sinistra e l’asfalto è così granuloso e ruvido che potresti farla a tutta velocità anche se hai sotto delle ruote di legno. Ma noi proseguimmo dritti infilando una ripida rampa di terra che ci sparò in aria come lanciati da una catapulta. La zona di atterraggio era uno spiazzo triangolare piuttosto grande, con tutto lo spazio per frenare ma non avevo tenuto conto che al centro dello spiazzo c’era un grosso albero. O meglio, l’albero non era di certo una sequoia come dimensioni, ma era abbastanza consistente per averlo sulla nostra traiettoria, soprattutto perché ormai eravamo per aria a qualche metro di altezza dal suolo e lanciati a una velocità totalmente inadatta alla situazione. Adriano fece un lungo urlo che dalla gioia passò al terrore per poi finire nella disperazione, perché ormai era chiaro a entrambi che ci saremmo schiantati contro l’albero e saremmo crepati! Vedevo chiaramente la scena di cui eravamo protagonisti come fossi uno spettatore seduto su una delle panche di ferro che corredano ancora quel ritaglio di verde pubblico cittadino, ma invece, nella realtà ero sulla moto.
A quel punto tentai goffamente, ma in quel momento non mi sentivo assolutamente goffo, di sterzare inclinando la moto verso destra, ma non successe nulla perché continuavamo a volare. Oltrepassammo l’albero senza colpirlo e questo era già un ottimo risultato, ma il terreno ghiaioso ci aspettava lì sotto e su quello rovinammo con la moto tutta inclinata di lato e la velocità che non era di certo calata. L’urto fu bestiale. Iniziammo a scivolare sui nostri corpi ancora aggrappati allo Stornello che con noi strisciava sulla terra portandoci via pezzi di carne. Finalmente si fermò. Io avevo una gamba sotto la moto e Adriano era già in piedi e roteava in circolo saltando e gridando di dolore, ma si muoveva agilmente. Era una maschera di sangue e aveva i vestiti strappati ma riuscì a sollevare la moto e a farmi rialzare. Stavo in piedi anch’io e mi guardavo le ferite riempite di terra. I dolori erano dappertutto ma gambe e braccia si articolavano e mi muovevo a stento, ma mi muovevo. Davanti a noi c’era un signore dall’aria stravolta che aveva assistito allo spettacolo. Si, perché vederci arrivare volando come su un cavallo alato, stando a terra,  doveva essere stato bellissimo. La seconda parte dello spettacolo si proponeva come drammatica ma il tutto non era ancora finito. Mi avvicinai al signore impietrito e allungando una mano sanguinante gli chiesi per favore lo straccio con cui stava pulendo la sua automobile. Me lo lasciò senza accorgersene e noi ci pulimmo le ferite, mie e sue, dalla terra e dal sangue, intingendo più volte lo straccio nell’acqua putrida del ruscelletto che bordeggiava lo spiazzo. Zoppicanti raddrizzammo le forcelle dello Stornello che ripartì al primo colpo di pedivella e inforcandolo nuovamente andammo a casa mia a medicarci. Mia madre, vedendoci, voleva chiamare un’ambulanza ma ci bastò un po’ di cotone, dell’acqua ossigenata e molti cerotti e bende. Avevamo paura di farci dare dei punti da un medico. Ci cambiammo anche i vestiti e uscimmo dicendo che eravamo caduti dalle scale. Mia madre ancora oggi non sa cosa fosse successo davvero. Riportammo la moto a Dudy che, impegnato in una sfida a calciobalilla, non fece caso a qualche riga in più sul serbatoio, già che lo Stornello ne aveva di precedenti. E poi quelle moto avevano poca o nulla carrozzeria ed erano robustissime.
Non vide neppure fasciature e cerotti perché mi ero vestito in maniera da nasconderli.
Guardando dentro il serbatoio mi disse dove fossi andato per consumare tutta quella benzina. Gli diedi 500 lire, ci salutammo e voltato l’angolo me ne feci dare 250 da Adriano.