martedì 10 luglio 2018

EVENTI ESTATE 2018 Manolo a Corvara il 20 Luglio e Giorgio Daidola a Arabba il 23 Agosto

Con molto piacere sarò il moderatore di questi due eventi estivi nelle Dolomiti di casa:

-Manolo (Maurizio Zanolla, Feltre-BL, 1958)
presso la Sala Manifestazioni di Corvara Badia il 20 Luglio alle ore 17.30 nell'ambito della Rassegna Letteraria "Un Libro un Rifugio", ingresso libero, posti limitati.

Presentazione del libro Eravamo Immortali con l'autore che è stato uno degli arrampicatori su roccia più talentuosi e innovativi degli ultimi 30 anni. Nel libro sono narrate le sue esperienze più significative, non solo alpinistiche ma anche di vita, con piacevolissimi richiami ai nostalgici anni '70 e alla loro libertà e creatività.
Guida Alpina, telemarker e arrampicatore eccezionale dal carattere piuttosto schivo, Manolo ha abbracciato in maturità una filosofia improntata alla semplicità che, dal suo libro, si capisce che aveva dentro da sempre.








-Giorgio Daidola (Torino 1943) presso la Sala Convegni di Arabba il 23 Agosto alle ore 21, ingresso libero e anche qui posti limitati.

Presentazione dei libri Ski Spirit e Sciatori di Montagna, due volumi densissimi di emozioni legate allo scivolamento sulle nevi di mezzo mondo dalle origini pioniere dello "ski" ai giorni nostri. Giorgio è stato uno dei miei miti ispiratori e lo considero uno dei più grandi divulgatori e praticanti dello sci intelligente al di là delle piste. Docente Universitario, Giornalista, Scrittore e Maestro di Sci sa incantare con i suoi racconti ricchi di sensibilità e poesia che non tralasciano un aspetto tecnico profondo e disincantato legato a un senso estetico non comune.





Entrambi gli autori si racconteranno attraverso le loro immagini e le sicuramente singolari esperienze, dando la possibilità al pubblico di rivolgere loro domande.

lunedì 2 luglio 2018

1988, un anno Rock!


 (in parte pubblicato sulla monografia Alp Tofane-Cinque Torri)
 
Marco Fanchini "Gesubambino" sulla nord
dell'Eiger nel 1984
Quello che segue ora è il racconto disincantato di una serie di avventure di gioventù a lieto fine dove riuscii a guardarmi dentro come in nessun altra occasione della mia vita e dove le montagne che più amo e un amico, mi aiutarono a vivere un giorno grande, uno di quelli in cui ci si sente invulnerabili come Nembo Kid e la voglia di fare supera ogni altra.

Un tale di nome Cristophe Profit e compagni impazzava sulle Alpi occidentali fermando i cronometri su tempi inimmaginabili fino a pochi anni prima. Era l’epoca degli “enchainemments”, ovvero concatenamenti di più ascensioni alpinistiche. Percorrendo di corsa più itinerari classici… ma non proprio facili.
E noi?
Noi a oriente restavamo ammirati sicuramente ma forse ci sentivamo ancora lontani da quelle cose, oltre che geograficamente anche mentalmente. Si, c’erano stati dei precedenti a cura di un certo Barbier negli anni ’60 ma poi nulla più, o quasi.
Finchè Marco (Fanchini detto Gesubambino) incontrò al Monte Bianco l’allora mitico Cristophe mentre risaliva il Col Flambeau verso il Rif. Torino. Marco era con un cliente ben allenato e superò in salita l’astro francese, che forse quel giorno non aveva voglia di correre.
Tornò a Corvara dove lavorava con me ogni estate e mi disse: si può fare!
Nel 1988 per un imprudenza mia e del mio compagno mi ritrovai sepolto da un enorme valanga che mi ruppe un bel mucchio d’ossa costringendomi a letto per 90 giorni. Passai quindi tre mesi a schiacciare con le dita delle mani una pallina da tennis mentre le mie vertebre, ed altre ossa qua e là per il corpo, si risistemavano.
In Dolomiti con il giovane Garibaldi nel 1988
In realtà gran parte di quei giorni li passai nel “letto” di una barca a vela perché, mi ero detto, se devo passare la primavera sdraiato meglio che sia nel miglior posto possibile. L’ unico problema era spiegare al medico ad ogni visita che io stavo davvero a riposo anche se ero così bruciato dal sole…
Nell’ agosto dello stesso anno iniziai a potermi muovere e la voglia di arrampicare era veramente tanta! Quindi mi mossi soprattutto su pareti verticali litigando con Marco che si rifiutava, ma solo inizialmente, a farmi da capocordata perché aveva paura che la schiena mi si spezzasse. 
Sas dla Crusc 1985
L’ idea di Marco al ritorno dal Bianco era esaltante. La Costantini Apollonio alla Tofana di Rozes, la Scoiattoli alla Scotoni, le due Messner e la Livanos al Sass dla Crusc una dietro l’ altra, in giornata e senza elicotteri o altre diavolerie volanti, al massimo con l’ automobile.
A inizio settembre avevo già arrampicato abbastanza ma ero anche riuscito a consumare la cartilagine di un ginocchio perché camminavo (correvo! E chi ti tiene a vent’anni?) troppo in discesa dopo un lungo periodo di inattività e qualche legamento ancora un po’ provato dalle torsioni alle ginocchia della caduta di maggio con gli sci e gli attacchi bloccati, ma la voglia superava ogni ostacolo.
La voglia già, che cosa banale eppure così forte. Pensateci.
Lasciai perdere i consigli dell’ ortopedico accettando quelli di Lorenzo Lorenzi alpinista ampezzano, che mi raccontò di quando dopo un brutto incidente stradale con frattura di diverse vertebre, riprese ad arrampicare quasi subito perché arrampicando si sentiva meglio. Io applicai a questo le dovute misure temporali e iniziai ad arrampicare un po’ dopo, ma non troppo.


Reduci dalla nord del Cervino: Baccanti, Fanchini, Cominetti 1983
Il “pullmino dell’ amore”, un vecchio Mercedes diesel arancione dove accadeva ogni cosa e così chiamato perché Marco chiedeva a ogni ragazza se le fosse piaciuto fare l’amore là dentro -e il bello era che molte rispondevano di si-, lo parcheggiammo la sera prima ai piedi della Tofana. Spesso era la nostra casa in quegli anni. Il pullmino era stato centrato lateralmente da un autotreno lungo una pista del Sahara e Marco si era miracolosamente salvato e aveva salvato anche il mezzo spedendolo a casa in un container, dove arrivò due anni dopo. Un amico carrozziere lo aveva tagliato a metà, raddrizzato e poi risaldato. Infatti una saldatura circolare percorreva tutto il perimetro dell’abitacolo in senso verticale, ma teneva.
Discutemmo dopo cena sul fatto che la Costantini Apollonio, detta a Cortina e dintorni semplicemente “il Pilastro”, fosse o no più dura della Scoiattoli alla Scotoni, detta semplicemente “la Scotoni”… insomma era più duro il Pilastro o la Scotoni? ci dicevamo analizzandone i passaggi uno alla volta.
Anni '80

Ma tu con i clienti su quale vedi che fanno più fatica? Sul Pilastro, fu la risposta di entrambi, quindi il Pilastro è più duro e basta!
Devo dire che a quei tempi queste vie ci sembravano dei sentieri, ma forse solo perché avevamo più voglia di percorrerle di oggi, dopo averle fatte decine di volte.
Primo tiro della Scoiattoli alla Scotoni, in libera
 (e di corsa). Un buon 6c+/7a coi chiodi ancora oggi
Infatti alle 4 partimmo su per il Pilastro come se si trattasse di un sentiero, cioè di corsa: mica vuoi perdere tempo a camminare, no?
Il bello era che ci assicuravamo diligentemente su ogni tiro di corda e ciò nonostante in 2 ore e dieci minuti eravamo in cima e scendemmo al pullmino con le frontali accese, come sulla via.
Come poi del resto sulla Scotoni, non mi riuscì mai più di salire così velocemente, ma quella volta la voglia era così tanta… già, la voglia.
Il pulmino dell’ amore non aveva un gran motore in termini di potenza, era stato si in Africa attraversandosi mezzo Sahara, nel grande nord scandinavo e  su ogni passo alpino ma i cavalli erano quelli che erano, e quindi la salita a Passo Falzarego , sfilando sotto le Cinque Torri, fu lenta, ma in discesa il pullmino dell’amore essendo pesante ed avendo dei pessimi freni era imbattibile, così non tardammo molto. Quello che si perdeva in salita lo si guadagnava in discesa.
Mi sembra di sentire i Talking Heads di quell’alba sparati negli enormi altoparlanti del pullmino di Marco che furono fondamentali per non addormentarci. Psyco Killer rumoreggiava nelle casse acustiche JBL da salotto opportunamente montate in fondo al bagagliaio.
Marco sul pilastro di destra
Sas dla Crusc 1985
Su alla Scotoni dunque, ovviamente di corsa, e con una voglia matta di arrampicare mentre iniziava a far chiaro. La via durò 1 ora e 45 minuti e ci fu il tempo di mettere a bagno i piedi nel laghetto di Lagazuoi prima di riprendere la corsa.
Tu sei stanco? Ci chiedevamo a vicenda, io no. Era la risposta. La voglia era tantissima e correre non costava nulla. Mangiavamo una cioccolata a via e ci cambiammo la maglietta una volta a testa. Io ne avevo una con su un bluesman nero del Louisiana Pub di Arona.
Al Sas dla Crusc, dopo le due Messner, si mise a piovere e quindi rinunciammo alla Livanos, per fortuna! Avevamo arrampicato per 7 ore e tre quarti più gli spostamenti, ma fino ad allora non eravamo stanchi, erano le sei di sera.
La stanchezza si fece sentire lungo la discesa sotto la pioggia, ma credo per la noia che richiese farla.
Eravamo dei razzi ed avevamo una voglia matta di divertirci fine a se stessa, proprio fine a se stessa. E ditemi se è poco!

A Novembre partimmo per la Patagonia, destinazione: Cerro Torre.
Trascorremmo 28 giorni sotto la pioggia al Campo Maestri con degli sloveni (Silvo Karo e Janez Yeglic) dei cecoslovacchi (Miroslav Shmidt e altri tre suoi amici) e uno svizzero di
Marco sul Torre 1988
Arosa, Bobi Goete che ci insegnarono un sacco di parolacce. Un giorno che fece bel tempo arrivammo quasi in cima ma la tormenta ci ricacciò a valle e il Cerro Torre non lo vedemmo più. Facendo l’autostop e prendendo pure qualche aereo visitammo delle località che però ci sembrarono sempre molto squallide. Capii solo dopo anni che quello era il bello della Patagonia: lo squallore splendente!
Una sera, in un locale che si chiamava Don Diego de la Noche ascoltavamo un musicista triste che eseguiva delle milonghe. La milonga è come una nenia che ha sempre lo stesso tempo e basa la sua forza sulla ripetitività e sul testo.
Quando il musico si concesse una pausa, Marco gli chiese se poteva suonare un po’ la sua chitarra. Iniziò con un pezzo di Pino Daniele, poi un altro e la gente sembrava gradire. Il musico argentino aveva finito la sua pausa e avrebbe volentieri ripreso a suonare, ma la folla era ormai impazzita e ballava al ritmo delle note di Marco. La chitarra, per il musico era irraggiungibile! Così Marco attaccò Psyco Killer dei Talking Heads e la folla si esaltò al punto che il musico locale si incazzò da morire e con dei suoi amici si organizzava per menarci.
Mio figlio Tommaso nel 1990
Quando Marco restituì la chitarra al proprietario, un ceffo lì vicino gli assestò un cazzotto sul naso facendolo sanguinare mentre cadeva a terra. Iniziarono a volare spintoni e insulti. Mi presi un calcio nella schiena da ospedale e mi trascinai verso la porta dove anche Marco cercava di andare mentre spiegava a parole, ma nessuno lo capiva, che non voleva fare torto a nessuno.
Ci ritrovammo fuori nella notte ventosa tutti doloranti e ce ne andammo litigando tra noi.
Era quasi Natale e di lì a poco rientrammo in Italia.
Prima che finisse l’anno concepii senza saperlo il mio primo figlio.


giovedì 7 giugno 2018

OVERHEAD THE ALBATROSS...

Lorenzo Nadali nel seno Eyre (Patagonia-Cile)

Nel Dicembre 1999 e Gennaio 2000 con il mio amico bolognese Lorenzo Nadali
ci imbarcammo (nel vero senso della parola) in un viaggio in canoa che ci fece attraversare tutta la Patagonia: dall'oceano Pacifico a quello Atlantico in quasi due mesi di navigazione. Si trattò senza dubbio dell'avventura  più bella della nostra vita e proprio pochi giorni fa, Lorenzo mi ha scritto da Tenerife dove vive: ripartirei subito.
Volevamo vedere da vicino i posti che avevamo spesso attraversato in bus o sorvolato in aereo per andare a scalare le solite montagne e non ce ne pentimmo. Gli aneddoti sui momenti passati assieme sarebbero innumerevoli. Ne ricopio qui uno che avevo scritto per il Concorso Carlo Mauri di qualche anno fa.
Il titolo riprende un fraseggio di Echoes dei Pink Floyd, il pezzo della band britannica che più d'ogni altro mostra il passaggio dalla fase psichedelica a quella melodica della loro straordinaria musica. 
La situazione che descrive nella prima strofa si adatta alla perfezione con quella in cui ci trovavamo noi quel giorno piovoso e freddo in un fiordo del Cile senza nessun sistema di comunicazione, quindi liberi e molto felici di esserlo.

Overhead the albatross
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
An echo of a distant time
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine


Erano ormai più di sei ore che la furia del mare ci sospingeva su onde enormi con vento in poppa con la nostra canoa pneumatica, che facevamo navigare imprudentemente ma velocemente a vela, nel sinistro fiordo che si origina dal ghiacciaio Pio XI.
Le ripide pareti rocciose del fiordo sfilavano a dritta e noi ci dovevamo preoccupare solo di mantenere la canoa allineata alla forte corrente e di evitare i grossi iceberg che ingombravano il fiordo.
Mantenere alto il morale non era facile, le onde e il vento rinforzavano sempre più, la costa non concedeva approdi ed il cielo nero come il carbone non avrebbe reso felice nessuno, ma noi stavamo bene e l'impegno richiesto dalla situazione ci teneva nella giusta tensione per non pensare a brutte cose.
Ad un tratto apparve all’orizzonte verso sud nella tempesta un aereo scuro che volava basso e sembrava non curarsi del potente vento di prua.
Le sue ali ricordavano la silouette degli Stukas tedeschi e la sua sagoma minacciosa ondeggiava lievemente fendendo l’ aria spessa.
La Sandia Primera sul Rio La Leona
Che cazzo ci fa qui un aereo in una giornata come questa? Lorenzo da poppa ha già abbastanza da fare con la pagaia per timonare tra le onde, se non ci siamo ancora rovesciati è merito della sua perizia e della mia fortuna che però pare abbandonarci perché un aereo ci sta precipitando addosso!
Il sibilo del vento sulla vela di nylon e il frangersi delle onde su se stesse non ci permettono di ascoltarne il rumore ma tra poco lo udiremo perché ci è vicinissimo… Hey!!!, non e’ un aereo visto da lontano ma un uccellaccio nero enorme a pochi metri… cazz… “giú la testa coglione” (lo dicevano in un bel film western di Leone) sennò ce lo pigliamo addosso, sssssssh… e passa oltre!
Sentiamo il suo odore, contiamo le sue piume unte e ne vediamo i colori tenui del ventre mentre lui prosegue alle nostre spalle ed è giá lontano verso il ghiacciaio, nel vento (sempre lui!) e sul mare nero che lo colora assieme al cielo uguale.
L’albatro stavolta non ha interpretato la parte che una crudele e bella poesia di Baudelaire gli attribuisce. E’ stato regale, coraggioso e pure curioso e noi ora siamo felici di essere stati sulla sua strada.
Nel Seno Eyre, vivi.
Piove duro e orizzontale, il cappuccio delle giacche in goretex serve a convogliare nel collo rigoli d’ acqua fredda che si infiltrano negli spazi che il vento ricava tra pelle e indumenti, meno male che ci diamo dentro con le pagaie e ci scaldiamo anche se bagnati. La canoa che, dalla vita in giù è a prova d’acqua, raccoglie il liquido che passa da sotto le giacche e lo trattiene in una pozzanghera dove stanno le nostre gambe. Inutile indossare vestiti per l’ acqua adatti al kayak.
In mare bisogna remare sempre, non c’ è la corrente dei fiumi che ti trasporta sempre a valle, se ti vesti con il neoprene in poche ore sei pieno di vesciche e irritazioni sulla pelle perché pagaiare tutto il giorno fa sudare anche se fuori fa freddo. Solo alle mani abbiamo dei guanti in neoprene, intanto sono sempre bagnate, e la pelle ne giova di questa idratazione forzata contrariamente a quanto avevamo pensato prima di partire per questo splendido viaggio, quando ci vedevamo pieni di screpolature dovute allo sfregamento della pelle sui remi, come antichi schiavi romani.
Invece la nostra pelle è sempre morbida ed elastica, alla faccia della cosmesi venditrice di fumo e creme costose!
La tristezza positiva dei fiordi cileni...
La vita dei vecchi indios del posto ci insegna che il corpo umano puó sopravvivere anche cosí bagnato ed al freddo. Non ci siamo mai raffreddati, mai colato il naso, mai un mal di schiena… una cura per il nostro benessere.
Un ritorno alle origini nel nomadismo e nella natura che ci fa stare in pace e sempre bene. Incredibile ma vero, già proprio così.

martedì 15 maggio 2018

QUELLI CHE IL CERRO TORRE (di Marta Trucco)


Già pubblicato su GQ di Novembre 2014
 
Guido Grando "Herreria El Chaltén"
“All'improvviso tutta l'adrenalina e l'energia che mi avevano condotto fin qui si dissiparono, e io mi sentii nudo e fragile, come fossi diventato in un istante mio nonno, e mio padre, e mia madre. E tutta la paura che loro  avevano provato per me, per la mia vita, mi si rovesciò addosso”.
Ecco cosa racconta di aver provato l'alpinista italo-argentino Rolando Garibotti sulla cima del Cerro Torre nel gennaio del 2008, dopo aver portato a termine, insieme all'americano Colin Haley, un'impresa epica: la traversata, passando per le cime, delle  montagne che vanno sotto il nome Gruppo del Torre: Aguja Standhart, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Una traversata che in pochi, prima di allora, avevano immaginato possibile e che nessuno dopo Garibotti e Haley ha mai più ripetuto.
Doerte Pietron e Rolando Garibotti
Una corsa durata quattro giorni e quattro notti su difficoltà sempre estreme, lungo pareti verticali ricoperte da strati  di ghiaccio sottile, senza nessun riparo da un vento che spazza via e dalle scariche che piombano improvvise dagli immensi funghi di ghiaccio e neve che ricoprono le sommità. E senza via d'uscita che non sia la cima del Cerro Torre.
E qui basti pensare che, fino a poche decine di anni fa, il Cerro Torre - sono stati i Ragni di Lecco, nel gennaio del 1974, la prima cordata ad aver raggiunto la cima del fungo di ghiaccio del Torre - era considerata la montagna impossibile ed è tuttora ritenuta tra le più difficili del mondo.
Cerros Torre e Egger ricoperti di neve dopo una tempesta
 
Siamo nel cuore delle Ande Patagoniche, terre da sempre meta di avventurieri,  uomini e donne, che vogliono scalare montagne,  attraversare ghiacciai o raggiungere luoghi dove non è stato nessuno.
Fino agli inizi del secolo scorso buona parte di questo territorio era completamente inesplorata, e fu un italiano, Padre Alberto Maria de Agostini, il primo a realizzare un' accuratissima carta della Patagonia meridionale che colmò le numerose macchie bianche delle mappe precedenti. Si era imbarcato come missionario per il Sud del continente americano, e con la scusa di portare agli indios il Vangelo, esplorò in lungo e in largo la Cordillera delle Ande australi scalando montagne alle quali dette il nome (Cerro Pier Giorgio, Cerro Pollone, suo paese natale, Cerro Cagliero ...) e attraversando  i ghiacciai. “Si può essere un buon salesiano e un buon geografo”, diceva. 
Padre A. De Agostini

Da allora nulla del paesaggio intorno al Cerro Torre è cambiato, è soltanto molto più facile arrivare ai confini di quelle terre remote. Bastano quattro ore di volo da Buenos Aires a cui vanno aggiunte tre di autobus e così, lentamente,  si ha modo di abituare gli occhi a quei luoghi dove la natura da spettacolo. Laghi azzurro-verdi che sembrano mare da tanto sono immensi, fiumi che solcano con impeto valli di origine glaciale, e steppa steppa steppa finché la strada vira verso Nord e, se il tempo è bello, contro il cielo si staglia il profilo di montagne bellissime e spaventose.


La strada e la civiltà finiscono a El Chaltén, piccolo paese di 1500 abitanti,   fondato vent'anni fa dall'ultima generazione di pionieri, gente che si è costruita la casa con le proprie mani in un luogo dal clima impietoso ma dove non mancano spazi e libertà per cominciare una nuova vita.
Il Fitz Roy da Nord

A El Chaltén fanno base gli alpinisti che vengono da ogni dove per scalare le montagne, o per dare il nome a quelle che ancora non ce l'hanno.
Non sono di quelli che fanno conferenze stampa prima di partire: non è la gloria che cercano ma la sfida con se stessi, perché chi si avventura in quelle terre remote, può contare solo sulle proprie forze e sulla propria determinazione. E' un mondo, il loro, in cui la competizione resta sullo sfondo, e quello che conta sono cose rare. Tra queste la ricerca della bellezza: “Le guglie hanno le forme caotiche ed eleganti di una cattedrale di Gaudì, dice Rolando Garibotti a proposito del
La skyline dalla Lagunas Gemelas
Gruppo del Torre. “Lungo le pareti verticali si avvitano linee e sul granito dorato arabeschi di neve simili a viticci proiettano ombre blu.  La skyline di queste montagne, stupenda e terribile, ha la geometria  più attraente che io abbia mai visto: bella, ovvia e difficilissima”.  “Non ho mai visto una montagna più bella”, gli fa eco Doerte Pietron, tedesca 33 anni, compagna di Garibotti nella vita, prima donna al mondo ad aver ripetuto la via aperta dai Ragni di Lecco e unica donna ad aver scalato il Cerro Torre due volte. 
Incerto Mattino verso il Fitz Roy
Non si sentono dei super-eroi, dicono che più che la tecnica, l'allenamento, il talento, la preparazione, la consapevolezza, conta la motivazione, è quella che spinge a superare difficoltà così elevate e patimenti tanto duri: il freddo, il vento, la fatica, le notti insonni, la paura. Garibotti ricorda che durante le lunghe notti in parete si chiedeva cosa lo aveva spinto fino a quel punto, a dover correre rischi così alti e lasciare da parte le certezze, l'amore, gli affetti. “La mattina, però, sapevo di non avere scelta: ciò che stava sopra di me aveva un’attrazione maggiore di quello che stava sotto”. “Ci vuole anche una buona dose di fortuna”, aggiunge Doerte. “Trovare buone condizioni. Ma la motivazione ti spinge a tornare, se la prima volta non hai avuto fortuna. Anche la paura è uno stimolo, ma delle volte ti fa tornare indietro, e magari ti salva la vita”.
Visuale aerea del massiccio Torre-Fitz Roy
Con la traversata del Gruppo del Torre del 2008 sembra caduto anche l'ultimo tabù, dopo la prima invernale, la prima solitaria, la prima femminile... “L'epoca della conquista è passata, dice Garibotti, ma ogni nuova generazione definisce i “pali della porta”. La porta si fa sempre più stretta e più difficile sarà fare gol, ma c'è ancora tantissimo da tentare, il futuro va verso l'arrampica libera: due persone, una corda, nessun ricorso all'artificiale”. 

Scalando un un "tubo" nel ghiaccio del Cerro Torre
Molti dei giovani alpinisti che arrivano a El Chaltén vanno a casa di Rolando e Doerte per chiedere consigli, guardare le carte, consultare le previsioni del tempo, capire se si può contare su una brecha, una finestra di bel tempo, in modo da essere al momento giusto nel posto giusto, perché il bel tempo difficilmente dura più di due giorni, e questa variabile alza a dismisura il livello della difficoltà e del rischio. E anche perché ci sia qualcuno che sappia entro quando, al massimo, dovrebbero fare ritorno -il calcolo è presto fatto dal momento che El Chalten è l'ultimo punto dove si può fare rifornimento e da lì si parte a piedi con tutto il carico sulle spalle. 
Bosco di faggi australi (nothofagus antartica)

C'è anche un'altra dimensione in quei luoghi, quando non si ha l'obiettivo di scalare montagne. Gli alpinisti amanti dell'avventura vera, quella che non sai cosa c'è dietro l'angolo, possono fare la Vuelta del Torre, un percorso dal sapore polare attraverso lo Hielo Continental Sur e intorno al Gruppo del Torre e del Fitz Roy, che richiede più che altro grandi capacità di adattarsi all'isolamento e a condizioni ambientali che possono esser molto, molto ostili. “Ma laggiù ogni sforzo sarà ripagato semplicemente lasciando vagare il cuore in un paesaggio solenne e misterioso, abitato dai contrasti più sorprendenti e dalle più straordinarie manifestazioni del bello. E quello che si prova, alla fine, è un grande senso di libertà”, parola di Marcello Cominetti, Guida alpina
Lucco, Cominetti e Salvaterra e sullo sfondo il gruppo del Torre
e alpinista che quei posti li frequenta da più di trent'anni. Allora El Chaltén non esisteva, c'era solo una casa con il tetto giallo e un gaucho, Don Rodolfo Guerra,  che c'è ancora ed è l'unico vecchio del paese. “Era tutto più complicato dal punto di vista logistico ma c'erano anche molte meno regole e più libertà d'azione. Se uno arrivava con dei chiodi, un'accetta, una sega e un martello, si poteva costruire una casa”.
Cominetti e Sandro Pansini sul Fitz Roy 1992
Marcello Cominetti è stata la prima Guida a portare clienti a scalare le grandi montagne, con uno di loro ha raggiunto nel 1992 la cima del Fitz Roy, ma se gli chiedete come ha fatto vi risponderà che è stato fortunato - e con questo intende dire che ha avuto tempo buono.
Lucco e Salvaterra, Via Californiana al Fitz Roy

Ora è appena cominciata l'estate nelle terre australi e poche settimane fa  (il 6 ottobre) già una prima cordata ha scalato la parete Ovest del Cerro Torre e raggiunto la cima: erano gli italiani Ermanno Salvaterra (autore della prima invernale sul Torre e di numerose altre aperture) Thomas Franchini e Nicola Binelli. 
Mentre l'ultima impresa che forse si può paragonare per straordinarietà a quella compiuta da Garibotti e Haley nel 2008 – se pure da queste parti ogni salita può considerarsi straordinaria -  è stata la traversata del gruppo del Fitz Roy compiuta in tre giorni nella scorsa stagione da due fortissimi climbers americani poco più che ventenni: Alex Honnold e Tommy Caldwell. “E' stato bello - è tutto quanto hanno detto ai primi che li hanno visti tornare - ma ora siamo un po' stanchi”.
E sono andati in paese a mangiarsi una pizza.
Marta Trucco
Arrampicata sul Paredòn sopra El Chaltén. Sullo sfondo il Fitz Roy
E ci tocca pure farel'autostop...

L'autrice Marta Trucco sull'Aguglia
di Goloritzè in Sardegna





martedì 1 maggio 2018

L'ISOLA CHE NON C'ERA


  Leggenda e realtà nei mari patagonici
    
Verso la Isla de los Muertos, Rio Baker, Cile
       Molti anni dopo, in una locanda malfamata di Puerto Montt  dove Antiguo Vidal si trovava per sbrigare i suoi traffici, ascoltò quasi per caso- ma esiste poi il caso? o è piuttosto la somma di avvenimenti ineluttabili che ci conducono a sbattere contro il nostro destino? -  dalla voce di un marinaio accasciato lungo il bancone del bar, la storia che di lì a poco gli avrebbe svelato la verità sulla scomparsa di suo nonno avvenuta da quelle parti almeno un secolo prima. L’isola alla foce del Rio Baker, diceva il marinaio con la voce roca impastata dal rum e dal fumo,  che sulle carte risultava senza nome, in verità un nome ce l’aveva, un nome che evocava una vicenda avvolta in un intrico di piante e di oblìo e testimoniata da cumuli di ossa e teschi cui nessuno mai aveva dato sepoltura. Poi, come per scacciare orribili pensieri, trangugiava il fondo del suo bicchiere prima di sbatterlo con un colpo secco sul banco.    


Antonio Pirincho Vidal e Florentina Bahamondes
A cavallo tra l’ ottocento e il novecento la maggior parte dei diritti di sfruttamento del territorio della Patagonia era di proprietà di poche Società Anonime costituite da coloni europei. L’attività produttiva si basava sulla produzione di lana di pecora nella secca steppa Argentina spazzata dal vento, e di legname, che invece abbondava sul territorio umido cileno che si affaccia sulle tempeste del Pacifico dove viene lambito dalla fredda corrente di Humboldt.
       Proprietari di estensioni immense, i coloni dettavano le regole, forti del fatto di trovarsi lontano dal potere centrale assestato nelle capitali di Santiago e Buenos Aires dove le notizie di ciò che accadeva alla fine del mondo giungevano frammentarie e accomodate in  modo favorevole rispetto a chi le inviava. 


       Contando sull’impunità, le ricche Società che facevano perlopiù capo alle famiglie Menendez-Bethy, Bridges, Nogueira e Braun  si macchiarono di crimini orrendi a cominciare dalla sterminio sistematico delle popolazioni indigene per continuare con quelle dei “peones” che si ribellavano all’eccessivo sfruttamento nel loro duro lavoro.  I tentativi di sciopero furono via via soffocati e la repressione culminò con le stragi del 1923, quando l’esercito argentino intervenne per schiacciare l’ irredentismo capitanato dall’ anarchico Antonio Soto e dal suo braccio destro El Toscano.

Isla de los Muertos


 Tra tutti gli episodi tragici di quell’epoca quello cui faceva cenno il vecchio marinaio a Puerto Montt è davvero poco noto, ma a Caleta Tortel, villaggio cileno alla foce del Rio Baker solo da pochi anni raggiunto dalla Carretera Austral voluta dal dittatore Pinochet, Antiguo Vidal trovò non poche persone capaci di raccontare la storia che avvenne sull’isola, i cui particolari macabri variavano in funzione della quantità di Pisco bevuta nell’occasione.


Croci sull'Isla de los muertos
        Caleta Tortel sorge in una zona dove il clima è tra i più umidi della terra: basti pensare che piove una media di 345 gg. all’anno. Lì la foresta cilena deve la sua accessibilità al fatto che è percorsa dal Rio Baker, fiume  dalla portata gigantesca che nasce dal lago Bertrand e si getta in un profondo fiordo del  Pacifico dopo 250km di tortuoso percorso. Questa via d’acqua venne da sempre utilizzata per la navigazione locale e per il trasporto del legname che veniva poi caricato sulle navi da cabotaggio che giungevano alla foce del Rio Baker dall’ oceano.



        Durante la più grande campagna di taglio di alberi che si ricordi nella zona, erano stati contrattati dalla Società che esercitava la sovranità terriera sull’ area, un grande numero di operai che erano accorsi in massa dall’ isola di Chiloè e da molte altre parti della Patagonia. Avventurieri e fuggiaschi vari trovavano in questi lavori a tempo determinato la loro fonte di sostentamento e quando la campagna ebbe termine si ritrovarono tutti concentrati nei baraccamenti costruiti sull’ isola più grande, allora senza nome, alla foce del Baker.
Carretera Austral

Restavano solo da pagare quelle centinaia di braccia che avevano appena finito le loro fatiche e poi la maggior parte di loro poteva fare ritorno alle loro case e famiglie, se mai ce le avevano. I più in verità - gauchos e baqueanos, vagabondi senza fissa dimora - sarebbero stati pronti a partire verso nuove avventure. 
A quel punto ai torvi amministratori della Società balenò un’idea tanto geniale quanto perversa. Se non avessero pagato i salari di tutti quegli operai i guadagni che avrebbero tratto dalla vendita del legname sarebbero stati netti. Ma come fare? Presto detto e fatto. L’ultimo rancio destinato a quei poveri diavoli che aspettavano di essere traghettati sulla terraferma dalle imbarcazioni della stessa Società, venne mescolato al veleno e fu a tutti fatale.

L’ isola alla foce del Baker venne così abbandonata al suo carico di morte e all’oblìo.
Carretera Austral

 Dopo un breve soggiorno a Caleta Tortel e tante bevute al Rey de los Cipreses, Antiguo Vidal decise di andare a verificare di persona le storie che aveva qua e là raccolto e che messe insieme potevano svelare il mistero intorno alla scomparsa di suo nonno. E fu lui a trovare  mucchi di ossa  disseminati lungo la spiaggia e impigliati tra le fronde della foresta pluviale cresciuta rigogliosa a prova del fatto che la vita è sempre più forte della morte.
Successivamente una congregazione religiosa guidata da un prete italiano si prese cura di costruire sull’ isola un cimitero per dare degna sepoltura a quei poveri disgraziati che oggi solo il nome dell’ isola ricorda. Si chiama infatti semplicemente Isla de los Muertos, l’ Isola dei Morti.



Il tempo trasformò la storia in diverse leggende ricche di ulteriore orrore attorno all’ Isla de los Muertos di cui venni in parte a conoscenza in maniera decisamente fortuita – o forse no - mentre facevo un giro in bicicletta da quelle parti.


Quando partii insieme a mia moglie per quel viaggio non lo sapevamo ma nel novembre del 2003 veniva inaugurato il tratto di strada che collegava via terra Caleta Tortel al resto del mondo. Prima di allora il villaggio di boscaioli poco distante dalla foce del Rio Baker, era raggiungibile solo per via fluviale o marittima e ora quei 25 km di strada sterrata che perforavano letteralmente la foresta venivano inaugurati proprio mentre noi passavamo da quelle parti.


La digressione a Tortel fu di quelle epiche, perché ci trovammo coinvolti nella cerimonia inaugurale dell’ avvenimento, come i primi ciclisti a percorrere quel tratto di strada, assieme alle autorità del posto, tra le quali figurava perfino il Presidente della Repubblica Lagos. Questi aveva lo stesso cognome di mia moglie (e a questo punto mi viene da dire che non poteva essere un caso) e ci volle sul palco delle autorità mentre la banda intonava l’ inno nazionale e tutti gli abitanti, sì e no un centinaio di persone,  stavano seri con il petto gonfio e lo sguardo inebetito.
Pioveva forte e i festeggiamenti furono trasferiti sotto un gran tendone dove  vino rosso e Pisco, un distillato simile alla grappa, scorrevano a fiumi. Fu lì che conobbi Paulo, intraprendente e giovanissimo impresario del luogo, dedito a ogni tipo di attività: dall’allevamento alla pesca, dal taglio degli alberi alla costruzione di barche fino al turismo. La sua famiglia possedeva un “campo”  attaccato al ghiacciaio Jorge Montt, lembo settentrionale dello Hielo Continental Sur, che si raggiungeva in 5 ore di navigazione dal villaggio e dove vivevano i suoi vecchi genitori, qualche suo fratello e poche vacche temprate dal duro clima del luogo dove Paulo portava circa 10 turisti l’ anno, tra i quali anche noi.
Dopo qualche bicchiere, Paulo si fece serio e ci raccontò dell’ Isla de los  Muertos con aria tutt’ altro che leggera, tanto da farmi venire davvero i brividi e pure dei dubbi sulla veridicità di una storia tanto terribile. 


Così il giorno dopo salpammo in un’alba veramente da morti con la sua scricchiolante “chalupa” in profumato legno di Cipres de las Guaitecas alla volta dell’Isola.
Villa O'Higgins fine della Carretera Austral

L’ estuario del Rio Baker era enorme, l’ acqua già da qualche miglio era diventata marrone e il motore faceva una gran fatica a risalire la corrente  costellata di resti di tronchi galleggianti che sembravano scheletri. Pioveva, come da copione, il cielo era nero e grosse nuvole stazionavano a pochi metri dal suolo. Era l’atmosfera adatta per quel viaggio, pensavo, mentre le  montagne apparivano e scomparivano tra le nubi mostrando i loro ghiacciai pensili come in una sinistra favola gotica. 
In canoa nei fiordi del Pacifico (ph.L.Nadali)
L’ approdo fangoso si aprì subito sull’ infinità di croci senza nome diligentemente allineate e riparate da steccati di legno marcio che occupavano l’ intera superficie dell’ isola. Su alcune di esse era stato incastrato un teschio umano e muoversi a piedi tra le tombe significava affondare nel fango almeno fino a metà tibia. Altre ossa erano ammucchiate qua e là e gli unici fiori erano quelli degli arbusti che crescevano ovunque tra i faggi megellanici.

La leggenda era dunque una storia vera.

giovedì 12 aprile 2018

Trekking in Nepal al Campobase dell'Everest (19ott-5nov 2018) in occasione del festival buddhista del MANI RIMDU

A breve inserirò nel sito il  programma dettagliato di questo viaggio che ho fatto tantissime volte senza mai stufarmene.
L'Ama Dablam da Namche Bazaar
QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO 

Il MANI RIMDU è una festa che si celebra presso il monastero buddhista di Tyangboche a 3850m. lungo la via dell'Everest all'ultima luna piena di novembre, una cerimonia tra il sacro e il profano alla quale partecipano migliaia di locali e trekkers.

Ho voluto intanto pubblicare le date di questo trekking affinché chi fosse interessato possa organizzarsi per tempo.
A tra poco con i dettagli.

Intanto sono disponibile per informazioni +39.3277105289 (tel e watsapp) o via mail info@marcellocominetti.com

giovedì 1 marzo 2018

In Evidenza: Sentiero E4 a Creta (24-29aprile)


PARTENZE PRIMAVERILI CONFERMATE PER: 
clicca sul nome per andare al programma-iscrizioni aperte ma posti limitati


Porto Loutro

Verso le Gole di Tripiti
Chora Sfakion, chiesa ortodossa
-Sentiero E4 sull'isola greca di CRETA dal 24 al 29 Aprile, 680€/pers. Le storiche vestigia di alcune delle civiltà più antiche del vecchio Continente, unite a scorci mediterranei di bellezza estrema e all'accoglienza della popolazione locale e della sua gastronomia, sono solo alcuni degli "ingredienti" che rendono una camminata a Creta, un'esperienza imperdibile. Si cammina su buon sentiero (tranne pochi tratti) lungo la costa meridionale che si affaccia sul Mar Libico e ci si ferma in remoti villaggi pernottando in comodi B&B, cenando in riva al mare tra i pescatori. Le tappe hanno lunghezza variabile e iniziano brevi per terminare più lunghe e impegnative e sono adatte a normali escursionisti. Lo zaino, se si porta l'indispensabile, è leggero e chi vuole può fare il bagno in mare ogni giorno. 
Per raggiungere Chania: www.skyscanner.it , possibilità di estendere la permanenza a Creta visitando l'isola con mezzi pubblici o noleggiando a prezzo basso un'auto. 
Informazioni info@marcellocominetti.com tel. e wa +393277105289

lunedì 19 febbraio 2018

Dedicato a Jim Bridwell

Non vorrei che questo blog venisse scambiato per una serie di necrologi. Prima la Hawley, ora Bridwell... Spero che il prossimo post abbia altro tema.
Mi sembra riduttivo congedarmi da Jim Bridwell con un racconto superficiale che avevo scritto per un magazine locale, ma se penso a quei giorni sulle Dolomiti, ricordo tanto divertimento e follia.
Poi, The Bird, cazzo, te ne sei volato via all'improvviso e chi se la sente di scrivere qualcosa di circostanza? Beccatevi quindi queste righe.


CLIFFHANGER
Valanghe, aneddoti e paura sulle Dolomiti prestate a Hollywood per le scene più spettacolari di un ormai vecchio e patetico film.



Alle nostre spalle, la turbina del Bell 205 ronzava rassicurante nell’abitacolo mentre lo Huey imboccava la Val Mesdì avvolto dalle nuvole con noi e mezza tonnellata di attrezzatura cinematografica dentro.
Praticamente solo io, guida di montagna del posto, sapevo dove eravamo e Marc Wolff, il navigato pilota inglese ai comandi, si fidava di me in maniera preoccupante.
Il vecchio elicottero di scena e trasporto su cui ci trovavamo era un cigolante catorcio reduce dalla guerra del Vietnam e si era beccato diverse raffiche di mitragliatrice, tanto che i sei fori mal stuccati sul montante destro del portellone facevano spesso da sfondo alle foto ricordo che in molti di noi si facevano.
Il velivolo, assieme a un suo gemello, era stato noleggiato nel 1993 presso una ditta tedesca dalla Carolco Pictures, la casa di produzione americana a cui faceva capo una variegata troupe, e di cui anch’io facevo rocambolescamente parte, che girava Cliffhanger, un film con Sylvester Stallone come protagonista nelle vesti di un improbabile alpinista alle prese con dei criminali.
Il regista Renny Harlin dirigeva quello che poi risultò nelle sale come  un polpettone avventuroso in salsa hollywoodiana che per gli alpinisti non riusciva ad essere neppure un film comico, ricopiando nella trama una storia realmente accaduta negli anni ’70.
Sui monti di Yosemite negli Usa precipitò un piccolo aereo carico di droga e dollari. Era inverno e alcuni scalatori hippies della zona scoprirono per primi i rottami e…vissero qualche anno di rendita. Anni dopo uscì anche un libro che raccontava la storia che nella traduzione italiana si chiamava Angeli di luce.
Per tirarci fuori un colossal la regia si inventò una storia gonfiata da agenti dell’ FBI corrotti, eroi del soccorso… di montagna (stavo per dire “alpino” ma nelle montagne rocciose dove il film è ambientato, bisognerebbe dire “roccioso” e non suonerebbe eroico abbastanza), cattivi senza scrupoli e donnette innamorate che precipitano dalle rocce e quelle cose lì, tanto care agli estimatori del cinepanettone in versione alpinistica.
Per realizzare il film la produzione miliardaria aveva cercato il fior fiore dell’alpinismo (cosa ci facessi io, modesta guida alpina da Corvara, quindi non l’ho mai saputo) e quel giorno delle nuvole in Val Mesdì sui tre elicotteri diretti alla cima dell’Antersass c’erano assieme al sottoscritto: Jim Bridwell “the bird”, se mettete il suo nome su Google non vi basterà una settimana per conoscere le sue avventure leggendarie, David Brashears, che girerà nel ’96 il suo celeberrimo Everest portandosi sul tetto del mondo una cinepresa Imax 3D, Robert Shauer, himalaysta da primato, Mike Weiss mitico alpinista patagonico prestato al cinema di Hollywood, Paul Sibley e Bob McDougal, inventori -tra gli altri- di una certa marca californiana detta Patagonia, Ron Kauk il nero navajo eroe di Moonlight Lightning e altre storie incredibili, David Schultz recordman de El Capitan e Wolfgang Gullich senza dubbio lo scalatore ad oggi più bravo e poliedrico mai  esistito!
Nessuno di loro, quel giorno di fine marzo, era mai stato dove ci trovavamo e la visibilità vicina allo zero non metteva allegria in nessuno, me compreso, nonostante avessi percorso quella valle decine e decine di volte e solo per questo posammo fortunosamente ad un certo punto i pattini sulla cima che cercavamo.
Un’enorme cornice di neve si protendeva verso il versante settentrionale sporgendo per una decina di metri sulla parte superiore della Val Mesdì. Era quello che ci serviva perché dovevamo riprendere una valanga mentre precipitava da ogni angolazione, compreso il suo interno, con due cineprese infilate in altrettanti robusti cassoni d’acciaio muniti di oblò ancorati sulla parete da dove la valanga sarebbe precipitata.
Come farla cadere? Erano venuti con noi due esperti di esplosivi della Val Badia che ci aveva mandato Heinz Kostner, allora sindaco di Corvara e membro del soccorso alpino, con cui avevamo individuato giorni prima il luogo adatto durante una ricognizione in elicottero durata ore. Infatti questo era una delle mie mansioni: individuare “posti” adatti che in gergo si chiamano locations.
Perplessi, i due “fuochini” osservavano il nostro gruppo di gente un po’ fuori di testa (avete mai visto dal di dentro una troupe cinematografica?) che tra un “wow” e un “killer” (=figata in slang californiano) si aggirava pericolosamente sull’enorme cornice di neve nell’eccitazione che precede qualcosa di clamoroso.
A me ‘stavolta toccava il ruolo di mediazione e traduzione tra gli addetti all’esplosivo e i pazzi con le cineprese e altre diavolerie elettroniche: tralicci, binari, torrette, cavalletti, batterie, pellicole e computers.
Il tempo era orribile e si prospettava una notte nel locale invernale del Rifugio Boé, perché gli elicotteri non si fidavano a venirci a riprendere, e io avevo già detto che con i due fuochini ci saremmo fatti scivolare sul sedere fino a Colfosco andandocene a casa nostra, sotto gli sguardi sbigottiti degli yankees che forse si credevano in cima al Denali.
Grazie a un buco tra le nuvole gli elicotteri arrivarono e il giorno dopo, che il tempo era bello, tornammo lassù per finire il lavoro.
Mentre gli alpinisti posizionavano le ultime cariche esplosive sulla cima, gli operatori prendevano posizione sotto la guida del regista e del direttore della fotografia su dei massi a circa metà della Val Mesdì. Tutto era pronto e via radio si diede il “via” all’esplosione che fu di potenza eccessiva e provocò un’enorme massa di neve che precipitò verticalmente per circa 400m lungo la parete nord dell’Antersass. Quando i blocchi di neve grandi come case toccarono il suolo si levò in aria una nuvola bianca che avanzava minacciosamente verso di noi, che eravamo una trentina di persone. In preda al panico e urlando imprecazioni come si sentono nei film di guerra americani quando gli Zero giapponesi si immolano sul nemico con i loro kamikaze ai comandi, tutti si misero a correre verso valle per mettersi in salvo. Io cercavo di urlare che era solo polvere e non c’era nessun pericolo ma ormai la situazione era fuori controllo e tutti correvano, inciampavano nella neve fonda e ruzzolavano fino a quando, tutti avvolti dal pulviscolo bianco, si resero conto che non c’era pericolo e semmai ci saremmo solo un po’ infreddoliti.
L'esplosione sull'Antersass
Finì tutto in una risata che durò ore!
Le cineprese erano restate in funzione. Buona la prima! Anche perché una seconda non ci sarebbe potuta essere.
Nel montaggio, assieme ad altre due valanghe girate su una pista di Ra Valles a Cortina e alle Cinque Torri, la scena sembra apocalittica. Stallone/Gabe nella stessa si toglie la giacca restando in canottiera per mettere in bellavista i bicipiti…
La fiction è proprio il bello del cinema e Rambo-Rocky, in questo caso, la sua apoteosi.