venerdì 8 febbraio 2019

NON RESISTO A PUBBLICARLO! SETTANTA GIORNI AL SUR TRA TREKKING, SCALATE e AMICIZIE.

Guido Grando sulla rampa Whillans all'ag. Poincenot
Settanta giorni al Sur, tra trekking, scalate e amicizie.
(di Franz Salvaterra)

Volge al termine questo viaggio lavoro-vacanza in Patagonia durato poco più di due mesi, voglio cercare di tirarne le somme con un racconto introspettivo.

I primi 20 giorni sono stati di lavoro, io e Marcello Cominetti abbiamo accompagnato i nostri clienti a fare la “Vuelta dello Hielo”, una traversata di sette giorni attorno al massiccio del Cerro Torre. Purtroppo abbiamo incontrato un tempo pessimo, ma “this is Patagonia”. Poi, arrivato Max siamo andati al Cerro Torre, abbiamo avuto fortuna con il meteo e mettendo assieme le esperienze che ci siamo fatti su queste montagne, ce la siamo giocata bene e siamo arrivati in vetta divertendoci.
Quasi in cima al Cerro Torre
Sono rimasto solo ed è seguito un periodo di brutto tempo, quindi relax e trekking. Ho esplorato la “Vuelta del Milanesio”, un trekking di tre giorni poco famoso ma di rara bellezza. Feste e bella vita in paese. Nelle “brecce” di bello più o meno concrete, un tentativo con Guido alla Aguja Poincenot il primo dell'anno e una solitaria alla Guillamet. A metà gennaio arriva Franco, mio papà, e l'amico Fabio Pellizzari, entrambi per la prima volta in Sud America. Devono essere in ottimi rapporti con la dea bendata perché esplode una vera finestra di bel tempo. Facciamo la “Vuelta del Fitz Roy” dal “Boquete del Piergiorgio” una stupenda traversata alpinistica di tre giorni. Un po' di scalata plasir nei dintorni del Pueblo e Fabio parte per l'Uruguay. Io e papà sconfiniamo in Chile per sei giorni di trekking in posti unici e difficili da raccontare, attraversiamo un ghiacciaio e camminiamo per lande sperdute senza sentieri e senza incontrare anima viva; una delle esperienze più “wild” che abbia mai fatto. Nascerà qui l'idea del Trek del Diablo. 
Rio Pantoja, trek dek Diablo, e Glaciar Chico


Torniamo a Chaltén, fa ancora bello, scendiamo il Rio de Las Vueltas in canoa, poi Papà torna a casa e io vado a scalare un'ultima volta, una bella via sul Mocho con due amici, “Paci” argentino e Josè, cileno. Alla scadenza del rientro, decido di spostare il mio volo e di passare una settimana a Buenos Aires ospitato da Ines, un'amica argentina. Non ero sicuro che mi sarebbe piaciuto, invece questi giorni sono stati i più belli del viaggio. Ines mi ha fatto scoprire il delta del Rio de la Plata e una vita di città che (non ci avrei mai scommesso) potrebbe anche piacermi. Adesso sono a Venezia con
Max a la Brecha del los Italianos sul Fitz Roy
l'acqua alta e gambali in prestito, ospitato da Sara e le sue compagne universitarie. Sto sistemando queste righe mentre la docente universitaria di storia alla facoltà di belle arti parla della “Bauhaus” e di come “Gropius” la intenda patria comune di tutte le forme di lavoro creativo, dove si accetta la creatività dell'individuo ma finalizzata a un prodotto collettivo, in modo da togliere la figura dell'artista dall'alienazione alla vita quotidiana. Siccome non ci capisco un tubo mi dedico ad altro, tendendo un orecchio ogni tanto, giusto per darmi conto del fatto che continuo a non capirci un tubo. Dopo questa pausa nel viaggio di rientro oggi pomeriggio torniamo a casa tutti assieme. A Tione dicono che nevica.
Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa alle domande “Com'è andata?” ” Cos'hai fatto?” Questo elenco appena riportato potrebbe essere la risposta: cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltén e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”.
Per me La Patagonia è una mezcla (=miscuglio) di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombres larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla. La Patagonia è un ritorno all'essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po' di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto “beauty”. La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell'ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d'entrata. La Patagonia è l'adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l'ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà. La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di “comida” (=cibo) disidratata che nonostante la scritta hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito. La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però, di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo. La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare. E' conversazioni in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco. La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O'Higgins. Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni a portare meno dello stretto indispensabile. E' tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto. La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se guadare un torrente o usare la tirolese, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nuts vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po' come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.
Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:
Marcello Cominetti, per primo, perché se non avesse creduto in me mi sarei perso delle esperienze indimenticabili ed economicamente non mi sarei potuto permettere il viaggio. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Ale Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra. Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell'estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “Comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell' hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vicente Labate, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignazio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del Rif. Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne veneziane.
Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan,Climbing Tecnology, e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.
“Gracias a todos, nos vemos pronto!”
Francesco Salvaterra
Venezia, venerdì 6 febbraio 2015

venerdì 18 gennaio 2019

ALPINISMO BRILLANTE ma di POCA SOSTANZA in PATAGONIA & HO SAPUTO CHE SCALAVANO SLEGATI PER NON ROVINARE LA CORDA

Jean Luis Trintignant ne: IL SORPASSO (D.Risi 1962) in cui appaiono
sullo sfondo foto di cime patagoniche, e lui si interroga su qualcosa...
Ricopio dalla nostra pagina facebook In Patagonia un pensiero del mio socio Franz Salvaterra dall'apparenza leggero, ma che invece è profondissimo.
Grazie a mille facilitazioni logistiche e informative l'alpinismo patagonico attira sempre più adepti ma fortunatamente guadagnarsi una cima è rimasto dannatamente complicato. Come lo era una volta. I molti attratti, sovente si scontrano con condizioni che non si aspettavano e tornano con le pive nel sacco. Gli himalaisti in primis, volendo essere maligni. 
Tutto questo mi fa pensare a quanto è triste, se vogliamo, che tutta l'esperienza che uno accumula in tanti anni di vittorie e sconfitte, in montagna e nella vita, debba terminare quando raggiunge il suo apice. Ma finché non termina: approfittiamone!
Franz e il sottoscritto in un bar a Gobernador Gregores (!)

Qualche giorno fa, Franz, una cliente e Marquiño, portatore brasiliano, si trovavano a Niponino, campo avanzato ai piedi del Cerro Torre.
Niponino è un nome in lunfardo (sottodialetto e slang argentino) inventato e significa "ni Noruegos ni Polacos", infatti questa zona di campo è posta nel mezzo di quest’ultimi due (campo norvegese e campo polacco), su una morena. Verso sera spuntano due alpinisti, uno è un personaggio famoso, senza fare nomi, una delle celebrità che spesso fanno visita al massiccio di El Chaltèn. 
Tipico albergo locale
Gli dicono che vogliono fare la Supercanaleta al Fitz Roy, cosa che da questo versante è inusuale, e tirano dritto veloci, non prima di averli abbagliati con lo sfavillare della loro attrezzatura nuova fiammante. Marquiño dice: “tengono todo brillante!” Zaino, abbigliamento, corda, e piccozze (con relativo copripicozza da gitante domenicale dedicato), tutto nuovo di fabbrica. Qualche ora più tardi i nostri tre, da dentro la tenda, sentono di ritorno i due “famosi”, resisi conto che non avevano nessuna chance sono tornati sui loro passi e chiedono consiglio su quale via ripiegare eventualmente l’indomani. Gli viene consigliata una via di 4 tiri di quinto grado sull'Aguja dell’S. Almeno quella la fanno.
Nel frattempo Marquiño partorisce la leggenda del “chico brillante y el chico perfurado”, lui è il “perfurado”, con sacco a pelo maleodorante che perde piume ad ogni movimento, scarpe da ginnastica bucate, giacca “cordero tex” perché a renderla impermeabile è l’olio di grasso di pecora che la ricopre. 
Arcoiris verso Paso Marconi
Grasse risate eccheggiano pensando a questa metafora dell’alpinismo patagonico, sempre attuale: quanti alpinisti simil-famosi dichiarano ai blog di andare a fare questo e quello e poi non combinano nulla e quanti sconosciuti con le pezze al culo e i ramponi tondi hanno scalato delle vie pazzesche senza quasi lasciare traccia?
Prendiamo la Chaverri- Plaza alla torre Standhardt, una via aperta negli anni 90’ da due argentini che hanno fatto molte solitarie. 
Ho saputo che scalavano slegati per non rovinare la corda.

Cada a
ño en El Chaltén se encuentran mas chicos brillantes que perfurados! (Ogni anno a El Chaltén si vedono più ragazzi sfavillanti che bucherellati)
Marquiño, andinista Perfurado sul Glaciar Grande & Cerro Torre.


#inpatagonia #mountainguides #ferrino #salice#climbingtechnology #lizard #elbec









giovedì 3 gennaio 2019

PASSIONE PATAGONIA, cosa sennò?

Dopo una serie di campagne patagoniche che dura da oltre trent'anni stavo per stufarmi di tornarci e negli ultimi, almeno 5, mi ero detto che sarebbe stata l'ultima volta. Non perché mi fossi stufato realmente di quei posti e ne volessi visitare altri, ma semplicemente perché avrei voluto passare un autunno a casa per vedere arrivare l'inverno.  
Sembrerà assurdo ma dopo una vita passata a girare per il mondo inseguendo quasi sempre i miei sogni, mi sentivo appagato. 
Quando si fa la vita che si ama, ci si trasforma in maledetti viziati e si diventa assai esigenti sui posti da visitare e sulla qualità di quello che si fa. Non ci si accontenta di partire e basta, come succede a molte persone che purtroppo vivono ingabbiate. 














Mi ritrovavo sulle pendici del Fitz Roy in giornate di sole a chiedermi se era sensato stare ancora lassù mentre i miei genitori invecchiavano e chissà per quanto tempo ancora avrei potuto goderne la compagnia. Oppure chiedendomi se i miei figli avrebbero richiesto la mia presenza in quei periodi o se mia moglie non si stufasse improvvisamente dei miei isterismi legati al dovermi allenare sulla roccia o all'assenza prolungata, e quindi di me. Mica sono pensieri da poco e l'alpinismo impegnativo che si fa in Patagonia non ammette dolcezze.

Così, preso da questi pensieri, anticipavo il volo di rientro piombando a casa come un regalo natalizio -tra l'altro il periodo spesso coincideva con le festività di fine anno- rendendomi immediatamente conto che i miei genitori stavano bene anche senza di me, che i miei figli erano presi dalle loro cose e che mia moglie era forse l'unica felice di vedermi vivo risparmiato dai sassi e le valanghe. 
Perché lei sa.
Erano passati i tempi dei biglietti aerei aperti che avevano solo la data di partenza e una durata di sei mesi e le permanenze da Ottobre a Gennaio in terra australe. Negli ultimi anni avevo deciso di rendere vero uno dei sogni della mia vita: costruirmi una casa come dico io e quanto più possibile con le mie mani. Ma perché scrivo queste cose? Magari annoio chi le leggerà e comunque non mi va di parlare dei fatti miei, ma l'alpinismo, stile di vita in cui credo profondamente e che mi ha solo dato problemi di relazione, tolte molte soddisfazioni, deve difendere le sue ragioni assurde d'esistenza. Per questo scrivo: per tenerlo vivo. 
Max, Markino e il sottoscritto mentre"reclamizziamo"
 la propoli Bu Bees di un amico che la produce
La casa sta ferma in un posto e se la vuoi costruire devi starci vicino o ancora meglio dentro, così capisci meglio come fartela attorno. Ora che l'ho quasi finita a inizio dicembre 2018 sono partito per El Calafate lasciando un paio di lavoretti da finire a un amico falegname sapendo perfettamente che non li avrebbe fatti. Mi sentivo in forma, non al top ma bene abbastanza per fare fronte a quello che avrei voluto e dovuto fare. I miei compagni sono l'ormai fidato Max, anche lui malato dello stesso morbo mio degli ultimi anni: vado, non vado, ma poi vado eccome, e Markino, un ventiquattrenne che conosco da quando è venuto al mondo con cui ho già scalato perché sua mamma me lo ha messo tra le mani addirittura come cliente. Andò così: il giovane, già campione mondiale di slope style con lo snowboard e figlio d'arte perché nella sua famiglia tutta ci sono stati campioni di sci in ogni specialità, si era scassato malamente un ginocchio e aveva dovuto interrompere il circuito di gare in cui era impegnato per il mondo. Depresso e dolorante se ne stava a casa rintanato e sua madre mi aveva cercato dicendomi di portarlo a fare una cascata di ghiaccio (queste madri sportive, eh?!). Io assolsi il mio dovere professionale notando che il ragazzo se la cavava molto bene pur con un ginocchio imbragato in un ingombrante tutore che, fatto l'avvicinamento, restò alla base della cascata! Scalammo altre volte divertendoci e io non dovevo affatto fare più la guida. Non so se rendo l'idea. E soprattutto suonammo insieme qualche volta perché Markino è pure un talento musicale con vari strumenti. Cosa volere di meglio? Uno così poteva solo diventare un malato di Patagonia senza difficoltà e così è stato.
Poi è arrivato Franz (Salvaterra, il mio socio) che aveva una cliente tuttoterreno. Il gioco era fatto. C'erano tutti gli ingredienti per divertirsi, che è la cosa più importante. Al diavolo cime e maltempo! L'alpinismo è una cosa complessa e chi crede che si riduca a scalare montagne, si sbaglia.
Ah, dimenticavo di aggiungere che Max è un musicista rinnegato ma ha pur sempre le sette note nell'anima.
Reinhold Messner ci ha scovati mentre suonavamo un in bar quando era in zona a fare un documentario sull'infinita storia del Cerro Torre. 

Ha pensato che inserire una scena in cui gli alpinisti trattenuti dal maltempo in paese potessero comunque significare una rappresentazione della verità locale, fosse una bella cosa. Nella sua immaginazione, il Re degli ottomila vedeva Cesare Maestri "perso" sul Cerro Torre nel 1959 come l'Andrea di De André, e, visto che stavamo suonando una canzone di Battisti, ci ha chiesto se conoscevamo appunto "Andrea". Chiedere a un genovese che strimpella due accordi sulla chitarra se conosce questa canzone è superfluo, ma tant'è...
Gliel'abbiamo suonata, cantata e ci siamo anche bevuti una buona bottiglia di Malbec in compagnia chiacchierando sulla vita.

Poi siamo partiti per una cima facile nel vento, il Cerro Electrico, tanto per muoverci. Abbiamo giocato d'azzardo ma non troppo salendo a Piedra Negra con le previsioni meteo di Rolo Garibotti che davano due giorni di bel tempo intervallati da uno di malclima furioso.
Abbiamo infilato due vie bellissime con un giorno di riposo nel mezzo, quello di maltempo, mentre tutti gli alpinisti del mondo arrivati a El Chaltén se ne sono rimasti in paese perché vociferava che il tempo sarebbe rimasto orribile. Le nostre previsioni erano eccellenti, avendo pure azzeccato l'ora in cui avrebbe smesso di nevicare la mattina del secondo giorno di maltempo, le dieci, per lasciare al sole e al cielo blu il resto della giornata. Noi sulla Guillamet per la Amy il primo colpo e poi alla Mermoz per la Hypermermoz+Argentina il secondo, mentre Franz e la sua cliente  est-europea che abbiamo soprannominato Dobrinska Bratislava ma si chiama in maniera totalmente diversa, hanno salito pure loro la Amy ma solamente fino alla fine della gulotte e poi la cresta Giordani e la Fonrouge sempre alla Guillamet.

Tornati in paese ci siamo divertiti ancora suonando un paio di giorni e poi siamo tornati a casa io, Markino e Max. Franz raggiunto da Chiara, incinta con relativo pancione e occhi azzurri, si è trattenuto ancora per accontentare una coppia sabauda che voleva salire una cima a inizio anno.
Abbiamo fatto bene a mettere nel bagaglio chitarra, violino e...percussioni. Abbiamo anche costituito una band (questo vale come atto costitutivo!) detta: LOS CHANTAS, che in Argentina significa gli imbroglioni.
Ecco.
Nella Chocolateria, El Chaltén
E' stato tutto così piacevole e divertente che non vedo l'ora di tornare a El Chaltén a fare le solite cose: relax socio-culturale e scalare!
Sarà che ho finito di costruire casa nostra, mia e di mia moglie più i nostri 5 figli, ma questa volta ho guardato con occhi estasiati le albe sul lago Viedma, le seraccate sulla laguna Sucia e di Pedras Blancas, il Cerro Astillado all'orizzonte lontano, i crolli prepotenti del Glaciar Fitz Roy Norte e del Pollone, il telo della tenda tremante e teso sotto il vento implacabile, le fessure da dita lunghe centinaia di metri sulla ovest della Guillamet, i molti amici di El Chaltén a cui è ogni volta impossibile dedicare tutto il tempo che ognuno si meriterebbe, le facce dei miei compagni che ridono alle battute ininterrotte che ci facciamo, schiacciati da zaini spacca schiena, seduti al bar o sprofondati nel sacco a pelo, appesi a una sosta sul granito, sul ghiaccio, su un pendio sassoso o ricoperto di confortevoli cuscini muschiosi.
Mi è sembrato di trovare uno dei mille perché dell'alpinismo a cui nessuno è ancora riuscito a dare risposta.
Per tutto questo voglio tornarci. E non è affatto poco.
Da sinistra: Max Lucco, Marco Grigis, io, Franz Salvaterra
















FOTO DI MAX LUCCO

martedì 10 luglio 2018

EVENTI ESTATE 2018 Manolo a Corvara il 20 Luglio e Giorgio Daidola a Arabba il 23 Agosto

Con molto piacere sarò il moderatore di questi due eventi estivi nelle Dolomiti di casa:

-Manolo (Maurizio Zanolla, Feltre-BL, 1958)
presso la Sala Manifestazioni di Corvara Badia il 20 Luglio alle ore 17.30 nell'ambito della Rassegna Letteraria "Un Libro un Rifugio", ingresso libero, posti limitati.

Presentazione del libro Eravamo Immortali con l'autore che è stato uno degli arrampicatori su roccia più talentuosi e innovativi degli ultimi 30 anni. Nel libro sono narrate le sue esperienze più significative, non solo alpinistiche ma anche di vita, con piacevolissimi richiami ai nostalgici anni '70 e alla loro libertà e creatività.
Guida Alpina, telemarker e arrampicatore eccezionale dal carattere piuttosto schivo, Manolo ha abbracciato in maturità una filosofia improntata alla semplicità che, dal suo libro, si capisce che aveva dentro da sempre.








-Giorgio Daidola (Torino 1943) presso la Sala Convegni di Arabba il 23 Agosto alle ore 21, ingresso libero e anche qui posti limitati.

Presentazione dei libri Ski Spirit e Sciatori di Montagna, due volumi densissimi di emozioni legate allo scivolamento sulle nevi di mezzo mondo dalle origini pioniere dello "ski" ai giorni nostri. Giorgio è stato uno dei miei miti ispiratori e lo considero uno dei più grandi divulgatori e praticanti dello sci intelligente al di là delle piste. Docente Universitario, Giornalista, Scrittore e Maestro di Sci sa incantare con i suoi racconti ricchi di sensibilità e poesia che non tralasciano un aspetto tecnico profondo e disincantato legato a un senso estetico non comune.





Entrambi gli autori si racconteranno attraverso le loro immagini e le sicuramente singolari esperienze, dando la possibilità al pubblico di rivolgere loro domande.

lunedì 2 luglio 2018

1988, un anno Rock!


 (in parte pubblicato sulla monografia Alp Tofane-Cinque Torri)
 
Marco Fanchini "Gesubambino" sulla nord
dell'Eiger nel 1984
Quello che segue ora è il racconto disincantato di una serie di avventure di gioventù a lieto fine dove riuscii a guardarmi dentro come in nessun altra occasione della mia vita e dove le montagne che più amo e un amico, mi aiutarono a vivere un giorno grande, uno di quelli in cui ci si sente invulnerabili come Nembo Kid e la voglia di fare supera ogni altra.

Un tale di nome Cristophe Profit e compagni impazzava sulle Alpi occidentali fermando i cronometri su tempi inimmaginabili fino a pochi anni prima. Era l’epoca degli “enchainemments”, ovvero concatenamenti di più ascensioni alpinistiche. Percorrendo di corsa più itinerari classici… ma non proprio facili.
E noi?
Noi a oriente restavamo ammirati sicuramente ma forse ci sentivamo ancora lontani da quelle cose, oltre che geograficamente anche mentalmente. Si, c’erano stati dei precedenti a cura di un certo Barbier negli anni ’60 ma poi nulla più, o quasi.
Finchè Marco (Fanchini detto Gesubambino) incontrò al Monte Bianco l’allora mitico Cristophe mentre risaliva il Col Flambeau verso il Rif. Torino. Marco era con un cliente ben allenato e superò in salita l’astro francese, che forse quel giorno non aveva voglia di correre.
Tornò a Corvara dove lavorava con me ogni estate e mi disse: si può fare!
Nel 1988 per un imprudenza mia e del mio compagno mi ritrovai sepolto da un enorme valanga che mi ruppe un bel mucchio d’ossa costringendomi a letto per 90 giorni. Passai quindi tre mesi a schiacciare con le dita delle mani una pallina da tennis mentre le mie vertebre, ed altre ossa qua e là per il corpo, si risistemavano.
In Dolomiti con il giovane Garibaldi nel 1988
In realtà gran parte di quei giorni li passai nel “letto” di una barca a vela perché, mi ero detto, se devo passare la primavera sdraiato meglio che sia nel miglior posto possibile. L’ unico problema era spiegare al medico ad ogni visita che io stavo davvero a riposo anche se ero così bruciato dal sole…
Nell’ agosto dello stesso anno iniziai a potermi muovere e la voglia di arrampicare era veramente tanta! Quindi mi mossi soprattutto su pareti verticali litigando con Marco che si rifiutava, ma solo inizialmente, a farmi da capocordata perché aveva paura che la schiena mi si spezzasse. 
Sas dla Crusc 1985
L’ idea di Marco al ritorno dal Bianco era esaltante. La Costantini Apollonio alla Tofana di Rozes, la Scoiattoli alla Scotoni, le due Messner e la Livanos al Sass dla Crusc una dietro l’ altra, in giornata e senza elicotteri o altre diavolerie volanti, al massimo con l’ automobile.
A inizio settembre avevo già arrampicato abbastanza ma ero anche riuscito a consumare la cartilagine di un ginocchio perché camminavo (correvo! E chi ti tiene a vent’anni?) troppo in discesa dopo un lungo periodo di inattività e qualche legamento ancora un po’ provato dalle torsioni alle ginocchia della caduta di maggio con gli sci e gli attacchi bloccati, ma la voglia superava ogni ostacolo.
La voglia già, che cosa banale eppure così forte. Pensateci.
Lasciai perdere i consigli dell’ ortopedico accettando quelli di Lorenzo Lorenzi alpinista ampezzano, che mi raccontò di quando dopo un brutto incidente stradale con frattura di diverse vertebre, riprese ad arrampicare quasi subito perché arrampicando si sentiva meglio. Io applicai a questo le dovute misure temporali e iniziai ad arrampicare un po’ dopo, ma non troppo.


Reduci dalla nord del Cervino: Baccanti, Fanchini, Cominetti 1983
Il “pullmino dell’ amore”, un vecchio Mercedes diesel arancione dove accadeva ogni cosa e così chiamato perché Marco chiedeva a ogni ragazza se le fosse piaciuto fare l’amore là dentro -e il bello era che molte rispondevano di si-, lo parcheggiammo la sera prima ai piedi della Tofana. Spesso era la nostra casa in quegli anni. Il pullmino era stato centrato lateralmente da un autotreno lungo una pista del Sahara e Marco si era miracolosamente salvato e aveva salvato anche il mezzo spedendolo a casa in un container, dove arrivò due anni dopo. Un amico carrozziere lo aveva tagliato a metà, raddrizzato e poi risaldato. Infatti una saldatura circolare percorreva tutto il perimetro dell’abitacolo in senso verticale, ma teneva.
Discutemmo dopo cena sul fatto che la Costantini Apollonio, detta a Cortina e dintorni semplicemente “il Pilastro”, fosse o no più dura della Scoiattoli alla Scotoni, detta semplicemente “la Scotoni”… insomma era più duro il Pilastro o la Scotoni? ci dicevamo analizzandone i passaggi uno alla volta.
Anni '80

Ma tu con i clienti su quale vedi che fanno più fatica? Sul Pilastro, fu la risposta di entrambi, quindi il Pilastro è più duro e basta!
Devo dire che a quei tempi queste vie ci sembravano dei sentieri, ma forse solo perché avevamo più voglia di percorrerle di oggi, dopo averle fatte decine di volte.
Primo tiro della Scoiattoli alla Scotoni, in libera
 (e di corsa). Un buon 6c+/7a coi chiodi ancora oggi
Infatti alle 4 partimmo su per il Pilastro come se si trattasse di un sentiero, cioè di corsa: mica vuoi perdere tempo a camminare, no?
Il bello era che ci assicuravamo diligentemente su ogni tiro di corda e ciò nonostante in 2 ore e dieci minuti eravamo in cima e scendemmo al pullmino con le frontali accese, come sulla via.
Come poi del resto sulla Scotoni, non mi riuscì mai più di salire così velocemente, ma quella volta la voglia era così tanta… già, la voglia.
Il pulmino dell’ amore non aveva un gran motore in termini di potenza, era stato si in Africa attraversandosi mezzo Sahara, nel grande nord scandinavo e  su ogni passo alpino ma i cavalli erano quelli che erano, e quindi la salita a Passo Falzarego , sfilando sotto le Cinque Torri, fu lenta, ma in discesa il pullmino dell’amore essendo pesante ed avendo dei pessimi freni era imbattibile, così non tardammo molto. Quello che si perdeva in salita lo si guadagnava in discesa.
Mi sembra di sentire i Talking Heads di quell’alba sparati negli enormi altoparlanti del pullmino di Marco che furono fondamentali per non addormentarci. Psyco Killer rumoreggiava nelle casse acustiche JBL da salotto opportunamente montate in fondo al bagagliaio.
Marco sul pilastro di destra
Sas dla Crusc 1985
Su alla Scotoni dunque, ovviamente di corsa, e con una voglia matta di arrampicare mentre iniziava a far chiaro. La via durò 1 ora e 45 minuti e ci fu il tempo di mettere a bagno i piedi nel laghetto di Lagazuoi prima di riprendere la corsa.
Tu sei stanco? Ci chiedevamo a vicenda, io no. Era la risposta. La voglia era tantissima e correre non costava nulla. Mangiavamo una cioccolata a via e ci cambiammo la maglietta una volta a testa. Io ne avevo una con su un bluesman nero del Louisiana Pub di Arona.
Al Sas dla Crusc, dopo le due Messner, si mise a piovere e quindi rinunciammo alla Livanos, per fortuna! Avevamo arrampicato per 7 ore e tre quarti più gli spostamenti, ma fino ad allora non eravamo stanchi, erano le sei di sera.
La stanchezza si fece sentire lungo la discesa sotto la pioggia, ma credo per la noia che richiese farla.
Eravamo dei razzi ed avevamo una voglia matta di divertirci fine a se stessa, proprio fine a se stessa. E ditemi se è poco!

A Novembre partimmo per la Patagonia, destinazione: Cerro Torre.
Trascorremmo 28 giorni sotto la pioggia al Campo Maestri con degli sloveni (Silvo Karo e Janez Yeglic) dei cecoslovacchi (Miroslav Shmidt e altri tre suoi amici) e uno svizzero di
Marco sul Torre 1988
Arosa, Bobi Goete che ci insegnarono un sacco di parolacce. Un giorno che fece bel tempo arrivammo quasi in cima ma la tormenta ci ricacciò a valle e il Cerro Torre non lo vedemmo più. Facendo l’autostop e prendendo pure qualche aereo visitammo delle località che però ci sembrarono sempre molto squallide. Capii solo dopo anni che quello era il bello della Patagonia: lo squallore splendente!
Una sera, in un locale che si chiamava Don Diego de la Noche ascoltavamo un musicista triste che eseguiva delle milonghe. La milonga è come una nenia che ha sempre lo stesso tempo e basa la sua forza sulla ripetitività e sul testo.
Quando il musico si concesse una pausa, Marco gli chiese se poteva suonare un po’ la sua chitarra. Iniziò con un pezzo di Pino Daniele, poi un altro e la gente sembrava gradire. Il musico argentino aveva finito la sua pausa e avrebbe volentieri ripreso a suonare, ma la folla era ormai impazzita e ballava al ritmo delle note di Marco. La chitarra, per il musico era irraggiungibile! Così Marco attaccò Psyco Killer dei Talking Heads e la folla si esaltò al punto che il musico locale si incazzò da morire e con dei suoi amici si organizzava per menarci.
Mio figlio Tommaso nel 1990
Quando Marco restituì la chitarra al proprietario, un ceffo lì vicino gli assestò un cazzotto sul naso facendolo sanguinare mentre cadeva a terra. Iniziarono a volare spintoni e insulti. Mi presi un calcio nella schiena da ospedale e mi trascinai verso la porta dove anche Marco cercava di andare mentre spiegava a parole, ma nessuno lo capiva, che non voleva fare torto a nessuno.
Ci ritrovammo fuori nella notte ventosa tutti doloranti e ce ne andammo litigando tra noi.
Era quasi Natale e di lì a poco rientrammo in Italia.
Prima che finisse l’anno concepii senza saperlo il mio primo figlio.


giovedì 7 giugno 2018

OVERHEAD THE ALBATROSS...

Lorenzo Nadali nel seno Eyre (Patagonia-Cile)

Nel Dicembre 1999 e Gennaio 2000 con il mio amico bolognese Lorenzo Nadali
ci imbarcammo (nel vero senso della parola) in un viaggio in canoa che ci fece attraversare tutta la Patagonia: dall'oceano Pacifico a quello Atlantico in quasi due mesi di navigazione. Si trattò senza dubbio dell'avventura  più bella della nostra vita e proprio pochi giorni fa, Lorenzo mi ha scritto da Tenerife dove vive: ripartirei subito.
Volevamo vedere da vicino i posti che avevamo spesso attraversato in bus o sorvolato in aereo per andare a scalare le solite montagne e non ce ne pentimmo. Gli aneddoti sui momenti passati assieme sarebbero innumerevoli. Ne ricopio qui uno che avevo scritto per il Concorso Carlo Mauri di qualche anno fa.
Il titolo riprende un fraseggio di Echoes dei Pink Floyd, il pezzo della band britannica che più d'ogni altro mostra il passaggio dalla fase psichedelica a quella melodica della loro straordinaria musica. 
La situazione che descrive nella prima strofa si adatta alla perfezione con quella in cui ci trovavamo noi quel giorno piovoso e freddo in un fiordo del Cile senza nessun sistema di comunicazione, quindi liberi e molto felici di esserlo.

Overhead the albatross
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
An echo of a distant time
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine


Erano ormai più di sei ore che la furia del mare ci sospingeva su onde enormi con vento in poppa con la nostra canoa pneumatica, che facevamo navigare imprudentemente ma velocemente a vela, nel sinistro fiordo che si origina dal ghiacciaio Pio XI.
Le ripide pareti rocciose del fiordo sfilavano a dritta e noi ci dovevamo preoccupare solo di mantenere la canoa allineata alla forte corrente e di evitare i grossi iceberg che ingombravano il fiordo.
Mantenere alto il morale non era facile, le onde e il vento rinforzavano sempre più, la costa non concedeva approdi ed il cielo nero come il carbone non avrebbe reso felice nessuno, ma noi stavamo bene e l'impegno richiesto dalla situazione ci teneva nella giusta tensione per non pensare a brutte cose.
Ad un tratto apparve all’orizzonte verso sud nella tempesta un aereo scuro che volava basso e sembrava non curarsi del potente vento di prua.
Le sue ali ricordavano la silouette degli Stukas tedeschi e la sua sagoma minacciosa ondeggiava lievemente fendendo l’ aria spessa.
La Sandia Primera sul Rio La Leona
Che cazzo ci fa qui un aereo in una giornata come questa? Lorenzo da poppa ha già abbastanza da fare con la pagaia per timonare tra le onde, se non ci siamo ancora rovesciati è merito della sua perizia e della mia fortuna che però pare abbandonarci perché un aereo ci sta precipitando addosso!
Il sibilo del vento sulla vela di nylon e il frangersi delle onde su se stesse non ci permettono di ascoltarne il rumore ma tra poco lo udiremo perché ci è vicinissimo… Hey!!!, non e’ un aereo visto da lontano ma un uccellaccio nero enorme a pochi metri… cazz… “giú la testa coglione” (lo dicevano in un bel film western di Leone) sennò ce lo pigliamo addosso, sssssssh… e passa oltre!
Sentiamo il suo odore, contiamo le sue piume unte e ne vediamo i colori tenui del ventre mentre lui prosegue alle nostre spalle ed è giá lontano verso il ghiacciaio, nel vento (sempre lui!) e sul mare nero che lo colora assieme al cielo uguale.
L’albatro stavolta non ha interpretato la parte che una crudele e bella poesia di Baudelaire gli attribuisce. E’ stato regale, coraggioso e pure curioso e noi ora siamo felici di essere stati sulla sua strada.
Nel Seno Eyre, vivi.
Piove duro e orizzontale, il cappuccio delle giacche in goretex serve a convogliare nel collo rigoli d’ acqua fredda che si infiltrano negli spazi che il vento ricava tra pelle e indumenti, meno male che ci diamo dentro con le pagaie e ci scaldiamo anche se bagnati. La canoa che, dalla vita in giù è a prova d’acqua, raccoglie il liquido che passa da sotto le giacche e lo trattiene in una pozzanghera dove stanno le nostre gambe. Inutile indossare vestiti per l’ acqua adatti al kayak.
In mare bisogna remare sempre, non c’ è la corrente dei fiumi che ti trasporta sempre a valle, se ti vesti con il neoprene in poche ore sei pieno di vesciche e irritazioni sulla pelle perché pagaiare tutto il giorno fa sudare anche se fuori fa freddo. Solo alle mani abbiamo dei guanti in neoprene, intanto sono sempre bagnate, e la pelle ne giova di questa idratazione forzata contrariamente a quanto avevamo pensato prima di partire per questo splendido viaggio, quando ci vedevamo pieni di screpolature dovute allo sfregamento della pelle sui remi, come antichi schiavi romani.
Invece la nostra pelle è sempre morbida ed elastica, alla faccia della cosmesi venditrice di fumo e creme costose!
La tristezza positiva dei fiordi cileni...
La vita dei vecchi indios del posto ci insegna che il corpo umano puó sopravvivere anche cosí bagnato ed al freddo. Non ci siamo mai raffreddati, mai colato il naso, mai un mal di schiena… una cura per il nostro benessere.
Un ritorno alle origini nel nomadismo e nella natura che ci fa stare in pace e sempre bene. Incredibile ma vero, già proprio così.

martedì 15 maggio 2018

QUELLI CHE IL CERRO TORRE (di Marta Trucco)


Già pubblicato su GQ di Novembre 2014
 
Guido Grando "Herreria El Chaltén"
“All'improvviso tutta l'adrenalina e l'energia che mi avevano condotto fin qui si dissiparono, e io mi sentii nudo e fragile, come fossi diventato in un istante mio nonno, e mio padre, e mia madre. E tutta la paura che loro  avevano provato per me, per la mia vita, mi si rovesciò addosso”.
Ecco cosa racconta di aver provato l'alpinista italo-argentino Rolando Garibotti sulla cima del Cerro Torre nel gennaio del 2008, dopo aver portato a termine, insieme all'americano Colin Haley, un'impresa epica: la traversata, passando per le cime, delle  montagne che vanno sotto il nome Gruppo del Torre: Aguja Standhart, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Una traversata che in pochi, prima di allora, avevano immaginato possibile e che nessuno dopo Garibotti e Haley ha mai più ripetuto.
Doerte Pietron e Rolando Garibotti
Una corsa durata quattro giorni e quattro notti su difficoltà sempre estreme, lungo pareti verticali ricoperte da strati  di ghiaccio sottile, senza nessun riparo da un vento che spazza via e dalle scariche che piombano improvvise dagli immensi funghi di ghiaccio e neve che ricoprono le sommità. E senza via d'uscita che non sia la cima del Cerro Torre.
E qui basti pensare che, fino a poche decine di anni fa, il Cerro Torre - sono stati i Ragni di Lecco, nel gennaio del 1974, la prima cordata ad aver raggiunto la cima del fungo di ghiaccio del Torre - era considerata la montagna impossibile ed è tuttora ritenuta tra le più difficili del mondo.
Cerros Torre e Egger ricoperti di neve dopo una tempesta
 
Siamo nel cuore delle Ande Patagoniche, terre da sempre meta di avventurieri,  uomini e donne, che vogliono scalare montagne,  attraversare ghiacciai o raggiungere luoghi dove non è stato nessuno.
Fino agli inizi del secolo scorso buona parte di questo territorio era completamente inesplorata, e fu un italiano, Padre Alberto Maria de Agostini, il primo a realizzare un' accuratissima carta della Patagonia meridionale che colmò le numerose macchie bianche delle mappe precedenti. Si era imbarcato come missionario per il Sud del continente americano, e con la scusa di portare agli indios il Vangelo, esplorò in lungo e in largo la Cordillera delle Ande australi scalando montagne alle quali dette il nome (Cerro Pier Giorgio, Cerro Pollone, suo paese natale, Cerro Cagliero ...) e attraversando  i ghiacciai. “Si può essere un buon salesiano e un buon geografo”, diceva. 
Padre A. De Agostini

Da allora nulla del paesaggio intorno al Cerro Torre è cambiato, è soltanto molto più facile arrivare ai confini di quelle terre remote. Bastano quattro ore di volo da Buenos Aires a cui vanno aggiunte tre di autobus e così, lentamente,  si ha modo di abituare gli occhi a quei luoghi dove la natura da spettacolo. Laghi azzurro-verdi che sembrano mare da tanto sono immensi, fiumi che solcano con impeto valli di origine glaciale, e steppa steppa steppa finché la strada vira verso Nord e, se il tempo è bello, contro il cielo si staglia il profilo di montagne bellissime e spaventose.


La strada e la civiltà finiscono a El Chaltén, piccolo paese di 1500 abitanti,   fondato vent'anni fa dall'ultima generazione di pionieri, gente che si è costruita la casa con le proprie mani in un luogo dal clima impietoso ma dove non mancano spazi e libertà per cominciare una nuova vita.
Il Fitz Roy da Nord

A El Chaltén fanno base gli alpinisti che vengono da ogni dove per scalare le montagne, o per dare il nome a quelle che ancora non ce l'hanno.
Non sono di quelli che fanno conferenze stampa prima di partire: non è la gloria che cercano ma la sfida con se stessi, perché chi si avventura in quelle terre remote, può contare solo sulle proprie forze e sulla propria determinazione. E' un mondo, il loro, in cui la competizione resta sullo sfondo, e quello che conta sono cose rare. Tra queste la ricerca della bellezza: “Le guglie hanno le forme caotiche ed eleganti di una cattedrale di Gaudì, dice Rolando Garibotti a proposito del
La skyline dalla Lagunas Gemelas
Gruppo del Torre. “Lungo le pareti verticali si avvitano linee e sul granito dorato arabeschi di neve simili a viticci proiettano ombre blu.  La skyline di queste montagne, stupenda e terribile, ha la geometria  più attraente che io abbia mai visto: bella, ovvia e difficilissima”.  “Non ho mai visto una montagna più bella”, gli fa eco Doerte Pietron, tedesca 33 anni, compagna di Garibotti nella vita, prima donna al mondo ad aver ripetuto la via aperta dai Ragni di Lecco e unica donna ad aver scalato il Cerro Torre due volte. 
Incerto Mattino verso il Fitz Roy
Non si sentono dei super-eroi, dicono che più che la tecnica, l'allenamento, il talento, la preparazione, la consapevolezza, conta la motivazione, è quella che spinge a superare difficoltà così elevate e patimenti tanto duri: il freddo, il vento, la fatica, le notti insonni, la paura. Garibotti ricorda che durante le lunghe notti in parete si chiedeva cosa lo aveva spinto fino a quel punto, a dover correre rischi così alti e lasciare da parte le certezze, l'amore, gli affetti. “La mattina, però, sapevo di non avere scelta: ciò che stava sopra di me aveva un’attrazione maggiore di quello che stava sotto”. “Ci vuole anche una buona dose di fortuna”, aggiunge Doerte. “Trovare buone condizioni. Ma la motivazione ti spinge a tornare, se la prima volta non hai avuto fortuna. Anche la paura è uno stimolo, ma delle volte ti fa tornare indietro, e magari ti salva la vita”.
Visuale aerea del massiccio Torre-Fitz Roy
Con la traversata del Gruppo del Torre del 2008 sembra caduto anche l'ultimo tabù, dopo la prima invernale, la prima solitaria, la prima femminile... “L'epoca della conquista è passata, dice Garibotti, ma ogni nuova generazione definisce i “pali della porta”. La porta si fa sempre più stretta e più difficile sarà fare gol, ma c'è ancora tantissimo da tentare, il futuro va verso l'arrampica libera: due persone, una corda, nessun ricorso all'artificiale”. 

Scalando un un "tubo" nel ghiaccio del Cerro Torre
Molti dei giovani alpinisti che arrivano a El Chaltén vanno a casa di Rolando e Doerte per chiedere consigli, guardare le carte, consultare le previsioni del tempo, capire se si può contare su una brecha, una finestra di bel tempo, in modo da essere al momento giusto nel posto giusto, perché il bel tempo difficilmente dura più di due giorni, e questa variabile alza a dismisura il livello della difficoltà e del rischio. E anche perché ci sia qualcuno che sappia entro quando, al massimo, dovrebbero fare ritorno -il calcolo è presto fatto dal momento che El Chalten è l'ultimo punto dove si può fare rifornimento e da lì si parte a piedi con tutto il carico sulle spalle. 
Bosco di faggi australi (nothofagus antartica)

C'è anche un'altra dimensione in quei luoghi, quando non si ha l'obiettivo di scalare montagne. Gli alpinisti amanti dell'avventura vera, quella che non sai cosa c'è dietro l'angolo, possono fare la Vuelta del Torre, un percorso dal sapore polare attraverso lo Hielo Continental Sur e intorno al Gruppo del Torre e del Fitz Roy, che richiede più che altro grandi capacità di adattarsi all'isolamento e a condizioni ambientali che possono esser molto, molto ostili. “Ma laggiù ogni sforzo sarà ripagato semplicemente lasciando vagare il cuore in un paesaggio solenne e misterioso, abitato dai contrasti più sorprendenti e dalle più straordinarie manifestazioni del bello. E quello che si prova, alla fine, è un grande senso di libertà”, parola di Marcello Cominetti, Guida alpina
Lucco, Cominetti e Salvaterra e sullo sfondo il gruppo del Torre
e alpinista che quei posti li frequenta da più di trent'anni. Allora El Chaltén non esisteva, c'era solo una casa con il tetto giallo e un gaucho, Don Rodolfo Guerra,  che c'è ancora ed è l'unico vecchio del paese. “Era tutto più complicato dal punto di vista logistico ma c'erano anche molte meno regole e più libertà d'azione. Se uno arrivava con dei chiodi, un'accetta, una sega e un martello, si poteva costruire una casa”.
Cominetti e Sandro Pansini sul Fitz Roy 1992
Marcello Cominetti è stata la prima Guida a portare clienti a scalare le grandi montagne, con uno di loro ha raggiunto nel 1992 la cima del Fitz Roy, ma se gli chiedete come ha fatto vi risponderà che è stato fortunato - e con questo intende dire che ha avuto tempo buono.
Lucco e Salvaterra, Via Californiana al Fitz Roy

Ora è appena cominciata l'estate nelle terre australi e poche settimane fa  (il 6 ottobre) già una prima cordata ha scalato la parete Ovest del Cerro Torre e raggiunto la cima: erano gli italiani Ermanno Salvaterra (autore della prima invernale sul Torre e di numerose altre aperture) Thomas Franchini e Nicola Binelli. 
Mentre l'ultima impresa che forse si può paragonare per straordinarietà a quella compiuta da Garibotti e Haley nel 2008 – se pure da queste parti ogni salita può considerarsi straordinaria -  è stata la traversata del gruppo del Fitz Roy compiuta in tre giorni nella scorsa stagione da due fortissimi climbers americani poco più che ventenni: Alex Honnold e Tommy Caldwell. “E' stato bello - è tutto quanto hanno detto ai primi che li hanno visti tornare - ma ora siamo un po' stanchi”.
E sono andati in paese a mangiarsi una pizza.
Marta Trucco
Arrampicata sul Paredòn sopra El Chaltén. Sullo sfondo il Fitz Roy
E ci tocca pure farel'autostop...

L'autrice Marta Trucco sull'Aguglia
di Goloritzè in Sardegna