giovedì 4 maggio 2017

SCI DI UNA VOLTA, MA NON TROPPO

In Marmolada a fine aprile 2017
Pubblico l'articolo di Giorgio Daidola uscito su L'Adige il 3 maggio us perché fa riflettere sulle sorti eventuali di uno sci di pista ancora compatibile con la natura.
Cliccando sull'immagine si può ingrandire.










Oggi, 4 maggio vedo la Marmolada dalla finestra di casa innevata come mai lo è stata durante l'inverno appena finito e... forse mai arrivato. Qualche bella gita con le pelli si può ancora fare.

mercoledì 12 aprile 2017

PROPRIO UNA BELLA NORD DELL'EIGER!

CATENA DI INSICUREZZA


Easy Rider
Prendo a prestito dall’alpinismo il termine –catena di sicurezza- che indica l’insieme degli elementi meccanici e la loro disposizione, che collegano l’alpinista alla parete che sta scalando. Normalmente sono corda, moschettoni, dispositivi frenanti o bloccanti, fettucce, imbragatura, ancoraggi,  ecc.
Si intende così una sicurezza standardizzata da mettere in atto a seconda della situazione e che prevede, per il suo buon funzionamento, una buona dose di esperienza. Le Guide Alpine conoscono assai bene questo elemento, semplicemente perché vi hanno a che fare in ogni momento della propria attività.
Capovolgo e stravolgo questo concetto per parlare ora di un fenomeno comune sempre più e, secondo me, terribilmente deleterio ai fini della sopravvivenza della nostra specie. Quella umana.
A partire dal nostro cigolante Club Alpino Italiano per arrivare alle mille Associazioni più o meno lecite e finendo agli utenti più disparati di quello che oggi viene definito come “mondo dell’ outdoor”, negli ultimi, direi 5 o 6 anni, ho notato un impoverimento tecnico e morale a dir poco enorme. Perché?
Secondo me a causa dell’utilizzo improprio della tecnologia e di un crescente benessere economico che hanno fatto dimenticare passione, modestia, amore per la fatica non fine a se stessa e buon senso, ai più.
Non è la prima volta che dico o scrivo che il concetto di sicurezza è un qualcosa di impalpabile, labile e profondamente intimo di ognuno di noi, così come l’insicurezza che ne deriva se, prima di tutto, questo primo elemento così indefinibile non è in equilibrio con un’ infinità di piccoli e grandi elementi fisici e morali.
Ma ora vorrei basarmi su questioni puramente fisiche e meno eteree, per farmi capire meglio e per  non finire in qualche delirio cosmico inutilmente tirato in ballo impropriamente.
Tutto quello che mi posso comprare con il denaro che ho non sono strumenti che mi danno automaticamente la sicurezza di cui ho bisogno! Certo, acquistando e utilizzando una corda da alpinismo ho più sicurezza che se ne usassi una costruita per stendere il bucato, su questo non ci piove.
Ma se mi compro un SUV da 80mila euro e ho una guida incerta, ho paura delle strade strette di montagna e credo che la trazione sulle 4 ruote mi possa sollevare da ogni impiccio, mi sbaglio di grosso. Questo è solo per fare un esempio tra i più eclatanti. Basta guardarsi intorno per notarlo.
Vado avanti con gli esempi.
Quando ero un ragazzo, negli anni ’70 per intenderci, sognavo di avere una Nikon F perché la fotografia era una delle mie passioni più forti. Era la macchina fotografica dei reporter della guerra in Viet-nam e di tutta quella schiera di anarchici giramondo che fotografavano per la Magnum.
Insomma per un appassionato di fotografia era un apparecchio che potevi avere solamente se ci capivi un sacco, anche perché non era piena di automatismi e le foto dovevi farle TU. La Nikon F tutt’al più ti dava una possibilità perché era robusta e aveva tanti accessori e ottime ottiche.
Mi dovetti accontentare di una Praktica russa che mio padre mi comprò su consiglio di uno zio fotografo (il miglior fotografo che abbia mai conosciuto, non scherzo! E averlo avuto come maestro è per me motivo di orgoglio sconfinato) che utilizzai per anni e anni e che mi insegnò con la sua complessità d’uso e il suo peso, un sacco di cose utili.
Fotoreporter anni '70
Oggi un concetto simile fa sorridere perché con qualche centinaio di euro puoi comprarti una reflex professionale che fa ottime foto anche se sei cieco e stupido. Una scorciatoia tutto sommato a buon mercato percorsa dalla maggior parte.
Ma è sul concetto del “merito” che vorrei tornare, ovvero sul fatto che mi sarei meritato una macchina fotografica più professionale una volta che avessi imparato a fare le foto e vi assicuro che a quei tempi riuscirci non era così scontato come lo è oggi.
Macchine fotografiche analogiche
Insomma chi aveva una Nikon F a tracolla era uno che sapeva fare le foto, non era uno che aveva soldi da buttare, era un fotografo vero, uno che portava a casa la pagnotta vendendo fotografie perché sapeva farle.
Così come un motociclista che aveva una Kawasaki 500 o una Suzuki GT550 o una Moto Guzzi 850 Le Mans, era uno che in curva consumava le pedaline sull’asfalto perché sapeva prendere una curva per bene e magari era vestito di jeans (pantaloni e giubbotto) e il casco lo lasciava a chi correva in pista. Tutt’al più indossava un paio di Ray Ban a goccia.
Oggi i motociclisti sono tutti in sella a mostri potentissimi e vestiti come i piloti del motomondiale ma hanno una guida incerta, per nulla fluida e prendono le curve traballando per accelerare subito dopo al primo rettilineo per iniettarsi la certezza di essere sul mezzo giusto. Ma la moto è bella in curva. In rettilineo è una palla mostruosa.

La mia generazione è cresciuta senza seggiolini da auto e senza cinture di sicurezza. Un livello di selezione elevatissimo ma che ci ha resi pragmatici e robusti, quindi inadatti al mondo di oggi fatto di gingilli e paccottiglia luccicante in vendita atta a garantirti una falsa sicurezza.
Moto Guzzi 850 Le Mans
Si, si mi direte: se cozzi su un sasso mentre scii e non hai il casco ti rompi la testa. Come non essere d’accordo? Ma il sentirsi sicuri mentre si fa qualcosa non passa necessariamente attraverso l’avere quello che il sistema (e forse anche la legge, giusta o no che sia) passa e omologa come indispensabile.
Mia figlia Isa in pista
Mia figlia al compimento del quattordicesimo compleanno come regalo mi ha chiesto di poter sciare senza casco. Sull’iniziale  e lecita preoccupazione genitoriale ha poi prevalso la razionalità secondo me, ovvero: aveva ragione a chiedermelo. Sulla pista affollata si mette il casco ma fuoripista no. Con la mia totale approvazione di padre che crede nella libertà. Anche di rompersi la testa!
E’ un concetto avvertibile da chi va a fondo delle cose, per questo mi fa fare fatica a spiegarlo a chi si sente sicuro solo se esce da un negozio con la migliore attrezzatura o guida un’auto costosa o ha una casa ermetica e falsamente minimale. Questi personaggi normalmente non si spingono oltre la soglia del facile sentiero marcato se hanno un minimo di buon senso e il loro istinto di conservazione, se mai ne hanno uno, ha un minimo di vitalità. Anche se sono equipaggiati come se dovessero andare sul K2. Diversamente si mettono in casini inenarrabili, anche perché appesantiti da tutte quelle cianfrusaglie che rendono l’essere dinamici un’utopia. E la natura è perennemente dinamica.

Una delle scorciatoie più praticate ultimamente è quella della teorizzazione della gestione del rischio o risk management, che suona più sicuro per gli insicuri, dico io.
Una serie di elementi riportati su test e grafici ci dice alla fine cosa possiamo e cosa non dobbiamo fare prima di affrontare un sentiero, una gita con gli sci o una scalata. La chiamo scorciatoia perché, come le rughe sul viso di Anna Magnani (che non voleva togliersele perché c’aveva messo tanto tempo a farsele venire), serve un sacco di tempo a farsi la necessaria esperienza utile a riconoscere e a limitare il rischio laddove c’è. E quel limite che esiste sicuramente, non è lo stesso per tutti. Si chiama esperienza ma nessuno o quasi la nomina più, perché è una cosa lunghissima da ottenere anche in solo in minima parte, figuriamoci in dose massiccia. E poi non da certezza perché per quanta uno ne abbia non è mai abbastanza. Non rende appagati l’esperienza, perché non finisce che con la morte e questo non piace a nessuno. Non si può dire con certezza matematica (invece dopo un autotest sul risk management ci si sente appagati, autorizzati e pronti) che l’esperienza che abbiamo ci salverà di sicuro, quindi ben venga qualcosa che la sostituisca e la renda altrettanto appagante, certa e veloce da ottenere. Io la chiamo presunta esperienza, ma oggi i guru la definiscono come sicurezza. 

mercoledì 15 febbraio 2017

SCIALPINISMO d'alta qualità in DOLOMITI 7-9 aprile 2017 dal Sass Pordoi a Cortina

Partenza confermata per la Traversata dal Passo Pordoi a Cortina (QUI il programma dettagliato) dal 7 al 9 aprile 2017.
Una "cavalcata" su 3 cime di oltre 3000m. con discese tecniche e tra le più remunerative delle Alpi tutte, al cospetto di grandi pareti e valli incantate, dove sono nate le più belle Leggende delle Dolomiti. Ci sarà un perché!
Una notte in B&B in Alta Badia e una in rifugio.
Posti limitati.
Le Tofane da Forcella Monte Casale,
 prima di una delle più belle discese della Alpi tutte.
Sass Pordoi, Arabba 
Informazioni e iscrizioni
info@marcellocominetti.com   -tel. 327.7105289-

martedì 14 febbraio 2017

ICE CLIMBING Dolomiti 2017

La poca neve per il freeriding lascia agli Ice climbers la comodità degli accessi senza fare troppa fatica.
"Solo per pochi", Colfosco, Alta Badia, settore alto.
Le buone condizioni di molte cascate (meno buone per gli itinerari di misto) sono sicuramente da prendere in considerazione.
Cliccando qui trovate tutte le informazioni per passare una o più giornate con la guida, a scoprire questa attività, o a percorrere itinerari di soddisfazione in ambiente straordinario, se siete già esperti.

sabato 21 gennaio 2017

Bye Bye El Chaltén dopo la stagione 2016/2017

per scoprirlo vai su www.inpatagonia.it 
Per riportare com'è andata questa ultima stagione patagonica lascio la parola al mio collega Franz Salvaterra che io ho anticipato nel rientro a casa di una settimana. Ormai sempre più mi fa piacere lasciare a lui la parola perché riassume i fatti e le sensazioni in maniera più sintetica di come farei io.
Il suo è un descrivere "di pancia" mentre il mio sarebbe a volte troppo inutilmente ricercato e profondo. In fondo vivere di alpinismo è una barzelletta a cui non abbiamo mai smesso di credere, ma sempre di barzelletta si tratta.
Alla faccia dei retorici falso-romantici così noiosi e statici nel pensiero, penso che nulla vada preso sul serio e che la leggerezza di spirito rappresenti la più grande fonte di energia a cui l'alpinismo può attingere, perché per salire le montagne occorre prima di tutto essere leggeri.
Per leggere il resoconto andate qui, se non avete di meglio da
fare:  (ci sono anche delle foto carine)


Sottofondo musicale consigliato:  While my guitar gently weeps Noi l'ascoltavamo tutto il giorno quando era brutto tempo: praticamente sempre.

WARNING: a fine 2017 proporremo il TREKKING DEL DIABLO, un itinerario solitario e inedito che può essere ritenuto a buona ragione uno dei giri a piedi più belli del mondo. Coming soon su www.inpatagonia.it


sabato 24 dicembre 2016

IN CANOA SUL RIO CHICO, Patagonia Argentina (Santa Cruz)

Kaiquenes in volo
Il bel tempo per scalare a El Chaltén si fa attendere e quindi ne abbiamo approfittato per scendere qualche km del Rio Chico, un fiume ingrossato dalle ultime piogge e nevicate che attraversa una delle zone steppose più vaste della Patagonia Argentina incrociando un solo centro "abitato": Gobernador Gregores.
Il Rio Chico ha uno sviluppo rettilineo di ca. 300 Km. ma quello reale arriva quasi a 1000 perché le infinite anse che lo caratterizzano ne accompagnano il corso costantemente.
Franz a prua con Kaiquen a ore11

Il senso di immensità e solitudine che infondono questi posti è una sensazione che, secondo noi, va provata. Se si ha un po' di dimestichezza con l'acqua, si tratta di alpinismo anche questo. Garantito!
Il vento spinge nel verso giusto per poi imporsi contrario e le anse pare servano a questo. La corrente ti spinge in giù e il vento in su: la canoa è ingovernabile e, se non si rovescia, gira su se stessa come ubriaca.
Cisnes de cuello negro, eleganti e superbi
Non abbiamo foto di quei momenti perché bisogna concentrarsi per non finire a gambe all'aria, ma queste che ne illustrano la calma serale, non sono male, dai...





Da Queste parti vige assoluto il concetto che se in cuor tuo desideri che le cose vadano in un certo modo, puoi stare certo che andranno esattamente alla rovescia!
Patitos feos=I brutti anatroccoli




Quando il vento esagera, l'unica cosa da fare è rinunciare a combattervi contro, lo abbiamo imparato in anni e anni di facciate. Quindi ci si rintana in tenda e meno male che abbiamo delle buone letture e internet è assente.
Come fare capire a molti che: stiamo lavorando!?

Non fa tutto 'sto caldo...
In Patagonia, anche quando la meta è vicina e sembra raggiunta, non è mai così. Infatti spesso negli ultimi metri si frappongono ostacoli per raggiungerla inaspettati, di difficile superamento o comunque mai di poco impegno.
Tra noi e la strada che ci poteva portare fuori dal fiume sembrava ci fosse un innocente prato di un km e invece era molto più lungo ed era solcato da canali d'aqua, paludi e abrojos (cespugli che rilasciano palline spinose che risalgono di loro iniziativa lungo le gambe sotto ai pantaloni). Il tutto sotto lo sguardo interessato di due grossi condor.
Raggiunta la strada la prima "camioneta" che passa (ne passano ca. 5 al giorno) è della Polizia per l'abigeato e ci carica subito.
I poliziotti ci raccontano di banditi e furti di bestiame, in cui loro hanno sempre la meglio, e dopo 30 km ci lasciano nella Stazione di Servizio di Gobernador Gregores. Avete presente Bagdad Café?
MANTECOL a pranzo e remi 10 ore al giorno!

Non si direbbe ma in un paese fantasma e isolato come questo il benzinaio è il posto più frequentato, tanto da indurci inutilmente a fare l'autostop. Si susseguono coppie di argentini con belle mogli dall'aria infelice e rassegnata e mariti in sovrappeso dal fare animalesco, gauchos agghindati a festa con l'immancabile cane al seguito e moltissime persone grasse! Costoro mentre pagano il rifornimento all'auto, consumano dolci chimici, bibite gassate quando non piatti di pasta dall'aria sintetica con su colate di formaggio liquefatto di pessima qualità. 
A parte qualche bambino, siamo gli unici senza sigaretta in bocca.
Questo paese ci colpisce più d'ogni altra cosa perché di una "bruttezza naturale" opprimente. Ci concediamo una cena nel migliore ristorante che si rivela pessima.
Andiamo al Coyote Pub dove campeggia l'insegna che recita: FAST FOOT, come se nutrirsi rapidamente nel posto al mondo in cui il tempo scorre più lento, costituisse motivo di vanto.
Mentre Franz mi fotografa insieme a un Babbo Natale con tanto di slitta e barbona bianca, un ragazzino mi fa le corna da dietro. Ci facciamo una risata mentre il "chico" è ancor più orgoglioso di avere fatto quel gesto quando scopre che siamo italiani. Una faccia una razza.
Quando a notte fonda decidiamo di infilarci nei sacchi a pelo posati sul marciapiede, due fari lontani bucano l'oscurità. E' il bus che speravamo passasse. Ci riporta in 5 ore a El Chaltén dove le nuvole ci aspettavano.


martedì 20 dicembre 2016

PASO MARCONI-GLACIAR CHICO ultima frontiera del trek che sconfina nell'alpinismo nella zona di El Chaltén/O'Higgins


Report del viaggio

"VUELTA Hielo Continental dal Paso Marconi al Lago Chico/O’Higgins e Cerro Torre /Fitz Roy 10-23dic 2016. ITINERARIO INEDITO"


Rientrati a El Chaltén dopo una traversata molto avventurosa, eccoci ora in attesa del tempo buono per scalare. Nel frattempo il mio socio Franz ha redatto un breve report della bella gita appena fatta, che trovate qui:
http://www.francescosalvaterra.com/vuelta-passo-marconi-glaciar-chico/

sabato 10 dicembre 2016

CARRUTILLERA! Patagonia in bicicletta 2016: survived

Non mi succede spesso di pubblicare un resoconto appena tornato da un viaggio, ma 'stavolta mi sono così tanto divertito che sento un bisogno inspiegabile di raccontare un po' la mia soddisfazione.






La CARRUTILLERA (=CARRetera Austral+rUTa 40+CordILLERA Andina Austral, il nome è una mia discutibile invenzione) si è conclusa ieri in quel di La Leona, un vecchio "paradero" (luogo di fermata) patagonico lungo la mitica Ruta 40. Patagonia, Argentina, Santa Cruz.
raggiunta la mitica RUTA40
Marta, il sottoscritto e due validi compagni di pedale eravamo partiti una decina di giorni fa da El Chaltén in direzione contraria al vento...
Raggiunto faticosamente il lago Desierto lo abbiamo attraversato in barca e ci siamo accampati sulle rive della Punta Norte. Da lì si varca la frontiera col Cile, si spinge la bici, ma si pedala anche un poco, lungo i 6 km di sentiero che portano a una bellissima mulattiera che in saliscendi -più scendi che sali- ci ha depositati sulle rive del bellissimo lago S.Martin/O'Higgins.
Ovviamente le foto più belle non le metto qui.
Qui dovevamo prendere il ferry che lo attraversa tutto fino a Villa O'Higgins ma il maltempo, leggi vento forte -siamo in Patagonia checaspiterina- lo impediva. Quindi abbiamo aspettato due giorni a Candelario Mancilla (se cliccate qui a destra su "Patagonia in bicicletta" vedrete itinerario, mappe, ecc) e poi abbiamo salpato tra le onde azzurre.
Da questo remoto villaggio abbiamo risalito la Carretera Austral fino alla deviazione per Paso Mayer che si trova al termine di una strada appena costruita.
Lasciata la frontiera cilena un fiume neppure tanto piccolo rappresenta il seguito dell'itinerario verso l'Argentina. I guadi sono una decina e neppure tutti facili. Siamo fradici ma spingiamo sui pedali perché sappiamo che troveremo una strada, ma dove? Boschi, ghiaioni, praterie e acqua, tanta acqua ci circondano e trovare il percorso è complicatissimo. Non mi aspettavo una cosa tanto complicata ma ora ci siamo e bisogna ballare come suona la musica.
Il mio fiuto mi guida ma non è infallibile, ovviamente, ma troviamo la mitica "passerella" che Don Ramiro ha costruito per le sue pecore. Ci avevano detto anche che il Ramiro non vuole che la gente ci passi sopra, ma oggi chissà lui dove sarà e non lo vediamo. Mannaggia, poteva farla un po' più larga! Traballa pericolosamente sulle rapide del Rio Carreras facendoci credere al suo termine che avremo avuto vita facile.
Ci sbagliamo, e vaghiamo per boschi, guadi, impronte di puma, uccelli di ogni sorta e finte tracce fino a notte, quando...si spezza il portapacchi della mia bici. Siamo senza saperlo a pochi metri dalla Gendarmeria Argentina e inizia a piovere.
I gendarmi ci accolgono calorosamente e ci fanno accampare vicino alla loro casermetta offrendoci un "quincho" (=focolare con tetto) dove facciamo un falò per asciugare noi e i vestiti.
Il giorno dopo si snoda tra praterie, fiumi impetuosi e montagne, ma su strada buona! Pranzando su un prato senza fine invaso da volatili, volpi curiose, guanacos curiosi pure loro e lepri, facciamo asciugare le tende e ripartiamo. Usciamo improvvisamente dalla Cordillera e ci si para di fronte la temuta Estepa Patagonica: un deserto secco, ventoso e freddo tagliato solo dalla linea retta della strada. Intorno a noi la presenza dell'essere umano è inesistente. Non che fino a qui abbiamo incontrato tanta gente, anzi, ma nell'estepa la sensazione di agorafobia (il contrario della claustrofobia) ti prende anche se non ne soffri. Diciamo che qui potresti iniziare a soffrirne.
guadi
Le Estancias (fattorie) sono qua e là ma a 20/30 km dalla strada e chissà se sono aperte -saperlo non è possibile- e noi siamo in bici e carichi. Non è esattamente come quando si passa da qui in macchina, insomma.
Troviamo asilo nella più vicina alla nostra strada, a soli 5 km, dove ci viene offerto per la notte il "Galpon de esquila" il capannone dove si tosano le pecore. Ci accomodiamo contenti perché nella notte diluvierà facendo vibrare le lamiere ondulate del capannone mentre ronfiamo, anche per questo, soddisfatti. E dire che fantasticavamo di arrosti e buon vino. Invece: cous cous e ceci.
L'alba è radiosa e in Italia scopriamo che ha vinto il NO.
Il vento ci spinge e ci frena ma noi andiamo avanti: indietro non si torna! Faccio mio il motto di Fridtjof Nansen in queste situazioni: FRAM! (=avanti! in norvegese), non mi costa nulla, se non pedalare come forsennati.
E infine l'asfalto. Nero, diritto e interminabile sotto a un cielo di nuvole grandi e sporadiche che lasciano passare neri temporali lontani e un sole implacabile. Il vento rinfresca e noi andiamo letteralmente arrosto per quanto riguarda la pelle delle nostre facce.
All'estancia L'Angostura sul Rio Chico capiamo che il ritardo di 2 giorni, dovuto alla barca sul lago S.Martin/O'Higgins, non ci permette di rispettare la nostra indicativa tabella di marcia. D'altronde questo viaggio è un'esplorazione del percorso per perfezionarlo e ripeterlo certamente, ma ora dobbiamo farci portare in auto per quasi 100 km.
La camioneta ci deposita nel luogo pattuito: il nulla! Vento, polvere e desolazione. Neppure un cespuglio per ripararci un momento. E il vento è davvero fastidioso e invadente. Riprendiamo a pedalargli duramente contro fino a una curva dietro la quale lui -il vento- diviene a favore e...voliamo per 40 km fino a Tres Lagos: il primo paese che incontriamo dopo giorni in territorio argentino. Ci sembra una cattedrale nel deserto, anzi, lo è e ci sediamo a lato del biliardo di un bar per gauchos a trangugiare milanesas y papas fritas (questo non lo traduco) e a bere birra a fiumi.
Il giorno seguente è di quelli rari da queste parti. In fondo all'estepa appaiono le montagne: il Cerro Torre e il Fitz Roy su tutte, ma si vedono bene anche le punte minori e i massicci all'interno dello Hielo Continental. Insomma una visione assurdamente divina.
Ormai divoriamo i kilometri come gallette e si avrebbe voglia di non smettere mai di pedalare, mi era già successo, ma dobbiamo farlo perché domani l'aereo porterà Franz, Beatrice e Marta a casa. Io resto ancora un mese e mezzo.
E' un giro in bicicletta estremamente bello ma anche molto avventuroso e sconsigliabile a chi ama la comodità e la certezza. Un vero viaggio, insomma.
LEGGI QUI IL DIARIO DEL VIAGGIO DI Beatrice Carli Moretti