venerdì 20 marzo 2020

IL VOLO DELLO STORNELLO


IL VOLO DELLO STORNELLO

Questa storia, mi è stato chiesto di raccontarla così tante volte che mi sono stufato. Quindi la scrivo e la rendo pubblica per non doverla più raccontare a voce. La romanzerò lievemente e la vorrei infarcire di note solo apparentemente  fuori tema, ma che secondo me, invece servono a immergersi nell’atmosfera e nel tempo in cui si svolse. Prima di iniziare a raccontarla vorrei sottolineare che non si tratta di nulla di eccezionale e che di cose così, a quei tempi, ne succedevano molte e quasi sempre, e sottolineo il quasi, finivano bene. Come questa.
Ecco, ora che vi ho tolto definitivamente la suspance, posso iniziare.
 
Moto Guzzi Stornello 125 Scrambler
Genova 1978.
Il gruppo di amici che frequento, oggi si definirebbe intellettuale. Non che ci fossero dei geni o dei talenti particolari in qualche campo, ma la nostra “compagnia” era quanto mai variegata in quanto a connotazioni sociali, politiche, sportive e artistiche. Le nostre età andavano dai 17 anni dei più giovani ai 22 dei più “anziani” e il nostro agglomerante era il gruppo di Scout al quale appartenevamo: il Genova 1.
Detto gruppo inglobava, a seguito di una recente manovra socio-economica della dirigenza, le zone di San Nicola: quartiere medio-alto borghese della parte a mezzacosta della città, La Maddalena: ricettacolo di popoli del centro storico dalla prostituta all’armatore e Oregina: quartiere operaio con un passato nobile situato in “montagna” rispetto al centro città. Un amalgama siffatto poteva solo generare disparità d’ogni sorta ma allo stesso tempo c’era un gran fermento tra noi. Non stavamo mai fermi, in tutti i sensi e c’erano quelli politicamente impegnati (tutti a sinistra), i tossici, gli artisti, i musicisti, gli atleti e gli appassionati di motori.
Si andava dalle due ruote, fino alle quattro, ovvero dalla Vespa 125 TS alla Lancia Stratos di Sandro Munari che sbancava nel mondiale rally. 
Lancia Stratos

La Vespa non era un mito allora. Era semplicemente il mezzo più economico che potevi permetterti da giovane, che i tuoi genitori ti potevano comprare o che ti guadagnavi dopo una stagione facendo il cameriere o la hostess alla Fiera del mare. Io avevo una Primavera 125 che avevo cercato di truccare sostituendo praticamente ogni pezzo del motore comprandone usati e montandoli con l’aiuto dei più esperti tra noi. Dal meccanico ci andavano solo gli incapaci e il faidaté non esisteva di nome ma era un fatto scontato. Per un pomeriggio andò fortissimo, ma proprio per questo gli “amici” mi fecero uno scherzo versando nel serbatoio una bottiglia di amaro Petrus e infilando uno straccio nella marmitta Pinasco a espansione (pagata una fortuna pure da usata). La bottiglia di Petrus Bonekamp la rubò Maurizio dal negozio di suo padre, lo straccio lo trovarono per strada. Da quel momento funzionò sempre malissimo e io vissi nel ricordo di quel pomeriggio da leoni in cui “volava” e mi bevevo tutte le TS e le GTR, che non tornò più. Chi mi dava del filo da torcere, ma non in discesa perché la Primavera in curva era imbattibile potendosi piegare molto di più delle altre Vespe perché aveva le pedane più alte che non toccavano l’asfalto lateralmente, era la 150 Sprint Veloce di Sandro, una vera scheggia!
Dopo essermi schiantato contro un cassonetto della rumenta (=spazzatura) di quelli di lamiera della ditta Morteo (un nome, un programma) il telaio si piegò tanto che il manubrio toccava la sella. La riallungai con il cric della NSU Prinz di mia madre, ma un giorno, verso i Piani di Praglia, mentre sfrecciavo con dietro la mia fidanzata ben abbracciata, una cunetta ci compresse al punto che il manubrio si riavvicinò di colpo alla sella costringendoci a sopravvivere avventurosamente fino a fermarci miracolosamente senza cadere. La raddrizzai una seconda volta e la usai un po’ per andare a scuola finché un noto teppista mi chiese di vendergliela, così me ne separai senza troppo rimpianto. A quei tempi i mezzi meccanici si amavano come fossero parte della famiglia e mi stupì quasi che la separazione non mi provocò sofferenze di alcun tipo. Il nuovo acquirente morì pochi giorni dopo per overdose di eroina e la mia Vespa passò a un suo fratello maggiore che la usò per delle rapine fino a quando lo arrestarono e gli fecero scontare tutto quello che aveva combinato fino ad allora. Credo sia in galera ancora oggi, pace all’anima sua.
I rally li seguivamo da tifosi e andavamo a vedere quelli che passavano nel basso Piemonte, ovviamente in Vespa e al ritorno ci sentivamo così elettrizzati dalla gara che guidavamo come folli nella notte e qualcuno finì vicino a lasciarci le penne. La Stratos era come un dio a motore ma c’erano anche le Alpine Renault, le Fiat 124 e 131 Abarth, le Saab Turbo, le Triumph Dolomite, le Autobianchi A111 e A112, le Porsche Carrera, le Opel Kadett Conrero, le Ford Escort Mexico… macchine di cui sapevamo tutto, dalla meccanica alle fidanzate dei piloti.
Fiat 124 Rally e me 1979

La moto più bella, fiera e armoniosa che c’era nel nostro gruppo di amici, secondo me, era quella di Dudy. Lui era un sangue misto nordamericano e messicano finito a Genova non ricordo più come e possedeva, prendete fiato e stupitevi: una Moto Guzzi Stornello Scrambler 125 bianca e rossa. Fatto inedito a quel tempo: anche il telaio era rosso. Quel monocilindrico girava come se conoscesse il moto perpetuo e la sua fluidità nel rumore e nell’erogazione della –modestissima- potenza erano un insieme perfetto. Potevi accelerare in qualsiasi marcia che la moto andava avanti come un gozzo spinto da un entrobordo diesel al rientro da una pesca fortunata. La sella corta e larga era per un solo passeggero ma in verità ne ospitava comodamente due e proponeva una posizione di guida da cavallo da tiro. Un mezzo da lavoro sporco, non da dressage come le neonate KTM fighette e costosissime.
Dudy mi aveva in simpatia e ogni tanto mi lasciava la suo Stornello per farmi un giretto di qualche minuto perché mi vedeva tornare ogni volta con un gran sorriso.
Le moto più diffuse si dividevano in quelle da strada e quelle da regolarità, specialità fuoristrada simile al motocross. Le Scrambler erano la via di mezzo. La Ducati faceva i suoi tre modelli 250, 350 e 450 che erano dei catorci terribili, dalle vibrazioni esagerate che un giorno si e uno no dovevi stringere tutti i bulloni perché si svitavano. Mi fa ridere che oggi una Ducati Scrambler sia un modello costoso e molto alla moda se penso alla baracca che era a quei tempi.
C’erano poi le Gilera, dei gioielli purtroppo scomparsi. Un discorso a parte lo meritavano le Moto Morini Corsaro, dei mezzi dalla ciclistica raffinatissima e dai motori superlativi che rappresentavano l’incubo delle, molto più potenti giapponesi, Kawasaki in testa, che avevano dei telai osceni e dei freni da bicicletta. Recuperarono col tempo, ma anche perché questi marchi nostrani scomparvero vittime di un estetica troppo classica che non seppe evolversi al momento giusto. Oggi sono dei gingilli da collezione che hanno una personalità introvabile nei mostri nipponici.
Adriano si era diplomato l’anno prima all’Istituto Nautico e aveva trovato subito un imbarco su una petroliera che se lo portò in giro per il mondo come ultimo ufficiale per otto mesi. Al suo ritorno aveva così tanti soldi che poteva permettersi qualsiasi cosa. Intendiamoci. Per qualsiasi cosa, voglio dire, tra quelle che ci piacevano, che non erano di certo stroppo lontane da noi stessi. Un paio di jeans Spitfire, un paio di stivali in cuoio Camperos, un paio di occhiali Ray Ban a goccia un trench blu o beige che si chiamava Scotch e un bell’impianto HI FI per ascoltare The Dark Side of The Moon. Piatto Akai, ampli Marantz, mangiacassette Pioneer e casse JBL erano il sogno di tutti e Adriano li aveva in società col fratello maggiore per dividere la spesa d’acquisto. Anche un’automobile gli avrebbe fatto comodo tra le cose che poteva permettersi ma c’era un problema: non aveva la patente. Non aveva mai preso neppure quella per la moto e io ero… il suo autista.
Non avevo ancora 18 anni per portare un passeggero in sella alla mia Vespa 125 ma Adriano avrebbe pagato qualsiasi multa. E anche se fossimo passati col rosso, se avessimo percorso sensi vietati o se fossimo andati troppo forte. Tu vai, mi diceva, se ci fermano pago io! E fu così che andavamo come pazzi ovunque senza rispettare nessuna regola del codice stradale. Anzi cercando di infrangerne il più possibile. Non ci fermò mai nessuna pattuglia della stradale, dei carabinieri e neppure un vigile urbano, cosa che mi era successa in altre occasioni in cui avevo commesso infrazioni ridicole se paragonate a quelle in cui potevo incorrere quando trasportavo Adriano. Per pagare certe contravvenzioni andavo a lavorare da una mia zia che aveva una pellicceria. Un lavoro che detestavo perché ho sempre amato gli animali, ma le multe andavano pagate e quello era almeno un sistema onesto per fare qualche soldo.
Quel pomeriggio Dudy mi lasciò il suo Stornello e appena partito mi fermai dietro l’angolo per far salire Adriano. Ci dirigemmo verso il Righi, sulle alture di Genova, tirando per bene le marce raggiungendo una discreta velocità. Lo Stornello cantava come un usignolo e, a differenza della Vespa, si guidava anche tenendolo stretto con le gambe, tra le quali rombava quello che per me era il più bel monocilindrico di quegli anni. La Moto Guzzi faceva altri modelli più grandi di cilindrata che si chiamavano Lodola, Galletto, Falcone, Condor… una passione per gli uccelli si direbbe, infatti quel giorno il nostro modesto Stornello volò come un’Aquila!
Ero perfettamente conscio di quello che stavo per fare e pensavo che uno come Adriano sarebbe stato solo d‘accordo perché si trattava di una manovra rischiosissima e sicuramente non consentita dal codice stradale.
Non appena imboccammo la via che porta al Parco del Peralto, vento nei capelli, ingranai orgogliosamente la quinta, che era una marcia che pochissimi mezzi meccanici dell’epoca avevano. Alla fine del primo rettilineo c’è una curva a sinistra e l’asfalto è così granuloso e ruvido che potresti farla a tutta velocità anche se hai sotto delle ruote di legno. Ma noi proseguimmo dritti infilando una ripida rampa di terra che ci sparò in aria come lanciati da una catapulta. La zona di atterraggio era uno spiazzo triangolare piuttosto grande, con tutto lo spazio per frenare ma non avevo tenuto conto che al centro dello spiazzo c’era un grosso albero. O meglio, l’albero non era di certo una sequoia come dimensioni, ma era abbastanza consistente per averlo sulla nostra traiettoria, soprattutto perché ormai eravamo per aria a qualche metro di altezza dal suolo e lanciati a una velocità totalmente inadatta alla situazione. Adriano fece un lungo urlo che dalla gioia passò al terrore per poi finire nella disperazione, perché ormai era chiaro a entrambi che ci saremmo schiantati contro l’albero e saremmo crepati! Vedevo chiaramente la scena di cui eravamo protagonisti come fossi uno spettatore seduto su una delle panche di ferro che corredano ancora quel ritaglio di verde pubblico cittadino, ma invece, nella realtà ero sulla moto.
A quel punto tentai goffamente, ma in quel momento non mi sentivo assolutamente goffo, di sterzare inclinando la moto verso destra, ma non successe nulla perché continuavamo a volare. Oltrepassammo l’albero senza colpirlo e questo era già un ottimo risultato, ma il terreno ghiaioso ci aspettava lì sotto e su quello rovinammo con la moto tutta inclinata di lato e la velocità che non era di certo calata. L’urto fu bestiale. Iniziammo a scivolare sui nostri corpi ancora aggrappati allo Stornello che con noi strisciava sulla terra portandoci via pezzi di carne. Finalmente si fermò. Io avevo una gamba sotto la moto e Adriano era già in piedi e roteava in circolo saltando e gridando di dolore, ma si muoveva agilmente. Era una maschera di sangue e aveva i vestiti strappati ma riuscì a sollevare la moto e a farmi rialzare. Stavo in piedi anch’io e mi guardavo le ferite riempite di terra. I dolori erano dappertutto ma gambe e braccia si articolavano e mi muovevo a stento, ma mi muovevo. Davanti a noi c’era un signore dall’aria stravolta che aveva assistito allo spettacolo. Si, perché vederci arrivare volando come su un cavallo alato, stando a terra,  doveva essere stato bellissimo. La seconda parte dello spettacolo si proponeva come drammatica ma il tutto non era ancora finito. Mi avvicinai al signore impietrito e allungando una mano sanguinante gli chiesi per favore lo straccio con cui stava pulendo la sua automobile. Me lo lasciò senza accorgersene e noi ci pulimmo le ferite, mie e sue, dalla terra e dal sangue, intingendo più volte lo straccio nell’acqua putrida del ruscelletto che bordeggiava lo spiazzo. Zoppicanti raddrizzammo le forcelle dello Stornello che ripartì al primo colpo di pedivella e inforcandolo nuovamente andammo a casa mia a medicarci. Mia madre, vedendoci, voleva chiamare un’ambulanza ma ci bastò un po’ di cotone, dell’acqua ossigenata e molti cerotti e bende. Avevamo paura di farci dare dei punti da un medico. Ci cambiammo anche i vestiti e uscimmo dicendo che eravamo caduti dalle scale. Mia madre ancora oggi non sa cosa fosse successo davvero. Riportammo la moto a Dudy che, impegnato in una sfida a calciobalilla, non fece caso a qualche riga in più sul serbatoio, già che lo Stornello ne aveva di precedenti. E poi quelle moto avevano poca o nulla carrozzeria ed erano robustissime.
Non vide neppure fasciature e cerotti perché mi ero vestito in maniera da nasconderli.
Guardando dentro il serbatoio mi disse dove fossi andato per consumare tutta quella benzina. Gli diedi 500 lire, ci salutammo e voltato l’angolo me ne feci dare 250 da Adriano.

lunedì 16 dicembre 2019

FINALE è UN BUFALO, recensione all'ultima guida di Andrea (Gallo) FINALE51

Marcello Cominetti, Guido Cortese e Sandro Pansini
prestano giuramento a La Grattugia


Il mio amico Andrea (Gallo) e i suoi collaboratori del Rockstore (Betta in persona), mi hanno appena fatto dono dell’ultima guida sull’arrampicata a Finale che si chiama Finale51. L’ho appena messa sulla libreria dove ho tutte le edizioni, da quella tascabile Grillo-Calcagno-Simonetti (quella in cui si dice che a Finale non piove mai) a questa da collezionisti.
Si presenta come un cofanetto stile riedizione di certi CD dei Pink Floyd e contiene due volumetti scritti fitti fitti con schizzi e belle foto. In una ci sono perfino anch’io!  Vi sono descritti migliaia di tiri di corda con nomi, gradi e altre informazioni ma la chicca che questa ingombrante guida trilingue può vantare, sono gli 11 capitoli che parlano in prima persona o raccontano degli altrettanti attori che sulla scena di Finale hanno fatto la loro parte in questi 51 anni di scalate.
Tanto che vorrei fare delle aggiunte. Negli anni ’90 c’era fermento politico attorno alle rocce che fino ad allora erano state frequentate e attrezzate esclusivamente dagli appassionati. Ogni ente locale non si era mai spinto neppure alla base delle pareti per capire e i ciclisti erano di là dal venire, ma il comitato di personaggi locali che si era costituito voleva entrare a gamba tesa nelle faccende dei climbers. Bisognava fronteggiarli dando una certa credibilità agli scalatori che presto si sarebbero seduti al tavolo della prima riunione con assessori, imprenditori locali e azzeccagarbugli d’ogni sorta. La riunione era alle 21 di un giorno d’Autunno e meno di un’ora prima eravamo ancora al bar tra le birre di una giornata passata come al solito a scalare.
L’atto costitutivo della Finaleros venne stipulato da un notaio inesistente ma ogni finalero lo conosce a memoria, quindi non serve redigerne copia. A quella riunione le vene del collo e della fronte di Lorenzo Cavanna si erano così tanto gonfiate da farci temere per la sua sopravvivenza.
Non andate subito a leggere i gradi e la prima libera delle vie. Leggetevi in poltrona o seduti su uno scoglio questi 11 capitoletti di vita vissuta, scalerete meglio. Con linguaggio scanzonato, volutamente sgrammaticato (esattamente come quando si parla) e senza ricercatezze letterarie, ogni attore svuota il proprio scrigno di segreti (ariecco il Saucerful of secrets, di floydiana memoria –che volete, sono un po’ fissato-) davvero col cuore, perché si capisce a ogni riga quanto queste persone amino quelle rocce calcaree. Tutto è legato a sensazioni forti e talvolta passate, indipendentemente dalle indubbie prestazioni alpinistiche e sportive che sulle rocce finalesi si sono avvicendate. Non ci sono filtri. E’ tutto scritto come quando si parlava dopo qualche bicchiere di nostralino allo zolfo di un tempo, tra le pietanze di Antonio all’Antica Osteria. Personalmente ho frequentato Finale a ondate e quindi discontinuativamente, ma anche nei miei ricordi ho tenuto quelle sensazioni tanto ben descritte da quegli undici attori, che nel leggerle mi si sono rizzati i peli degli avambracci.
Andrea Gallo, Gressoney 11-2019
Costituimmo al volo i Finaleros e ci presentammo alla riunione dove Andrea (sempre Gallo) con una sicurezza di latta presentò agli astanti la Finale.ro.s, ovvero Finale Rocciatori Sportivi. Questo dettaglio non era emerso prima al bar, e quindi ci sorprese tutti. Finaleros compresi. Ma andava benissimo.


Ci dava molto fastidio che quelli che fino a pochi giorni prima avevano ignorato scalata e scalatori, volessero improvvisamente entrare nel nostro mondo senza conoscerne le regole mai scritte, solo perché si erano accorti che rappresentavamo un business e un’ottima alternativa invernale ai bagnanti. Quella sera non si arrivò alle mani per un pelo, ma si misero le basi che fecero diventare a Finale, l’arrampicata uno sport ma con una sua filosofia e carattere.
Oggi chi arriva a Finale trova belle rocce ben attrezzate, trail da bici di rinomanza mondiale, spiagge e scogliere sul mare blu e un sacco di locali in cui fare tardi o semplicemente mangiare. A proposito, se non lo siete davvero, specificate sempre che non siete milanesi, altrimenti il conto sarà triplicato. Se invece lo siete, rassegnatevi, nonostante ci siate abituati. Gli americani sono anche peggio, consolatevi così.
Dicevo, che si trovano insomma tutte queste facilities usa e getta, ma il nuovo arrivato non sa quanto sentimento ci sia stato dietro. Così Finalborgo dai palazzi scintillanti del centro storico e i vicoli pieni di gente e negozi è finito tra i Borghi più belli d’Italia. Noi ce lo ricordiamo quando Piazza Garibaldi era un parcheggio, i palazzi erano scrostati e grigi, il Bar Centrale un covo fumoso di ubriaconi (sempre gli stessi) e le pareti nascoste nella macchia che solo se conoscevi come arrivarci le trovavi. Quello, per fortuna, è ancora un po’ così. Non c’era un riconoscimento per i Borghi più brutti d’Italia, perché Finalborgo avrebbe potuto concorrere facendosi onore, ma a noi piaceva così. Mai stati dei raffinati.
S. Pansini, M. Cominetti, A.Gallo 2019
Nonostante nessuno faccia molto per farci arrivare la gente, ne arriva tantissima, anche troppa, e l’incapacità tutta ligure di essere ospitali e cordiali con lo straniero è diventata una prerogativa ricercata. Roba da matti. In una trattoria ho sentito un oste spazientito dire a degli avventori: ma perché non ve ne andate in Trentino? E il tono era lo stesso di quando si manda al diavolo qualcuno. In Liguria i commenti negativi su Tripadvisor sono un punto d’orgoglio, cosa credevate?!
La nota commovente, e manco è stata l’unica, l’ho trovata nelle prime pagine, nei ringraziamenti. Lì sono citato assieme al mio amico Sandro Pansini (che tutti chiamano Pans ma io l’ho sempre chiamato Ciuppe) con la dicitura: la coppia che ha resistito di più.
E’ vero, siamo amici da tutta la vita e non siamo ancora stanchi di esserlo. Abbiamo attraversato ere, matrimoni, relazioni sentimentali varie, passioni e altro, ma siamo sempre lì, accidenti. Appena ci riesce andiamo a litigare con qualche tiro troppo duro per noi senza sapere se inseguiamo la prestazione o le ombre rosa o blu sulle nostre pareti preferite, che sono più o meno le stesse da quarant’anni. Fatelo un po’ voi!?

FREERIDE IN DOLOMITI Val Mesdì, Marmolada, Sella, Cristallo, Tofane and many more.....

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martedì 12 novembre 2019

SERATE PATAGONICHE a SCANZOROSCIATE (BG) il 16 Novembre e a REGGIO EMILIA il 9 Dicembre


Autunno, tempo di serate per sognare e fare progetti!
Il mio socio Franz Salvaterra e il sottoscritto saremo entrambi presenti a queste due serate (a Scanzorosciate ci sarà anche il nostro amico LUCA BIANCO) in cui mostreremo salite e avventure fatte insieme nelle ultime stagioni patagoniche.

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INGRESSO LIBERO, VENITE NUMEROSI!

mercoledì 25 settembre 2019

AUTUNNO E INIZIO INVERNO 2019/'20 FINALE & PATAGONIA

 ARRAMPICATA A FINALE LIGURE E ALBENGA su richiesta Novembre e Dicembre 2019.
Metto questa mia foto primi anni '80 mentre scalo a Finale, non per rimpiangere i bei tempi andati ma perché nonostante frequenti Finale dagli anni '70, non mi sono ancora stufato, anzi, appena posso ci torno lasciando le Dolomiti dove vivo ai primi freddi.

PATAGONIA TREKKING DEL DIABLO DAL 28 DICEMBRE AL 4 GENNAIO. Posti remoti, sentieri approssimativi, panorami e situazioni straordinari come solo si trovano nella Patagonia non turistica a cavallo tra Argentina e Cile. 
Partenza confermata, gruppo in formazione. Posti limitati
Possibilità di estensioni prima e dopo il trek.
POSTI ESAURITI

Informazioni e iscrizioni: info@marcellocominetti.com +39.3277105289

lunedì 23 settembre 2019

TOUCH GENERATION

Touch Generation
Dopo aver scritto “Trolley Generation”, dove analizzavo il fenomeno del trasporto di molti bagagli inutili nelle diaboliche valigie a rotelle che intasano strade, treni, bus, aerei e si conficcano nel tendine d’Achille quando meno te l’aspetti, passo all’analisi di una categoria umana in espansione: la touch generation.
Non prima però di avere fatto una considerazione legata alla generazione Trolley. Riempire quelle dannate valigie di molti oggetti incrementa il consumismo e il PIL, sostiene una crescita economica che fa sentire la razza umana inglobata in un sistema che in verità è disumanizzato, fortificata dal consenso collettivo dell’essere nel giusto, perché pensarla diversamente fa sentire disadattati.
Oggi la mano di uno scalatore è
 un esempio scimmiesco estremo

Come non notare l’inizio di una fine sempre più prossima in tutto questo? Eppure è tutto davanti ai nostri occhi, così chiaro che si può anche toccare e capire senza sforzarsi troppo. Che la pigrizia faccia nei più una vasta breccia che fa comodo alla maggioranza?
L’essere umano da quando è apparso sulla Terra ha da subito iniziato a lavorare alacremente per inventarsi e costruire oggetti che lo sollevassero dallo sforzo fisico. Non è come il vitello, e molti altri animali, che pochi secondi dopo la nascita si rizza in piedi cammina, salta e corre. L’umano occidentale, soprattutto, ha bisogno di un lungo apprendistato e durante questo periodo matura all’interno di sé dubbi, paure e insicurezze perché anche involontariamente si guarda intorno e vede solo bambagia pronta a proteggerlo da ogni sorta d’urto e pensa che la vita altro non sia che gongolarsi dentro una sfera a molle in cui al massimo devi sfiorare uno schermo se ti serve qualcosa. Qualsiasi cosa.
I miei genitori sono nati circondati dalle guerre e hanno capito da subito che la vita era qualcosa da guadagnarsi e meritarsi perché mentre imparavano a camminare gli cadevano sulla testa le bombe di quelli che poi sono diventati gli “alleati”. Altro che bambagia! Sono riusciti a conficcare nei loro figli tutte le loro paure: della fame, dei dittatori, delle bombe, dei terremoti e delle correnti d’aria a casa, ma anche le loro certezze che passavano attraverso il sapere fare qualcosa con le mani oltre che naturalmente con l’intelletto. Oggi queste due fasi si sono liofilizzate solo nella seconda. Gli intellettuali e i pensatori abbondano, molti muscoli si sono atrofizzati e tutto arriva sul piatto sfiorando con le dita dei pulsanti evanescenti come ologrammi che però generano l’effetto desiderato se opportunamente collegati alla Carta di Credito.

I protagonisti di questa pagliacciata, solo all’apparenza molto seria, hanno le dita delle mani simili a wurstel nell’aspetto, cilindrico a raggio costante e nella consistenza, ma queste sono piegate a slittino e l’unghia è stata inglobata nella flaccida pelle priva di qualsiasi callosità. Sono anche chiamate dita a razzetto.
Se ti danno la mano sembra che ti abbiano passato uno straccio umido tra le dita.
 Se afferrano un oggetto poco più pesante di un biscotto inclinano il corpo pericolosamente di lato e contorcono il braccio cercando un equilibrio che non hanno mai conosciuto perché non hanno mai camminato fuori dal pavimento, non dico su un sentiero, ma nemmeno in un parcheggio inghiaiato.
Credono che la vita debba passare attraverso una App e tutto quello che serve essere spostato, afferrato, spinto, sollevato, spaccato, martellato, colpito, svitato,  lo ritengono inutile. Dopo un po’ che ti parlano, in genere pochi secondi, estraggono lo smartphone per mostrarti una foto o un video e… quanto sono poveri di spirito.
La loro è un’esistenza a pila e giustamente si nutrono di prese USB collegate alla rete elettrica. Guai se non ce ne sono, si accasciano e amminchionano ammalandosi gravemente. Vanno dallo psicanalista, dall’osteopata e fanno yoga spostandosi su automobili pulite, usano deodoranti, odiano lo stuzzicadenti e (giuro) pensano che la Patagonia sia una ditta americana di abbigliamento che ha dato il nome a una porzione meridionale del Sudamerica che prima si chiamava Argentina.
Non più di un paio di anni fa, un notissimo filosofo e scrittore di saggi tradotti in quasi trenta lingue nel mondo, mi ha confessato che se ci sarà una fine del mondo che si avvicinerà agli umani, i primi a morire saranno gli intellettuali, perché non sanno fare niente con le mani. Come dargli torto?
L’umano versione touch è sempre più diffuso, specie nelle giovani generazioni e lo si distingue perché si muove in maniera disarticolata. I piedi sono la parte che controlla meno perché sono lontani dal suo nucleo che più o meno è la testa. Si inciampa e urta oggetti sul suo cammino quando si muove, semplicemente perché non si aspetta che ci siano. Questo accade anche se tra loro ci sono sportivi di alto livello perché ormai ognuno è specializzato. Questi individui sono numerosissimi e tra loro si sentono protetti e quindi difficilmente frequentano umani con le mani callose, sporche i muscoli reattivi e tondi, la mente non incline per natura a farsi andare bene tutto quello che gli viene propinato dal sistema. Anzi, questi rari esseri che combattono il sistema quando qualcosa non gli va, sono sempre meno, a favore della riproduzione (chiamabile anche clonazione per l’occasione) tra individui touch sostenuti da slogan che recitano: “Belli, puliti e profumati”  e/o “At the top of your dreams” scritto sopra un’automobile tedesca, e politici della stessa schiatta: social, touch e quindi tutti d’accordo.
A incularci.

martedì 2 luglio 2019

GIUSEPPE COMINETTI FOTOGRAFO


Giuseppe Cominetti
(Tambre BL ca. 1970)
Giuseppe Cominetti nacque a Milano  il 14 Maggio 1924 da Marcello Cominetti (Abbadia Lariana LC 1896- Genova 1957) e Irma Svalduz (Tambre d’Alpago BL 1899-Genova 1980).
Il padre, Marcello era macchinista ferroviere e si trasferì a Genova poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
A 19 anni dovette lasciare la scuola dove studiava da Perito Elettrotecnico perché, subito dopo l’8 Settembre 1943 venne chiamato a far parte dell’Esercito in fanteria. Dopo soli 14 giorni di addestramento a Milano fuggì tornando a Genova e si nascose in un sotterraneo ricavato sotto al pavimento di casa.
Partigiani a Cichero. Cominetti è al centro accosciato

Mentre andava a fare visita alla fidanzata (Maria Lancia che poi divenne sua moglie) venne tradito da un vicino di casa e catturato dalla polizia. Fu inviato in Germania tramite la neonata Repubblica di Salò come bersagliere, dove si specializzò nell’uso militare di esplosivi, abilità che gli tornò utile in seguito.
Utilizzando secondo il caso, l’uniforme di bersagliere o quella di alpino fuggì nuovamente e lasciò l’Esercito della RSI per unirsi alle formazioni partigiane di Aldo Gastaldi di cui divenne milite convinto con il nome di “Iona” fino al 25 Aprile 1945.
Scampato miracolosamente all’eccidio della Benedicta, partecipò attivamente alla liberazione di Genova.
Il padre Marcello, nel frattempo,  si rendeva protagonista di vari episodi di sabotaggio ferroviario tra cui l’azione eclatante che arrestò un treno militare tedesco carico di opere d’arte trafugate in Italia come bottino di guerra, di cui era alla conduzione, presso la  stazione di Arquata Scrivia.
Marcello Cominetti

Finita la guerra si impiegò nel Consorzio del porto di Genova per poi entrare nelle FS e diventare anch’egli macchinista.
Mio padre ricorda che suo fratello maggiore teneva sotto al letto varie scatole piene di pellicole e fotografie e la prima spesa importante della sua vita fu una Rolleiflex biottica da cui non si separava mai. Per lui le persone e i luoghi erano “soggetti” da fermare attraverso quell’obiettivo Tessar f/2.8 che tante emozioni e soddisfazioni gli donò in molti anni di fotografia vissuta.
Lo zio Giuseppe non ebbe vita felice per lunghi periodi perché sua figlia Laura si ammalò di cancro a soli 20 anni e morì a 26 e suo figlio Marco fece la stessa fine a poco più di 60 anni. Mancata anche sua moglie e passati i 90 anni di età restò agile, lucido e forte fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 Gennaio 2018.
Come fotografo partecipò a decine e decine di Concorsi nazionali e esteri. Una sua foto (Feritoia sul mondo)
Feritoia sul mondo (Napoli 1963)
restò in esposizione permanente al Museo d’Arte moderna di Parigi per diversi anni. Non si è mai vantato dei suoi egregi risultati fotografici che quasi teneva intimamente segreti e mai volle parlare delle sue esperienze di guerra se non nei suoi ultimi giorni, come se volesse lasciare un testamento a memoria di tragedie e orrori all’umanità  al fine di non farne più. Era e restò comunista fino alla fine e, come si conveniva alla sua personalità, non rinnegò mai i suoi ideali politici, intellettuali e umani.
Sono orgoglioso e contento di averlo conosciuto.

Uno zio tutt’altro che banale
Non aveva un carattere facile, mio zio. Voleva sempre andare a fondo delle cose, importanti o semplici che fossero e non abbandonava nessun argomento fino al suo esaurimento totale. Si può dire che per lui “spaccare il capello in quattro” fosse il minimo da farsi, sempre. Da piccolo mi metteva molta soggezione ma allo stesso tempo ero affascinato da questo suo essere così efficace in tutto quello che faceva. Non era solamente intelligente e vivace ma era assolutamente un intellettuale a cui non importava del giudizio altrui quando doveva esporre le sue idee. Era uno che andava per la sua strada ma con coscienza e apertura. Nonostante possa sembrare l’opposto, sapeva anche ascoltare gli altri e si interessava a molte cose, dalla matematica alla politica e dalla musica all’elettronica.
IV di copertina del libro dedicato dai nipoti
a Giuseppe Cominetti
Costruiva per diletto amplificatori stereo, che siglava con la marca JHC, ricercando la perfezione nella riproduzione del suono Hi-FI utilizzando componenti sperimentali per l’epoca. Sapeva riparare una TV, un’automobile, una scarpa, una macchina da scrivere o un binocolo e smontava periodicamente la sua Rolleiflex per pulirla in ogni sua parte.
Quando timidamente dissi a mio padre che mi interessava la fotografia mi mandò da suo fratello. Io lo temevo per il suo carattere severo e ci andai tremando di paura. Lo zio mi aspettava a casa sua a Genova all’ultimo piano in Via Galeazzo Alessi, senza ascensore. Mi fece sedere alla sua scrivania e disse: i numeri che vedi sulla ghiera di quest’obiettivo indicano l’apertura del diaframma e sono il risultato della radice quadrata della misura della diagonale del… Oddìo, mi dissi, non imparerò mai a fotografare se bisogna sapere tutte queste cose e in silenzio seguii quella prima lezione con la ferma intenzione di non tornarci più. Avevo 12 anni.
Aspettando i clienti (anni '50)
Ebbe perfino il coraggio di dirmi di dirgli cosa non avevo capito che me lo avrebbe rispiegato, ma io restai muto annuendo con la testa per paura che riiniziasse con quelle cose difficili e incomprensibili. Prima di congedarmi da lui mi diede un foglio con scritti giorni e orari delle successive lezioni. Non sapevo come fare! Poco prima avevo iniziato delle lezioni di pianoforte e il maestro mi faceva solfeggiare per ore e giorni dicendo che il pianoforte l’avrei visto dopo anni. Non poteva essere così anche con la fotografia! Io volevo guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco, sapere come regolare tempi e diaframmi e scattare. Ai tempi le foto si facevano così, non c’erano automatismi.
Poco dopo mio padre mi portò, su suggerimento di mio zio, una reflex Practika con tre obiettivi: un 50, un 35 e un 135mm. Con almeno due paghette settimanali mi comprai un rullino Ilford FP4 in bianco e nero da 24 pose e mi presentai dallo zio. Mi mandò in giro dicendo di riprendere tutto quello che non mi piaceva. Uscii sempre più sfiduciato e ritrassi piccioni, una suora, la fermata del bus, la caserma dei pompieri, dei fiori in un vaso e un barbone che dormiva… Tornato dallo zio e riavvolto il rullino iniziò il miracolo.
Questo è il tank, mi disse e con una manovella riavvolse il rullino impressionato dentro a quella scatola nera circolare di bachelite, senza che si esponesse alla luce. Da un foro fatto a imbuto vi versò dei liquidi, guardò l’orologio e iniziò ad agitare leggermente il tappo a imbuto del tank. Dopo non ricordo quanti minuti versò tutto nel lavandino e sotto l’acqua corrente estrasse la pellicola con le mie foto in negativo. Entrammo in camera oscura dove con l’ingranditore esaminammo una per una le 24 foto, che erano 25!
Back to back
Di ogni foto mio zio mi spiegava ogni dettaglio, l’inquadratura e gli spazi intorno al soggetto principale, le direzioni di movimento dei soggetti dinamici, le luci: LE LUCI! Dannazione, le luci saranno nel futuro l’ossessione positiva della mia vita. Non riuscirò mai più a guardare un oggetto illuminato con gli occhi di prima delle lezioni di mio zio.
Di carattere schivo e solitario portava con sé l’inseparabile Rolleiflex pronto a riprendere ogni soggetto che lo interessasse. I risultati si vedono nelle numerose immagini in cui, oltre a una tecnica decisamente pregevole, si leggono titoli che elevano di qualità le immagini stesse portando l’osservatore a un coinvolgimento completo, come se quella fotografia circondasse chi la guarda su tutti i lati.
Ottimo sciatore mi insegnò l’arte dello scivolare sulla neve (occasionalmente assieme a mio padre e a mio cugino Marco) facendomi fare indicibili faticate con gli sci in spalla sulle alture di Genova in cambio di brevi discese nella neve fonda. Quando più tardi mi appassionai allo scialpinismo mi tornarono sicuramente utili quelle giornate fatte di sudore, freddo, fatica ma anche allegria, sulle nevi pesanti del Pian dei Grilli.
Ciclista scalatore
Alla sua morte il suo archivio fotografico, composto da migliaia di negativi, non venne trovato. Riuscii, tramite i miei cugini ad avere qualche CD con molte sue foto, purtroppo in bassa risoluzione, e quindi dovetti rinunciare all’idea di allestire una mostra fotografica, con stampe in dimensioni accettabili, in sua memoria.
Voglio rendere omaggio alla persona di mio zio Beppino (così lo chiamavamo in famiglia) pubblicando molto modestamente alcune sue significative immagini nel mio sito affinché la sua memoria non si perda. Buona visione.
In Attesa (Antica Via Madre di Dio-Genova)

Aspettando i bagnanti

Bel tiro (gioco della lippa)

Bianco e nero

Campo Pisano (Genova)

Cercando la preda

Cercando le falle

Colonnato (con mascheratura superiore in fase di stampa)

Come sul pentagramma

Come una cariatide

Come vanno i fatti

E' finita

Entriamo

 Il Bottaio

Fede illuminata

Gira gira

Guardando la Mareggiata

Grand hotel

I partenti

I tre moschettieri

I tre pescatori

Il Bacio

Il bacio alla mamma

Il bacio (chiesa di S.Stefano, GE)

Il buco nero

Chiavistello

Chiostro (S.Maria di Castello, GE)

Il ciabattino

Il fabbro

Il garzone del forno

Il gioco della lippa

Il greto

Il micio

Il molita

Il Parroco

Il pezzo cercato

Il piccolo boss

Il pittore

Il rappezzo

Il sentiero

In vista della Pasqua

Io penso che...

La barchetta

La bella e il fanale

La lettrice

L'angolo degli esclusi

L'archibugio

L'attacca tutto

Laura

Lo scalone

L'ombra del fanale

Nuvole agitate

Oliveto

Posto solitario

Povere cose al sole

Rammendo

Relax

Relitto

Reti

Ritratto fuori cornice

Riunione plenaria

Saletta di lettura

Salita al tempio

Sartiame


Figli di Marco

Sdraio in attesa

Situazione incerta

Sorrisi giovanili

Sostegno di fortuna

Strada vecchia

Strilloni

Tiro maestro

Tre amici

Tre opinioni diverse

Una giornata senza sole

Una pausa di diritto

Una pesca agitata

Una sbirciatina

Vado di fretta

Vediamo un po'

Verso il cielo

Via all'isola

Via Priaro

Vicoletto a scalini

Vicolo dell'amore

Vicolo stretto

Visto a Camogli



Volteggi tra le case



La zia Maria e lo zio Beppino (Porto Venere anni '70)

Bene, se siete arrivati fino a qui potrete leggere questa mia conclusione. Giuseppe Cominetti vedendo questa foto avrà detto: i soggetti guardano a destra ma hanno poco spazio, ne andava lasciato di più, andrebbero spostati completamente a sinistra. La montagna sullo sfondo andava tagliata più in basso perché così prende troppa scena ma non si mostra per intero. Il taglio basso è troppo alto e troppo basso allo stesso tempo, e comunque...mai piaciuto farmi fotografare.
Dimenticavo Lei, la Rolleiflex! Eccola qui, adagiata comodamente su un tappeto di belle foto del suo tempo.

Cartella dei ricordi. Stop.