venerdì 31 maggio 2019

LA DISTRUZIONE DELLE DOLOMITI

Un decennio di Dolomiti Patrimonio dell’Umanità
(la distruzione delle Dolomiti)
di Michael Wachtler 
(traduzione di Gabriella Suzanne Vanzan)
Nel giugno 2009, in una conferenza generale a Siviglia, in Spagna, si proclamò: “Le Dolomiti sono uniche e appartengono al Patrimonio Mondiale dell’Umanità”.
Noi abitanti delle Dolomiti credemmo a questo nobile scopo e all’onestà di tali principi. Per un breve lasso di tempo credemmo addirittura di poter contribuire, a pari livello e assieme a tutti i popoli e nazioni del mondo, alla tutela di questo paesaggio e questa natura unici e a preservarli per le generazioni future.
Rappresentanti delle autorità e molti apparenti luminari, ai cui nomi non eravamo avvezzi perché non avevano quasi mai messo piede nelle Dolomiti, si accalcarono per risaltare alle celebrazioni per l’annuncio dell’iscrizione nella lista UNESCO. Ci chiedemmo perché quasi nessuno tra i conoscitori delle montagne, nati e cresciuti in questa regione, avesse avuto il permesso di partecipare ai festeggiamenti. Ma poiché l’autocelebrazione non rientrava tra le nostre caratteristiche e credevamo che in futuro ci avrebbero coinvolti nelle decisioni sulla tutela di paesaggio e natura e sulla sostenibilità, non facemmo storie.
Sfortunatamente, ci rendemmo ben presto conto di quanto ci fossimo sbagliati. L’iscrizione delle Dolomiti nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità avvenne non tanto per trattare il nostro ambiente con maggior rispetto o per gestirlo assieme ai nostri abitanti, che da secoli dedicano grande cura a questo paesaggio, bensì piuttosto per legittimare i governanti allo sfruttamento.
Fummo risucchiati nel vortice degli Indiani del Nord America. Si emanarono leggi e norme, giustificando così il diritto di derubare noi e la natura. E se la smania distruttiva non era sufficiente, si cambiavano di nuovo le norme per legittimare ulteriormente frode e sfruttamento.
Mai le Dolomiti sono state esposte a una tale minaccia! Nei dieci anni dall’iscrizione nella Lista del Patrimonio dell’Umanità, le Dolomiti sono state distrutte più che mai. Si è costruito più di quanto sia rimasto allo stato naturale. Si è percorso il territorio più in macchina, che a piedi.
– In apparente armonia con il Patrimonio Mondiale dell’Umanità, presso il gioiello del lago di Braies sono stati costruiti parcheggi con diverse centinaia di posti auto, giustificandone la realizzazione con finalità di tutela della natura.
– Intorno a Plan de Corones sono stati costruiti chilometri di piste nel paesaggio, sostenendo di poter preservare altre aree in cambio. Per ripetere poi tale approccio alla prima occasione e inglobare di nuovo un’ampia porzione di territorio. La stessa sorte è stata riservata anche ad altre montagne.
– Nei punti panoramici più belli del Monte Specie nelle Dolomiti di Braies, sul Mastlè nel Parco Naturale Puez-Odle, è stato realizzato il balcone panoramico Patrimonio dell’Umanità UNESCO, apparentemente progettato per comprendere meglio le montagne da una colata di cemento.
– Le vette sono state ricoperte da mondi esperienziali artificiali. Il loro scopo non era tanto esplorare l’unicità della natura o imparare da essa, incontrare altre persone, scambiare pareri e decelerare assieme. Il loro intento era di soddisfare esigenze superficiali.
– Nel frattempo, le preziose istituzioni culturali delle Dolomiti sono state prosciugate economicamente e il più grande museo delle Dolomiti, Dolomythos, lotta da anni per la sopravvivenza.
– Mai prima d’ora così tanti turisti si sono affollati su queste montagne e mai prima d’ora così tante auto hanno superato i valichi e invaso i villaggi. E tutti vogliono farlo nel più breve tempo possibile.
– Albergatori e gestori di impianti di risalita gareggiano tra di loro a colpi di slogan pubblicitari sulla bellezza del pernottare in un sito Patrimonio dell’Umanità, lo sci a stretto contatto con la natura, la sfida di una maratona tra le Dolomiti. Tutto è improntato al dio denaro e alla banalità.
Le Dolomiti sono state disseminate degli escrementi di quelle persone che, come avidi cacciatori di diamanti, volevano trarne profitto. Hanno lasciato montagne di rottami, scheletri di impianti e rovine di cemento. Molti abitanti non se ne accorgono più. Ormai ci hanno fatto l’abitudine.
Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità, non sono mai state oggetto di conservazione e tutela, apprendimento e ricerca, ma solo di interessi personali e fame di potere. Norme e le leggi per la presunta tutela del Patrimonio Mondiale, pubblicate su opuscoli patinati, mascherano gli interessi del denaro e dell’avidità come un lupo travestito da agnello.
Il rispetto per coloro che abitano questo paesaggio è scomparso. Perché negli organi decisionali non è mai stato eletto un “ambasciatore” della saggezza locale? Qualcuno avvezzo alle foreste e ad erborare! Perché combattere con violenza e punizioni le poche persone che ancora amano questo ambiente montano e lo esplorano? Affinché gli altri abbiano la licenza di distruggere indisturbati la natura.
I legislatori non capiscono che la nostra terra, che è stata preservata con il sudore e il sacrificio dei nostri antenati, è stata profanata più che mai.
Si sentono tutti superiori agli abitanti delle Dolomiti, compresi i loro animali, le piante e i paesaggi. Ritengono che la natura appartenga loro e che debba essere usata nell’interesse dei potenti e dei governanti.
Michael Wachtler
A molte conferenze parlano di tutela del paesaggio. Che senso ha parlare di Patrimonio Mondiale se la natura stessa non ha diritti? La domanda fondamentale che si pone è: “Quali diritti hanno le Dolomiti? Quali diritti ha la natura? Quali diritti vantano l’aquila, il gallo cedrone o il camoscio nei confronti degli esseri umani? Non avremmo bisogno piuttosto di una sorta di costituzione per la natura? L’ecosistema ha dei diritti? Servono almeno a tutelarsi dagli interessi della gente? Non si dovrebbe permettere alla natura stessa di difendere la propria tutela?
I nemici del Patrimonio Mondiale dell’Umanità sono coloro che si relazionano con il paesaggio senza possedere alcuna conoscenza e senza manifestare alcun rispetto. Solo un Patrimonio Mondiale gestito in simbiosi e nel rispetto della natura è in grado di unire noi tutti e dare i suoi frutti.
Ma più gravi ancora sono la nostra indifferenza e il nostro silenzio.
Nota:
Michael Wachtler è fondatore e direttore di Dolomythos, il più grande museo delle Dolomiti. La sua scoperta del fossile Megachirella wachtleri, un antenato di serpenti e lucertole, è ritenuta dai media uno dei dieci ritrovamenti di fossili più importanti al mondo. Da anni le autorità ufficiali cercano di chiudere Dolomythos. L’intero museo è stato confiscato più volte e gran parte del suo contenuto è stato trasferito. Per il suo impegno a favore delle Dolomiti e della loro tutela, Michael Wachtler è stato condannato a pene detentive e al risarcimento di ingenti danni. Non si è lasciato intimorire da tutto ciò e nei suoi libri e nelle sue ricerche continua a lottare per una nuova prospettiva in materia di Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Note per approfondire gli aspetti su M. Wachtler "fuorilegge":
 https://www.ambientediritto.it/home/giurisprudenza/corte-di-cassazione-penale-sez3-17102017-sentenza-n47825

giovedì 23 maggio 2019

E se Lapo avesse ragione?

Mi guardo intorno, forse non più di tanto, ma ho anche altro da fare. Sarà questo clima pre-elettorale ma qualche domanda me la pongo anche contro il mio volere.
Leggo, ascolto, guardo e percepisco aria di imbroglio. Mi spiego, non sono poi così diffidente di natura, anzi il più delle volte concedo totalmente la mia fiducia al prossimo, gli credo quando mi promette cose, pur essendo rimasto fregato molte volte, ma ognuno è come è.
Le aziende private hanno fagocitato ogni buon proposito antico sul far soldi, pensando solamente al business. Spesso mascherano con frasi sibilline, loghi “total-friendly” e sistemi biologici vari, il loro agire, che è solo orientato al monetizzare qualsiasi cosa. Sono maestre nel raccontarcela e anche nel raccontarsela, perché finiscono con credere anche alle loro stesse bugie. Mio padre mi ha sempre detto che l’arte del raccontar palle sta nel ricordarsele tutte.
Sembra si debba spremere ogni cosa senza che ci fosse un domani.
 Le privatizzazioni hanno portato anche nel poco pubblico che resta la mentalità del mors tua vita mea e la corsa all’arraffo domina anche i settori più nobili. La beneficienza deve rendere. Veri regali non ne fa nessuno.
E’ di questi giorni il fatto di una ditta per cui sei mesi fa ho fatto un lavoro, che mi doveva essere pagato subito e che non mi ha ancora pagato. Mi dicono che il cliente per cui è stato fatto il lavoro, non paga, e quindi non ci sono i soldi anche per pagare me.
Dopo mille telefonate, e-mail e messaggi vari, mi sono deciso a rivolgermi a una ditta di recupero crediti cercandola in internet e che risiedesse nella stessa città della ditta morosa per, mi sono detto, limitare le spese tutte. Mi sono imbattuto in eleganti e accattivanti siti sull’argomento in cui si esordiva in home page con la dicitura: visti i tempi attuali in cui le aziende hanno difficoltà a pagare, oggi più che mai è necessario affidarsi alla professionalità di chi recupera le vostre somme…
Prima di lasciar perdere ho anche pensato di richiederne i servizi e poi, una volta ottenuto quello che mi serviva, di non pagare neppure io. Avrei semplicemente agito secondo quello che anche questi “recuperanti” di moneta utilizzano come scopo della loro missione.
Partirei per Milano (un posto che mi sono sempre chiesto come faccia ad essere popolato) con una mazza da baseball, mi incappuccerei nell’ascensore, entrerei nella bella sede di questa cazzo di ditta che mi deve pagare e romperei oggetti fino a raggiungere approssimativamente il valore dei soldi che mi devono, sperando che tra le suppellettili non ci sia una vaso della dinastia Ming, perché non vorrei andare fuori budget.
Sono un maledetto codardo e quindi non lo faccio ma, se non mi pagano, troverò un modo per fare prendere uno spavento gigante alle belle manager audimunite che mi avevano promesso ponti d’oro se avessi lavorato per loro. Fanculo!


Un caro amico, animato dai migliori propositi, qualche anno fa durante un viaggio in India rimase colpito dalle condizioni di povertà di certe zone. Siccome è un medico, fondata una onlus, si è dedicato con successo alla costruzione di piccoli ambulatori da fare presidiare da medici volontari di mezzo mondo. Mentre il tempo passava gli ambulatori diventavano ospedali sempre più grandi anche in Africa e Sudamerica, il successo della sua iniziativa era indiscusso, ma parlandogli al telefono poco tempo fa mi raccontava di come le grosse dimensioni della cosa e la burocrazia, stessero facendo venire meno quelli che erano i principi iniziali, perché bisognava pagare un sacco di dipendenti necessari che ovviamente non si trovavano tra i volontari e anche il tempo e le energie vengono sottratti dalle azioni indispensabili. Morale: la poesia degli inizi non si può mantenere a lungo se le cose ti crescono tra le mani e ti sfuggono come anguille bagnate.

Tornando periodicamente in una delle mie librerie preferite c’ho trovato un negozio di biancheria intima femminile. Era tanta la voglia di vendere tanga e reggicalze che, ironicamente,  l’insegna dell’antica libreria è rimasta al suo posto, ma al suo interno dubito che circolino ancora libri.
Non mi addentro nella politica, cerco di restarne ai margini dando una sbirciatina ogni tanto ma vedo anche i suoi protagonisti mossi da interessi spudoratamente personali conseguiti a suon di promesse non mantenute. E quelli dovrebbero garantirci servizi e benessere? Come lo fanno? Passano un sacco di tempo sui social, vi sembra normale?
Io voterei una legge che obblighi ogni politico a fare uno sport almeno un’ora al giorno. Molti imparerebbero a stringere i denti (ve lo vedete Salvini che corre una maratona?) e a perseguire obiettivi concreti con il duro allenamento, situazioni che sarebbero utilissime a chi dirige una nazione.
Il sogno dell’italiano medio è avere tanti soldi, donne e auto tedesche, come se questi talismani proteggessero anche dal cancro e dalla mancanza di serenità, come un rimedio universale da ottenere a ogni costo. Per questo i modelli emulati sono calciatori, politicanti, artisti appariscenti, eroi del web e sciacquettume da discobar sullo stile coca & mignotte.
Qui in Italia abbiamo un maestro che il mondo ci invidia, uno che non ha uguali, anche se in molti lo imitano. Uno che se la gode guardandosi bene dall’essere anche solo minimamente corretto. Neppure a parlarne di essere rispettoso del prossimo anche se le sue origini sono nobili, ma non così è il suo agire. Anche lui avrà pensato che siamo tutti di passaggio, tanto vale godersela finché non si schiatta. https://www.youtube.com/watch?v=7KvJORGjiq0
Il Lapo nazionale è fedele a se stesso come nessun altro, io lo ammiro, ci vuole una capacità elevatissima per riuscire a essere come lui è. Di questo gli va dato atto.
Mi guardo intorno e un po’ schifato penso che Lapo forse ha ragione e mi girano i coglioni al solo pensare che può mettermi questo dubbio.

venerdì 8 febbraio 2019

NON RESISTO A PUBBLICARLO! SETTANTA GIORNI AL SUR TRA TREKKING, SCALATE e AMICIZIE.

Guido Grando sulla rampa Whillans all'ag. Poincenot
Settanta giorni al Sur, tra trekking, scalate e amicizie.
(di Franz Salvaterra)

Volge al termine questo viaggio lavoro-vacanza in Patagonia durato poco più di due mesi, voglio cercare di tirarne le somme con un racconto introspettivo.

I primi 20 giorni sono stati di lavoro, io e Marcello Cominetti abbiamo accompagnato i nostri clienti a fare la “Vuelta dello Hielo”, una traversata di sette giorni attorno al massiccio del Cerro Torre. Purtroppo abbiamo incontrato un tempo pessimo, ma “this is Patagonia”. Poi, arrivato Max siamo andati al Cerro Torre, abbiamo avuto fortuna con il meteo e mettendo assieme le esperienze che ci siamo fatti su queste montagne, ce la siamo giocata bene e siamo arrivati in vetta divertendoci.
Quasi in cima al Cerro Torre
Sono rimasto solo ed è seguito un periodo di brutto tempo, quindi relax e trekking. Ho esplorato la “Vuelta del Milanesio”, un trekking di tre giorni poco famoso ma di rara bellezza. Feste e bella vita in paese. Nelle “brecce” di bello più o meno concrete, un tentativo con Guido alla Aguja Poincenot il primo dell'anno e una solitaria alla Guillamet. A metà gennaio arriva Franco, mio papà, e l'amico Fabio Pellizzari, entrambi per la prima volta in Sud America. Devono essere in ottimi rapporti con la dea bendata perché esplode una vera finestra di bel tempo. Facciamo la “Vuelta del Fitz Roy” dal “Boquete del Piergiorgio” una stupenda traversata alpinistica di tre giorni. Un po' di scalata plasir nei dintorni del Pueblo e Fabio parte per l'Uruguay. Io e papà sconfiniamo in Chile per sei giorni di trekking in posti unici e difficili da raccontare, attraversiamo un ghiacciaio e camminiamo per lande sperdute senza sentieri e senza incontrare anima viva; una delle esperienze più “wild” che abbia mai fatto. Nascerà qui l'idea del Trek del Diablo. 
Rio Pantoja, trek dek Diablo, e Glaciar Chico


Torniamo a Chaltén, fa ancora bello, scendiamo il Rio de Las Vueltas in canoa, poi Papà torna a casa e io vado a scalare un'ultima volta, una bella via sul Mocho con due amici, “Paci” argentino e Josè, cileno. Alla scadenza del rientro, decido di spostare il mio volo e di passare una settimana a Buenos Aires ospitato da Ines, un'amica argentina. Non ero sicuro che mi sarebbe piaciuto, invece questi giorni sono stati i più belli del viaggio. Ines mi ha fatto scoprire il delta del Rio de la Plata e una vita di città che (non ci avrei mai scommesso) potrebbe anche piacermi. Adesso sono a Venezia con
Max a la Brecha del los Italianos sul Fitz Roy
l'acqua alta e gambali in prestito, ospitato da Sara e le sue compagne universitarie. Sto sistemando queste righe mentre la docente universitaria di storia alla facoltà di belle arti parla della “Bauhaus” e di come “Gropius” la intenda patria comune di tutte le forme di lavoro creativo, dove si accetta la creatività dell'individuo ma finalizzata a un prodotto collettivo, in modo da togliere la figura dell'artista dall'alienazione alla vita quotidiana. Siccome non ci capisco un tubo mi dedico ad altro, tendendo un orecchio ogni tanto, giusto per darmi conto del fatto che continuo a non capirci un tubo. Dopo questa pausa nel viaggio di rientro oggi pomeriggio torniamo a casa tutti assieme. A Tione dicono che nevica.
Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa alle domande “Com'è andata?” ” Cos'hai fatto?” Questo elenco appena riportato potrebbe essere la risposta: cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltén e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”.
Per me La Patagonia è una mezcla (=miscuglio) di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombres larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla. La Patagonia è un ritorno all'essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po' di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto “beauty”. La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell'ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d'entrata. La Patagonia è l'adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l'ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà. La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di “comida” (=cibo) disidratata che nonostante la scritta hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito. La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però, di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo. La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare. E' conversazioni in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco. La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O'Higgins. Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni a portare meno dello stretto indispensabile. E' tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto. La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se guadare un torrente o usare la tirolese, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nuts vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po' come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.
Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:
Marcello Cominetti, per primo, perché se non avesse creduto in me mi sarei perso delle esperienze indimenticabili ed economicamente non mi sarei potuto permettere il viaggio. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Ale Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra. Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell'estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “Comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell' hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vicente Labate, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignazio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del Rif. Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne veneziane.
Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan,Climbing Tecnology, e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.
“Gracias a todos, nos vemos pronto!”
Francesco Salvaterra
Venezia, venerdì 6 febbraio 2015

venerdì 18 gennaio 2019

ALPINISMO BRILLANTE ma di POCA SOSTANZA in PATAGONIA & HO SAPUTO CHE SCALAVANO SLEGATI PER NON ROVINARE LA CORDA

Jean Luis Trintignant ne: IL SORPASSO (D.Risi 1962) in cui appaiono
sullo sfondo foto di cime patagoniche, e lui si interroga su qualcosa...
Ricopio dalla nostra pagina facebook In Patagonia un pensiero del mio socio Franz Salvaterra dall'apparenza leggero, ma che invece è profondissimo.
Grazie a mille facilitazioni logistiche e informative l'alpinismo patagonico attira sempre più adepti ma fortunatamente guadagnarsi una cima è rimasto dannatamente complicato. Come lo era una volta. I molti attratti, sovente si scontrano con condizioni che non si aspettavano e tornano con le pive nel sacco. Gli himalaisti in primis, volendo essere maligni. 
Tutto questo mi fa pensare a quanto è triste, se vogliamo, che tutta l'esperienza che uno accumula in tanti anni di vittorie e sconfitte, in montagna e nella vita, debba terminare quando raggiunge il suo apice. Ma finché non termina: approfittiamone!
Franz e il sottoscritto in un bar a Gobernador Gregores (!)

Qualche giorno fa, Franz, una cliente e Marquiño, portatore brasiliano, si trovavano a Niponino, campo avanzato ai piedi del Cerro Torre.
Niponino è un nome in lunfardo (sottodialetto e slang argentino) inventato e significa "ni Noruegos ni Polacos", infatti questa zona di campo è posta nel mezzo di quest’ultimi due (campo norvegese e campo polacco), su una morena. Verso sera spuntano due alpinisti, uno è un personaggio famoso, senza fare nomi, una delle celebrità che spesso fanno visita al massiccio di El Chaltèn. 
Tipico albergo locale
Gli dicono che vogliono fare la Supercanaleta al Fitz Roy, cosa che da questo versante è inusuale, e tirano dritto veloci, non prima di averli abbagliati con lo sfavillare della loro attrezzatura nuova fiammante. Marquiño dice: “tengono todo brillante!” Zaino, abbigliamento, corda, e piccozze (con relativo copripicozza da gitante domenicale dedicato), tutto nuovo di fabbrica. Qualche ora più tardi i nostri tre, da dentro la tenda, sentono di ritorno i due “famosi”, resisi conto che non avevano nessuna chance sono tornati sui loro passi e chiedono consiglio su quale via ripiegare eventualmente l’indomani. Gli viene consigliata una via di 4 tiri di quinto grado sull'Aguja dell’S. Almeno quella la fanno.
Nel frattempo Marquiño partorisce la leggenda del “chico brillante y el chico perfurado”, lui è il “perfurado”, con sacco a pelo maleodorante che perde piume ad ogni movimento, scarpe da ginnastica bucate, giacca “cordero tex” perché a renderla impermeabile è l’olio di grasso di pecora che la ricopre. 
Arcoiris verso Paso Marconi
Grasse risate eccheggiano pensando a questa metafora dell’alpinismo patagonico, sempre attuale: quanti alpinisti simil-famosi dichiarano ai blog di andare a fare questo e quello e poi non combinano nulla e quanti sconosciuti con le pezze al culo e i ramponi tondi hanno scalato delle vie pazzesche senza quasi lasciare traccia?
Prendiamo la Chaverri- Plaza alla torre Standhardt, una via aperta negli anni 90’ da due argentini che hanno fatto molte solitarie. 
Ho saputo che scalavano slegati per non rovinare la corda.

Cada a
ño en El Chaltén se encuentran mas chicos brillantes que perfurados! (Ogni anno a El Chaltén si vedono più ragazzi sfavillanti che bucherellati)
Marquiño, andinista Perfurado sul Glaciar Grande & Cerro Torre.


#inpatagonia #mountainguides #ferrino #salice#climbingtechnology #lizard #elbec









giovedì 3 gennaio 2019

PASSIONE PATAGONIA, cosa sennò?

Dopo una serie di campagne patagoniche che dura da oltre trent'anni stavo per stufarmi di tornarci e negli ultimi, almeno 5, mi ero detto che sarebbe stata l'ultima volta. Non perché mi fossi stufato realmente di quei posti e ne volessi visitare altri, ma semplicemente perché avrei voluto passare un autunno a casa per vedere arrivare l'inverno.  
Sembrerà assurdo ma dopo una vita passata a girare per il mondo inseguendo quasi sempre i miei sogni, mi sentivo appagato. 
Quando si fa la vita che si ama, ci si trasforma in maledetti viziati e si diventa assai esigenti sui posti da visitare e sulla qualità di quello che si fa. Non ci si accontenta di partire e basta, come succede a molte persone che purtroppo vivono ingabbiate. 














Mi ritrovavo sulle pendici del Fitz Roy in giornate di sole a chiedermi se era sensato stare ancora lassù mentre i miei genitori invecchiavano e chissà per quanto tempo ancora avrei potuto goderne la compagnia. Oppure chiedendomi se i miei figli avrebbero richiesto la mia presenza in quei periodi o se mia moglie non si stufasse improvvisamente dei miei isterismi legati al dovermi allenare sulla roccia o all'assenza prolungata, e quindi di me. Mica sono pensieri da poco e l'alpinismo impegnativo che si fa in Patagonia non ammette dolcezze.

Così, preso da questi pensieri, anticipavo il volo di rientro piombando a casa come un regalo natalizio -tra l'altro il periodo spesso coincideva con le festività di fine anno- rendendomi immediatamente conto che i miei genitori stavano bene anche senza di me, che i miei figli erano presi dalle loro cose e che mia moglie era forse l'unica felice di vedermi vivo risparmiato dai sassi e le valanghe. 
Perché lei sa.
Erano passati i tempi dei biglietti aerei aperti che avevano solo la data di partenza e una durata di sei mesi e le permanenze da Ottobre a Gennaio in terra australe. Negli ultimi anni avevo deciso di rendere vero uno dei sogni della mia vita: costruirmi una casa come dico io e quanto più possibile con le mie mani. Ma perché scrivo queste cose? Magari annoio chi le leggerà e comunque non mi va di parlare dei fatti miei, ma l'alpinismo, stile di vita in cui credo profondamente e che mi ha solo dato problemi di relazione, tolte molte soddisfazioni, deve difendere le sue ragioni assurde d'esistenza. Per questo scrivo: per tenerlo vivo. 
Max, Markino e il sottoscritto mentre"reclamizziamo"
 la propoli Bu Bees di un amico che la produce
La casa sta ferma in un posto e se la vuoi costruire devi starci vicino o ancora meglio dentro, così capisci meglio come fartela attorno. Ora che l'ho quasi finita a inizio dicembre 2018 sono partito per El Calafate lasciando un paio di lavoretti da finire a un amico falegname sapendo perfettamente che non li avrebbe fatti. Mi sentivo in forma, non al top ma bene abbastanza per fare fronte a quello che avrei voluto e dovuto fare. I miei compagni sono l'ormai fidato Max, anche lui malato dello stesso morbo mio degli ultimi anni: vado, non vado, ma poi vado eccome, e Markino, un ventiquattrenne che conosco da quando è venuto al mondo con cui ho già scalato perché sua mamma me lo ha messo tra le mani addirittura come cliente. Andò così: il giovane, già campione mondiale di slope style con lo snowboard e figlio d'arte perché nella sua famiglia tutta ci sono stati campioni di sci in ogni specialità, si era scassato malamente un ginocchio e aveva dovuto interrompere il circuito di gare in cui era impegnato per il mondo. Depresso e dolorante se ne stava a casa rintanato e sua madre mi aveva cercato dicendomi di portarlo a fare una cascata di ghiaccio (queste madri sportive, eh?!). Io assolsi il mio dovere professionale notando che il ragazzo se la cavava molto bene pur con un ginocchio imbragato in un ingombrante tutore che, fatto l'avvicinamento, restò alla base della cascata! Scalammo altre volte divertendoci e io non dovevo affatto fare più la guida. Non so se rendo l'idea. E soprattutto suonammo insieme qualche volta perché Markino è pure un talento musicale con vari strumenti. Cosa volere di meglio? Uno così poteva solo diventare un malato di Patagonia senza difficoltà e così è stato.
Poi è arrivato Franz (Salvaterra, il mio socio) che aveva una cliente tuttoterreno. Il gioco era fatto. C'erano tutti gli ingredienti per divertirsi, che è la cosa più importante. Al diavolo cime e maltempo! L'alpinismo è una cosa complessa e chi crede che si riduca a scalare montagne, si sbaglia.
Ah, dimenticavo di aggiungere che Max è un musicista rinnegato ma ha pur sempre le sette note nell'anima.
Reinhold Messner ci ha scovati mentre suonavamo un in bar quando era in zona a fare un documentario sull'infinita storia del Cerro Torre. 

Ha pensato che inserire una scena in cui gli alpinisti trattenuti dal maltempo in paese potessero comunque significare una rappresentazione della verità locale, fosse una bella cosa. Nella sua immaginazione, il Re degli ottomila vedeva Cesare Maestri "perso" sul Cerro Torre nel 1959 come l'Andrea di De André, e, visto che stavamo suonando una canzone di Battisti, ci ha chiesto se conoscevamo appunto "Andrea". Chiedere a un genovese che strimpella due accordi sulla chitarra se conosce questa canzone è superfluo, ma tant'è...
Gliel'abbiamo suonata, cantata e ci siamo anche bevuti una buona bottiglia di Malbec in compagnia chiacchierando sulla vita.

Poi siamo partiti per una cima facile nel vento, il Cerro Electrico, tanto per muoverci. Abbiamo giocato d'azzardo ma non troppo salendo a Piedra Negra con le previsioni meteo di Rolo Garibotti che davano due giorni di bel tempo intervallati da uno di malclima furioso.
Abbiamo infilato due vie bellissime con un giorno di riposo nel mezzo, quello di maltempo, mentre tutti gli alpinisti del mondo arrivati a El Chaltén se ne sono rimasti in paese perché vociferava che il tempo sarebbe rimasto orribile. Le nostre previsioni erano eccellenti, avendo pure azzeccato l'ora in cui avrebbe smesso di nevicare la mattina del secondo giorno di maltempo, le dieci, per lasciare al sole e al cielo blu il resto della giornata. Noi sulla Guillamet per la Amy il primo colpo e poi alla Mermoz per la Hypermermoz+Argentina il secondo, mentre Franz e la sua cliente  est-europea che abbiamo soprannominato Dobrinska Bratislava ma si chiama in maniera totalmente diversa, hanno salito pure loro la Amy ma solamente fino alla fine della gulotte e poi la cresta Giordani e la Fonrouge sempre alla Guillamet.

Tornati in paese ci siamo divertiti ancora suonando un paio di giorni e poi siamo tornati a casa io, Markino e Max. Franz raggiunto da Chiara, incinta con relativo pancione e occhi azzurri, si è trattenuto ancora per accontentare una coppia sabauda che voleva salire una cima a inizio anno.
Abbiamo fatto bene a mettere nel bagaglio chitarra, violino e...percussioni. Abbiamo anche costituito una band (questo vale come atto costitutivo!) detta: LOS CHANTAS, che in Argentina significa gli imbroglioni.
Ecco.
Nella Chocolateria, El Chaltén
E' stato tutto così piacevole e divertente che non vedo l'ora di tornare a El Chaltén a fare le solite cose: relax socio-culturale e scalare!
Sarà che ho finito di costruire casa nostra, mia e di mia moglie più i nostri 5 figli, ma questa volta ho guardato con occhi estasiati le albe sul lago Viedma, le seraccate sulla laguna Sucia e di Pedras Blancas, il Cerro Astillado all'orizzonte lontano, i crolli prepotenti del Glaciar Fitz Roy Norte e del Pollone, il telo della tenda tremante e teso sotto il vento implacabile, le fessure da dita lunghe centinaia di metri sulla ovest della Guillamet, i molti amici di El Chaltén a cui è ogni volta impossibile dedicare tutto il tempo che ognuno si meriterebbe, le facce dei miei compagni che ridono alle battute ininterrotte che ci facciamo, schiacciati da zaini spacca schiena, seduti al bar o sprofondati nel sacco a pelo, appesi a una sosta sul granito, sul ghiaccio, su un pendio sassoso o ricoperto di confortevoli cuscini muschiosi.
Mi è sembrato di trovare uno dei mille perché dell'alpinismo a cui nessuno è ancora riuscito a dare risposta.
Per tutto questo voglio tornarci. E non è affatto poco.
Da sinistra: Max Lucco, Marco Grigis, io, Franz Salvaterra
















FOTO DI MAX LUCCO

sabato 4 agosto 2018

martedì 10 luglio 2018

EVENTI ESTATE 2018 Manolo a Corvara il 20 Luglio e Giorgio Daidola a Arabba il 23 Agosto

Con molto piacere sarò il moderatore di questi due eventi estivi nelle Dolomiti di casa:

-Manolo (Maurizio Zanolla, Feltre-BL, 1958)
presso la Sala Manifestazioni di Corvara Badia il 20 Luglio alle ore 17.30 nell'ambito della Rassegna Letteraria "Un Libro un Rifugio", ingresso libero, posti limitati.

Presentazione del libro Eravamo Immortali con l'autore che è stato uno degli arrampicatori su roccia più talentuosi e innovativi degli ultimi 30 anni. Nel libro sono narrate le sue esperienze più significative, non solo alpinistiche ma anche di vita, con piacevolissimi richiami ai nostalgici anni '70 e alla loro libertà e creatività.
Guida Alpina, telemarker e arrampicatore eccezionale dal carattere piuttosto schivo, Manolo ha abbracciato in maturità una filosofia improntata alla semplicità che, dal suo libro, si capisce che aveva dentro da sempre.








-Giorgio Daidola (Torino 1943) presso la Sala Convegni di Arabba il 23 Agosto alle ore 21, ingresso libero e anche qui posti limitati.

Presentazione dei libri Ski Spirit e Sciatori di Montagna, due volumi densissimi di emozioni legate allo scivolamento sulle nevi di mezzo mondo dalle origini pioniere dello "ski" ai giorni nostri. Giorgio è stato uno dei miei miti ispiratori e lo considero uno dei più grandi divulgatori e praticanti dello sci intelligente al di là delle piste. Docente Universitario, Giornalista, Scrittore e Maestro di Sci sa incantare con i suoi racconti ricchi di sensibilità e poesia che non tralasciano un aspetto tecnico profondo e disincantato legato a un senso estetico non comune.





Entrambi gli autori si racconteranno attraverso le loro immagini e le sicuramente singolari esperienze, dando la possibilità al pubblico di rivolgere loro domande.

lunedì 2 luglio 2018

1988, un anno Rock!


 (in parte pubblicato sulla monografia Alp Tofane-Cinque Torri)
 
Marco Fanchini "Gesubambino" sulla nord
dell'Eiger nel 1984
Quello che segue ora è il racconto disincantato di una serie di avventure di gioventù a lieto fine dove riuscii a guardarmi dentro come in nessun altra occasione della mia vita e dove le montagne che più amo e un amico, mi aiutarono a vivere un giorno grande, uno di quelli in cui ci si sente invulnerabili come Nembo Kid e la voglia di fare supera ogni altra.

Un tale di nome Cristophe Profit e compagni impazzava sulle Alpi occidentali fermando i cronometri su tempi inimmaginabili fino a pochi anni prima. Era l’epoca degli “enchainemments”, ovvero concatenamenti di più ascensioni alpinistiche. Percorrendo di corsa più itinerari classici… ma non proprio facili.
E noi?
Noi a oriente restavamo ammirati sicuramente ma forse ci sentivamo ancora lontani da quelle cose, oltre che geograficamente anche mentalmente. Si, c’erano stati dei precedenti a cura di un certo Barbier negli anni ’60 ma poi nulla più, o quasi.
Finchè Marco (Fanchini detto Gesubambino) incontrò al Monte Bianco l’allora mitico Cristophe mentre risaliva il Col Flambeau verso il Rif. Torino. Marco era con un cliente ben allenato e superò in salita l’astro francese, che forse quel giorno non aveva voglia di correre.
Tornò a Corvara dove lavorava con me ogni estate e mi disse: si può fare!
Nel 1988 per un imprudenza mia e del mio compagno mi ritrovai sepolto da un enorme valanga che mi ruppe un bel mucchio d’ossa costringendomi a letto per 90 giorni. Passai quindi tre mesi a schiacciare con le dita delle mani una pallina da tennis mentre le mie vertebre, ed altre ossa qua e là per il corpo, si risistemavano.
In Dolomiti con il giovane Garibaldi nel 1988
In realtà gran parte di quei giorni li passai nel “letto” di una barca a vela perché, mi ero detto, se devo passare la primavera sdraiato meglio che sia nel miglior posto possibile. L’ unico problema era spiegare al medico ad ogni visita che io stavo davvero a riposo anche se ero così bruciato dal sole…
Nell’ agosto dello stesso anno iniziai a potermi muovere e la voglia di arrampicare era veramente tanta! Quindi mi mossi soprattutto su pareti verticali litigando con Marco che si rifiutava, ma solo inizialmente, a farmi da capocordata perché aveva paura che la schiena mi si spezzasse. 
Sas dla Crusc 1985
L’ idea di Marco al ritorno dal Bianco era esaltante. La Costantini Apollonio alla Tofana di Rozes, la Scoiattoli alla Scotoni, le due Messner e la Livanos al Sass dla Crusc una dietro l’ altra, in giornata e senza elicotteri o altre diavolerie volanti, al massimo con l’ automobile.
A inizio settembre avevo già arrampicato abbastanza ma ero anche riuscito a consumare la cartilagine di un ginocchio perché camminavo (correvo! E chi ti tiene a vent’anni?) troppo in discesa dopo un lungo periodo di inattività e qualche legamento ancora un po’ provato dalle torsioni alle ginocchia della caduta di maggio con gli sci e gli attacchi bloccati, ma la voglia superava ogni ostacolo.
La voglia già, che cosa banale eppure così forte. Pensateci.
Lasciai perdere i consigli dell’ ortopedico accettando quelli di Lorenzo Lorenzi alpinista ampezzano, che mi raccontò di quando dopo un brutto incidente stradale con frattura di diverse vertebre, riprese ad arrampicare quasi subito perché arrampicando si sentiva meglio. Io applicai a questo le dovute misure temporali e iniziai ad arrampicare un po’ dopo, ma non troppo.


Reduci dalla nord del Cervino: Baccanti, Fanchini, Cominetti 1983
Il “pullmino dell’ amore”, un vecchio Mercedes diesel arancione dove accadeva ogni cosa e così chiamato perché Marco chiedeva a ogni ragazza se le fosse piaciuto fare l’amore là dentro -e il bello era che molte rispondevano di si-, lo parcheggiammo la sera prima ai piedi della Tofana. Spesso era la nostra casa in quegli anni. Il pullmino era stato centrato lateralmente da un autotreno lungo una pista del Sahara e Marco si era miracolosamente salvato e aveva salvato anche il mezzo spedendolo a casa in un container, dove arrivò due anni dopo. Un amico carrozziere lo aveva tagliato a metà, raddrizzato e poi risaldato. Infatti una saldatura circolare percorreva tutto il perimetro dell’abitacolo in senso verticale, ma teneva.
Discutemmo dopo cena sul fatto che la Costantini Apollonio, detta a Cortina e dintorni semplicemente “il Pilastro”, fosse o no più dura della Scoiattoli alla Scotoni, detta semplicemente “la Scotoni”… insomma era più duro il Pilastro o la Scotoni? ci dicevamo analizzandone i passaggi uno alla volta.
Anni '80

Ma tu con i clienti su quale vedi che fanno più fatica? Sul Pilastro, fu la risposta di entrambi, quindi il Pilastro è più duro e basta!
Devo dire che a quei tempi queste vie ci sembravano dei sentieri, ma forse solo perché avevamo più voglia di percorrerle di oggi, dopo averle fatte decine di volte.
Primo tiro della Scoiattoli alla Scotoni, in libera
 (e di corsa). Un buon 6c+/7a coi chiodi ancora oggi
Infatti alle 4 partimmo su per il Pilastro come se si trattasse di un sentiero, cioè di corsa: mica vuoi perdere tempo a camminare, no?
Il bello era che ci assicuravamo diligentemente su ogni tiro di corda e ciò nonostante in 2 ore e dieci minuti eravamo in cima e scendemmo al pullmino con le frontali accese, come sulla via.
Come poi del resto sulla Scotoni, non mi riuscì mai più di salire così velocemente, ma quella volta la voglia era così tanta… già, la voglia.
Il pulmino dell’ amore non aveva un gran motore in termini di potenza, era stato si in Africa attraversandosi mezzo Sahara, nel grande nord scandinavo e  su ogni passo alpino ma i cavalli erano quelli che erano, e quindi la salita a Passo Falzarego , sfilando sotto le Cinque Torri, fu lenta, ma in discesa il pullmino dell’amore essendo pesante ed avendo dei pessimi freni era imbattibile, così non tardammo molto. Quello che si perdeva in salita lo si guadagnava in discesa.
Mi sembra di sentire i Talking Heads di quell’alba sparati negli enormi altoparlanti del pullmino di Marco che furono fondamentali per non addormentarci. Psyco Killer rumoreggiava nelle casse acustiche JBL da salotto opportunamente montate in fondo al bagagliaio.
Marco sul pilastro di destra
Sas dla Crusc 1985
Su alla Scotoni dunque, ovviamente di corsa, e con una voglia matta di arrampicare mentre iniziava a far chiaro. La via durò 1 ora e 45 minuti e ci fu il tempo di mettere a bagno i piedi nel laghetto di Lagazuoi prima di riprendere la corsa.
Tu sei stanco? Ci chiedevamo a vicenda, io no. Era la risposta. La voglia era tantissima e correre non costava nulla. Mangiavamo una cioccolata a via e ci cambiammo la maglietta una volta a testa. Io ne avevo una con su un bluesman nero del Louisiana Pub di Arona.
Al Sas dla Crusc, dopo le due Messner, si mise a piovere e quindi rinunciammo alla Livanos, per fortuna! Avevamo arrampicato per 7 ore e tre quarti più gli spostamenti, ma fino ad allora non eravamo stanchi, erano le sei di sera.
La stanchezza si fece sentire lungo la discesa sotto la pioggia, ma credo per la noia che richiese farla.
Eravamo dei razzi ed avevamo una voglia matta di divertirci fine a se stessa, proprio fine a se stessa. E ditemi se è poco!

A Novembre partimmo per la Patagonia, destinazione: Cerro Torre.
Trascorremmo 28 giorni sotto la pioggia al Campo Maestri con degli sloveni (Silvo Karo e Janez Yeglic) dei cecoslovacchi (Miroslav Shmidt e altri tre suoi amici) e uno svizzero di
Marco sul Torre 1988
Arosa, Bobi Goete che ci insegnarono un sacco di parolacce. Un giorno che fece bel tempo arrivammo quasi in cima ma la tormenta ci ricacciò a valle e il Cerro Torre non lo vedemmo più. Facendo l’autostop e prendendo pure qualche aereo visitammo delle località che però ci sembrarono sempre molto squallide. Capii solo dopo anni che quello era il bello della Patagonia: lo squallore splendente!
Una sera, in un locale che si chiamava Don Diego de la Noche ascoltavamo un musicista triste che eseguiva delle milonghe. La milonga è come una nenia che ha sempre lo stesso tempo e basa la sua forza sulla ripetitività e sul testo.
Quando il musico si concesse una pausa, Marco gli chiese se poteva suonare un po’ la sua chitarra. Iniziò con un pezzo di Pino Daniele, poi un altro e la gente sembrava gradire. Il musico argentino aveva finito la sua pausa e avrebbe volentieri ripreso a suonare, ma la folla era ormai impazzita e ballava al ritmo delle note di Marco. La chitarra, per il musico era irraggiungibile! Così Marco attaccò Psyco Killer dei Talking Heads e la folla si esaltò al punto che il musico locale si incazzò da morire e con dei suoi amici si organizzava per menarci.
Mio figlio Tommaso nel 1990
Quando Marco restituì la chitarra al proprietario, un ceffo lì vicino gli assestò un cazzotto sul naso facendolo sanguinare mentre cadeva a terra. Iniziarono a volare spintoni e insulti. Mi presi un calcio nella schiena da ospedale e mi trascinai verso la porta dove anche Marco cercava di andare mentre spiegava a parole, ma nessuno lo capiva, che non voleva fare torto a nessuno.
Ci ritrovammo fuori nella notte ventosa tutti doloranti e ce ne andammo litigando tra noi.
Era quasi Natale e di lì a poco rientrammo in Italia.
Prima che finisse l’anno concepii senza saperlo il mio primo figlio.