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giovedì 13 agosto 2020

CERRO LOPEZ, non solo alpinismo, in Patagonia

 

 


Scialpinismo al Cerro Lopez in una foto
 del mio vero amico Jorge Kozulj

Durante i miei innumerevoli viaggi in Patagonia, ha suscitato in me un certo interesse la storia legata ai criminali di guerra nazisti che si erano rifugiati soprattutto nella zona di S.Carlos de Bariloche, cittadina argentina adagiata sulle sponde del grande lago Nahuel Huapi, dove era stato costruito un bunker in cui si dice si sia nascosto nientemeno che Adolf Hitler dopo essere stato dato per morto, sul finire della seconda guerra mondiale, con la sua compagna Eva Braun. Io non sono di certo uno storico del nazismo, e mi sono sempre detto che i complottisti su questo genere di fatti ci sono sempre stati ma il bunker di cui ho accennato esiste, così come le numerose residenze, costruite in perfetto stile bavarese alpino, che sono appartenute a diversi personaggi tedeschi dal 1946 in poi, i cui nomi sono consultabili presso l’ufficio catastale della Municipalidad della cittadina.

In Italia balzò all’attenzione di tutti un fatto del 1995 quando l’ufficiale della Gestapo Erik Priebke, tra gli esecutori materiali della strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperto e estradato in Italia per essere processato. Io ricordo che chiedendo di lui a

Erik Priebke si imbarca per l'Italia nel 1995
Priebke s'imbarca per l'Italia
 dove sarà processato 
Bariloche me ne parlarono bene e mi indicarono il negozio di salumi che aveva gestito per molti anni e la scuola Primo Capraro di cui divenne direttore con il nome di Erico Priebke. Sull’elenco telefonico della cittadina c’era scritto normalmente il suo nome e l’indirizzo: Calle 24 de Septiembre numero 167.




Il padre della mia ex moglie argentina una sera mi chiese di accompagnarlo a cena da un suo vicino di casa di origine belga, come  lui proprietario terriero del sud. Tra casa nostra e quella del vicino c’erano 160 km di strada sterrata che percorremmo in fuoristrada nel pomeriggio di quel giorno estivo. Giunti a casa del Sig. Adolf venimmo accolti molto gentilmente da questo emblematico signore dal baffetto a spazzolino e trattati con i guanti per il resto della serata. Durante il lungo rientro in auto dissi a mio suocero, mentre guidavo nell’oscurità stando attento a tutti gli animali che avrebbero potuto attraversarci il cammino, cosa ne pensasse di questo suo vicino ultraottantenne (eravamo negli anni ’90) che aveva quell’aspetto e diverse foto appese ai muri dove era ritratto tra gruppi di persone, chiaramente nordeuropee, in cui campeggiava spesso una svastica nazista… Mi rispose che aveva accettato l’invito a cena per mera cortesia e buon vicinato ma che non lo conosceva più di tanto e che però noi europei siamo esagerati quando si parla di nazismo e che quello era un brav’uomo e si addormentò. Non tornai più sull’argomento in famiglia perché, anche in altre occasioni, avevo capito che la percezione del nazismo che hanno in Argentina è molto diversa da quella che abbiamo noi. Allo stesso tempo mi era capitato di parlarne con altre persone rendendomi conto che certe cose in quel sud del mondo avevano lasciato un segno che in pochi avevano approfondito.

Ovviamente, l’industrializzazione e l’urbanizzazione ordinate ed efficienti, l’istituzione di scuole e attività sportive, mettevano in buona luce anche chi si era macchiato di crimini contro l’umanità. Crimini commessi lontano, ma sempre di crimini si trattava!


La Patagonia settentrionale d’altronde assomiglia per geografia e clima alle Alpi germaniche, è chiamata la Svizzera del Sudamerica anche perché l’architettura è di stile tipicamente tirolese, ma il motivo di ciò non è da imputare solo alla colonizzazione nazista. Infatti in Cile, alla stessa latitudine i Gesuiti tedeschi avevano colonizzato la zona del Lago de Todos los Santos a partire dal 1850 che oggi assomiglia alla Baviera in ogni dettaglio, dove avevano trovato un habitat identico a quello da cui provenivano.

Tra le mie ricerche a tempo perso ma non troppo, ho trovato la relazione di un fatto accaduto tra le montagne che sovrastano il Lago Nahuel Huapi, dove si trovano cime imponenti e complesse in cui si è registrata un’intensa attività alpinistica da parte di coloni europei a partire dai primi anni del 1900 a cui i tedeschi diedero notevole impulso. Anche perché i nazisti erano generalmente appassionati di alpinismo e nella zona di Bariloche contribuirono alla creazione della stazione sciistica di Cerro Catedral e Cerro Otto e alla fondazione del locale Club Andino tutt’oggi fucina di ottimi andinisti.

Sede del Club Andino Bariloche

Personalmente ho potuto constatare l’alta validità di molti di loro ripercorrendo vie aperte in epoche (anni ’60) in cui sulle nostre Alpi si faceva un alpinismo di livello sicuramente non inferiore a questo, ma influenzato dalla solita errata visione europeo-centrica. Oggi l’alpinismo patagonico locale di alto livello non è assolutamente inferiore a quello praticato nel resto del pianeta e, anzi, direi che il livello tecnico medio di chi frequenta la montagna è decisamente più alto che da noi pur coinvolgendo un numero percentualmente minore di popolazione.

Mesi dopo la mia cena da Adolf mi imbattei in un interessante libro, scritto da un argentino di origine italiana, tale Abel Basti, dal titolo Bariloche Nazi. Contattato Abel, mi autorizzò a prendere dal suo libro tutte le informazioni e le foto di cui avrei avuto bisogno per comporre il racconto che vado qui a narrare. Trovai il libro sullo scaffale di un ostello dove lo scambiai con uno mio e sono convinto che sia lui, il libro, ad avere trovato me.

 * * *

A circa 25 km a est di Bariloche, in località Colonia Suiza, inizia una strada sterrata che presto diventa il sentiero che da accesso al Cerro Lopez. Lì si trova il Rifugio omonimo costruito dal Club Andino Bariloche (CAB). In questa zona accadde un fatto molto strano negli anni ’60. La data era prossima a quella in cui ebbe successo la missione dei servizi segreti Israeliani per la cattura del criminale di guerra Adolf Eichmann, conosciuto come “l’angelo della morte”. In quel periodo Eichmann, uno degli strateghi della “soluzione finale”, fu catturato e portato in Israele dagli uomini del Mossad, dove venne velocemente processato e condannato a morte.

Nell’area del Cerro Lopez il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal relazionò di un misterioso incidente.

Strada del Cerro Lopez

Tra i turisti di Bariloche si trovava una certa Signorina Nora Eldoc, israeliana, venuta a visitare sua madre con cui era stata internata nel campo di concentramento di Auschwitz e dove era stata sterilizzata dal Dottor Mengele. Per puro caso anche Josef Mengele si trovava a Bariloche.

Nora Eldoc aveva 48 anni era una donna dinamica, di piacevole aspetto e aveva molti amici tra la popolazione locale. Una notte a una festa organizzata in un hotel del posto si incontrò casualmente faccia a faccia con Mengele. Il rapporto della Polizia non dice se lui la riconobbe – Mengele aveva “trattato” migliaia di donne a Auschwitz – ma le vide chiaramente il numero tatuato sull’avambraccio sinistro.
Per qualche secondo i due si guardarono negli occhi in silenzio, assicurarono alcuni testimoni dell’incontro. Nora Eldoc gli voltò le spalle e uscì dalla sala. Pochi giorni dopo non ritornò più da un’escursione in montagna e il fatto venne denunciato alla Polizia. Dopo qualche settimana di ricerche, il corpo martoriato di Nora venne rinvenuto al fondo di un canalone. Si archiviò l’accaduto come un comune incidente di montagna. All’analisi di Wiesenthal, i documenti sull’incidente che gli fornì il SIDE argentino (Servicio de Inteligencia del Estado), presentavano delle sospettose notizie.
Nel fascicolo di Mengele si segnala che la sua concubina (di nome Nurit Eddat) è considerata un’agente israeliana e ex prigioniera di un campo di concentramento, deceduta in un incidente o assassinata…

Rif. Cerro Lopez

Dalle ricerche effettuate si evinse che il termine di concubina venne attribuito alla Eddat o Eldoc, a quel punto ironicamente, dai gerarchi neo-nazisti del SIDE argentino.
Vojko Arko un alpinista sloveno naturalizzato a Bariloche che partecipò alle operazioni di soccorso e ricerca disse che la Eldoc era sulle tracce di Mengele che presumibilmente a quel tempo risiedeva a Bariloche sotto falso nome.
Vojko Arko

Arko, il biografo di Otto Meiling (un valente alpinista germanico che visse a Bariloche dagli anni ’20 introducendovi lo sci e l’alpinismo e costruendo i famosi Berghof/Rifugi alpini, che fece ritorno varie volte in Germania dove si sospettano collegamenti con il nazismo), ricorda che la Eldoc era scomparsa il 12 Febbraio del 1960 nel Cerro Lopez. La Comision de Auxilio (squadra di soccorso in montagna) del Club Andino Bariloche di cui Arko faceva parte, la trovò morta 3 giorni dopo. Il corpo venne rinvenuto in un ramo del torrente Lopez e presentava evidenti segni di caduta da un’altezza di almeno 20 m. La Eldoc era al Rifugio Lopez con un gruppo di amici ebrei e decise di scendere a valle da sola, perdendosi, il 12 di Febbraio, ricordò Arko.
“Si recuperò il corpo e per noi del soccorso la cosa finì lì, però poco tempo dopo ci furono dei problemi con la capitale Buenos Aires. L’Ambasciata smentì che si trattava di un’agente israeliana, ma un componente della squadra di soccorso le trovò addosso un passaporto diplomatico”. Quando la stavamo cercando in montagna, aggiunse Arko, incontrammo un tedesco che nessuno conosceva che però sembrava anche lui sulle tracce della Eldoc. Sempre secondo Arko si trattava di un’agente ebreo-tedesco che era lì per accertarsi della morte della Eldoc, poiché un agente segreto morto non serve più, disse nella sua relazione.
“Noi del soccorso eravamo convinti che Nora Eldoc fosse un agente del Mossad sulle tracce di Mengele che era a Bariloche sotto falso nome”, fu quanto Arko dichiarò al giornalista Abel Basti che lo intervistò a tal proposito il 13 Giugno 1996.
La comunità tedesca di Bariloche è sempre stata molto unita e ogni suo membro sapeva molto bene chi era ognuno e Vojko Arko ne faceva in qualche modo parte in quanto uno dei capostipiti di suddetta comunità, il già nominato Otto Meiling, gli aveva affidato nientemeno che la stesura della sua biografia. Questo per affermare la veridicità di quanto da Arko affermato.
Gruppo nazista a Bariloche.
Otto Meiling è quello seduto a destra della foto di Hitler

Nel Registro dei Decessi dell’anagrafe di Bariloche si legge della morte di Norita Eldodt occorsa il 12 di Marzo del 1960 per traumi multipli. Il certificato venne redatto dal Dottor Josè Maria Iglesias. Il diminutivo di Norita è molto tipico nella lingua argentina, ciò significa che in città era sicuramente conosciuta. Nello stesso documento si legge che la vittima aveva 47 anni, di nazionalità israeliana, nubile, di professione impiegata e domiciliata in Buenos Aires.

Quando negli anni ’40 arrivavano a Bariloche i nazisti privi di documenti o con falsi nomi, si dovevano rivolgere al Comune (Municipalidad) e al Giudice di Pace (Juzgado de Paz) dove gli veniva fornita un’identità provvisoria con cui potevano realizzare diverse mansioni tra cui l’acquisto di terre e immobili. Le autorità sapevano benissimo di chi si trattava ma chiudevano un occhio per assecondare il consueto e oliato meccanismo utile a risolvere questo tipo di problemi. Questi uffici vennero distrutti da un incendio in circostanze poco chiare negli anni ’60 cosicché andarono perduti per sempre atti e nomi scomodi.

Adolf Eichmann quando viveva a Bariloche

Uno dei casi più eclatanti fu quello di Josef Mengele che entrò in Argentina con un passaporto della Croce Rossa Internazionale con il nome falso di Helmut Gregor. Secondo la testimonianza di molti barilochensi che lo conoscevano, Mengele, specialista in “pulizia razziale” vi aveva esercitato la professione medica per numerosi anni, così come aveva fatto a Buenos Aires. Un anziano funzionario della motorizzazione, Francisco Calò, ricorda in una dichiarazione del 7 Giugno del 1996 resa al giornalista Abel Basti, che Josef Mengele prese la patente di guida nel ’48 o nel ’49 utilizzando un nome falso, forse Juan, non ne ricorda il cognome, ma era sicuro che fosse lui perché utilizzò una certificazione rilasciata dal Giudice di Pace che presentava qualche inesattezza. Calò disse anche che Mengele si accompagnava a una signora magra, non molto alta e bionda e che era domiciliato nel quartiere tedesco di Belgrano.
Mengele nacque nel 1911 in Baviera e studiò a Monaco, Bonn, Francoforte e Vienna. Si laureò prima in Filosofia e Letteratura e dopo in Medicina. Già durante gli studi universitari era un convinto sostenitore della politica nazionalsocialista. Al principio della guerra si iscrisse nelle SS e nel ’43 si trasferì volontariamente nel campo di Auschwitz per realizzare esperimenti su esseri umani. Il passato di Mengele si conobbe negli anni ’50 con la pubblicazione del libro su Anna Frank da parte di Ernst Schnabel. La sua vita di latitante lo vide assumere varie identità e cambi di residenza. Ufficialmente morì nel 1979 mentre faceva un bagno in mare in Brasile.

 

Fonti letterarie:

-La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez ed. Neri Pozza
-Bariloche Nazi di Abel Basti.

Notizie correlate:

-"Il medico tedesco" libro di Lucia Puenzo ed. Guanda

-The German doctor-Wakolda, film di Lucia Puenzo (clicca per vedere il film)

domenica 12 febbraio 2012

K&K operazione Cerro Torre “Il giorno prorompe in tutta la sua bellezza, spazzando via i fantasmi della paura della notte”

Poche settimane fa due giovani alpinisti nordamericani hanno schiodato la Via del Compressore sul Cerro Torre. I siti di alpinismo di tutto il mondo ne parlano e la comunità alpinistica mondiale è divisa tra chi è a favore e chi è contro. Ognuno prende posizioni, nella maggior parte dei casi, assolute. Qui provo a prenderne una anch'io perché amo il Torre e, in qualche modo, quasi tutte le persone che ci si sono spellate le dita sopra.


In vita mia due persone mi hanno fatto sognare: Roger Waters e Cesare Maestri.Prima di morire vorrei cenare con il primo, magari suonarci la chitarra e parlare di musica, mentre col secondo ho cenato una sera, io e lui, davanti a una bottiglia di quello buono e abbiamo parlato della vita. Anche del Torre, ma soprattutto della Patagonia in generale e delle donne argentine. Perché siamo due uomini.


“2000 metri della nostra vita” è uno dei più bei libri che io abbia letto da ragazzo e mi ha cambiato la vita. Sì, perché ho deciso di fare l’alpinista e pure di viverci, proprio dopo quella lettura. E’ un libro anche pieno di retorica e orgoglio, sentimenti di cui sono privo, ma che sono profondamente umani.
Quella sera mi tremavano le gambe sotto il tavolo perché stavo parlando con uno dei miei due idoli, e dopo di allora la mia stima e simpatia verso Cesare Maestri crebbero ancora di più.
Mi è sempre piaciuta la sua frase: l’alpinismo è bello perché ognuno lo fa come vuole! Così slegata da canoni e regole che parlare d’etica sembrerebbe come portare il diavolo a pregare in chiesa.


E’ stato proprio Rolo Garibotti, la scorsa estate, a farmi notare che sulla Sud della torre Trieste in Civetta c’é una lunga fila di chiodi a pressione che si chiama Via della Libertà. Ci abbiamo riso su perché ci è sembrata assurda, a vederla con gli occhi di oggi, ma penso che chi aprì quella via tanti anni fa in quel momento si sentisse libero.
Quando Cesare Maestri stava cercando i soldi per partire per la Patagonia nel ’70 avrebbe fatto qualsiasi cosa per trovarli. Aveva un fuoco dentro che ardeva che ho visto anche in Colin Haley prima di un’annunciata finestra di bel tempo in Patagonia, tanto per restare in argomento.
Nel lussuoso ufficio del responsabile dell’Atlas Copco a Milano il “compressore” l’avevano nascosto dietro a una tenda, quel giorno del 1970, e a Maestri avevano messo in mano una pistola che forava il granito (ce n’era un bel blocco lì sul pavimento) come fosse burro. L’assegno per partire era già pronto e firmato lì sul tavolo e Cesare Maestri se lo mise in tasca con gli occhi lucidi dall’emozione. Dopo le strette di mano di rito e con un piede già fuori dalla porta, Maestri venne richiamato col tono di chi ha un dettaglio dell’ultimo momento: dimenticavo di dirle, caro Maestri, che per fare funzionare la pistola dovrà portarsi in Patagonia questo. E scorrendo la tenda, dietro la quale si insinuava un tubo di gomma blu, apparve il “mostro”: un compressore a motore a scoppio che per farlo funzionare sarebbero serviti in più, benzina e… ricambi, non si sa mai. Lo porterà con sé, vero? Sì, fu la risposta. E voi cosa avreste risposto?


Certo, il Torre è così bello che proprio là doveva andare a piantare tutti quei chiodi, cazzo, ma l’avventura che quegli uomini vissero d’inverno in un posto sperduto com’era l’estancia Fitz Roy (così si chiamava il posto dove oggi c’è El Chaltén) fu una di quelle che sarebbe piaciuto vivere a ognuno di noi.
Mi ricordo ancora dell’anarchia patagonica di ormai molti anni fa, quando arrivavi ai piedi delle montagne e ti costruivi una casa con accetta e tronchi. Provate a farlo ora. E non solo queste cose sono cambiate laggiù.


Portare il compressore lassù sta a Maestri e compagni come la casetta di Infinito Sud sta a Salvaterra e compagni. Non giudico lo stile ma il lato simbolico, quasi mitologico, e soprattutto la componente avventurosa delle due imprese. Chapeau, mi viene da dire a entrambi i team.
E poi la storia del ’59, sarà pure una bugia, perché lo è, ma questo non toglie nulla alla stima che ho per Maestri, semplicemente perché è un uomo con tutti i suoi pregi e difetti. Per me il pregio più grande è stato quello di avermi fatto sognare cambiandomi la vita, non è poco.
Parlando con Rolo e altri amici di El Chaltén, ho sempre sostenuto che una pecca editoriale di “2000 metri della nostra vita” è stata quella di non avere avuto la traduzione in lingua inglese e sostengo tutt’ora che andrebbe fatta. Molti dei suoi detrattori rivaluterebbero scelte da lui fatte a suo tempo e, cosa molto più importante, il suo lato umano, insieme a quello della coautrice e moglie Fernanda. Non parlo mai di quello alpinistico, se ne parla già troppo. Il figlio Gian dovrebbe animarsi e trovare un editore inglese o americano.
Personalmente ho la massima stima sia di Rolo Garibotti, che è un mio caro amico, sia di Cesare Maestri e credo che la polemica che li vede da molto tempo contrapposti esista perché sono due personaggi “estremi” agli estremi di due epoche. La precisione di Rolo nella sua indagine sulla presunta via del ’59 conclusasi con la salita, per ben 2 volte, di quel versante lo mette ai miei occhi tra i più meticolosi, oltre che bravi, alpinisti di tutti i tempi. Maestri, di contro, ha sempre detto di non essere un ”preciso”, ma di essere semmai, sintetizzo io, un sanguigno poco incline a tenere diari e annotazioni.
Ho apprezzato molto l’esempio fatto da chi ha scritto che tutti esultiamo se si demolisce un ecomostro architettonico degli anni ’70 -tranne il proprietario forse, aggiungo- e quindi dobbiamo essere contenti che K&K abbiano tolto i chiodi di Maestri sempre del ’70. Non fa una piega. Io sono per la pace, quindi dico grazie a Cesare Maestri che li ha piantati e grazie a K&K che li hanno tolti.Certo che l'azione in sè avrebbe potuto essere più democratica, ma capisco pure che da lassù prendere decisioni democratiche è pressoché impossibile.


Il Torre, a cui di tutta ‘sta storia non gliene frega niente, resterà la montagna più difficile del mondo per gli appassionati di record, ma per gli amanti dell’avventura, ovvero dell’incertezza, sarà sempre teatro di gesta umane indimenticabili. Questo è l’alpinismo, secondo me.


La storia resta,come restano ora i buchi nel granito, e io ogni tanto me la rileggo e mi emoziono ogni volta esattamente come mi emoziono leggendo quella pagina del catalogo Patagonia (quella che fa i vestiti) in cui Rolo racconta la traversata dal Cerro Standhardt al Torre. Lì gli estremi si toccano, sono entrambi umani.


“Il giorno prorompe in tutta la sua bellezza, spazzando via i fantasmi della paura della notte”. C’è tanta poesia e tanta realtà e umanità in una frase come questa, se non sbaglio è la didascalia di una foto in “2000 metri della nostra vita”, che da sola vale l’esistenza stessa del Cerro Torre e i suoi dintorni. Anzi no, ci metto anche il pensiero di Rolo a sua nipote quando è arrivato stremato in cima al Torre dopo la traversata. Leggetevelo se non l’avete ancora fatto.
Questa della schiodatura del Torre è una storia in sette ottavi, come il giro di basso di Money scritto da Waters nel ‘72,(formidabili quegli anni) irregolare ma perfetta per l’orecchio e il cuore.
mc

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