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giovedì 3 gennaio 2019

PASSIONE PATAGONIA, cosa sennò?

Dopo una serie di campagne patagoniche che dura da oltre trent'anni stavo per stufarmi di tornarci e negli ultimi, almeno 5, mi ero detto che sarebbe stata l'ultima volta. Non perché mi fossi stufato realmente di quei posti e ne volessi visitare altri, ma semplicemente perché avrei voluto passare un autunno a casa per vedere arrivare l'inverno.  
Sembrerà assurdo ma dopo una vita passata a girare per il mondo inseguendo quasi sempre i miei sogni, mi sentivo appagato. 
Quando si fa la vita che si ama, ci si trasforma in maledetti viziati e si diventa assai esigenti sui posti da visitare e sulla qualità di quello che si fa. Non ci si accontenta di partire e basta, come succede a molte persone che purtroppo vivono ingabbiate. 














Mi ritrovavo sulle pendici del Fitz Roy in giornate di sole a chiedermi se era sensato stare ancora lassù mentre i miei genitori invecchiavano e chissà per quanto tempo ancora avrei potuto goderne la compagnia. Oppure chiedendomi se i miei figli avrebbero richiesto la mia presenza in quei periodi o se mia moglie non si stufasse improvvisamente dei miei isterismi legati al dovermi allenare sulla roccia o all'assenza prolungata, e quindi di me. Mica sono pensieri da poco e l'alpinismo impegnativo che si fa in Patagonia non ammette dolcezze.

Così, preso da questi pensieri, anticipavo il volo di rientro piombando a casa come un regalo natalizio -tra l'altro il periodo spesso coincideva con le festività di fine anno- rendendomi immediatamente conto che i miei genitori stavano bene anche senza di me, che i miei figli erano presi dalle loro cose e che mia moglie era forse l'unica felice di vedermi vivo risparmiato dai sassi e le valanghe. 
Perché lei sa.
Erano passati i tempi dei biglietti aerei aperti che avevano solo la data di partenza e una durata di sei mesi e le permanenze da Ottobre a Gennaio in terra australe. Negli ultimi anni avevo deciso di rendere vero uno dei sogni della mia vita: costruirmi una casa come dico io e quanto più possibile con le mie mani. Ma perché scrivo queste cose? Magari annoio chi le leggerà e comunque non mi va di parlare dei fatti miei, ma l'alpinismo, stile di vita in cui credo profondamente e che mi ha solo dato problemi di relazione, tolte molte soddisfazioni, deve difendere le sue ragioni assurde d'esistenza. Per questo scrivo: per tenerlo vivo. 
Max, Markino e il sottoscritto mentre"reclamizziamo"
 la propoli Bu Bees di un amico che la produce
La casa sta ferma in un posto e se la vuoi costruire devi starci vicino o ancora meglio dentro, così capisci meglio come fartela attorno. Ora che l'ho quasi finita a inizio dicembre 2018 sono partito per El Calafate lasciando un paio di lavoretti da finire a un amico falegname sapendo perfettamente che non li avrebbe fatti. Mi sentivo in forma, non al top ma bene abbastanza per fare fronte a quello che avrei voluto e dovuto fare. I miei compagni sono l'ormai fidato Max, anche lui malato dello stesso morbo mio degli ultimi anni: vado, non vado, ma poi vado eccome, e Markino, un ventiquattrenne che conosco da quando è venuto al mondo con cui ho già scalato perché sua mamma me lo ha messo tra le mani addirittura come cliente. Andò così: il giovane, già campione mondiale di slope style con lo snowboard e figlio d'arte perché nella sua famiglia tutta ci sono stati campioni di sci in ogni specialità, si era scassato malamente un ginocchio e aveva dovuto interrompere il circuito di gare in cui era impegnato per il mondo. Depresso e dolorante se ne stava a casa rintanato e sua madre mi aveva cercato dicendomi di portarlo a fare una cascata di ghiaccio (queste madri sportive, eh?!). Io assolsi il mio dovere professionale notando che il ragazzo se la cavava molto bene pur con un ginocchio imbragato in un ingombrante tutore che, fatto l'avvicinamento, restò alla base della cascata! Scalammo altre volte divertendoci e io non dovevo affatto fare più la guida. Non so se rendo l'idea. E soprattutto suonammo insieme qualche volta perché Markino è pure un talento musicale con vari strumenti. Cosa volere di meglio? Uno così poteva solo diventare un malato di Patagonia senza difficoltà e così è stato.
Poi è arrivato Franz (Salvaterra, il mio socio) che aveva una cliente tuttoterreno. Il gioco era fatto. C'erano tutti gli ingredienti per divertirsi, che è la cosa più importante. Al diavolo cime e maltempo! L'alpinismo è una cosa complessa e chi crede che si riduca a scalare montagne, si sbaglia.
Ah, dimenticavo di aggiungere che Max è un musicista rinnegato ma ha pur sempre le sette note nell'anima.
Reinhold Messner ci ha scovati mentre suonavamo un in bar quando era in zona a fare un documentario sull'infinita storia del Cerro Torre. 

Ha pensato che inserire una scena in cui gli alpinisti trattenuti dal maltempo in paese potessero comunque significare una rappresentazione della verità locale, fosse una bella cosa. Nella sua immaginazione, il Re degli ottomila vedeva Cesare Maestri "perso" sul Cerro Torre nel 1959 come l'Andrea di De André, e, visto che stavamo suonando una canzone di Battisti, ci ha chiesto se conoscevamo appunto "Andrea". Chiedere a un genovese che strimpella due accordi sulla chitarra se conosce questa canzone è superfluo, ma tant'è...
Gliel'abbiamo suonata, cantata e ci siamo anche bevuti una buona bottiglia di Malbec in compagnia chiacchierando sulla vita.

Poi siamo partiti per una cima facile nel vento, il Cerro Electrico, tanto per muoverci. Abbiamo giocato d'azzardo ma non troppo salendo a Piedra Negra con le previsioni meteo di Rolo Garibotti che davano due giorni di bel tempo intervallati da uno di malclima furioso.
Abbiamo infilato due vie bellissime con un giorno di riposo nel mezzo, quello di maltempo, mentre tutti gli alpinisti del mondo arrivati a El Chaltén se ne sono rimasti in paese perché vociferava che il tempo sarebbe rimasto orribile. Le nostre previsioni erano eccellenti, avendo pure azzeccato l'ora in cui avrebbe smesso di nevicare la mattina del secondo giorno di maltempo, le dieci, per lasciare al sole e al cielo blu il resto della giornata. Noi sulla Guillamet per la Amy il primo colpo e poi alla Mermoz per la Hypermermoz+Argentina il secondo, mentre Franz e la sua cliente  est-europea che abbiamo soprannominato Dobrinska Bratislava ma si chiama in maniera totalmente diversa, hanno salito pure loro la Amy ma solamente fino alla fine della gulotte e poi la cresta Giordani e la Fonrouge sempre alla Guillamet.

Tornati in paese ci siamo divertiti ancora suonando un paio di giorni e poi siamo tornati a casa io, Markino e Max. Franz raggiunto da Chiara, incinta con relativo pancione e occhi azzurri, si è trattenuto ancora per accontentare una coppia sabauda che voleva salire una cima a inizio anno.
Abbiamo fatto bene a mettere nel bagaglio chitarra, violino e...percussioni. Abbiamo anche costituito una band (questo vale come atto costitutivo!) detta: LOS CHANTAS, che in Argentina significa gli imbroglioni.
Ecco.
Nella Chocolateria, El Chaltén
E' stato tutto così piacevole e divertente che non vedo l'ora di tornare a El Chaltén a fare le solite cose: relax socio-culturale e scalare!
Sarà che ho finito di costruire casa nostra, mia e di mia moglie più i nostri 5 figli, ma questa volta ho guardato con occhi estasiati le albe sul lago Viedma, le seraccate sulla laguna Sucia e di Pedras Blancas, il Cerro Astillado all'orizzonte lontano, i crolli prepotenti del Glaciar Fitz Roy Norte e del Pollone, il telo della tenda tremante e teso sotto il vento implacabile, le fessure da dita lunghe centinaia di metri sulla ovest della Guillamet, i molti amici di El Chaltén a cui è ogni volta impossibile dedicare tutto il tempo che ognuno si meriterebbe, le facce dei miei compagni che ridono alle battute ininterrotte che ci facciamo, schiacciati da zaini spacca schiena, seduti al bar o sprofondati nel sacco a pelo, appesi a una sosta sul granito, sul ghiaccio, su un pendio sassoso o ricoperto di confortevoli cuscini muschiosi.
Mi è sembrato di trovare uno dei mille perché dell'alpinismo a cui nessuno è ancora riuscito a dare risposta.
Per tutto questo voglio tornarci. E non è affatto poco.
Da sinistra: Max Lucco, Marco Grigis, io, Franz Salvaterra
















FOTO DI MAX LUCCO

martedì 15 maggio 2018

QUELLI CHE IL CERRO TORRE (di Marta Trucco)


Già pubblicato su GQ di Novembre 2014
 
Guido Grando "Herreria El Chaltén"
“All'improvviso tutta l'adrenalina e l'energia che mi avevano condotto fin qui si dissiparono, e io mi sentii nudo e fragile, come fossi diventato in un istante mio nonno, e mio padre, e mia madre. E tutta la paura che loro  avevano provato per me, per la mia vita, mi si rovesciò addosso”.
Ecco cosa racconta di aver provato l'alpinista italo-argentino Rolando Garibotti sulla cima del Cerro Torre nel gennaio del 2008, dopo aver portato a termine, insieme all'americano Colin Haley, un'impresa epica: la traversata, passando per le cime, delle  montagne che vanno sotto il nome Gruppo del Torre: Aguja Standhart, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Una traversata che in pochi, prima di allora, avevano immaginato possibile e che nessuno dopo Garibotti e Haley ha mai più ripetuto.
Doerte Pietron e Rolando Garibotti
Una corsa durata quattro giorni e quattro notti su difficoltà sempre estreme, lungo pareti verticali ricoperte da strati  di ghiaccio sottile, senza nessun riparo da un vento che spazza via e dalle scariche che piombano improvvise dagli immensi funghi di ghiaccio e neve che ricoprono le sommità. E senza via d'uscita che non sia la cima del Cerro Torre.
E qui basti pensare che, fino a poche decine di anni fa, il Cerro Torre - sono stati i Ragni di Lecco, nel gennaio del 1974, la prima cordata ad aver raggiunto la cima del fungo di ghiaccio del Torre - era considerata la montagna impossibile ed è tuttora ritenuta tra le più difficili del mondo.
Cerros Torre e Egger ricoperti di neve dopo una tempesta
 
Siamo nel cuore delle Ande Patagoniche, terre da sempre meta di avventurieri,  uomini e donne, che vogliono scalare montagne,  attraversare ghiacciai o raggiungere luoghi dove non è stato nessuno.
Fino agli inizi del secolo scorso buona parte di questo territorio era completamente inesplorata, e fu un italiano, Padre Alberto Maria de Agostini, il primo a realizzare un' accuratissima carta della Patagonia meridionale che colmò le numerose macchie bianche delle mappe precedenti. Si era imbarcato come missionario per il Sud del continente americano, e con la scusa di portare agli indios il Vangelo, esplorò in lungo e in largo la Cordillera delle Ande australi scalando montagne alle quali dette il nome (Cerro Pier Giorgio, Cerro Pollone, suo paese natale, Cerro Cagliero ...) e attraversando  i ghiacciai. “Si può essere un buon salesiano e un buon geografo”, diceva. 
Padre A. De Agostini

Da allora nulla del paesaggio intorno al Cerro Torre è cambiato, è soltanto molto più facile arrivare ai confini di quelle terre remote. Bastano quattro ore di volo da Buenos Aires a cui vanno aggiunte tre di autobus e così, lentamente,  si ha modo di abituare gli occhi a quei luoghi dove la natura da spettacolo. Laghi azzurro-verdi che sembrano mare da tanto sono immensi, fiumi che solcano con impeto valli di origine glaciale, e steppa steppa steppa finché la strada vira verso Nord e, se il tempo è bello, contro il cielo si staglia il profilo di montagne bellissime e spaventose.


La strada e la civiltà finiscono a El Chaltén, piccolo paese di 1500 abitanti,   fondato vent'anni fa dall'ultima generazione di pionieri, gente che si è costruita la casa con le proprie mani in un luogo dal clima impietoso ma dove non mancano spazi e libertà per cominciare una nuova vita.
Il Fitz Roy da Nord

A El Chaltén fanno base gli alpinisti che vengono da ogni dove per scalare le montagne, o per dare il nome a quelle che ancora non ce l'hanno.
Non sono di quelli che fanno conferenze stampa prima di partire: non è la gloria che cercano ma la sfida con se stessi, perché chi si avventura in quelle terre remote, può contare solo sulle proprie forze e sulla propria determinazione. E' un mondo, il loro, in cui la competizione resta sullo sfondo, e quello che conta sono cose rare. Tra queste la ricerca della bellezza: “Le guglie hanno le forme caotiche ed eleganti di una cattedrale di Gaudì, dice Rolando Garibotti a proposito del
La skyline dalla Lagunas Gemelas
Gruppo del Torre. “Lungo le pareti verticali si avvitano linee e sul granito dorato arabeschi di neve simili a viticci proiettano ombre blu.  La skyline di queste montagne, stupenda e terribile, ha la geometria  più attraente che io abbia mai visto: bella, ovvia e difficilissima”.  “Non ho mai visto una montagna più bella”, gli fa eco Doerte Pietron, tedesca 33 anni, compagna di Garibotti nella vita, prima donna al mondo ad aver ripetuto la via aperta dai Ragni di Lecco e unica donna ad aver scalato il Cerro Torre due volte. 
Incerto Mattino verso il Fitz Roy
Non si sentono dei super-eroi, dicono che più che la tecnica, l'allenamento, il talento, la preparazione, la consapevolezza, conta la motivazione, è quella che spinge a superare difficoltà così elevate e patimenti tanto duri: il freddo, il vento, la fatica, le notti insonni, la paura. Garibotti ricorda che durante le lunghe notti in parete si chiedeva cosa lo aveva spinto fino a quel punto, a dover correre rischi così alti e lasciare da parte le certezze, l'amore, gli affetti. “La mattina, però, sapevo di non avere scelta: ciò che stava sopra di me aveva un’attrazione maggiore di quello che stava sotto”. “Ci vuole anche una buona dose di fortuna”, aggiunge Doerte. “Trovare buone condizioni. Ma la motivazione ti spinge a tornare, se la prima volta non hai avuto fortuna. Anche la paura è uno stimolo, ma delle volte ti fa tornare indietro, e magari ti salva la vita”.
Visuale aerea del massiccio Torre-Fitz Roy
Con la traversata del Gruppo del Torre del 2008 sembra caduto anche l'ultimo tabù, dopo la prima invernale, la prima solitaria, la prima femminile... “L'epoca della conquista è passata, dice Garibotti, ma ogni nuova generazione definisce i “pali della porta”. La porta si fa sempre più stretta e più difficile sarà fare gol, ma c'è ancora tantissimo da tentare, il futuro va verso l'arrampica libera: due persone, una corda, nessun ricorso all'artificiale”. 

Scalando un un "tubo" nel ghiaccio del Cerro Torre
Molti dei giovani alpinisti che arrivano a El Chaltén vanno a casa di Rolando e Doerte per chiedere consigli, guardare le carte, consultare le previsioni del tempo, capire se si può contare su una brecha, una finestra di bel tempo, in modo da essere al momento giusto nel posto giusto, perché il bel tempo difficilmente dura più di due giorni, e questa variabile alza a dismisura il livello della difficoltà e del rischio. E anche perché ci sia qualcuno che sappia entro quando, al massimo, dovrebbero fare ritorno -il calcolo è presto fatto dal momento che El Chalten è l'ultimo punto dove si può fare rifornimento e da lì si parte a piedi con tutto il carico sulle spalle. 
Bosco di faggi australi (nothofagus antartica)

C'è anche un'altra dimensione in quei luoghi, quando non si ha l'obiettivo di scalare montagne. Gli alpinisti amanti dell'avventura vera, quella che non sai cosa c'è dietro l'angolo, possono fare la Vuelta del Torre, un percorso dal sapore polare attraverso lo Hielo Continental Sur e intorno al Gruppo del Torre e del Fitz Roy, che richiede più che altro grandi capacità di adattarsi all'isolamento e a condizioni ambientali che possono esser molto, molto ostili. “Ma laggiù ogni sforzo sarà ripagato semplicemente lasciando vagare il cuore in un paesaggio solenne e misterioso, abitato dai contrasti più sorprendenti e dalle più straordinarie manifestazioni del bello. E quello che si prova, alla fine, è un grande senso di libertà”, parola di Marcello Cominetti, Guida alpina
Lucco, Cominetti e Salvaterra e sullo sfondo il gruppo del Torre
e alpinista che quei posti li frequenta da più di trent'anni. Allora El Chaltén non esisteva, c'era solo una casa con il tetto giallo e un gaucho, Don Rodolfo Guerra,  che c'è ancora ed è l'unico vecchio del paese. “Era tutto più complicato dal punto di vista logistico ma c'erano anche molte meno regole e più libertà d'azione. Se uno arrivava con dei chiodi, un'accetta, una sega e un martello, si poteva costruire una casa”.
Cominetti e Sandro Pansini sul Fitz Roy 1992
Marcello Cominetti è stata la prima Guida a portare clienti a scalare le grandi montagne, con uno di loro ha raggiunto nel 1992 la cima del Fitz Roy, ma se gli chiedete come ha fatto vi risponderà che è stato fortunato - e con questo intende dire che ha avuto tempo buono.
Lucco e Salvaterra, Via Californiana al Fitz Roy

Ora è appena cominciata l'estate nelle terre australi e poche settimane fa  (il 6 ottobre) già una prima cordata ha scalato la parete Ovest del Cerro Torre e raggiunto la cima: erano gli italiani Ermanno Salvaterra (autore della prima invernale sul Torre e di numerose altre aperture) Thomas Franchini e Nicola Binelli. 
Mentre l'ultima impresa che forse si può paragonare per straordinarietà a quella compiuta da Garibotti e Haley nel 2008 – se pure da queste parti ogni salita può considerarsi straordinaria -  è stata la traversata del gruppo del Fitz Roy compiuta in tre giorni nella scorsa stagione da due fortissimi climbers americani poco più che ventenni: Alex Honnold e Tommy Caldwell. “E' stato bello - è tutto quanto hanno detto ai primi che li hanno visti tornare - ma ora siamo un po' stanchi”.
E sono andati in paese a mangiarsi una pizza.
Marta Trucco
Arrampicata sul Paredòn sopra El Chaltén. Sullo sfondo il Fitz Roy
E ci tocca pure farel'autostop...

L'autrice Marta Trucco sull'Aguglia
di Goloritzè in Sardegna





martedì 4 novembre 2014

TREKKING IN PATAGONIA Circuito del Paine 11-23 gennaio 2015, 1400€ (+volo) min. 5 pers. e Vuelta del Huemul 24 o 26 dic. 1550€

Promuovo volentieri questo bellissimo trek proposto e accompagnato dal mio amico Francesco Salvaterra che è uno che la Patagonia la conosce bene!
Cuernos del Paine Patagonia Cilena



CIRCUITO DE LAS TORRES DEL PAINE nella Patagonia cilena
Date: 11-23 gennaio 2015
Prezzo a pers.: 1400€ (escluso volo)

Iscrizioni e dettagli sul programma:

tel. 3475829161 email francesco.salvaterra@hotmail.it 

Video per farsi un'idea del posto

Per chi invece avesse a disposizione le vacanze natalizie suggerisco il viaggio di KAILAS da El Chaltén attorno al Cerro Huemul (1550€+volo con partenza il 24 o il 26 dicembre. Durata 13gg.) 

Monte Averau e la relatività delle cose*

 *Pubblico il breve racconto, scritto da un mio cliente britannico ultrasettantenne, di una giornata estiva "ordinaria" lungo un...