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giovedì 13 agosto 2020

CERRO LOPEZ, non solo alpinismo, in Patagonia

 

 


Scialpinismo al Cerro Lopez in una foto
 del mio vero amico Jorge Kozulj

Durante i miei innumerevoli viaggi in Patagonia, ha suscitato in me un certo interesse la storia legata ai criminali di guerra nazisti che si erano rifugiati soprattutto nella zona di S.Carlos de Bariloche, cittadina argentina adagiata sulle sponde del grande lago Nahuel Huapi, dove era stato costruito un bunker in cui si dice si sia nascosto nientemeno che Adolf Hitler dopo essere stato dato per morto, sul finire della seconda guerra mondiale, con la sua compagna Eva Braun. Io non sono di certo uno storico del nazismo, e mi sono sempre detto che i complottisti su questo genere di fatti ci sono sempre stati ma il bunker di cui ho accennato esiste, così come le numerose residenze, costruite in perfetto stile bavarese alpino, che sono appartenute a diversi personaggi tedeschi dal 1946 in poi, i cui nomi sono consultabili presso l’ufficio catastale della Municipalidad della cittadina.

In Italia balzò all’attenzione di tutti un fatto del 1995 quando l’ufficiale della Gestapo Erik Priebke, tra gli esecutori materiali della strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperto e estradato in Italia per essere processato. Io ricordo che chiedendo di lui a

Erik Priebke si imbarca per l'Italia nel 1995
Priebke s'imbarca per l'Italia
 dove sarà processato 
Bariloche me ne parlarono bene e mi indicarono il negozio di salumi che aveva gestito per molti anni e la scuola Primo Capraro di cui divenne direttore con il nome di Erico Priebke. Sull’elenco telefonico della cittadina c’era scritto normalmente il suo nome e l’indirizzo: Calle 24 de Septiembre numero 167.




Il padre della mia ex moglie argentina una sera mi chiese di accompagnarlo a cena da un suo vicino di casa di origine belga, come  lui proprietario terriero del sud. Tra casa nostra e quella del vicino c’erano 160 km di strada sterrata che percorremmo in fuoristrada nel pomeriggio di quel giorno estivo. Giunti a casa del Sig. Adolf venimmo accolti molto gentilmente da questo emblematico signore dal baffetto a spazzolino e trattati con i guanti per il resto della serata. Durante il lungo rientro in auto dissi a mio suocero, mentre guidavo nell’oscurità stando attento a tutti gli animali che avrebbero potuto attraversarci il cammino, cosa ne pensasse di questo suo vicino ultraottantenne (eravamo negli anni ’90) che aveva quell’aspetto e diverse foto appese ai muri dove era ritratto tra gruppi di persone, chiaramente nordeuropee, in cui campeggiava spesso una svastica nazista… Mi rispose che aveva accettato l’invito a cena per mera cortesia e buon vicinato ma che non lo conosceva più di tanto e che però noi europei siamo esagerati quando si parla di nazismo e che quello era un brav’uomo e si addormentò. Non tornai più sull’argomento in famiglia perché, anche in altre occasioni, avevo capito che la percezione del nazismo che hanno in Argentina è molto diversa da quella che abbiamo noi. Allo stesso tempo mi era capitato di parlarne con altre persone rendendomi conto che certe cose in quel sud del mondo avevano lasciato un segno che in pochi avevano approfondito.

Ovviamente, l’industrializzazione e l’urbanizzazione ordinate ed efficienti, l’istituzione di scuole e attività sportive, mettevano in buona luce anche chi si era macchiato di crimini contro l’umanità. Crimini commessi lontano, ma sempre di crimini si trattava!


La Patagonia settentrionale d’altronde assomiglia per geografia e clima alle Alpi germaniche, è chiamata la Svizzera del Sudamerica anche perché l’architettura è di stile tipicamente tirolese, ma il motivo di ciò non è da imputare solo alla colonizzazione nazista. Infatti in Cile, alla stessa latitudine i Gesuiti tedeschi avevano colonizzato la zona del Lago de Todos los Santos a partire dal 1850 che oggi assomiglia alla Baviera in ogni dettaglio, dove avevano trovato un habitat identico a quello da cui provenivano.

Tra le mie ricerche a tempo perso ma non troppo, ho trovato la relazione di un fatto accaduto tra le montagne che sovrastano il Lago Nahuel Huapi, dove si trovano cime imponenti e complesse in cui si è registrata un’intensa attività alpinistica da parte di coloni europei a partire dai primi anni del 1900 a cui i tedeschi diedero notevole impulso. Anche perché i nazisti erano generalmente appassionati di alpinismo e nella zona di Bariloche contribuirono alla creazione della stazione sciistica di Cerro Catedral e Cerro Otto e alla fondazione del locale Club Andino tutt’oggi fucina di ottimi andinisti.

Sede del Club Andino Bariloche

Personalmente ho potuto constatare l’alta validità di molti di loro ripercorrendo vie aperte in epoche (anni ’60) in cui sulle nostre Alpi si faceva un alpinismo di livello sicuramente non inferiore a questo, ma influenzato dalla solita errata visione europeo-centrica. Oggi l’alpinismo patagonico locale di alto livello non è assolutamente inferiore a quello praticato nel resto del pianeta e, anzi, direi che il livello tecnico medio di chi frequenta la montagna è decisamente più alto che da noi pur coinvolgendo un numero percentualmente minore di popolazione.

Mesi dopo la mia cena da Adolf mi imbattei in un interessante libro, scritto da un argentino di origine italiana, tale Abel Basti, dal titolo Bariloche Nazi. Contattato Abel, mi autorizzò a prendere dal suo libro tutte le informazioni e le foto di cui avrei avuto bisogno per comporre il racconto che vado qui a narrare. Trovai il libro sullo scaffale di un ostello dove lo scambiai con uno mio e sono convinto che sia lui, il libro, ad avere trovato me.

 * * *

A circa 25 km a est di Bariloche, in località Colonia Suiza, inizia una strada sterrata che presto diventa il sentiero che da accesso al Cerro Lopez. Lì si trova il Rifugio omonimo costruito dal Club Andino Bariloche (CAB). In questa zona accadde un fatto molto strano negli anni ’60. La data era prossima a quella in cui ebbe successo la missione dei servizi segreti Israeliani per la cattura del criminale di guerra Adolf Eichmann, conosciuto come “l’angelo della morte”. In quel periodo Eichmann, uno degli strateghi della “soluzione finale”, fu catturato e portato in Israele dagli uomini del Mossad, dove venne velocemente processato e condannato a morte.

Nell’area del Cerro Lopez il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal relazionò di un misterioso incidente.

Strada del Cerro Lopez

Tra i turisti di Bariloche si trovava una certa Signorina Nora Eldoc, israeliana, venuta a visitare sua madre con cui era stata internata nel campo di concentramento di Auschwitz e dove era stata sterilizzata dal Dottor Mengele. Per puro caso anche Josef Mengele si trovava a Bariloche.

Nora Eldoc aveva 48 anni era una donna dinamica, di piacevole aspetto e aveva molti amici tra la popolazione locale. Una notte a una festa organizzata in un hotel del posto si incontrò casualmente faccia a faccia con Mengele. Il rapporto della Polizia non dice se lui la riconobbe – Mengele aveva “trattato” migliaia di donne a Auschwitz – ma le vide chiaramente il numero tatuato sull’avambraccio sinistro.
Per qualche secondo i due si guardarono negli occhi in silenzio, assicurarono alcuni testimoni dell’incontro. Nora Eldoc gli voltò le spalle e uscì dalla sala. Pochi giorni dopo non ritornò più da un’escursione in montagna e il fatto venne denunciato alla Polizia. Dopo qualche settimana di ricerche, il corpo martoriato di Nora venne rinvenuto al fondo di un canalone. Si archiviò l’accaduto come un comune incidente di montagna. All’analisi di Wiesenthal, i documenti sull’incidente che gli fornì il SIDE argentino (Servicio de Inteligencia del Estado), presentavano delle sospettose notizie.
Nel fascicolo di Mengele si segnala che la sua concubina (di nome Nurit Eddat) è considerata un’agente israeliana e ex prigioniera di un campo di concentramento, deceduta in un incidente o assassinata…

Rif. Cerro Lopez

Dalle ricerche effettuate si evinse che il termine di concubina venne attribuito alla Eddat o Eldoc, a quel punto ironicamente, dai gerarchi neo-nazisti del SIDE argentino.
Vojko Arko un alpinista sloveno naturalizzato a Bariloche che partecipò alle operazioni di soccorso e ricerca disse che la Eldoc era sulle tracce di Mengele che presumibilmente a quel tempo risiedeva a Bariloche sotto falso nome.
Vojko Arko

Arko, il biografo di Otto Meiling (un valente alpinista germanico che visse a Bariloche dagli anni ’20 introducendovi lo sci e l’alpinismo e costruendo i famosi Berghof/Rifugi alpini, che fece ritorno varie volte in Germania dove si sospettano collegamenti con il nazismo), ricorda che la Eldoc era scomparsa il 12 Febbraio del 1960 nel Cerro Lopez. La Comision de Auxilio (squadra di soccorso in montagna) del Club Andino Bariloche di cui Arko faceva parte, la trovò morta 3 giorni dopo. Il corpo venne rinvenuto in un ramo del torrente Lopez e presentava evidenti segni di caduta da un’altezza di almeno 20 m. La Eldoc era al Rifugio Lopez con un gruppo di amici ebrei e decise di scendere a valle da sola, perdendosi, il 12 di Febbraio, ricordò Arko.
“Si recuperò il corpo e per noi del soccorso la cosa finì lì, però poco tempo dopo ci furono dei problemi con la capitale Buenos Aires. L’Ambasciata smentì che si trattava di un’agente israeliana, ma un componente della squadra di soccorso le trovò addosso un passaporto diplomatico”. Quando la stavamo cercando in montagna, aggiunse Arko, incontrammo un tedesco che nessuno conosceva che però sembrava anche lui sulle tracce della Eldoc. Sempre secondo Arko si trattava di un’agente ebreo-tedesco che era lì per accertarsi della morte della Eldoc, poiché un agente segreto morto non serve più, disse nella sua relazione.
“Noi del soccorso eravamo convinti che Nora Eldoc fosse un agente del Mossad sulle tracce di Mengele che era a Bariloche sotto falso nome”, fu quanto Arko dichiarò al giornalista Abel Basti che lo intervistò a tal proposito il 13 Giugno 1996.
La comunità tedesca di Bariloche è sempre stata molto unita e ogni suo membro sapeva molto bene chi era ognuno e Vojko Arko ne faceva in qualche modo parte in quanto uno dei capostipiti di suddetta comunità, il già nominato Otto Meiling, gli aveva affidato nientemeno che la stesura della sua biografia. Questo per affermare la veridicità di quanto da Arko affermato.
Gruppo nazista a Bariloche.
Otto Meiling è quello seduto a destra della foto di Hitler

Nel Registro dei Decessi dell’anagrafe di Bariloche si legge della morte di Norita Eldodt occorsa il 12 di Marzo del 1960 per traumi multipli. Il certificato venne redatto dal Dottor Josè Maria Iglesias. Il diminutivo di Norita è molto tipico nella lingua argentina, ciò significa che in città era sicuramente conosciuta. Nello stesso documento si legge che la vittima aveva 47 anni, di nazionalità israeliana, nubile, di professione impiegata e domiciliata in Buenos Aires.

Quando negli anni ’40 arrivavano a Bariloche i nazisti privi di documenti o con falsi nomi, si dovevano rivolgere al Comune (Municipalidad) e al Giudice di Pace (Juzgado de Paz) dove gli veniva fornita un’identità provvisoria con cui potevano realizzare diverse mansioni tra cui l’acquisto di terre e immobili. Le autorità sapevano benissimo di chi si trattava ma chiudevano un occhio per assecondare il consueto e oliato meccanismo utile a risolvere questo tipo di problemi. Questi uffici vennero distrutti da un incendio in circostanze poco chiare negli anni ’60 cosicché andarono perduti per sempre atti e nomi scomodi.

Adolf Eichmann quando viveva a Bariloche

Uno dei casi più eclatanti fu quello di Josef Mengele che entrò in Argentina con un passaporto della Croce Rossa Internazionale con il nome falso di Helmut Gregor. Secondo la testimonianza di molti barilochensi che lo conoscevano, Mengele, specialista in “pulizia razziale” vi aveva esercitato la professione medica per numerosi anni, così come aveva fatto a Buenos Aires. Un anziano funzionario della motorizzazione, Francisco Calò, ricorda in una dichiarazione del 7 Giugno del 1996 resa al giornalista Abel Basti, che Josef Mengele prese la patente di guida nel ’48 o nel ’49 utilizzando un nome falso, forse Juan, non ne ricorda il cognome, ma era sicuro che fosse lui perché utilizzò una certificazione rilasciata dal Giudice di Pace che presentava qualche inesattezza. Calò disse anche che Mengele si accompagnava a una signora magra, non molto alta e bionda e che era domiciliato nel quartiere tedesco di Belgrano.
Mengele nacque nel 1911 in Baviera e studiò a Monaco, Bonn, Francoforte e Vienna. Si laureò prima in Filosofia e Letteratura e dopo in Medicina. Già durante gli studi universitari era un convinto sostenitore della politica nazionalsocialista. Al principio della guerra si iscrisse nelle SS e nel ’43 si trasferì volontariamente nel campo di Auschwitz per realizzare esperimenti su esseri umani. Il passato di Mengele si conobbe negli anni ’50 con la pubblicazione del libro su Anna Frank da parte di Ernst Schnabel. La sua vita di latitante lo vide assumere varie identità e cambi di residenza. Ufficialmente morì nel 1979 mentre faceva un bagno in mare in Brasile.

 

Fonti letterarie:

-La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez ed. Neri Pozza
-Bariloche Nazi di Abel Basti.

Notizie correlate:

-"Il medico tedesco" libro di Lucia Puenzo ed. Guanda

-The German doctor-Wakolda, film di Lucia Puenzo (clicca per vedere il film)

venerdì 18 gennaio 2019

ALPINISMO BRILLANTE ma di POCA SOSTANZA in PATAGONIA & HO SAPUTO CHE SCALAVANO SLEGATI PER NON ROVINARE LA CORDA

Jean Luis Trintignant ne: IL SORPASSO (D.Risi 1962) in cui appaiono
sullo sfondo foto di cime patagoniche, e lui si interroga su qualcosa...
Ricopio dalla nostra pagina facebook In Patagonia un pensiero del mio socio Franz Salvaterra dall'apparenza leggero, ma che invece è profondissimo.
Grazie a mille facilitazioni logistiche e informative l'alpinismo patagonico attira sempre più adepti ma fortunatamente guadagnarsi una cima è rimasto dannatamente complicato. Come lo era una volta. I molti attratti, sovente si scontrano con condizioni che non si aspettavano e tornano con le pive nel sacco. Gli himalaisti in primis, volendo essere maligni. 
Tutto questo mi fa pensare a quanto è triste, se vogliamo, che tutta l'esperienza che uno accumula in tanti anni di vittorie e sconfitte, in montagna e nella vita, debba terminare quando raggiunge il suo apice. Ma finché non termina: approfittiamone!
Franz e il sottoscritto in un bar a Gobernador Gregores (!)

Qualche giorno fa, Franz, una cliente e Marquiño, portatore brasiliano, si trovavano a Niponino, campo avanzato ai piedi del Cerro Torre.
Niponino è un nome in lunfardo (sottodialetto e slang argentino) inventato e significa "ni Noruegos ni Polacos", infatti questa zona di campo è posta nel mezzo di quest’ultimi due (campo norvegese e campo polacco), su una morena. Verso sera spuntano due alpinisti, uno è un personaggio famoso, senza fare nomi, una delle celebrità che spesso fanno visita al massiccio di El Chaltèn. 
Tipico albergo locale
Gli dicono che vogliono fare la Supercanaleta al Fitz Roy, cosa che da questo versante è inusuale, e tirano dritto veloci, non prima di averli abbagliati con lo sfavillare della loro attrezzatura nuova fiammante. Marquiño dice: “tengono todo brillante!” Zaino, abbigliamento, corda, e piccozze (con relativo copripicozza da gitante domenicale dedicato), tutto nuovo di fabbrica. Qualche ora più tardi i nostri tre, da dentro la tenda, sentono di ritorno i due “famosi”, resisi conto che non avevano nessuna chance sono tornati sui loro passi e chiedono consiglio su quale via ripiegare eventualmente l’indomani. Gli viene consigliata una via di 4 tiri di quinto grado sull'Aguja dell’S. Almeno quella la fanno.
Nel frattempo Marquiño partorisce la leggenda del “chico brillante y el chico perfurado”, lui è il “perfurado”, con sacco a pelo maleodorante che perde piume ad ogni movimento, scarpe da ginnastica bucate, giacca “cordero tex” perché a renderla impermeabile è l’olio di grasso di pecora che la ricopre. 
Arcoiris verso Paso Marconi
Grasse risate eccheggiano pensando a questa metafora dell’alpinismo patagonico, sempre attuale: quanti alpinisti simil-famosi dichiarano ai blog di andare a fare questo e quello e poi non combinano nulla e quanti sconosciuti con le pezze al culo e i ramponi tondi hanno scalato delle vie pazzesche senza quasi lasciare traccia?
Prendiamo la Chaverri- Plaza alla torre Standhardt, una via aperta negli anni 90’ da due argentini che hanno fatto molte solitarie. 
Ho saputo che scalavano slegati per non rovinare la corda.

Cada a
ño en El Chaltén se encuentran mas chicos brillantes que perfurados! (Ogni anno a El Chaltén si vedono più ragazzi sfavillanti che bucherellati)
Marquiño, andinista Perfurado sul Glaciar Grande & Cerro Torre.


#inpatagonia #mountainguides #ferrino #salice#climbingtechnology #lizard #elbec









giovedì 3 gennaio 2019

PASSIONE PATAGONIA, cosa sennò?

Dopo una serie di campagne patagoniche che dura da oltre trent'anni stavo per stufarmi di tornarci e negli ultimi, almeno 5, mi ero detto che sarebbe stata l'ultima volta. Non perché mi fossi stufato realmente di quei posti e ne volessi visitare altri, ma semplicemente perché avrei voluto passare un autunno a casa per vedere arrivare l'inverno.  
Sembrerà assurdo ma dopo una vita passata a girare per il mondo inseguendo quasi sempre i miei sogni, mi sentivo appagato. 
Quando si fa la vita che si ama, ci si trasforma in maledetti viziati e si diventa assai esigenti sui posti da visitare e sulla qualità di quello che si fa. Non ci si accontenta di partire e basta, come succede a molte persone che purtroppo vivono ingabbiate. 














Mi ritrovavo sulle pendici del Fitz Roy in giornate di sole a chiedermi se era sensato stare ancora lassù mentre i miei genitori invecchiavano e chissà per quanto tempo ancora avrei potuto goderne la compagnia. Oppure chiedendomi se i miei figli avrebbero richiesto la mia presenza in quei periodi o se mia moglie non si stufasse improvvisamente dei miei isterismi legati al dovermi allenare sulla roccia o all'assenza prolungata, e quindi di me. Mica sono pensieri da poco e l'alpinismo impegnativo che si fa in Patagonia non ammette dolcezze.

Così, preso da questi pensieri, anticipavo il volo di rientro piombando a casa come un regalo natalizio -tra l'altro il periodo spesso coincideva con le festività di fine anno- rendendomi immediatamente conto che i miei genitori stavano bene anche senza di me, che i miei figli erano presi dalle loro cose e che mia moglie era forse l'unica felice di vedermi vivo risparmiato dai sassi e le valanghe. 
Perché lei sa.
Erano passati i tempi dei biglietti aerei aperti che avevano solo la data di partenza e una durata di sei mesi e le permanenze da Ottobre a Gennaio in terra australe. Negli ultimi anni avevo deciso di rendere vero uno dei sogni della mia vita: costruirmi una casa come dico io e quanto più possibile con le mie mani. Ma perché scrivo queste cose? Magari annoio chi le leggerà e comunque non mi va di parlare dei fatti miei, ma l'alpinismo, stile di vita in cui credo profondamente e che mi ha solo dato problemi di relazione, tolte molte soddisfazioni, deve difendere le sue ragioni assurde d'esistenza. Per questo scrivo: per tenerlo vivo. 
Max, Markino e il sottoscritto mentre"reclamizziamo"
 la propoli Bu Bees di un amico che la produce
La casa sta ferma in un posto e se la vuoi costruire devi starci vicino o ancora meglio dentro, così capisci meglio come fartela attorno. Ora che l'ho quasi finita a inizio dicembre 2018 sono partito per El Calafate lasciando un paio di lavoretti da finire a un amico falegname sapendo perfettamente che non li avrebbe fatti. Mi sentivo in forma, non al top ma bene abbastanza per fare fronte a quello che avrei voluto e dovuto fare. I miei compagni sono l'ormai fidato Max, anche lui malato dello stesso morbo mio degli ultimi anni: vado, non vado, ma poi vado eccome, e Markino, un ventiquattrenne che conosco da quando è venuto al mondo con cui ho già scalato perché sua mamma me lo ha messo tra le mani addirittura come cliente. Andò così: il giovane, già campione mondiale di slope style con lo snowboard e figlio d'arte perché nella sua famiglia tutta ci sono stati campioni di sci in ogni specialità, si era scassato malamente un ginocchio e aveva dovuto interrompere il circuito di gare in cui era impegnato per il mondo. Depresso e dolorante se ne stava a casa rintanato e sua madre mi aveva cercato dicendomi di portarlo a fare una cascata di ghiaccio (queste madri sportive, eh?!). Io assolsi il mio dovere professionale notando che il ragazzo se la cavava molto bene pur con un ginocchio imbragato in un ingombrante tutore che, fatto l'avvicinamento, restò alla base della cascata! Scalammo altre volte divertendoci e io non dovevo affatto fare più la guida. Non so se rendo l'idea. E soprattutto suonammo insieme qualche volta perché Markino è pure un talento musicale con vari strumenti. Cosa volere di meglio? Uno così poteva solo diventare un malato di Patagonia senza difficoltà e così è stato.
Poi è arrivato Franz (Salvaterra, il mio socio) che aveva una cliente tuttoterreno. Il gioco era fatto. C'erano tutti gli ingredienti per divertirsi, che è la cosa più importante. Al diavolo cime e maltempo! L'alpinismo è una cosa complessa e chi crede che si riduca a scalare montagne, si sbaglia.
Ah, dimenticavo di aggiungere che Max è un musicista rinnegato ma ha pur sempre le sette note nell'anima.
Reinhold Messner ci ha scovati mentre suonavamo un in bar quando era in zona a fare un documentario sull'infinita storia del Cerro Torre. 

Ha pensato che inserire una scena in cui gli alpinisti trattenuti dal maltempo in paese potessero comunque significare una rappresentazione della verità locale, fosse una bella cosa. Nella sua immaginazione, il Re degli ottomila vedeva Cesare Maestri "perso" sul Cerro Torre nel 1959 come l'Andrea di De André, e, visto che stavamo suonando una canzone di Battisti, ci ha chiesto se conoscevamo appunto "Andrea". Chiedere a un genovese che strimpella due accordi sulla chitarra se conosce questa canzone è superfluo, ma tant'è...
Gliel'abbiamo suonata, cantata e ci siamo anche bevuti una buona bottiglia di Malbec in compagnia chiacchierando sulla vita.

Poi siamo partiti per una cima facile nel vento, il Cerro Electrico, tanto per muoverci. Abbiamo giocato d'azzardo ma non troppo salendo a Piedra Negra con le previsioni meteo di Rolo Garibotti che davano due giorni di bel tempo intervallati da uno di malclima furioso.
Abbiamo infilato due vie bellissime con un giorno di riposo nel mezzo, quello di maltempo, mentre tutti gli alpinisti del mondo arrivati a El Chaltén se ne sono rimasti in paese perché vociferava che il tempo sarebbe rimasto orribile. Le nostre previsioni erano eccellenti, avendo pure azzeccato l'ora in cui avrebbe smesso di nevicare la mattina del secondo giorno di maltempo, le dieci, per lasciare al sole e al cielo blu il resto della giornata. Noi sulla Guillamet per la Amy il primo colpo e poi alla Mermoz per la Hypermermoz+Argentina il secondo, mentre Franz e la sua cliente  est-europea che abbiamo soprannominato Dobrinska Bratislava ma si chiama in maniera totalmente diversa, hanno salito pure loro la Amy ma solamente fino alla fine della gulotte e poi la cresta Giordani e la Fonrouge sempre alla Guillamet.

Tornati in paese ci siamo divertiti ancora suonando un paio di giorni e poi siamo tornati a casa io, Markino e Max. Franz raggiunto da Chiara, incinta con relativo pancione e occhi azzurri, si è trattenuto ancora per accontentare una coppia sabauda che voleva salire una cima a inizio anno.
Abbiamo fatto bene a mettere nel bagaglio chitarra, violino e...percussioni. Abbiamo anche costituito una band (questo vale come atto costitutivo!) detta: LOS CHANTAS, che in Argentina significa gli imbroglioni.
Ecco.
Nella Chocolateria, El Chaltén
E' stato tutto così piacevole e divertente che non vedo l'ora di tornare a El Chaltén a fare le solite cose: relax socio-culturale e scalare!
Sarà che ho finito di costruire casa nostra, mia e di mia moglie più i nostri 5 figli, ma questa volta ho guardato con occhi estasiati le albe sul lago Viedma, le seraccate sulla laguna Sucia e di Pedras Blancas, il Cerro Astillado all'orizzonte lontano, i crolli prepotenti del Glaciar Fitz Roy Norte e del Pollone, il telo della tenda tremante e teso sotto il vento implacabile, le fessure da dita lunghe centinaia di metri sulla ovest della Guillamet, i molti amici di El Chaltén a cui è ogni volta impossibile dedicare tutto il tempo che ognuno si meriterebbe, le facce dei miei compagni che ridono alle battute ininterrotte che ci facciamo, schiacciati da zaini spacca schiena, seduti al bar o sprofondati nel sacco a pelo, appesi a una sosta sul granito, sul ghiaccio, su un pendio sassoso o ricoperto di confortevoli cuscini muschiosi.
Mi è sembrato di trovare uno dei mille perché dell'alpinismo a cui nessuno è ancora riuscito a dare risposta.
Per tutto questo voglio tornarci. E non è affatto poco.
Da sinistra: Max Lucco, Marco Grigis, io, Franz Salvaterra
















FOTO DI MAX LUCCO

martedì 15 maggio 2018

QUELLI CHE IL CERRO TORRE (di Marta Trucco)


Già pubblicato su GQ di Novembre 2014
 
Guido Grando "Herreria El Chaltén"
“All'improvviso tutta l'adrenalina e l'energia che mi avevano condotto fin qui si dissiparono, e io mi sentii nudo e fragile, come fossi diventato in un istante mio nonno, e mio padre, e mia madre. E tutta la paura che loro  avevano provato per me, per la mia vita, mi si rovesciò addosso”.
Ecco cosa racconta di aver provato l'alpinista italo-argentino Rolando Garibotti sulla cima del Cerro Torre nel gennaio del 2008, dopo aver portato a termine, insieme all'americano Colin Haley, un'impresa epica: la traversata, passando per le cime, delle  montagne che vanno sotto il nome Gruppo del Torre: Aguja Standhart, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Una traversata che in pochi, prima di allora, avevano immaginato possibile e che nessuno dopo Garibotti e Haley ha mai più ripetuto.
Doerte Pietron e Rolando Garibotti
Una corsa durata quattro giorni e quattro notti su difficoltà sempre estreme, lungo pareti verticali ricoperte da strati  di ghiaccio sottile, senza nessun riparo da un vento che spazza via e dalle scariche che piombano improvvise dagli immensi funghi di ghiaccio e neve che ricoprono le sommità. E senza via d'uscita che non sia la cima del Cerro Torre.
E qui basti pensare che, fino a poche decine di anni fa, il Cerro Torre - sono stati i Ragni di Lecco, nel gennaio del 1974, la prima cordata ad aver raggiunto la cima del fungo di ghiaccio del Torre - era considerata la montagna impossibile ed è tuttora ritenuta tra le più difficili del mondo.
Cerros Torre e Egger ricoperti di neve dopo una tempesta
 
Siamo nel cuore delle Ande Patagoniche, terre da sempre meta di avventurieri,  uomini e donne, che vogliono scalare montagne,  attraversare ghiacciai o raggiungere luoghi dove non è stato nessuno.
Fino agli inizi del secolo scorso buona parte di questo territorio era completamente inesplorata, e fu un italiano, Padre Alberto Maria de Agostini, il primo a realizzare un' accuratissima carta della Patagonia meridionale che colmò le numerose macchie bianche delle mappe precedenti. Si era imbarcato come missionario per il Sud del continente americano, e con la scusa di portare agli indios il Vangelo, esplorò in lungo e in largo la Cordillera delle Ande australi scalando montagne alle quali dette il nome (Cerro Pier Giorgio, Cerro Pollone, suo paese natale, Cerro Cagliero ...) e attraversando  i ghiacciai. “Si può essere un buon salesiano e un buon geografo”, diceva. 
Padre A. De Agostini

Da allora nulla del paesaggio intorno al Cerro Torre è cambiato, è soltanto molto più facile arrivare ai confini di quelle terre remote. Bastano quattro ore di volo da Buenos Aires a cui vanno aggiunte tre di autobus e così, lentamente,  si ha modo di abituare gli occhi a quei luoghi dove la natura da spettacolo. Laghi azzurro-verdi che sembrano mare da tanto sono immensi, fiumi che solcano con impeto valli di origine glaciale, e steppa steppa steppa finché la strada vira verso Nord e, se il tempo è bello, contro il cielo si staglia il profilo di montagne bellissime e spaventose.


La strada e la civiltà finiscono a El Chaltén, piccolo paese di 1500 abitanti,   fondato vent'anni fa dall'ultima generazione di pionieri, gente che si è costruita la casa con le proprie mani in un luogo dal clima impietoso ma dove non mancano spazi e libertà per cominciare una nuova vita.
Il Fitz Roy da Nord

A El Chaltén fanno base gli alpinisti che vengono da ogni dove per scalare le montagne, o per dare il nome a quelle che ancora non ce l'hanno.
Non sono di quelli che fanno conferenze stampa prima di partire: non è la gloria che cercano ma la sfida con se stessi, perché chi si avventura in quelle terre remote, può contare solo sulle proprie forze e sulla propria determinazione. E' un mondo, il loro, in cui la competizione resta sullo sfondo, e quello che conta sono cose rare. Tra queste la ricerca della bellezza: “Le guglie hanno le forme caotiche ed eleganti di una cattedrale di Gaudì, dice Rolando Garibotti a proposito del
La skyline dalla Lagunas Gemelas
Gruppo del Torre. “Lungo le pareti verticali si avvitano linee e sul granito dorato arabeschi di neve simili a viticci proiettano ombre blu.  La skyline di queste montagne, stupenda e terribile, ha la geometria  più attraente che io abbia mai visto: bella, ovvia e difficilissima”.  “Non ho mai visto una montagna più bella”, gli fa eco Doerte Pietron, tedesca 33 anni, compagna di Garibotti nella vita, prima donna al mondo ad aver ripetuto la via aperta dai Ragni di Lecco e unica donna ad aver scalato il Cerro Torre due volte. 
Incerto Mattino verso il Fitz Roy
Non si sentono dei super-eroi, dicono che più che la tecnica, l'allenamento, il talento, la preparazione, la consapevolezza, conta la motivazione, è quella che spinge a superare difficoltà così elevate e patimenti tanto duri: il freddo, il vento, la fatica, le notti insonni, la paura. Garibotti ricorda che durante le lunghe notti in parete si chiedeva cosa lo aveva spinto fino a quel punto, a dover correre rischi così alti e lasciare da parte le certezze, l'amore, gli affetti. “La mattina, però, sapevo di non avere scelta: ciò che stava sopra di me aveva un’attrazione maggiore di quello che stava sotto”. “Ci vuole anche una buona dose di fortuna”, aggiunge Doerte. “Trovare buone condizioni. Ma la motivazione ti spinge a tornare, se la prima volta non hai avuto fortuna. Anche la paura è uno stimolo, ma delle volte ti fa tornare indietro, e magari ti salva la vita”.
Visuale aerea del massiccio Torre-Fitz Roy
Con la traversata del Gruppo del Torre del 2008 sembra caduto anche l'ultimo tabù, dopo la prima invernale, la prima solitaria, la prima femminile... “L'epoca della conquista è passata, dice Garibotti, ma ogni nuova generazione definisce i “pali della porta”. La porta si fa sempre più stretta e più difficile sarà fare gol, ma c'è ancora tantissimo da tentare, il futuro va verso l'arrampica libera: due persone, una corda, nessun ricorso all'artificiale”. 

Scalando un un "tubo" nel ghiaccio del Cerro Torre
Molti dei giovani alpinisti che arrivano a El Chaltén vanno a casa di Rolando e Doerte per chiedere consigli, guardare le carte, consultare le previsioni del tempo, capire se si può contare su una brecha, una finestra di bel tempo, in modo da essere al momento giusto nel posto giusto, perché il bel tempo difficilmente dura più di due giorni, e questa variabile alza a dismisura il livello della difficoltà e del rischio. E anche perché ci sia qualcuno che sappia entro quando, al massimo, dovrebbero fare ritorno -il calcolo è presto fatto dal momento che El Chalten è l'ultimo punto dove si può fare rifornimento e da lì si parte a piedi con tutto il carico sulle spalle. 
Bosco di faggi australi (nothofagus antartica)

C'è anche un'altra dimensione in quei luoghi, quando non si ha l'obiettivo di scalare montagne. Gli alpinisti amanti dell'avventura vera, quella che non sai cosa c'è dietro l'angolo, possono fare la Vuelta del Torre, un percorso dal sapore polare attraverso lo Hielo Continental Sur e intorno al Gruppo del Torre e del Fitz Roy, che richiede più che altro grandi capacità di adattarsi all'isolamento e a condizioni ambientali che possono esser molto, molto ostili. “Ma laggiù ogni sforzo sarà ripagato semplicemente lasciando vagare il cuore in un paesaggio solenne e misterioso, abitato dai contrasti più sorprendenti e dalle più straordinarie manifestazioni del bello. E quello che si prova, alla fine, è un grande senso di libertà”, parola di Marcello Cominetti, Guida alpina
Lucco, Cominetti e Salvaterra e sullo sfondo il gruppo del Torre
e alpinista che quei posti li frequenta da più di trent'anni. Allora El Chaltén non esisteva, c'era solo una casa con il tetto giallo e un gaucho, Don Rodolfo Guerra,  che c'è ancora ed è l'unico vecchio del paese. “Era tutto più complicato dal punto di vista logistico ma c'erano anche molte meno regole e più libertà d'azione. Se uno arrivava con dei chiodi, un'accetta, una sega e un martello, si poteva costruire una casa”.
Cominetti e Sandro Pansini sul Fitz Roy 1992
Marcello Cominetti è stata la prima Guida a portare clienti a scalare le grandi montagne, con uno di loro ha raggiunto nel 1992 la cima del Fitz Roy, ma se gli chiedete come ha fatto vi risponderà che è stato fortunato - e con questo intende dire che ha avuto tempo buono.
Lucco e Salvaterra, Via Californiana al Fitz Roy

Ora è appena cominciata l'estate nelle terre australi e poche settimane fa  (il 6 ottobre) già una prima cordata ha scalato la parete Ovest del Cerro Torre e raggiunto la cima: erano gli italiani Ermanno Salvaterra (autore della prima invernale sul Torre e di numerose altre aperture) Thomas Franchini e Nicola Binelli. 
Mentre l'ultima impresa che forse si può paragonare per straordinarietà a quella compiuta da Garibotti e Haley nel 2008 – se pure da queste parti ogni salita può considerarsi straordinaria -  è stata la traversata del gruppo del Fitz Roy compiuta in tre giorni nella scorsa stagione da due fortissimi climbers americani poco più che ventenni: Alex Honnold e Tommy Caldwell. “E' stato bello - è tutto quanto hanno detto ai primi che li hanno visti tornare - ma ora siamo un po' stanchi”.
E sono andati in paese a mangiarsi una pizza.
Marta Trucco
Arrampicata sul Paredòn sopra El Chaltén. Sullo sfondo il Fitz Roy
E ci tocca pure farel'autostop...

L'autrice Marta Trucco sull'Aguglia
di Goloritzè in Sardegna





sabato 21 gennaio 2017

Bye Bye El Chaltén dopo la stagione 2016/2017

per scoprirlo vai su www.inpatagonia.it 
Per riportare com'è andata questa ultima stagione patagonica lascio la parola al mio collega Franz Salvaterra che io ho anticipato nel rientro a casa di una settimana. Ormai sempre più mi fa piacere lasciare a lui la parola perché riassume i fatti e le sensazioni in maniera più sintetica di come farei io.
Il suo è un descrivere "di pancia" mentre il mio sarebbe a volte troppo inutilmente ricercato e profondo. In fondo vivere di alpinismo è una barzelletta a cui non abbiamo mai smesso di credere, ma sempre di barzelletta si tratta.
Alla faccia dei retorici falso-romantici così noiosi e statici nel pensiero, penso che nulla vada preso sul serio e che la leggerezza di spirito rappresenti la più grande fonte di energia a cui l'alpinismo può attingere, perché per salire le montagne occorre prima di tutto essere leggeri.
Per leggere il resoconto andate qui, se non avete di meglio da
fare:  (ci sono anche delle foto carine)


Sottofondo musicale consigliato:  While my guitar gently weeps Noi l'ascoltavamo tutto il giorno quando era brutto tempo: praticamente sempre.

WARNING: a fine 2017 proporremo il TREKKING DEL DIABLO, un itinerario solitario e inedito che può essere ritenuto a buona ragione uno dei giri a piedi più belli del mondo. Coming soon su www.inpatagonia.it


Monte Averau e la relatività delle cose*

 *Pubblico il breve racconto, scritto da un mio cliente britannico ultrasettantenne, di una giornata estiva "ordinaria" lungo un...