giovedì 15 ottobre 2020

La montagna in tempo di Covid 19 & in Memory of Icaro

John Shepherd alla Forc. Marmolada
In realtà si tratta del luogo dove è più facile tenere le distanze che si vogliono e che servono in questo tempo virulento.
Se poi ci mettiamo che l'aria è pulita e quindi non ci sono particelle volanti generate dall'inquinamento di molti luoghi dove in realtà la gente vive sentendosi al sicuro, possiamo convenire sul fatto che una certa montagna sia il miglior posto dove rigenerarsi dando tempo e emozione alle proprie passioni.
Non mi riferisco allo sci su pista, in cui bisogna comunque stiparsi negli impianti meccanici, per non parlare dei rischi "meccanici" da investimenti quando si scia, tutti luoghi (comuni) in cui la gente si sente inspiegabilmente sicura ma dove in realtà sta correndo rischi ben più alti di quelli del Covid 19! Pensateci bene.
Mi riferisco invece allo scialpinismo, all'ice climbing e alle gite con le racchette da neve alla portata di tutti.
Nella colonna qui a destra trovate alcune proposte, che se cliccate sul nome vi appariranno nei dettagli, ma se siete un gruppetto o anche un singolo (per l'ice climbing l'ideale è essere 1 o 2 alpinisti+guida) e volete fare qualcosa in date a voi più congeniali, contattatemi. 

info@marcellocominetti.com +393477105289 (whatsapp)

Inoltre guardatevi il bel video di Matteo Agreiter dedicato al nostro amico ICARO al posto di fare la consueta festa al Sas Dlacia.

https://youtu.be/nuLtrhNMtJ8 

giovedì 8 ottobre 2020

LA PARETE CHE C'E'

 

Considerazioni a ruota libera su ciò che resta dello Sci Estremo

Chamonix 1987, De Benedetti,
 Vallencant e Boivin

Non credo che le cose succedano per caso. C’è sempre un ordine in ciò che accade anche se indipendente dalla volontà di chi lo mette in atto. E questo vale anche per le persone disordinate.

Pochi giorni dopo avere incontrato una persona a casa di amici, che poi svelerò chi è ma anticipo che si tratta di uno sciatore, mi sono imbattuto in un vecchio filmato di sci estremo girato sul Monte Bianco da Stefano De Benedetti negli anni ’80. Nel 1985 per essere precisi.

Come se non bastasse, ieri l’altro ho ricevuto una email da uno sciatore di Seattle che avevo incontrato in Patagonia nel 2002 in cui mi diceva che aveva scoperto che Stefano De Benedetti, il suo “piccolo superman” preferito, era mio amico, o viceversa, non ricordo, ma non importa. Io e Stefano siamo amici da una vita, quello si.

Stefano De Benedetti 1978

Ho virgolettato il “piccolo superman” perché nel film-documentario Steep, sullo sci libero, di Mark Obenhaus, Stefano De Benedetti viene intervistato e dice candidamente che nei 10 anni in cui ha realizzato un grande numero di prime discese estreme (allora si diceva così) si sentiva proprio come un piccolo Superman al quale tutto era concesso. Non perdetevi il video: https://www.youtube.com/watch?v=kWfmOz44vPU

 Io che in quei 10 anni ho incrociato la mia traccia con la sua un po’ di volte, posso assicurare che è vero che Stefano si sentiva così, ma è anche vero che non era un improvvisato, ma semmai uno scrupolosissimo studioso di pendii innevati. Indubbiamente sapeva fare girare gli sci un po’ ovunque, anche se era meno teatrale dei suoi contemporanei occidentali: Vallencant e Boivin.
Casa sua a Courmayeur, in quegli anni, era un ritrovo di stelle dell’alpinismo, ma anche di gente normale, semplici appassionati che cercavano un letto per dormire una notte o farsi una vacanza a scrocco di più giorni.

Tofana di Mezzo par. ovest.
 Ph. A. Kostner


 La prova è che un pomeriggio piovoso ci trovavamo in diversi buttati tra divani e pavimento a fantasticare su pareti e couloirs mentre Stefano era sceso in paese. Il telefono squillò.

Renato Da Pozzo (noto alpinista sperimentale lecchese) rispose e dall’altro capo della cornetta un tale, che parlava francese, diceva di essere Jean Marc Boivin. Ragazzi!, urlò Renato, qui c’è uno che dice di essere Boivin!
Boivin ai tempi era davvero una star che appariva in ogni tipo di pubblicità, dagli sci ai superalcolici e dalle auto sportive alla sua ditta di attrezzature JMB; uno che, quanto a popolarità e rilevanza tecnica in alpinismo e sci estremo, poteva, in un assurdo quanto impossibile paragone, pisciare letteralmente in testa a molti "astri" odierni. Diciamo che era famoso quanto Messner ma era molto più anticonvenzionale - e quindi più figo.

Renato Da Pozzo.
Ph. F.Mariani

 Trovarsi al telefono con lui sembrava uno scherzo.  Infatti Renato rispose: Essì e je suis Catrine Deneuve, e scoppiamo tutti a ridere con lui nel salotto. Quello dall’altra parte si incazzò da morire e in altra occasione disse a Stefano che aveva degli amici deficienti.

Durante il servizio militare a Courmayeur, Stefano stava girando il suo film: La Parete che non c’è. (Qui il film completo). Proprio il film  di cui parlavo all’inizio e che ho riguardato dopo più di trent’anni. In quel periodo ero da quelle parti anch’io e aiutai un minimo Stefano e il regista Michele Radici tanto da meritarmi il nome nei titoli di coda (sono certo che Stefano lo ha messo più per amicizia che per mio merito reale).

JM Boivin e sua moglie Francoise 1984


Detto ciò, riguardando il film, sono tornato con la mente e il cuore a quegli anni in cui credevamo che l’alpinismo fosse la nostra unica ragione di vita. Anni in cui si sacrificavano con noncuranza relazioni sentimentali e comunque umane d’altro tipo, per dedicarci al mondo delle cime. In breve: quando il sacro fuoco ti ardeva dentro.

Stefano, Via Austriaca, Les Courtes
Nel film c’è una grandissima dose di introspezione da parte di Stefano, che è uno dei due protagonisti assieme a Giorgio Passino, che sicuramente non agiva spinto da motivazioni tanto profonde come quelle del Debe (così a Genova chiamiamo De Benedetti ancora oggi), ma i due si complementavano. Il cittadino intellettuale e tormentato e il montanaro, un dualismo classico della storia dell’alpinismo che ha dato grandi frutti. Stefano che parla di libertà e modi di esprimerla e Giorgio che quasi non si spiega perché di tanti fronzoli mentali e agisce istintivamente. Sicuramente l’origine cittadina di De Benedetti contribuiva ad alimentare un sentimento di libertà agognata che nel montanaro, nato e cresciuto nei grandi spazi, non c’è.

Infatti un pomeriggio dei primi anni ottanta ci trovammo con Stefano seduti su un tronco nei pressi del Gias delle Mosche in Val Gesso nel cuneese dopo, se ben ricordo, aver sciato il Canalone di Lourusa all’Argentera, e lui mi parlava dei libri di Castaneda e non so più come arrivammo a parlare di libertà. Stefano ai miei occhi fantasticava costantemente e,  quando mi disse che se volevo vivere di alpinismo avrei dovuto fare la guida alpina, presi questa sua frase come tutte le altre, ovvero come il pensiero di un artista che basava ogni sua uscita su una fantasia che probabilmente io pure avevo ma non lo sapevo.

Giorgio Passino oggi


Passarono pochi giorni e dopo una via sul Corno Stella con un altro amico genovese, Francesco Leardi, pensai fermamente in un momento che non avrei fatto la vita che mi si prospettava, di quelle con il posto fisso in un’azienda come stava succedendo a tutti i miei amici, ma avrei fatto altro. 

Piz Boè 1988. Ph S.Pansini
La guida alpina? Neanche sapevo bene cosa fosse. Sapevo, perché lo dicevano tutti, che era un mestiere con cui non si campava e questo probabilmente fu l’elemento che più mi intrigava e quindi pochi mesi dopo mi presentai alle selezioni a Bormio e quando le superai senza il minimo problema mi toccò fare il relativo corso e diventare guida alpina sul serio. A quel punto dovevo camparci! E così fu. 

Chissà cos’avrei fatto nella vita se non fosse stato per quel pomeriggio al Gias delle Mosche con Stefano.

Lo sci fuori dalle piste (cioè quello che io chiamo "sci"), si evolse o comunque cambiò nei vent'anni che seguirono i tempi della Parete che non c’è. Il ripido divenne meno ripido, anche se la forza di gravità restò inesorabilmente la stessa, ma c’erano più sciatori che disponendo di maggiori informazioni, scendevano pendii e canali che fino a pochi anni prima erano appannaggio di pochi specialisti. Io lo notavo perché nel frattempo mi ero trasferito nelle Dolomiti e con Andy Kostner ce ne andavamo a ripetere le discese di un certo Heini Holzer e ne facevamo anche qualcuna di sicuramente nuova. Andy è uno sciatore con una sensibilità per la neve come ne ho visti pochi e se avesse voluto avrebbe potuto fare la star al pari di molti nomi noti, ma non era minimamente interessato alla popolarità, tanto che una volta quasi mi sgridò perché avevo ceduto a una rivista una diapositiva con lui che sciava.

Andreas Kostner e me, Sas Pordoi 2007
Ph. A.Pescosta

Nelle Dolomiti c’erano il fassano Tone Valeruz e il gardenese Mauro Bernardi che coltivavano la passione per il ripido, ma l’illuminazione mi giunse quando a Corvara vidi parcheggiata una Toyota Land Cruiser station wagon rosa con una scritta bianca sulla fiancata: Stages Vallençant. Appena vidi entrarvi l’autista mi precipitai da lui: era Fred Bourbousson che assomigliava a Edoardo Bennato, uno dei miei cantautori preferiti dell’epoca e di cui so a memoria ancora oggi tutte le canzoni con chitarra e armonica. A parte questa somiglianza, che è solo un pretesto per parlare di musica, ci fummo simpatici da subito perché ci piaceva sparare cazzate. Io avevo frequentato un po’ l’ambiente di Chamonix in precedenza ma ero giovane e ne sapevo fino a un certo punto, e  quando Fred mi chiese se volevo lavorare con loro perché cercavano qualcuno che conoscesse le Dolomiti, mi si gelò il sangue nelle vene! Nei giorni seguenti, come se niente fosse, mi ritrovai a fare da guida a un gruppo di ottimi sciatori (erano i clienti, specifico) assieme alle guide francesi Bubù (soprannome di Bourbousson) e Eric Decamp.

P.Vallencant 1982

Inserisco qui di seguito un commento sullo sci estremo che ho scritto nel blog di Alessandro Gogna (qui l’articolo completo https://gognablog.sherpa-gate.com/dallo-sci-estremo-allo-sci-ripido/ ) qualche anno fa:

[…]Concordo pure con il fastidio del becerume dammilcinque, sefie, figata, che potremo usare per catalogare (si, proprio catalogare!) quel tipo di sciatore che affronta un pendio ripido come una corsa nel parco. Per semplicità e praticità, costoro possono diventare i… DSF.

Stabilito ciò, non nego che molti DSF mi danno da mangiare perché faccio la guida e quindi li conosco assai, credo che l’estinzione dello sci estremo sia perlopiù dovuta al fatto che a un certo punto ci si è accorti che tanti pendii potevano essere sciati con neve fredda anziché primaverile.
Premetto che io i DFS cerco sempre di redimerli, spiegargli qualcosa anche quando vogliono correre alla successiva scarica adrenalinica da postare nel mare di merda del web e cose così.

Val Badia, con il mio sfavillante completo Degré7
con un più sobriamente vestito Enrico Baccanti

I rischi ci sono sempre. Con neve trasformata (qui a oriente si chiama Firn) sciare risulta più facile perché il manto non cede e curvare assomiglia al farlo su una pista ben battuta. In caso di caduta le possibilità di arresto anche su pendenze di 35° sono molto remote, figuriamoci oltre.

Su nevi fredde, polverose e/o comunque dal manto cedevole (lo sci risulta spesso muoversi all’interno del manto nevoso, ricoperto da quest’ultimo), curvare risulta più faticoso ed esige maggiore tecnica, ma in caso di caduta arrestarsi è più probabile.

Con il completo Degre7

Il rischio di valanga è certamente maggiore, anche se di solito (sottolineo “di solito” cioè escludendo il “sempre”) oltre i 45° la neve si accumula al suolo in misura minore rispetto a pendenze inferiori e il pendio “scarica” durante la nevicata stessa. E’ pura teoria, perché la valutazione va fatta al momento, ovviamente, ma volevo così arrivare a chiederci quale situazione risulta più rischiosa?

G.Erlacher e A.Kostner, Sassongher 1986
E’ anche vero che gli sci sciancrati di oggi facilitano la curva su nevi cedevoli ma sul ripido con neve dura (quella che si cercava nello sci estremo perché si saliva pure a piedi coi ramponi aspettando poi che mollasse quel tantino da poterci sciare più agevolmente), quando toccano solo in punta e in coda lasciando sotto al piede un vuoto preoccupante, fanno paura e si sente immediatamente il bisogno di volere appoggiare quella parte di sci a qualcosa. Per questo anche si ricerca la neve più fredda e cedevole. Sto andando a ruota libera, lo so.


Nelle Dolomiti, dove i couloirs ripidi abbondano, ci sono discese di pendenza compresa tra i 50° e i quasi 60° che non appena nevica vengono scesi da frotte di DSF e raramente ci sono incidenti. Ma ogni tanto ci sono. Come quello di un’amica maestra di sci che precipitò dal canale Joèl al Pordoi (per fortuna senza accopparsi) pensando che fosse come una pista nera (!), mentre suddetto canale è rivolto a sud e presenta spesso condizioni di neve tutt’altro che facili, con tratti ghiacciati dovuti ad un andamento sinuoso… Ebbene, vista la facile raggiungibilità favorita da una funivia e 10 min. a piedi (non servono neppure le pelli), questo canale a volte è affollatissimo e se cadi è facile morire, ma tant’è.

Corvara 1984 Monosci & giacca da Cowboy al traino
di motoslitta pilotata da A.Kostner. Ph.B.Sparer

A nord dello stesso meraviglioso Sass Pordoi troviamo il celeberrimo canale Holzer che ha raggiungibilità ancor più comoda. Una paretina mista di rocce e ghiaccio di cascata obbliga a una calata a metà canale-spit in loco-. Raramente la neve ricopre questo salto in modo da poterlo sciare, ma ogni tanto accade. Negli anni ’80 ricordo che veniva sceso da pochi “assi” locali come Mauro Bernardi, Tone Valeruz, Bruno Pederiva, Tita Weiss, Hermann Comploi e A.K (poi vi dirò quasi chi è), mentre oggi devi stare attento a non scontrarti mentre curvi con DSF vari, guide con clienti, e pistaioli che hanno sbagliato strada credendo che il Dolomiti Superski ricopra ogni luogo innevato delle Dolomiti, appunto. Incidenti? Pochissimi se si considera l’affollamento. Neve spesso polverosa e a gobbe dopo le 11! Pendenza fino a 50°.

Tanto per “tirare un po’ d’acqua” a oriente (anche se posso vantare nel mio palmarés varie discese del Lourusa, Nord del Monviso, Monte Granero, Enchastraie, Tour Ronde nord e Gervasutti, Aig. du Midi, Pubelle, Les Courtes n-e, alcune delle quali con l’allora mio mentore e soprattutto amico Stefano De Benedetti, lo dico per sentirmi anch’io un  po’ occidentale, che caspiterina), vi dirò che negli anni 70-80 c’era un ragazzo di Corvara di nome A.K che ripeteva subito le discese di Holzer aggiungendocene qualcuna di sua. La sua riluttanza per la popolarità mi impedisce di citarne il nome completo ma sono orgoglioso di averci sciato assieme moltissimo e di avere imparato da lui tante cose. Oggi, alla soglia dei 60 anni -siamo coetanei- mi chiede se ogni tanto gli faccio da guida, io accetto ovviamente e rido. La discesa la sceglie sempre lui e non di rado si tratta ancora di una prima. La studia in elicottero perché è anche un provetto pilota. Mi dice di portare la corda e qualche chiodo che poi non usiamo mai e… va avanti sempre lui e io lo seguo come un cane. Ci divertiamo anche quando rischiamo quasi di ammazzarci. Indimenticabile una discesa dal Piz Boè con A.K e De Benedetti primi anni ’80. Ero stupidamente fiero di aver congiunto anche se per poco l’occidente con le Dolomiti, come un Carlo Magno sciante de noiantri. E mi perdoni il Prof. Daidola.

Telemark anni '80 in Val Badia. Ph. L.Kostner

Negli anni ’80 lavorai un po’ per gli Stage Vallençant accompagnando nelle Dolomiti dei loro clienti con anche qualche loro guida. Un giorno con Frederick Bourbousson detto Bubù e Eric Decamp guidammo 9 sciatori (dei DSF in erba ma bravi) giù dal canale Nord di Forcella Staunies al Cristallo con una neve crostosa che ci sarebbe voluta una motosega per aprirci un varco. Confesso che mi cagai sotto dalla paura che qualcuno ci volasse giù ma sembravano tutti tranquilli e la discesa risultò persino una bella gita. Il giorno prima eravamo saliti e scesi dal Sassongher per fare la Val Scura con gli stessi clienti e gli scarponi da pista ai piedi (avete presente le suole di plastica?!) e fu lì che mi convinsi, da giovane aspirante guida, che qualcosa stava cambiando.

Io avevo ai piedi i S.Marco Condor 101 che il buon Crovella vedo che sfoggia pure lui con anche gli ottimi Dynastar Vertical. Che ricordi!

Telemark anni '80 in Val Badia. Ph. L.Kostner

Lo stesso tipo di discese con Stefano qualche stagione prima le affrontavamo con religiosità e poco dopo, grazie a quei francesi scavezzacollo vestiti di rosa-viola e giallo, sembrava che tutto fosse cambiato e sdoganato. Fu un flash (per dirla in slang argentino) e da allora ho guidato decine di cercatori di ripido, ma anche se potrebbe sembrare il contrario, mi sono sempre mosso coi piedi di piombo rischiando solo il giusto e mai oltre. Sarà pure andata di culo, lo ammetto, ma per fare la guida sul ripido oggi la cosa più difficile è scoraggiare dei DSF dal voler fare certe cose ridimensionandoli a più miti pendenze e condizioni. Infatti, la guida serve a questo.

Forse ho fatto un po’ di casino (non sono un “ricercatore” alla Crovella anche se per quel tipo di personaggi ho sempre avuto grande ammirazione), ma concludo con un aneddoto che sembrerà superficiale solo a chi non saprà leggere oltre.

Stefano De Benedetti, Milano 2018
Visto che i francesi che venivano in Dolomiti sfoggiavano le prime giacche Degré7 e Francital molto variopinte, al Cristallo quella volta mi presentai con una giacca da cowboy con tanto di frange in pelle. I Dynastar Omeglass da 203 cm già li avevo. Per la stagione successiva dotarono pure  me di un completo Degré7 dai colori impronunciabili, che oggi i miei figli si contendono il giorno del Vintage Party sulle piste intorno a casa!


Crovella non inorridire ma: It’s only rock and roll, but I like it.

Detto ciò, poche settimane fa ho incontrato a Gressoney a casa di Andrea Gallo,  Luca Rolli (è lui lo sciatore di cui scrivevo all’inizio)

Rolli, Civra, Capozzi, Herry dopo la Blanche

e gli ho fatto subito i complimenti per avere fatto la prima ripetizione della Parete che non c’è dopo 29 anni.  Va detto che era con Francesco Civra, Davide Capozzi e Julien Herry, questi ultimi due in snowboard. E comunque per fare questa discesa hanno aspettato le condizioni buone per molto tempo. Non credo che si possa sciare la est della Blanche con la neve polverosa fonda senza rischiare la pelle molto più di quello che già si rischia. Potrei sicuramente sbagliarmi in questa mia affermazione ma ognuno è libero di rischiare quanto desidera, per fortuna.
Siccome, quando ci siamo visti con Luca, eravamo nella valle del Monte Rosa mi ha anche detto che pensa che ci siano ancora delle linee nuove da sciare e gli piacerebbe passare lì del tempo per farne qualcuna. 

Segno che la Parete c’è!

Luca Rolli



Da vedere, anche: il docu-Film La Parete dei Sogni che mette a confronto la discesa dall’Aiguille Blanche (parete Est) del 1984 di De Benedetti, con quella del 2013 di Rolli, Civra, Capozzi e Herry.





venerdì 28 agosto 2020

CENTONOVANTADUE, banali storie di famiglia


Mio padre Enrico 2003
Schiacciati dal basso soffitto a volte di un palazzo secolare di Genova, ce ne stiamo in una trattoria di Piazza Cavour, mia madre ed io. Aspettiamo un piatto di trenette al pesto. Mia madre non va volentieri al ristorante perché cucina benissimo e, soprattutto se si tratta di pesto, è molto esigente perché lei fa quello che probabilmente è il migliore al mondo. Ma questo lo sostengo io e i pochi che lo hanno assaggiato.
Siamo qui perché mio padre è ricoverato in ospedale con poche possibilità di sopravvivere. Ha quasi  90 anni e una brutta emorragia cerebrale. Fino a pochi giorni prima faceva la vita di un sessantenne in forma: tanta strada a piedi, lunghe nuotate, canoa, lavoro in giardino e bricolage di ogni genere. Vederlo esangue in un letto non piace a nessuno di noi familiari, anche perché fino a pochi giorni fa scorrazzava per le vie della città come se avesse la metà dei suoi anni. Appena usciti da una visita all’ospedale, non siamo per nulla confortati dalle notizie sulla sua salute: è un lottatore nato che sta per essere sopraffatto da qualcosa più forte di lui.

Genova, bagni Cava, anni '50

L’alternativa del pranzo in trattoria mi è sembrata un modo per distrarci.
Mentre aspettiamo, mia madre mi dice che non conosceva quella trattoria, o meglio, non c’era mai entrata perché semmai pranzava da sua sorella che abitava lì di fronte, nel palazzo adiacente all’ex mercato del pesce - quello in cui De André registrò tra i banchi l’inizio di Creuza de Maa. Mentre attraversavamo la strada, mia madre diceva: quante volte ho percorso questa strada  da ragazza, con te per mano da piccolo e poi con tua sorella, e poi da più grande lungo le vie del porto dove era cresciuta. Ma lì dentro non era mai entrata. Il posto vanta un premio come miglior produttore di pesto al mondo, mia madre è scettica.

Mi ricorda che 55 anni fa mi portava ai bagni Cava, poco distanti e che lì lei aveva imparato a nuotare.  Ma come? La diga foranea del porto di Genova rappresentava la meta. In mezzo c’era il canale dove transitavano le navi del porto più trafficato del Mediterraneo. Le onde sollevate dai piroscafi costituivano una sfida. Si nuotava a stile libero e ci si riposava a cagnolino, mentre le navi passavano alzando onde e provocando correnti. Inimmaginabile oggi! I compagni di gioco di mia madre di poco più grandi di lei e delle sue amiche erano, tra gli altri, Egidio Cressi, Duilio Marcante e altri aspiranti uomini di mare in profondità che avrebbero messo le basi della storia delle attrezzature subacquee. Solitamente si avventuravano per primi lungo la traversata verso “U muiaggiun”, ovvero il termine della diga foranea dove c’era un piccolo faro. Quando si riuscivano a vedere le cupole della basilica di Carignano si era a buon punto.

Baunei anni '80


A volte, chi restava in spiaggia, ne approfittava per far visita alle borse dei nuotatori, lasciate nelle cabine dello stabilimento balneare, in cerca di qualche panino. Ci si raccontava di immersioni in apnea a grandi profondità e di esperimenti con respiratori collegati a scafandri ricavati dalle latte dell’olio da 5 litri su cui con lo stucco si applicava un vetro a fare da maschera.
La sfida non finiva lì, perché nell’acqua c’erano anche gli squali. Si, gli squali (i pescicheen)! Non era raro avvistare le verdesche, squali lunghi un paio di metri che terrorizzavano mia madre più d’ogni altra cosa. Poi c’era lo scoglio scaletta, così chiamato perché aveva diversi livelli d’altezza da cui tuffarsi. Oggi tutto questo mondo è stato inghiottito dalle strutture del porto e non ne resta traccia sul terreno, ma solo in questi racconti o in qualche sbiadita fotografia. Per questo li ascolto volentieri anche se li so quasi a memoria: c’è sempre un particolare in più che li arricchisce ogni volta.
L'attraversamento di Piazza Cavour


Nel tavolo vicino al nostro una coppia di giovani napoletani ci ascolta facendo finta di niente. I foresti sono sempre intimoriti dai genovesi perché hanno fama di essere scorbutici e con un brutto carattere, e quindi non osavano attaccare discorso, ma si capiva che ascoltavano senza perdersi una virgola perché i racconti di mia madre erano incredibili. Sembravano le avventure di Sandokan, ma io che li ho sentiti decine di volte, sapevo che era tutto vero, anzi, conoscendo la modestia e il pragmatismo di mia madre, probabilmente c’era nella realtà una dose d’avventura superiore in tutto quello che stava raccontando. Mi diceva che quella breve scalinata che portava alla trattoria, una volta era di un altro marmo, più chiaro e consumato e una volta mio zio era scivolato giù in una giornata di pioggia, e che lì davanti, al Varco di Porta Siberia i contrabbandieri passavano di notte, col beneplacito dei finanzieri di guardia ai quali allungavano qualche moneta, con sacchi pieni di sigarette che poi rivendevano nei vicoli poco distanti.
Enrico Cominetti, Sestriére 1959


Il porto era un covo di delinquenti, prostitute e tagliagole e fino a non molti anni fa, aggirarsi nei suoi paraggi non era molto consigliabile. Oggi questa parte di porto è stata resa fruibile dalle opere di Renzo Piano che ha abbattuto molte barriere d’ogni tipo così che oggi è una zona molto frequentata dai genovesi e dai turisti.
Arrivano le trenette, sono buone e anche il pesto non scherza. Il titolare della trattoria, non appena un avventore lascia qualcosa di mancia, suona un campanaccio e urla: Manciaaaa! In modo che tutto il locale lo senta. Mia madre all’inizio si spaventa ma poi ride divertita. Si tratta di pochi spiccioli se l’avventore è locale e forse di qualcosa di più sostanzioso se quest’ultimo non lo è.
Libia, Kufra, mio padre (accosciato) nel Sahara 1968

Prima di pranzo, durante la mattinata le cose non sono state facili, anche se non tragiche. Per il montanaro quasi eremita che sono diventato, destreggiarmi nella giungla cittadina è ogni volta un’impresa e una presa di contatto con l’assurdo di un luogo dove si è costretti a vivere in molti in poco spazio. Parcheggiare l’auto fuori dall’ospedale richiede una ricerca in stile caccia al tesoro e quando finalmente trovi un posto scopri che il cartello che lo sorveglia è un divieto di qualche tipo e quindi continui a cercare lottando contro l’orario di visita che si accorcia sempre più. Siamo a metà febbraio 2020 e si sente parlare di un virus arrivato dalla Cina che si dice si stia diffondendo anche tra di noi. In ospedale ci fanno entrare solo un parente alla volta al capezzale di mio padre. Ci diamo il turno per stargli vicino, tenendogli una mano e bagnandogli le labbra arse da giorni dal divieto di ingerire qualsiasi liquido. Faccio fatica a trattenere le lacrime mentre scrivo queste parole. Ho davanti un carosello di immagini di mio padre giovane e forte che ho sempre visto come un eroe senza paura, che quando ero piccolo sapeva esattamente con cosa interessarmi. Una gita a un luogo misterioso, una storia appassionante, un percorso in fuoristrada dove nessuno osava andare, un lavoro da fare con le mani rischiando di farsi male, manovrare una gru dal braccio di 120 m. nel cantiere di cui era responsabile, ricevere in dono un cane, una gallina e una pecorella o un falco ferito. Ecco, questi erano i regali che mio padre faceva a mia sorella e a me. Non andava mai a comprarci un oggetto per farci un regalo. I suoi regali erano esperienze e che belli che erano quei regali! Non ti facevano sentire possessore di oggetti, ma ti facevano sentire amato. E poi c’erano gli scherzi che ci faceva spesso. Riusciva a essere severo e serio architettando scherzi d’ogni genere. Si arrabbiava di rado e aveva nel sangue l’avventura, caratteristica che lo rendeva interessante al popolo femminile con l’ovvio disappunto di mia madre.

Mio padre, mia sorella
 Ilaria e me 2019
Quel letto d’ospedale ora gli stava proprio male, ma almeno le infermiere più premurose lo circondavano d’affetto e carinerie per sopperire alla sua quasi totale immobilità. La coscienza lo visitava a momenti così come lo abbandonava in altri, facendoci capire che trascorreva lunghi periodi in un mondo lontano dal nostro dove solo lui sapeva cosa succedeva. Una bolla di sangue dal diametro di 12 cm nel suo cervello provocava la rivoluzione tra i neuroni e la sua vita scorreva di certo nel caos di quello che impulsi incontrollabili inviavano a quella piccola parte di ragione che rappresentava l’ultimo collegamento con noi.

Mentre questo collegamento si affievoliva sempre più, quel virus arrivato dalla Cina iniziava a spaventare un po’ tutti perché se ne parlava come di una minaccia e il primario del reparto decise di trasferire mio padre in una stanzetta tranquilla in modo da permetterci di visitarlo lo stesso. Negli altri reparti si iniziavano a vedere cartelli che vietavano l’accesso ai parenti e il personale ospedaliero era ogni giorno più nervoso e scontroso con chi andava lì già rattristato dal male che gli stava portando via qualcuno di caro.

Pride mia figlia Isa e i suoi nonni

Una mattina medici e infermieri sembravano isterici e mi vietarono assolutamente di avvicinarmi alla stanza dove si trovava mio padre. Ordini dal Ministero della Sanità, dicevano. Non c’erano scuse, dovevo andarmene e lasciare mio padre a morire da solo.
Arrivarono i rinforzi costituiti da mia madre, che meravigliata non si spiegava perché non potesse stringere la mano dell’uomo della sua vita che stava lottando con la morte, mia sorella, un tipino che se s’incazza è meglio andarsene, e i miei nipoti, entrambi sempre eleganti perché al lavoro. Costituita una momentanea unità di sfondamento ottenemmo dalla dottoressa di turno di poter entrare in camera di mio padre nonostante il virus ormai dilagasse ovunque e ci distribuimmo intorno al letto con la solita voglia invana di portarci mio padre a casa. Quella sera non volevo andare a casa, volevo restare lì con mio padre e lo feci passando la notte su una sedia e tenendo la mia mano intorno alla sua ormai insensibile da qualche giorno, gonfia e blu senza sangue, pesante e inerte.

Mio figlio Tommaso e suo nonno 1991
Un infermiere dall’iniziale aria distaccata si rivolse a me nella notte con belle parole invitandomi ad andarmene a casa anche se capiva perché stavo lì e quindi non insisteva. Mio padre aveva gli occhi spalancati e guardava fisso in una sola direzione, sempre la stessa, in alto a sinistra, come il titolo di un libro del mio amico Erri De Luca. In alto a sinistra, mi ripetevo, che in un racconto del libro indica un’uscita di emergenza. Come avrei voluto trovarla quella notte un’uscita d’emergenza e scappare con mio padre in spalla ricambiandogli lo sforzo che lui aveva fatto tante volte quando sulle sue spalle stavo io da piccolo, abbarbicato al mio pilastro preferito. O da adulto, quando lo contrariavo per sentirmi più forte di lui riconoscendo, anche a distanza di anni, che aveva ragione. Mio padre ha sempre avuto ragione su tutte le cose di cui discutevamo. Posso dire che le cose su cui avrebbe potuto avere torto non le consideravamo affatto. Ci piaceva, forse di più a me, dibattere sulle cose che lui aveva chiare e che io credevo di avere più chiare di lui. Mi sono sbagliato ogni volta e quando gliel’ho detto, avevo già più di cinquant’anni, mi ha guardato con quella sua aria da “te l’avevo detto io” che però, saggiamente, non ha pronunciato.

I miei genitori a Corte, Gennaio 2020
Quella mattina ero, per copiare Erri, come “biglia di flipper”, quando me ne andai da mia madre per dirle falsamente che la notte era andata bene. Ci fu ancora un tardo pomeriggio in cui l’unità di sfondamento era ulteriormente rinforzata dalla presenza di Marta, mia moglie. Mia madre massaggiava alternativamente le mani a mio padre, che ormai se ne era andato nel suo mondo da qualche giorno, come per compiere un dovere istintivo verso l’unico uomo della sua vita. Noialtri si discuteva di varie cose quando venne fuori la storia del Galletto.

Il Galletto era uno scooter della Moto Guzzi che nei primissimi anni ’60 rappresentava il mezzo a motore della mia famiglia.

Moto Guzzi, Galletto, anni '60

 Con mio padre alla guida, mia madre seduta dietro a lui di traverso e con me in piedi tra il conducente e il manubrio, al quale mi tenevo attraverso una barra applicata all’uopo, ce ne andavamo in giro per l’Italia. Il viaggio più lungo che facemmo fu, molto probabilmente, quello per raggiungere Tambre d’Alpago nel bellunese, dove viveva mia nonna paterna. Il viaggio durò due giorni, con tappa a Mantova per pernottare e fare un po’ di turismo di allora, che per mio padre significava trovare una buona trattoria tipica (a quei tempi c’erano ancora) e magari fare quattro chiacchiere con qualcuno del posto che avesse racconti interessanti da ascoltare. Quello era l’aspetto culturale di ogni nostro viaggio e ne facemmo tantissimi!

Con mia madre, in era Covid 19, Genova
Anche in futuro, con mia sorella che nel frattempo ci aveva raggiunti, e tutti e quattro insieme restammo fermi nello stesso posto davvero poco tempo, perché in viaggio si era costantemente. Tra buone trattorie, fondamentali, e qualche vulcano, siti archeologici, nuraghi sardi, trulli pugliesi, catacombe sicule, anfiteatri romani (quelli poi…). Mio padre credeva nella reincarnazione e ne parlava spesso. Non era credente ma era convinto che l’anima se ne andasse da qualche parte, possibilmente dove ci fosse anche una buona trattoria. Non l’ho mai sentito chiamare un luogo che servisse piatti caldi col nome di ristorante.
Con mio figlio Tommaso in pellegrinaggio
ciclistico nei luoghi d'origine di mio padre 2020
I miei nipoti non avevano mai sentito parlare del Moto Guzzi Galletto e io cercavo di descriverglielo. Aveva le ruote di una moto, la carrozzeria di una specie di Vespa un po’ più massiccia e allungata, una ruota di scorta tra lo scudo e la forcella anteriore, quello del nonno era color sabbia e aveva un motore a 4 tempi, lento e inesorabile. tun, tun, tun, avete presente? Era il mezzo preferito dai parroci di campagna e dai veterinari e il motore aveva la cilindrata di… mmmhh, quanti centimetri cubici? Mi sembra 150, ma certi modelli avevano un motore poco più grande, forse 160 cm3. Addirittura c’era una terza motorizzazione ma non ne sono sicuro, forse quello del nonno era uno degli ultimi prodotti e il motore era, era..?  Mentre cercavo di ricordare la cilindrata possibile ci fu uno di quei momenti di silenzio che nel mezzo del brusio ogni tanto accadono per puro caso e, in quello, mio padre, con voce decisa come suo solito disse: centonovantadue!


Con mia moglie Marta 2020
Ci sembrava di averlo sognato, ma l’aveva detto davvero perché tutti l’avevamo sentito chiaramente. Fu l’ultima parola che sentii pronunciare, e inaspettatamente, da mio padre, che ci lasciò pochi giorni dopo. Quando non si poteva già più entrare in ospedale e lui se ne sarà stato nella sua stanzetta tutto solo eccetto quando le solite infermiere lo accudivano per il minimo sindacale giornaliero. Chissà se avrà detto qualcos’altro, in quella sua lunga notte caleidoscopica in cui magari lo potevano ascoltare cavalli alati siculi o gnomi del bosco partenopei, i protagonisti dei suoi racconti con cui ipnotizzava i nipoti che quando scoprirono da più grandi che si trattava di racconti di fantasia si pentirono di essere cresciuti. Non lo sapremo mai.

I funerali erano vietati. Marta ed io inseguimmo in vespa come di nascosto il carro funebre fino alle porte del cimitero di Staglieno dove i guardiani impedivano a chiunque di entrare. Erano le norme anti Covid 19 che di lì a poco avremo conosciuto più approfonditamente, ma al momento, era l’11 Marzo, eravamo troppo frastornati per ricordarci che dovevamo indossare una mascherina chirurgica che infatti non avevamo anche perché erano introvabili.

Un anziano prete dall’aria spaesata continuava a dire che era tutto ingiusto mentre con un’acquasantiera benediva le bare ricoperte di fiori che arrivavano numerose. “Almeno questo”, ci diceva, tra i guardiani e i vigili urbani che disperdevano i convenuti per evitare assembramenti pericolosi. Era difficile da capire, giuro.

Capii che la mia vita aveva preso una svolta quando il pesante portone metallico del camposanto si chiuse dietro la Mercedes scura che trasportava il corpo di mio padre.

Ciao alpino!

 

giovedì 13 agosto 2020

CERRO LOPEZ, non solo alpinismo, in Patagonia

 

 


Scialpinismo al Cerro Lopez in una foto
 del mio vero amico Jorge Kozulj

Durante i miei innumerevoli viaggi in Patagonia, ha suscitato in me un certo interesse la storia legata ai criminali di guerra nazisti che si erano rifugiati soprattutto nella zona di S.Carlos de Bariloche, cittadina argentina adagiata sulle sponde del grande lago Nahuel Huapi, dove era stato costruito un bunker in cui si dice si sia nascosto nientemeno che Adolf Hitler dopo essere stato dato per morto, sul finire della seconda guerra mondiale, con la sua compagna Eva Braun. Io non sono di certo uno storico del nazismo, e mi sono sempre detto che i complottisti su questo genere di fatti ci sono sempre stati ma il bunker di cui ho accennato esiste, così come le numerose residenze, costruite in perfetto stile bavarese alpino, che sono appartenute a diversi personaggi tedeschi dal 1946 in poi, i cui nomi sono consultabili presso l’ufficio catastale della Municipalidad della cittadina.

In Italia balzò all’attenzione di tutti un fatto del 1995 quando l’ufficiale della Gestapo Erik Priebke, tra gli esecutori materiali della strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperto e estradato in Italia per essere processato. Io ricordo che chiedendo di lui a

Erik Priebke si imbarca per l'Italia nel 1995
Priebke s'imbarca per l'Italia
 dove sarà processato 
Bariloche me ne parlarono bene e mi indicarono il negozio di salumi che aveva gestito per molti anni e la scuola Primo Capraro di cui divenne direttore con il nome di Erico Priebke. Sull’elenco telefonico della cittadina c’era scritto normalmente il suo nome e l’indirizzo: Calle 24 de Septiembre numero 167.




Il padre della mia ex moglie argentina una sera mi chiese di accompagnarlo a cena da un suo vicino di casa di origine belga, come  lui proprietario terriero del sud. Tra casa nostra e quella del vicino c’erano 160 km di strada sterrata che percorremmo in fuoristrada nel pomeriggio di quel giorno estivo. Giunti a casa del Sig. Adolf venimmo accolti molto gentilmente da questo emblematico signore dal baffetto a spazzolino e trattati con i guanti per il resto della serata. Durante il lungo rientro in auto dissi a mio suocero, mentre guidavo nell’oscurità stando attento a tutti gli animali che avrebbero potuto attraversarci il cammino, cosa ne pensasse di questo suo vicino ultraottantenne (eravamo negli anni ’90) che aveva quell’aspetto e diverse foto appese ai muri dove era ritratto tra gruppi di persone, chiaramente nordeuropee, in cui campeggiava spesso una svastica nazista… Mi rispose che aveva accettato l’invito a cena per mera cortesia e buon vicinato ma che non lo conosceva più di tanto e che però noi europei siamo esagerati quando si parla di nazismo e che quello era un brav’uomo e si addormentò. Non tornai più sull’argomento in famiglia perché, anche in altre occasioni, avevo capito che la percezione del nazismo che hanno in Argentina è molto diversa da quella che abbiamo noi. Allo stesso tempo mi era capitato di parlarne con altre persone rendendomi conto che certe cose in quel sud del mondo avevano lasciato un segno che in pochi avevano approfondito.

Ovviamente, l’industrializzazione e l’urbanizzazione ordinate ed efficienti, l’istituzione di scuole e attività sportive, mettevano in buona luce anche chi si era macchiato di crimini contro l’umanità. Crimini commessi lontano, ma sempre di crimini si trattava!


La Patagonia settentrionale d’altronde assomiglia per geografia e clima alle Alpi germaniche, è chiamata la Svizzera del Sudamerica anche perché l’architettura è di stile tipicamente tirolese, ma il motivo di ciò non è da imputare solo alla colonizzazione nazista. Infatti in Cile, alla stessa latitudine i Gesuiti tedeschi avevano colonizzato la zona del Lago de Todos los Santos a partire dal 1850 che oggi assomiglia alla Baviera in ogni dettaglio, dove avevano trovato un habitat identico a quello da cui provenivano.

Tra le mie ricerche a tempo perso ma non troppo, ho trovato la relazione di un fatto accaduto tra le montagne che sovrastano il Lago Nahuel Huapi, dove si trovano cime imponenti e complesse in cui si è registrata un’intensa attività alpinistica da parte di coloni europei a partire dai primi anni del 1900 a cui i tedeschi diedero notevole impulso. Anche perché i nazisti erano generalmente appassionati di alpinismo e nella zona di Bariloche contribuirono alla creazione della stazione sciistica di Cerro Catedral e Cerro Otto e alla fondazione del locale Club Andino tutt’oggi fucina di ottimi andinisti.

Sede del Club Andino Bariloche

Personalmente ho potuto constatare l’alta validità di molti di loro ripercorrendo vie aperte in epoche (anni ’60) in cui sulle nostre Alpi si faceva un alpinismo di livello sicuramente non inferiore a questo, ma influenzato dalla solita errata visione europeo-centrica. Oggi l’alpinismo patagonico locale di alto livello non è assolutamente inferiore a quello praticato nel resto del pianeta e, anzi, direi che il livello tecnico medio di chi frequenta la montagna è decisamente più alto che da noi pur coinvolgendo un numero percentualmente minore di popolazione.

Mesi dopo la mia cena da Adolf mi imbattei in un interessante libro, scritto da un argentino di origine italiana, tale Abel Basti, dal titolo Bariloche Nazi. Contattato Abel, mi autorizzò a prendere dal suo libro tutte le informazioni e le foto di cui avrei avuto bisogno per comporre il racconto che vado qui a narrare. Trovai il libro sullo scaffale di un ostello dove lo scambiai con uno mio e sono convinto che sia lui, il libro, ad avere trovato me.

 * * *

A circa 25 km a est di Bariloche, in località Colonia Suiza, inizia una strada sterrata che presto diventa il sentiero che da accesso al Cerro Lopez. Lì si trova il Rifugio omonimo costruito dal Club Andino Bariloche (CAB). In questa zona accadde un fatto molto strano negli anni ’60. La data era prossima a quella in cui ebbe successo la missione dei servizi segreti Israeliani per la cattura del criminale di guerra Adolf Eichmann, conosciuto come “l’angelo della morte”. In quel periodo Eichmann, uno degli strateghi della “soluzione finale”, fu catturato e portato in Israele dagli uomini del Mossad, dove venne velocemente processato e condannato a morte.

Nell’area del Cerro Lopez il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal relazionò di un misterioso incidente.

Strada del Cerro Lopez

Tra i turisti di Bariloche si trovava una certa Signorina Nora Eldoc, israeliana, venuta a visitare sua madre con cui era stata internata nel campo di concentramento di Auschwitz e dove era stata sterilizzata dal Dottor Mengele. Per puro caso anche Josef Mengele si trovava a Bariloche.

Nora Eldoc aveva 48 anni era una donna dinamica, di piacevole aspetto e aveva molti amici tra la popolazione locale. Una notte a una festa organizzata in un hotel del posto si incontrò casualmente faccia a faccia con Mengele. Il rapporto della Polizia non dice se lui la riconobbe – Mengele aveva “trattato” migliaia di donne a Auschwitz – ma le vide chiaramente il numero tatuato sull’avambraccio sinistro.
Per qualche secondo i due si guardarono negli occhi in silenzio, assicurarono alcuni testimoni dell’incontro. Nora Eldoc gli voltò le spalle e uscì dalla sala. Pochi giorni dopo non ritornò più da un’escursione in montagna e il fatto venne denunciato alla Polizia. Dopo qualche settimana di ricerche, il corpo martoriato di Nora venne rinvenuto al fondo di un canalone. Si archiviò l’accaduto come un comune incidente di montagna. All’analisi di Wiesenthal, i documenti sull’incidente che gli fornì il SIDE argentino (Servicio de Inteligencia del Estado), presentavano delle sospettose notizie.
Nel fascicolo di Mengele si segnala che la sua concubina (di nome Nurit Eddat) è considerata un’agente israeliana e ex prigioniera di un campo di concentramento, deceduta in un incidente o assassinata…

Rif. Cerro Lopez

Dalle ricerche effettuate si evinse che il termine di concubina venne attribuito alla Eddat o Eldoc, a quel punto ironicamente, dai gerarchi neo-nazisti del SIDE argentino.
Vojko Arko un alpinista sloveno naturalizzato a Bariloche che partecipò alle operazioni di soccorso e ricerca disse che la Eldoc era sulle tracce di Mengele che presumibilmente a quel tempo risiedeva a Bariloche sotto falso nome.
Vojko Arko

Arko, il biografo di Otto Meiling (un valente alpinista germanico che visse a Bariloche dagli anni ’20 introducendovi lo sci e l’alpinismo e costruendo i famosi Berghof/Rifugi alpini, che fece ritorno varie volte in Germania dove si sospettano collegamenti con il nazismo), ricorda che la Eldoc era scomparsa il 12 Febbraio del 1960 nel Cerro Lopez. La Comision de Auxilio (squadra di soccorso in montagna) del Club Andino Bariloche di cui Arko faceva parte, la trovò morta 3 giorni dopo. Il corpo venne rinvenuto in un ramo del torrente Lopez e presentava evidenti segni di caduta da un’altezza di almeno 20 m. La Eldoc era al Rifugio Lopez con un gruppo di amici ebrei e decise di scendere a valle da sola, perdendosi, il 12 di Febbraio, ricordò Arko.
“Si recuperò il corpo e per noi del soccorso la cosa finì lì, però poco tempo dopo ci furono dei problemi con la capitale Buenos Aires. L’Ambasciata smentì che si trattava di un’agente israeliana, ma un componente della squadra di soccorso le trovò addosso un passaporto diplomatico”. Quando la stavamo cercando in montagna, aggiunse Arko, incontrammo un tedesco che nessuno conosceva che però sembrava anche lui sulle tracce della Eldoc. Sempre secondo Arko si trattava di un’agente ebreo-tedesco che era lì per accertarsi della morte della Eldoc, poiché un agente segreto morto non serve più, disse nella sua relazione.
“Noi del soccorso eravamo convinti che Nora Eldoc fosse un agente del Mossad sulle tracce di Mengele che era a Bariloche sotto falso nome”, fu quanto Arko dichiarò al giornalista Abel Basti che lo intervistò a tal proposito il 13 Giugno 1996.
La comunità tedesca di Bariloche è sempre stata molto unita e ogni suo membro sapeva molto bene chi era ognuno e Vojko Arko ne faceva in qualche modo parte in quanto uno dei capostipiti di suddetta comunità, il già nominato Otto Meiling, gli aveva affidato nientemeno che la stesura della sua biografia. Questo per affermare la veridicità di quanto da Arko affermato.
Gruppo nazista a Bariloche.
Otto Meiling è quello seduto a destra della foto di Hitler

Nel Registro dei Decessi dell’anagrafe di Bariloche si legge della morte di Norita Eldodt occorsa il 12 di Marzo del 1960 per traumi multipli. Il certificato venne redatto dal Dottor Josè Maria Iglesias. Il diminutivo di Norita è molto tipico nella lingua argentina, ciò significa che in città era sicuramente conosciuta. Nello stesso documento si legge che la vittima aveva 47 anni, di nazionalità israeliana, nubile, di professione impiegata e domiciliata in Buenos Aires.

Quando negli anni ’40 arrivavano a Bariloche i nazisti privi di documenti o con falsi nomi, si dovevano rivolgere al Comune (Municipalidad) e al Giudice di Pace (Juzgado de Paz) dove gli veniva fornita un’identità provvisoria con cui potevano realizzare diverse mansioni tra cui l’acquisto di terre e immobili. Le autorità sapevano benissimo di chi si trattava ma chiudevano un occhio per assecondare il consueto e oliato meccanismo utile a risolvere questo tipo di problemi. Questi uffici vennero distrutti da un incendio in circostanze poco chiare negli anni ’60 cosicché andarono perduti per sempre atti e nomi scomodi.

Adolf Eichmann quando viveva a Bariloche

Uno dei casi più eclatanti fu quello di Josef Mengele che entrò in Argentina con un passaporto della Croce Rossa Internazionale con il nome falso di Helmut Gregor. Secondo la testimonianza di molti barilochensi che lo conoscevano, Mengele, specialista in “pulizia razziale” vi aveva esercitato la professione medica per numerosi anni, così come aveva fatto a Buenos Aires. Un anziano funzionario della motorizzazione, Francisco Calò, ricorda in una dichiarazione del 7 Giugno del 1996 resa al giornalista Abel Basti, che Josef Mengele prese la patente di guida nel ’48 o nel ’49 utilizzando un nome falso, forse Juan, non ne ricorda il cognome, ma era sicuro che fosse lui perché utilizzò una certificazione rilasciata dal Giudice di Pace che presentava qualche inesattezza. Calò disse anche che Mengele si accompagnava a una signora magra, non molto alta e bionda e che era domiciliato nel quartiere tedesco di Belgrano.
Mengele nacque nel 1911 in Baviera e studiò a Monaco, Bonn, Francoforte e Vienna. Si laureò prima in Filosofia e Letteratura e dopo in Medicina. Già durante gli studi universitari era un convinto sostenitore della politica nazionalsocialista. Al principio della guerra si iscrisse nelle SS e nel ’43 si trasferì volontariamente nel campo di Auschwitz per realizzare esperimenti su esseri umani. Il passato di Mengele si conobbe negli anni ’50 con la pubblicazione del libro su Anna Frank da parte di Ernst Schnabel. La sua vita di latitante lo vide assumere varie identità e cambi di residenza. Ufficialmente morì nel 1979 mentre faceva un bagno in mare in Brasile.

 

Fonti letterarie:

-La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez ed. Neri Pozza
-Bariloche Nazi di Abel Basti.

Notizie correlate:

-"Il medico tedesco" libro di Lucia Puenzo ed. Guanda

-The German doctor-Wakolda, film di Lucia Puenzo (clicca per vedere il film)

lunedì 8 giugno 2020

LA NOTTE DEGLI INCAPPUCCIATI E ALTRE INSONNI


Sandro aveva da poco comprato una Fiat Uno Turbo e tutto ci sembrava più vicino, così decidemmo di trascorrere un finesettimana intenso a Chamonix partendo da Genova. Da qualche anno mi ero trasferito a vivere a Corvara nelle Dolomiti dove facevo la guida alpina, ma nelle mezze stagioni non rinunciavo a rivedere i vecchi amici genovesi di sempre con cui, oltre ad arrampicare, sciare e cantare, mi divertivo come non mi riusciva di farlo con i nuovi che mi ero fatto dove vivevo. Dove vivo tutt’ora ho diversi amici che stimo e con cui vado d’accordo ma quello che mi è sempre mancato con loro è quel senso pesante dell’ironia che invece posso esercitare con i miei ormai vecchi amici del luogo dove sono nato e, in parte, cresciuto.
Les Arcs anni '80

Tra di noi non ci sono riguardi. Possiamo essere capaci di maltrattamenti morali reciproci che ad altri possono risultare insopportabili e insostenibili. Posso dire vaffanculo brutto figlio di troia al mio migliore amico certo di non offenderlo perché uso un tono affettuoso che significa che gli voglio bene e lui lo sa. Mentre dove vivo ogni parola ha un solo significato, con i miei vecchi amici possiamo giocare, ancora oggi, ad attribuirgliene di diversi e la cosa ci fa sentire più liberi di manifestarci senza filtri.
Praticare il turpiloquio per curare chi si prende troppo sul serio è attività sana come una nuotata nel mare calmo al mattino presto.

Sandro Pansini, Nord dell'Eiger 1984

L’equipaggio era composto, oltre Sandro e me, da Skeno, Miagia e Franco detto il Tranviere. Cinque paia di sci sul tetto e attrezzatura per fare fronte a ogni terreno dalla falesia all’alta montagna nel bagagliaio. Dentro la Uno in cinque non stavamo affatto scomodi e il bagagliaio conteneva tranquillamente i nostri cinque zaini e tutto il vettovagliamento. L’unica mia preoccupazione erano gli sci sul tetto. La macchina andava talmente forte che avevo paura che si staccassero dal porta-sci e finissero nel parabrezza delle auto che seguivano in autostrada trafiggendo al petto ignare famiglie che manco si rendevano conto del rischio che correvano. Infatti non ho mai portato gli sci sul tetto in autostrada perché questo pensiero mi ha sempre inquietato, ma stavolta non eravamo con la
mia auto e quindi mi dovevo adattare.
da Il granito del Monte Bianco di
 M.Piola, ed. Melograno

La partenza era stata ovviamente antelucana e avevamo percorso il tunnel del Monte Bianco che fuori era ancora buio. Il viaggio mi sembrava fosse durato pochissimo. Sarà stato per i discorsi ininterrotti, ma sicuramente era anche dovuto alla velocità con cui quella macchina infernale riusciva a farci viaggiare. Parlavamo di donne più che di montagne.
Colazione con fornello per terra nel parcheggio della funivia per l’Aiguille du Midi ancora chiusa e poi in coda tra biglietteria e ingresso in cabina, schiacciati tra gli sciatori. Anche noi eravamo sciatori, a parte Skeno che aveva messo gli sci solo qualche ora nella sua vita, ma tali non ci sentivamo perché nei nostri zaini c’era l’attrezzatura per scalare la Via Super-Dupont da poco aperta dai soliti noti: Piola e Steiner, e dalla fama di essere una via molto bella e piuttosto impegnativa.
Merita raccontare una mia precedente campagna scalatoria sull’Aiguille du Midi in compagnia di altri amici genovesi risalente a un paio di anni prima. Costoro erano Luca Biondi detto Blond e Martino Lang.
Luca Biondi e Martino Lang oggi

Martino era tra di noi il più aggiornato su cosa succedeva sulle Alpi e nelle neonate falesie di tutto il mondo. Sfogliava decine di riviste in ogni lingua e, nonostante non ne conoscesse una, capiva sempre cosa voleva capire e ce lo raccontava condito dalla sua verve dissacratoria e poco convincente, ma tant’é...
Il viaggio da Genova l’avevamo iniziato in treno e proseguito in autobus e autostop da Entreves. A Chamonix, Martino, che lì si muoveva come un consumato habitué, ci aveva detto di metterci in coda alla funivia mentre lui avrebbe procurato qualcosa da mangiare. Lo vedemmo arrivare con un grande sacchetto di carta pieno di croissant e pan au chocolat e un cartone di lattine di cocacola che secondo lui ci avrebbero assicurato le calorie necessarie per i due giorni da trascorrere ai 3800 della cima dove avremmo alloggiato a scrocco in un tunnel segreto nella stazione della funivia, che gli aveva svelato Giancarlo Grassi con cui ogni tanto andava in montagna. L’obiettivo era ripetere subito dopo Pedrini e Ballerini la via, sempre di Piola e Steiner: Monsieur de Mesmaeker, la più dura del massiccio e soprattutto la prima a spit, ai tempi una novità che aveva sconvolto l’ambiente alpinistico mondiale. Grazie a Martino noi in qualche modo c’eravamo e avremmo lottato per salirla nel migliore degli stili.
All’uscita della funivia nella calca estiva tra turisti nipponici in camicia e alpinisti di vario genere, tra cui noi in pantaloni di tela bianca a zampa d’elefante, fascia legata intorno ai capelli e felpa in cotone, una guida alpina dalle rughe sapienti, ci aveva detto che la via era “mouillé” e che ci conveniva farne un’altra. Martino, che era il nostro amico poliglotta aveva annuito con disinvoltura tale da non farci chiedere cosa avesse voluto dirci e ci dirigemmo scivolando sul culo alla base della parete superando decine di alpinisti che ci guardavano male, compresa la guida che, legata al suo cliente, avrebbe sicuramente preferito lasciarsi scivolare come noi anziché restare lentamente incolonnata. Martino per l’occasione aveva indossato l’orecchino di coda di pavone rosa e, sorvolando sulle peripezie tecniche lungo la via che lui voleva salire da primo ma non aveva fatto i conti con Luca e me che ambivamo alla stessa cosa, dico solo che quel giorno nacquero delle frasi che ancora oggi sono di uso comune nel nostro gergo.
Cito tra le molte: “dammi corda quando scatto” e “per la libera ci vuole il suo tempo”, espressioni tecnico-filosofiche scaturite istintivamente da situazioni contingenti indimenticabili, come indimenticabile fu la notte che ci aspettava. L’idea era quella di fare un’altra via il giorno seguente ma sottostimammo alcuni dettagli.
Raggiunto il tunnel di uscita della stazione della funivia recuperammo a piccozzate i croissant e le lattine di cocacola che avevamo seppellito nella neve. Ovviamente erano un blocco di ghiaccio, impossibile quindi mangiare e bere.
Uno dei particolari che determinarono la qualità del nostro bivacco fu il fatto che la porta di ingresso nella stazione era solidamente chiusa dall’interno e a nulla valsero il nostro bussare e urlare per farci aprire. Ci accovacciammo nei sacchi piuma distesi sulle corde e gli zaini mettendo dentro con noi anche le lattine e i croissant che non ne volevano sapere di sciogliersi per farsi ingerire, fame e sete non ci mancavano di certo.
Dopo qualche ora passata a fumare (io no perché non fumo) e a insultare i francesi della funivia che non ci avevano aperto, una lattina sembrava essersi riscaldata quel tanto che consentisse di berne il contenuto. Tirata la linguetta, Martino se la ficco in bocca mentre una schiuma marrone aveva iniziato a zampillare violentemente. Il risultato fu che si gonfiò come un pallone di liquido gelato a stomaco vuoto e si beccò una congestione immediata. Riverso sulla neve colorata dalle pisciate e dalla cocacola diceva che sarebbe morto e ci comunicava così le sue ultime volontà. Vista l’urgenza di un soccorso Luca e il sottoscritto iniziammo a battere violentemente il portello di fredda lamiera che ci teneva chiusi fuori gridando anche AIUTO e fu così che ci aprirono. Martino era in condizioni pietose e ci fecero quindi entrare facendoci accomodare in una stanzetta riscaldata dove ci sembrò di rinascere.
In poco tempo la temperatura aumentò e potemmo mangiare e bere. Martino smise di vomitare bile e si addormentò. La temperatura saliva sempre più e iniziammo a spogliarci. Di stare dentro ai sacchi piuma non se ne parlava. Martino giaceva esanime, chissà se respirava. Mancava l’aria e quella poca che c’era era bollente. I muri scottavano e forse soffrivamo anche di mal di montagna perché la testa ci scoppiava.
Sono sempre stato sensibile all’inquinamento elettromagnetico e lì dentro, secondo me, ce n’era anche troppo. Uscito fuori, l’escursione termica a cui fui sottoposto era di almeno 46 gradi centigradi, mi sentivo mancare mentre notavo nel locale adiacente dei trasformatori enormi che ronzavano come calabroni. Infatti sulla cima dell’Aiguille du Midi c’è una gigantesca antenna collegata a mille macchinari che si trovavano proprio dove stavamo anche noi. Del personale della funivia nessuna traccia. Sicuramente avevano una stanza schermata dalle radiazioni che noi stavamo assorbendo alla grande nella notte che ancora ci riservava un bel po’ di ore di insonnia garantita. Pensammo che Martino fosse morto ma in verità pensavamo a salvare noi sopravvissuti al gelo e ai campi magnetici. In qualche modo guadagnammo l’alba e poi finalmente  l’ora di riapertura della funivia. Scesi in paese dedicammo la giornata intera a ritornare a Genova in autostop. Abbandonai Luca e Martino che avevano i capelli troppo lunghi per essere caricati su uno dei camion che attraversavano il tunnel. Separati il viaggio ci fu più rapido. Ci rincontrammo a Finale la settimana seguente.
Ai Grand Montets anni '80

Tornando a noi cinque di prima, devo citare che in un autogrill avevamo comprato una specie di plum cake dalla rara pesantezza (altro che piuma) che ci saremmo portati sulla via per avere calorie con relativamente poco peso. Lo denominammo “il gatto” per via della sua forma.
 Presto fummo all’inizio della via che salimmo senza problemi fino a quando Skeno cadde su una cengia piegato in due dal mal di pancia e di testa. Gli demmo da bere e lo costringemmo a mangiare un pezzo del “gatto” per tirarsi su. Non aveva appetito ma io glielo infilavo a forza in bocca mentre Miagia gliela teneva  aperta contando sul fatto che non riusciva a opporsi date le sue condizioni fisiche.
Skeno riusciva solo a dire “no, gatto non ne voglio” che noi zac gliene infilavamo in bocca un bel pezzettone. A un certo punto si lamentò di sentire puzza di merda e cercò di vomitare. In effetti poco prima avevo defecato su un terrazzino facendomi il bidet con della neve ma, evidentemente nelle mie dita era rimasto un po’ del noto profumo e con quelle maneggiavo il “gatto” davanti al suo naso, cosa che non lo aiutava a farsi passare la nausea probabilmente dovuta all’altitudine. Abbandonammo Skeno sulla cengia con un pezzo di gatto e dell’acqua, e proseguimmo la via che, tranne un voletto su un micronut di Miagia, si svolse senza problemi divertendoci. Dalla cima ci calammo raggiungendo Skeno che si era ripreso un po’ e scendemmo insieme alla base dove ci aspettavano gli sci.
Come avevo accennato prima Skeno non era molto abile sugli sci e non stava neppure bene, ma dovevamo percorrere la Mer de Glace per raggiungere il fondovalle, quindi lo infilammo negli attacchi e gli dicemmo di seguirci e che la discesa era facile. Dalla forzata posizione a similspazzaneve in cui si mise si capiva che faceva uno sforzo enorme anche da fermo, figuriamoci muovendosi tra i cumuli di neve tritata dagli sciatori e rigelata dal freddo della sera!

Skeno sembrava una statua, tanto i suoi movimenti sciatorii erano assenti ma non cadeva se non di rado, grazie comunque alle sue doti atletiche e a una testa dura più del normale. La discesa si protrasse fino a una cert’ora anche perché la risalita al Montenvers e la seguente discesa ripidissima lungo uno scivolo di valanga ci presero tempo. Era buio quando raggiungemmo il parking della funivia. Ci buttammo in macchina e guidammo fino a un boschetto dove volevamo sistemarci  per la notte. Fatti pochi km su una sterrata incontrammo un grosso tronco che la sbarrava. Scesi dalla macchina e lasciando la portiera aperta mi arrampicai sul tronco per scavalcarlo incamminandomi verso quella che sembrava una radura da dove intravvedevo una fioca luce tra gli alberi. Fatte poche decine di metri mi apparve un grande cerchio di persone incappucciate intorno a un fuoco vestite con lunghe tuniche scure. Mi bloccai subito tra lo spavento e l’imbarazzo e quelli si girarono puntando su di me i loro occhi attraverso i cappucci in stile tra il rito satanico e Ku Klux Klan. Li vedevo illuminati dal fuoco e non erano sguardi benevoli. Scattai di corsa nella direzione da cui ero pervenuto e mi ritrovai subito sul tronco da dove saltai direttamente attraverso la porta della Fiat Uno urlando VIA, VIA, scappiamo! Il mio salto prevedeva di entrare velocemente in macchina ma diedi una testata fortissimo sul montante superiore della porta cadendo per terra stordito. Urlavo a Sandro di scappare mentre mi ero già seduto e avevo chiuso la porta. Lui non se lo fece ripetere e in retromarcia ad almeno 50 km orari sgommando sulla ghiaia perforammo la notte fuggendo all’indietro. Quando gli raccontai degli incappucciati nessuno voleva credermi e comunque andammo a dormire nel parcheggio illuminato di una scuola.
Skeno si sarebbe incontrato con una ragazza il giorno dopo e ci lasciò ma era già arrivato da Courmayeur il suo sostituto: Blanche! Berrettino alla cuculo, occhiale Vuarnet, microzaino e sci di marca, sembrava uscito da una rivista patinata ma quando ci infilammo nella cabinovia di Argentiere e arrivammo sui Grand Montets capì immediatamente che la sua giornata sulla neve non sarebbe stata un aperitivo al Brevént. Oggi si sciava! Facemmo pochi metri sulle piste perché l’obiettivo era starne al di fuori il più possibile. Cercavamo terreno ripido su cui metterci alla prova perché il giorno dopo saremmo saliti su per la parete nordest de Les Courtes per scenderla con gli sci. Ci sfinimmo di curve e salti e quando gli impianti si spensero ci avvicinammo con le pelli al rifugio d’Argentière. Il Tranviere e Blanche erano preoccupati perché guardandosi intorno vedevano facce che non promettevano nulla di buono e fuori dalle vetrate del rifugio non riuscivano a scorgere dove si sarebbe potuto sciare, ma non dicevano niente al riguardo. 
Versante nordest de Les Courtes 3856m. (Monte Bianco)


Dopo la solita sbobba andammo a dormire in una camerata puzzolente che certamente non contribuimmo a profumare. Verso le due suonò la sveglia. Blanche di soprassalto gridò da sotto una coperta pulciosa: ma che cazzo succede? Dobbiamo alzarci, fu la nostra risposta. Guardato l’orologio ci disse se eravamo scemi e cosa ci passasse per la testa per svegliarci nel cuore della notte! Non gli spiegammo che era normale farlo e lo lasciammo dormire anche per il suo bene. Con inconsapevole leggerezza gli salvammo la vita.
Fuori la neve scricchiolava sotto i ramponi indurita dal freddo notturno e le stelle che facevano brillare gli scudi ghiacciati delle pareti nord ci facevano stare zitti per la solennità di quei momenti che immediatamente ti fanno capire che aver puntato la sveglia così presto non è stata una brutta idea.
Io e Miagia eravamo sicuramente i più eccitati e avanzavamo rapidi verso la parete. Quando superammo la crepaccia terminale vedevamo Sandro e il Tranviere iniziare la salita del conoide che collega questo versante con il piatto ghiacciaio di Argentière. Sapevamo che Sandro era il più esperto, anche perché il Tranviere non aveva mai fatto nulla di simile, e avrebbe preso le decisioni giuste. Infatti fu così che poco dopo aver superato anche loro la terminale decisero di scendere perché il Tranviere tremando come una foglia continuava a chiedere perché avrebbero dovuto salire su per quel pendio ghiacciato da dove lui sicuramente non sarebbe mai sceso sciando. Erano fuori dalla nostra vista e ci raccontarono dopo la piccola tragedia che si era consumata –perché scendere è più complicato che salire-  mentre Marco (Miagia è il nome con cui l’abbiamo sempre apostrofato) e il sottoscritto arrivavamo in vetta fin troppo presto. Si, perché su quel ghiaccio non avrebbe sciato neppure Jean Marc Boivin. Aspettammo che il sole scaldasse il pendio per regalarci un po’ di neve sciabile, addormentandoci sugli zaini. Dopo non ricordo più quanto tempo decidemmo di iniziare a scendere. Il ghiaccio c’era eccome e fortunatamente i miei sci Omeglass da slalom di 203 cm erano una cannonata, che però non mi evitò una derapata un po’ fuori controllo finché le lamine si poterono aggrappare a una base un po’ più morbida permettendomi di fare la prima curva. Miagia fece lo stesso  e da lì in poi la discesa durò un istante.
Non era ancora nato in me quel senso che mi fa preoccupare del compagno che, facendo la guida alpina, si sarebbe in futuro radicato nel mio animo rovinando il mio alpinismo ma sicuramente arricchendo la mia vita. Il prezzo da pagare per garantire un minimo di sicurezza a chi si lega con te è che le tue energie le devi dividere in due e è molto difficile riuscire a gestire la giusta quantità di energia che devi dedicare all’altro quando lo vedi in difficoltà, quando lo devi incoraggiare o quando non devi dare a vedere che sei preoccupato per non fare preoccupare anche lui segnando l’inizio della fine di quella tensione equilibrata che ti fa stare ancora lì, anche se sei nel posto più inospitale della Terra. Avrei imparato nei decenni a farlo, ma nel frattempo mi ero bruciato molte possibilità personali in alpinismo perché non potevo pensare solo a me stesso. L’alpinismo estremo è praticato da egoisti estremi. L’egoismo può essere una caratteristica positiva quando ti salva la pelle o ti porta dove vuoi. Una guida si deve dividere sempre in due, raddoppiando necessariamente le sue forze interiori e fisiche, per questo motivo alla sera si è stanchi, ma solo quando te lo puoi permettere. Con l’esperienza profonda di me stesso avrei riscoperto le mie possibilità residue, perché comunque gli anni passano, incontrando pochi compagni perfetti per questa verifica. E’ successo raramente, ma quando senti di poter contare sull’altro e l’altro fa lo stesso con te, si verifica quella situazione in cui ci si sente una macchina perfetta per andare avanti ognuno con la sua libertà e la sua dipendenza dall’altro che diventano assurdamente la stessa cosa. Non occorre poter contare sulla forza fisica del tuo compagno, ma ti aiuta inconsciamente a sentirti sereno il suo sguardo, le sue battute e l’avvertire il suo senso di giustizia nei confronti del posto in cui ti trovi con lui. Se tu ricambi questa sensazione senza volerlo, tutto tende alla perfezione senza mai raggiungerla e ci si diverte da morire! Per questo si scalano le montagne.
Sotto il Gr.Capucin 1981

Con un salto della crepaccia terminale ci lasciammo scivolare lungo il ghiacciaio fino al rifugio che era ancora mattina. Ci sembrò facile, le nostre gambe erano buone e la nostra giovane testa abbastanza incosciente da farci fare cose anche molto più impegnative di questa e il bello è, per me, che non ho ancora smesso.
Recuperati gli amici, la neve ormai resa colla dal sole di primavera inoltrata ci scarrozzò a fondovalle dove ci stipammo nella Uno Turbo –non so perché gli stessi bagagli al ritorno sembrano occupare più spazio che all’andata- che fendendo il buio illuminato artificialmente del tunnel sotto al Monte Bianco ci depositò a Courmayeur per un gelato e per lasciare Blanche nella villa dove era ospite.