Ultimo giorno di Marzo del 1997. Sono reduce da un’infilata di gite sci alpinistiche e fuoripista che, favorite dall’ottimo innevamento e dalle sicure condizioni della neve, si sono protratte per almeno 25 giorni consecutivi. Sono molto soddisfatto e appagato. Mi succede sempre quando un apparente sfinimento si fa strada in chi pensa essere così, ma in realtà fino a una certa età, più salivo e scendevo montagne e meglio mi sentivo. Un po’ lo è anche adesso.
Oggi però sono contento di non avere messo la sveglia e di essere a casa senza programmi particolari. Semmai penso di andare a fare una corsetta serale, visto che le giornate sono già abbastanza lunghe, ma per ora mi gusto lentamente la colazione e guardando i pochi sciatori che sfrecciano sulla pista incorniciati dalla grande vetrata del pianterreno della casa in cui vivo a Corvara.
Saranno state le 10 del mattino quando squilla il telefono e rispondo. Fatte le dovute presentazioni un tale mi chiede se fossi disponibile a fare una gita sciistica fuoripista per festeggiare il compleanno della figlia 25enne con fidanzato e altra figlia minore. Tutti ottimi sciatori! Ci hanno detto che la Val Setus è una discesa bellissima e ci piacerebbe fare quella.
-E quando sarebbe da fare questa gita? Rispondo.
-Se a lei va bene potremo vederci tra 10 minuti alla scuola di sci.
-Tra 10 minuti? Ma è tardi, non vi conosco come sciatori e comunque serve l’attrezzatura da scialpinismo perché bisogna andare con le pelli di foca per almeno un’ora e mezza dopo avere raggiunto con gli impianti la cima del Sass Pordoi.
-Ah, ma non si va in elicottero? Noi pensavamo di fare così perché ci hanno detto in albergo che si fa così.
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| Corvara 1997, con degli amici davanti allo stesso elicottero utilizzato quel giorno. Io sono quello tutto a destra, il pilota non c'era. |
Avrei dovuto insospettirmi di tanta mala informazione ma
invece feci l’errore di calarmi immediatamente nei panni del professionista e
stetti quindi al gioco. Feci male.
Ho praticato l’heliski diverse volte senza mai entusiasmarmi più di tanto perché
non mi sono mai trovato a mio agio con le persone che lo esaltano (e si
esaltano a loro volta), inoltre ho sempre sostenuto che nelle Dolomiti ci sono
così tante possibilità di sciare fuoripista utilizzando gli impianti che
l’elicottero mi è sempre sembrato un mezzo inutile e cafone per andare in
montagna. In fondo sono un alpinista e l’etica per me ha una certa importanza.
Ho svolto svariati lavori aerei con l’elicottero, incluso il soccorso, e devo
dire che sto meglio con i piedi per terra, pur capendo quanto questo
incredibile mezzo volante possa affascinare molte persone. Poi conosco molti piloti
che considero delle persone prima di tutto animate da grande passione e dalle
capacità enormi, se penso a quanto è complicato e rischioso volare in montagna.
Non mi ero formato ancora un’ideologia ferrea che esclude l’elicottero nella
mia attività professionale e personale con gli sci come è successo poco dopo,
ma quel giorno, ho semplicemente visto una giornata di lavoro “facile”, che
sarebbe durata poco rendendo molto. Non lo dico per avidità ma quando vivi del
mestiere di guida sai perfettamente che le occasioni di lavoro non vanno
sprecate perché ci sono anche lunghi periodi in cui non ti chiama nessuno e le
bollette e il resto, invece vanno pagati tutto l’anno.
In seguito, raggiunta una certa maturità professionale, anagrafica e una
maggiore stabilità economica mi sono permesso di rinunciare (dal 2020)
totalmente a lavorare utilizzando gli impianti di risalita, decapitando il mio
volume d’affari con gli sci di almeno l’80% in meno. Vado solo con le pelli di
foca e d’inverno cerco di scalare sul ghiaccio più che posso, per lavoro e per
diletto, perché mi piace così. Non disdegno mai una bella gita sci alpinistica
con gli amici o in famiglia e spesso vado con giovani appassionati cercando di
metterli in guardia sui rischi che questa meravigliosa attività comporta.
Alcuni di loro sono divenuti guide alpine, quindi oggi siamo colleghi.
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| Jumbo-jet, Vallunga |
Il mondo chiassoso, consumista e oggi altamente cafone delle piste da sci non mi piace più, anche se rappresenta una grande e sicura fonte di reddito per molti professionisti della neve di cui ho il massimo rispetto, anzi, visto il sacrificio morale che per me rappresenta, ne ho grande ammirazione. Io non ce la farei più e il solo ronzio delle funivie mi infastidisce quanto la loro visione, senza parlare degli sciatori odierni chiusi orgogliosamente dentro le loro costose armature, caschi e mascherine a specchio che per me rappresentano l’opposto della libertà che può dare una sciata. Contenti loro…
Tornando a quel giorno soleggiato di primavera di ormai tanti anni fa, ricordo di avere vergognosamente accettato e di avere detto a mia moglie che sarei rientrato per l’ora di pranzo perché di fare festa con degli sconosciuti, che mi avrebbero certamente invitato nel loro pluristellato hotel, non ne avevo nessuna voglia.
Chiamai Paolo, il pilota dell’elicottero che stazionava poco distante da casa mia che mi disse che doveva volare a Trento a fare la manutenzione del suo velivolo ma aggiunse che se fossimo stati puntuali pochi minuti dopo ci avrebbe lasciati nei pressi del rifugio Cavazza al Pisciadù a 2585m di altitudine nel cuore del versante settentrionale del Sella, da dove la Val Setus si origina.
Non mi è mai piaciuto fare le cose di fretta ma i miei clienti erano stressati abbastanza per farsele andare bene, cosicché pochi minuti dopo già scendevano dalla loro elegante macchinona che li depositava nei pressi della piazzola di atterraggio bardati di tutto punto ma assolutamente non attrezzati per quello che stavamo andando a fare. Una rapida occhiata ai loro movimenti e subito capii chi era in grado di fare quella gita e chi no. A parte il ragazzo della bella figlia dai lunghi capelli biondi e dalle gambe pure loro lunghe, che aveva una figura atletica, gli altri erano assolutamente dotati di quella goffaggine a cui molti si credono di sopperire con il portafogli. La mia giornata si prospettava come meno facile del previsto. Ribadisco che la mia previsione iniziale era sbagliata, quindi dovevo rimediare improvvisando; situazione in cui di solito riesco a dare il meglio di me. Come dice una mia amica, bionda pure lei: bisogna ballare come suona la musica!
Senza pensarci troppo buttai nello zaino, prendendolo all’ultimo momento dal
bagagliaio dell’auto, un cordino da 7mm
di diametro lungo 15 metri, convinto che non sarebbe servito. Sbagliai anche
questa previsione.
Ma veniamo all’itinerario. La Val Setus è un profondo canalone che si insinua
tra alte pareti rocciose decisamente spettacolari e impressionanti. Ha fama di
essere una discesa impegnativa anche se non estrema la sua esposizione è a
nord. E’ parallela alla più famosa Val Mesdì che risulta molto più percorsa
perché è più facile e più facilmente raggiungibile. L’inclinazione che
raggiunge sfiora i 45 gradi e il punto più stretto tra le rocce misura
all’incirca 5metri di larghezza, elemento che fa si che la sua visione in quel
punto la faccia sembrare molto più ripida a occhi poco esperti.
Il sibilo della turbina dell’Ecureil pose fine a convenevoli e preparativi.
Caricati gli sci nel cesto laterale dell’elicottero entrai per ultimo sedendomi
sul sedile posteriore in modo da poter chiudere la porta scorrevole. Indossata
la cuffia auricolare dissi a Paolo che era tutto a posto. Una vibrazione più
intensa conseguente all’azione del comando ciclico fece come di consueto
aumentare repentinamente la portanza del rotore principale già in movimento e
in un attimo quella macchina infernale si sollevò, con forza cieca di baleno,
da terra con tutti noi al suo interno. Abbassando il muso come un toro
infuriato l’elicottero prendeva quota molto velocemente grazie alla sua grande
potenza e il parabrezza si riempiva così di una visione mistica che conteneva
una miriade di torri di roccia vertiginose di ogni foggia e dimensione. La
festeggiata sedeva sul sedile anteriore a sinistra del pilota. Tutti gli
occupanti, tranne me e Paolo, non erano mai saliti su un elicottero e, dopo una
prima profonda deglutizione di saliva restarono a bocca asciutta manifestandolo
con ululati di gioia e mugolii vari colmi di piacere e terrore. Chiesi a Paolo
di mostrarmi dalla mia parte l’itinerario per verificarne le condizioni e notai
che la superficie della neve era ancora ghiacciata dal gelo notturno. L’ora
tarda avrebbe presto reso quella superficie più morbida e adatta a una sciata
non troppo difficile, ma la mia serenità doveva essere minacciata da un evento
naturale banale quanto pericoloso, anche perché si andava a sommare ad altri
eventi negativi che avrei scoperto di lì a poco. Un po’ me lo sentivo ma
insistetti.
| 1982 durante il corso di aspirante guida alpina |
In un candido turbinio la macchina volante ci depositò nel luogo previsto affondando parecchio nella neve la cui crosta ghiacciata aveva ceduto sotto al notevole peso perché ai pattini dell’elicottero erano state già tolte le piastre che aumentano la base d’appoggio del pattino sulla neve. Poco male, ma adesso dovevo fare capire ai miei clienti che lo spazio sopra le nostre teste in verticale non era poi molto e che dovevano quasi strisciare sulla neve se non volevano restare decapitati dal rotore. Il problema è che il rotore mentre gira non si vede bene e le mie parole urlate, visto il vento e il rumore, suonavano come bugie. Quindi presi uno per uno quei poveracci per la giacca come si prende un gatto per la collottola comprimendoli al terreno, scaricai gli sci, chiusi la porta e feci il cenno di assenso al decollo a Paolo che se ne andò a farsi i fatti suoi.
Silenzio, aria fresca ma non troppo, allegria da turista un po’ intontito unita a un’euforia per me preoccupante, imbevevano l’atmosfera. D’altronde cose dovevano fare quelli? Erano felici ed eccitati dal compleanno, dalla bellezza del posto e dal volo in elicottero. C’era la guida. Cosa mai poteva succedere loro?
Il banale evento naturale di cui prima era una semplice nuvola bianchissima a cui ne seguirono altre come richiamate da un flauto magico suonato dal diavolo in persona come nell’apprendista stregone di Dukas. Questo perché schermando il sole, le nuvole non favorivano la fusione dello strato superficiale della neve che ci aspettava ghiacciata nel ripido canalone sotto di noi.
Tra lo stupore, la felicità e l’esaltazione dei clienti estrassi dallo zaino un cacciavite e iniziai a stringere la durezza di sgancio degli attacchi da pista in plastica di quegli sciagurati. Il padre mi disse che così in caso di caduta non si sarebbero staccati e loro si sarebbero potuti rompere le gambe. Risposi che in caso di caduta, con o senza gli sci ai piedi, nella prima parte della valle che avremmo sceso, una gamba rotta o anche entrambe sarebbero state una benedizione perché l’alternativa a questo inconveniente era quella di finire in pezzettini rimbalzando sulle rocce taglienti che spuntano qua e là.
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| Guiding |
Questo non ve l’ha detto chi vi ha suggerito questa favolosa discesa fuoripista, chiesi.
Ci fu un momento di silenzio dovuto al panico ma io minimizzai. Volevo andare a casa ma dovevo fare per bene il mio dovere. Nel mentre pensavo che non avrei potuto proporre a quelli di richiamare l’elicottero per portarli giù in paese, perché Paolo sarebbe già stato a Trento e di certo non volevo chiamare il soccorso per un po’ di fifa.
Quando inziammo a muoverci sci ai piedi in direzione dell’imbocco della discesa le mie teorie sulla loro abilità sciatoria ebbero la conferma che già mi aspettavo. Erano dei pistaioli della domenica di quelli che “scendono tutte le piste”. Ok, le scendono perché la forza di gravità risucchia ogni cosa verso il basso, ma qui non ci sono reti e materassi in caso di errore. Avevo già capito che per pranzo non sarei arrivato a casa.
La neve non mollava e non avrei voluto entrare nel canalino di partenza sciando con quegli sventurati sul ghiaccio! Quindi dovremmo aspettare ancora con assoluto disappunto del padre che diceva che dovevano arrivare in tempo da Mimì e Cicì per festeggiare con loro sulla terrazza dell’hotel. Insomma, non capivano che non eravamo su una pista “nera” ma all’imbocco di quella che per loro era una discesa estrema e che per me sarebbe stata l’inizio di un’odissea dall’esito catastrofico, non perché pensavo che qualcuno sarebbe precipitato, ma perché la mia “giornata facile” non sarebbe stata tale. Dal lato tecnico e di sicurezza ero tranquillo ma avevo preso la corda sbagliata. Avrei dovuto prendere il cordino di kevlar da 6mm di diametro lungo 100m perché avremo fatto prima.
Quando la neve mi parve un po’ più cedevole ma non troppo mi
misi vicino il padre facendo seguire gli altri in ordine di supposta abilità
crescente e partimmo derapando sul firn.
Non volava una mosca dalla tensione.
Lanciai il capo della corda al fidanzato della festeggiata e
gli dissi di legarselo in vita col nodo che conosceva. Lo fece.
Gli dissi di sciare come meglio poteva fino alla fine della corda. Lo fece.
Gli altri avrebbero usato la corda come corrimano fino a raggiungere il
ragazzo. Nessuno disse una parola e percorremmo così, a tiri di corda, tutta la
parte più ripida della valle. Io, quando il ragazzo era 15m più in basso
piantavo la coda di uno sci, levandomelo, nella neve fino alla talloniera
costruendo così un ancoraggio che avrebbe retto tutti. Poi scendevo sciando con
la corda in mano in leggera tensione facendola su in spire e raggiunta la
sorella della festeggiata ripetevamo l’operazione. Mi dicevano che avevano male
alla gamba destra, perché sempre su quella poggiavano il loro peso in quanto
fare una curva per loro significava morire di sicuro o finire in ospedale
restandoci parecchio tempo. La festeggiata a un certo punto disse: che razza di
compleanno…
Resterà indimenticabile, aggiunsi sogghignando e cercando di sdrammatizzare.
Intanto perdevamo rocambolescamente quota mentre il pomeriggio, tra una cosa e
l’altra si riempiva di mezz’ore intense.
Giunti dove la pendenza in caso di caduta non sarebbe stata più pericolosa,
misi via la corda e dissi a quelli, ormai sfiniti, di sciare come meglio
potevano. Cercai come sempre di dargli qualche indicazione utile a rendere più
efficiente la loro sciata ma ormai era come cercare di rianimare un morto.
Calata la tensione un minimo di divertimento e di emozione per essere in un
posto tanto suggestivo prendeva piano piano posto nelle loro anime e pure nella
mia. Tornarono i sorrisi ma la poca prestanza fisica della truppa assieme a una
tecnica sciistica da discarica di rifiuti non ci aiutavano più di tanto nel
raggiungere la sottostante pista battuta, che però alla fine arrivò. Ebbi
l’impressione che ci fosse venuta lei incontro tanto era prolungata la nostra
immobilità. Quando li vidi sciare sulla pista mi dissi come avevo potuto
portarli lassù, e soprattutto giù, per un itinerario per loro tanto proibitivo,
ma ormai era fatta.
Giunti in paese a impianti già chiusi da un pezzo incontrammo un’atmosfera da
striscione del traguardo smontato, o da sedie sdraio sulla spiaggia già messe
in magazzino. Mestamente ci avvicinammo alle nostre rispettive automobili e io
me ne andai per primo. Li lasciai a picchiarsi con i loro scarponi e i moon
boot nel fango del parcheggio.
Parlando con il proprietario del loro hotel qualche giorno dopo mi disse che
gli amici che gi avevano consigliato la Val Setus erano dei ricchi bolzanini
scatenati che passavano l’inverno a sciare fuoripista dal Canada all’Alaska e
al Caucaso. Capii tante cose che però già avevo intuito dall’inizio di quella
giornata e non avevo voluto però stupidamente ascoltare.
Arrivato a casa imbracciai la chitarra mentre mia moglie mi chiedeva com’era andata e io mi sprofondavo nel divano suonando, accompagnandomi con un fischio, la colonna sonora del film Per un Pugno di Dollari di Morricone. Poco dopo cenammo e alla fine mi mangiai dei cantucci pucciati nel Porto, come da foto.


















