mercoledì 7 aprile 2021

2021 IL PRIMO INVERNO DI QUEST'ANNO e IL PRIVILEGIO DELL' EMARGINAZIONE

 

uscendo dalla val setus (sella)

Il 21 Dicembre dell’anno precedente inizia l’inverno se sei già oltre il 31 di quello stesso mese di quello stesso anno. Solo 10 giorni se ne stanno nell’anno scorso ma inizia a fare freddo a Novembre e il freddo autunnale è il più penetrante perché l’aria è umida. Dicembre e Gennaio sono quelli del gelo, dal sole basso e fugace, sulla neve che scricchiola sotto le scarpe anche a sud.

alpago (f. marco garbin)

Quando l’inverno termina sul calendario, come è successo oggi, gli uccelli cantano già da qualche giorno la mattina presto e nell’aria c’è, per la prima volta di quell’anno, l’odore del bosco che prima era sincopato dal freddo che ne impediva l’espandersi. La primavera in montagna è impercettibile e prepotente, a seconda dell’ora della giornata. Il freddo intenso dell’alba lascia velocemente spazio al tepore infuso da un sole che si alza alto nel cielo descrivendo una parabola che ogni anno sembra sempre più ampia.E’ la nostra voglia di calore che ce la fa vivere così, perché in realtà la parabola e sempre la stessa.
alpago (f. marco garbin)


In quella ci insinuiamo con i nostri sci, per salire e scendere dalle montagne. Un sottile gioco del calcolo di esposizione, orario, pendenza e della nostra velocità, complica piacevolmente le cose. Lo scialpinismo, attività alpinistica primaverile per eccellenza, è l’ interpretazione di una natura in veloce metamorfosi giornaliera. Se la si sa interpretare si può parlare di una certa sicurezza nel percorrere le montagne, perché le valanghe se ne stanno ferme nel gelo e semmai si mettono in moto nelle ore più calde. Nel freddo dell’inverno nessuno sa con la stessa esattezza cosa succede all’interno del manto nevoso. Non si può mai essere sicuri di un bel niente.
Il più grande dei pericoli della montagna innevata si può in primavera gestire con regole elementari, ma che non sono così semplici. Contraddizioni apparenti che rendono questa attività molto artistica e piacevole, a patto di essersi preparati a fondo e considerare come pilastri i segnali che la natura stessa ci invia continuamente, lasciando in secondo luogo ogni altro impegno con la vita, perché in montagna con gli sci bisogna vivere, non morire. Già, ma cosa significa tutto ciò?

monte sief-col di lana (f. michele barbiero)

Una guida alpina normalmente deve gestire un’escursione mediando tra capacità e gusti del cliente, ora a cui l’hotel serve la colazione, distanza eventuale in auto da percorrere, tempi di preparazione pre-partenza, dimestichezza con l’attrezzatura e umore di quest’ultimo. E nel frattempo là fuori e lassù la neve fonde, gela, slitta, si contorce nei movimenti della distruzione del cristallo influenzati da milioni di fattori di cui noi “esperti” ne conosciamo si e no una decina. Ce n’è di strada da fare, anche oggi con l’aiuto della tecnologia, ma ancor più davanti alle punte dei nostri sci, nella costante tensione dell’agire, riuscire, soddisfarsi, impegnarsi quanto si può e tornare a valle incolumi e magari col sorriso.

verso la tofana di rozes (f. marco garbin)


Tutto questo, così come l’ho descritto, non è accaduto quest’inverno, il primo del 2021. Il motivo è stato quello della mancanza di lavoro da guida. Ma ogni cosa ha un risvolto positivo, anzi, sovente più d’uno.
Le montagne senza gente, la tanta neve di questa stagione e gli amici.
Si, gli amici. I miei sono quasi tutti guide come me o comunque sono persone che non hanno un lavoro di routine e quindi possono gestirsi il tempo in funzione di quanto ho detto prima, nella fattispecie, nei confronti della neve. Quindi sono state innumerevoli le gite sci alpinistiche fatte tra amici come raramente accadeva e con la possibilità di farlo praticamente ogni giorno di bel tempo. E’ così piacevole che mi verrebbe da sperare che non si torni più alla normalità di prima del Covid, ma pensando a tutto quello che questa pandemia comporta di negativo, in fondo, e per rispetto a chi soffre più di me, mi auguro che questa situazione finisca. Però ci ha dato modo di poterci frequentare a fondo e pure di fare una selezione, creando piccoli nuclei di gente che va d’accordo anche se le discussioni animate non mancano mai.

giorgio manica su stratos -sas dlacia/val badia


Tutte le volte che incontravo un collega era perché si andava in versi opposti e quindi, con il cliente che freme per proseguire, avevi poco tempo per scambiarti quei pareri che poi sono le informazioni più importanti sulle condizioni della montagna. Sembra una nenia ogni volta: com’era la neve? C’era ghiaccio? A che ora siete scesi? Si riesce a passare da lì? Quest’anno il ruscello è sotto la neve? E via così.
Le guide alpine si scambiano continuamente questi feedback allo scopo di sapere. Sapere sempre di più sul proprio posto di lavoro come dei normali lavoratori.
Ora queste discussioni hanno tempo di farsi e di elaborarsi con la giusta calma e questo fa bene ai nostri animi.
Ringrazio i miei compagni di gita di questo primo inverno del 2021, sperando di non dimenticarne qualcuno:

Marco, Michele, Isabel, Tommaso, Nicola, Clemente, Arturo, Sandra, Marta, Deborah, Toni, Nadia, Luca G., Giorgio, Luca, Markino, Giovanni, Arianna, Paddy, Kurt, Franz, Marco P., Nicola C., Drago Gagarin, Enrico, Silvia, Norbert, Checco T.

castelletto di tofana (f. marco garbin)


Ci siamo! Gli impianti di risalita stavolta non hanno chiuso, bensì non hanno mai aperto. Sono facce della stessa medaglia. Per questo diverse. In molti hanno scoperto cose che mai avrebbero pensato esistessero. Nel bene e nel male. Il mio punto di vita privilegiato tra Civetta, Sella, Tofane e Marmolada mi fa sentire che indietro non si torna, almeno per alcuni.
Oserei dire per molti.

ramponi in tinta con la giacca su: spada di damocle-colfosco/val badia (f. michele barbiero)

ghiaccio cosmico sui miei pantaloni
Mi sono sorpreso quando ho sentito dire da operatori locali che la strada su cui eravamo prima della pandemia ci stava portando alla rovina morale riempiendo le nostre tasche (le mie non tanto) e svuotando i nostri cuori. Persone che lavoravano a testa bassa tutta la stagione invernale senza neppure accorgersi che là fuori c’era il paradiso per l’anima. E ora l’hanno scoperto. Alcuni stanno pensando che “dopo” arriveranno turisti nei cui occhi si rifletterà anche la fatica felice e non solo il consumo di cose perché la giostra su cui si era saliti lo imponeva.

Non voglio con queste mie parole deridere albergatori, impiantisti e negozianti ma semmai accentuare quello che adesso è davanti agli occhi di tutti, ovvero che il turismo di montagna può sopravvivere decrescendo e ristabilendo un ordine naturale che si era perso da decenni. Le riconversioni non saranno impossibili e molto probabilmente saranno obbligate. Cerco ovviamente di vedere quello che di buono ha portato la pandemia sulle montagne dal punto di vista morale. Sono conscio che ci sono tutte le implicazioni negative, ma contro quelle possiamo fare ben poco.
E non me la prendo neppure con il Governo, come invece fanno in tanti, perché è facile criticare stando seduti al bar, quando resta aperto.





patentesi sarda, clemente a monte oddeu
Se pochi saggi illuminati predicavano, perlopiù inascoltati, una frenata globale anche tra le vette alpine, ci siamo ritrovati da un momento all’altro di fronte a qualcosa di più grosso di una guerra. Qualcosa provocata dalla natura e la sua forza. Adattamento è il mantra necessario. Considerare la natura un nemico porterebbe a risultati ancora più nefasti.




Cento anni fa la “spagnola” si diffondeva nelle trincee della Grande Guerra uccidendo talvolta più dei cannoni e della follia dei generali seduti in poltrona intenti a spostare confini sulle mappe. In qualche modo l’umanità ce l’ha fatta ed è riuscita persino ad organizzarsi un’altra guerra, neppure troppo tempo dopo.

parentesi sarda, viaggio stupendo in
treno da Pto.Torres a Olbia


Dalle mie parti nelle trincee della prima guerra mondiale ci hanno costruito le piste da sci. Nelle stagioni con poca neve basta spostarsi di poco da una pista battuta per scorgere un filo spinato o un trave di larice inchiodato spuntare dalle rocce. Che contrasto, mi sono sempre detto, quando vedo gli sciatori nei loro vestiti sgargianti e dentro le loro protezioni, dal casco alle armature paracolpi varie, aggirarsi intontiti dalla forza di gravità superata tramite una macchina, laddove un secolo fa ci si uccideva l’un l’altro vestiti di lana e impestati dai pidocchi.
michele barbiero nella galleria di
guerra nella cima fanis di mezzo


Forse l’uomo, da buon predatore, deve sempre sentirsi in odore di attacco e quindi deve anche difendersi. Ultimamente l’atmosfera sulle piste era un po’ così. Ma no, non voglio condannare un sistema bianco e sci- volatore nel quale ho sguazzato anch’io in qualche modo. Mica vorrei vedere tutti fuoripista o con le pelli di foca. Mio padre, a questo proposito e frenando il mio entusiasmo, mi ha sempre ricordato che è una fortuna che gli appassionati di montagna non siano poi così tanti, sennò sai che casino che ci sarebbe!?
Mi rendo conto di essere privilegiato perché vivo sul limitare del bosco in cui posso andare sempre e poi sopra ci sono le montagne, quelle ripide e rocciose, dove posso non sentirmi prigioniero dei dpcm e dove non incontro nessuno o quasi.
In questa stagione ho ritrovato gli amici ai quali non potevo dedicare il tempo che avrei voluto perché dovevo lavorare e riposarmi. E lo stesso è per loro.
sala compressori sullivan nella galleria
di guerra del castelletto

La neve è abbondante e la stagione dello sci durerà ancora mesi, fino ad accavallarsi con quella dell’arrampicata.

Ce ne stiamo quassù dove non ci sono cinema, musei e teatri, che in città ora sono chiusi, a guardare e vivere la natura, senza sforzi che non siano quelli necessari a fare salire gli sci con sotto le pelli di foca. Per poi ritornare sulle nostre tracce quando si scende. Certo che siamo proprio degli stupidi. O no?!

Le foto proseguono:

pausa sarda, viaggio in treno da P.Torres a Olbia

paura su alfredo alfredo a monte oddeu

pausa sarda, de andrè vive

michele barbiero sulla cengia di guerra veronesi-fanis

michele barbiero giù dalla forc. del lago-fanis/scotoni

tofana di rozes da cima fanis di mezzo

discesa dalla cima fanis di mezzo

sotto il castelletto di tofana

campionessa e tofana di rozes (f.michele barbiero)

incerto mattino (cit. alessandro gogna)

alpago (f. marco garbin)

checco tremolada su la varella/val badia

norbert frenademez sopra casa (la varella/val badia)

gita familiare a monte castello: arturo, sandra, Isabel e marta arrancano

mio figlio tommaso e il suo cane drago gagarin nel vallon bianco

mia figlia Isabel mi segue lungo l'alpe di fanes grande/val badia

giù da la varella west (f.checco tremolada)

marta giù dal bosco di monte sief a pochi metri da casa

franz salvaterra sanguina sulla cima brenta

via che non c'è (var.di destra) a
cima brenta (f. franz salvaterra)

col mio socio giovane franz salvaterra sulla cima brenta

con michele barbiero

verso forc.nord di croda rossa d'ampezzo, val de montejela

con norbert frenademetz verso la varella (f. michele barbiero)

mia figlia Isabel sulla scala del
 minighel in tofana (val travenanzes)

la sostenibile leggerezza dello scialpinista, val franzedas/marmolada

Sandra e Isabel si distraggono al cospetto della
 tofana di rozes/monte castello


giù dalla cima loschiusuoi (f., toni bettella)

con michele barbiero e marco garbin sulla cima del taè/val di fanes



in bilico, come nella vita di ogni giorno
cresta nord del taè/val di fanes

domenica 21 febbraio 2021

INDIETRO NON SI TORNA un film di Nicola Lanzetta

Nicola ai comandi della sua barca da pesca
Nicola Lanzetta, una persona speciale, una delle migliori che abbia conosciuto nella mia vita, ma perché?

Il Padre Mimmo, lecchese, Ragno di Lecco, operatore cinematografico in 16mm, cacciatore e pescatore, è uno che sente di dover vivere di quello che offre la terra. Partecipa a numerose spedizioni esplorative tra cui quella che nel 1974 pose i piedi sulla cima del Cerro Torre e quella sulle tracce di Marco Polo in compagnia di Carlo Mauri. Trova l’amore in Sardegna dove si sposa e mette su famiglia.
Nicola nasce a Oristano e cresce sardo, nell’accezione più alta dell’aggettivo. Spontaneo, duro e sincero. Una persona che è come la vedi la prima volta che l’incontri. Sa sempre cosa fare nel momento in cui serve fare qualcosa. Dote immensa che hanno in pochi su questo pianeta.

Dopo la Marina Militare frequenta corsi di immersione profonda in Scozia, lavora sotto le piattaforme petrolifere come subacqueo di profondità, trascorrendo decine di giorni consecutive in camera iperbarica-campana d’acciao-immersione, tanto che quando si avvicina all’alpinismo lo vede come un’attività rilassante.

Nicola si prepara a immergersi

Senza che lui me l’abbia mai detto, scopro che è un surfista di prim’ordine, uno dei guru di Capo Mannu che frequenta come io frequento il bar sotto casa per il caffè.
Un giorno nell’età adulta decide che deve tornare in qualche modo alla montagna verso la quale sente un richiamo ancestrale e forte.
In Sardegna l’alpinismo è un’attività pressoché sconosciuta, ma lui parte per il nord e si rifornisce di attrezzi da alta montagna, ingaggia una guida per un giorno e cerca di capire più cose tecniche possibili sull’alpinismo.

Parte per la Patagonia in un viaggio perlustrativo e sulle tracce del padre. Da solo, ma quando gli serve un compagno non fatica a trovarlo. Nicola è uno metodico, che non molla la presa. Sa come far fare agli altri quello che lui vuole e raramente si sbaglia sul da farsi. Fa lunghe camminate esplorando luoghi remoti e complicati che gli sembrano bellissimi. Fa tante domande ai locali arricchendo la sua conoscenza.
L’anno seguente torna in Patagonia (dimenticavo di dire che Nicola è un ottimo arrampicatore su roccia, attività che può svolgere con una certa frequenza a casa sua non appena la sua attività di pescatore di profondità –si immerge ogni giorno a più di 100m- gli lascia qualche ora di tregua) deciso a fare qualcosa di consistente.
Ci riesce abbastanza e documenta tutto con la sua telecamera rivelando un’abilità filmica non indifferente. Monta il tutto al computer, mette musiche e inserisce dialoghi che sono monologhi a più voci in cui la voce è sempre la sua, una cosa che si capisce solo se si guarda il film. Ne esce “Indietro Non si Torna” un docu-film fatto con il cuore e l’accetta che è un capolavoro di arte e romanticismo spontaneo.

Non è il solo che realizza e, anche convinto dal sottoscritto, li presenta in qualche serata ottenendo, per lui inaspettatamente,  un successo strepitoso. I suoi racconti, i suoi occhi e le sue espressioni pure, ingenue e profonde incantano il pubblico.

Ci sono poca spettacolarizzazione, sentimenti autentici, visioni splendide banalizzate dal suo incedere vocale che ha un tono di ringraziamento in senso lato a chi gli concede di potere godere della vita.
Sono pochi i film di montagna che coinvolgono emotivamente come i suoi.
A Nicola ho detto che deve mandarlo al film festival di Trento e che se non lo premiano significa che non ci capiscono proprio un cazzo!

IL FILM E' QUESTO
https://www.youtube.com/watch?v=TCitcfCJPlY&t=1s 

giovedì 15 ottobre 2020

La montagna in tempo di Covid 19 & in Memory of Icaro

John Shepherd alla Forc. Marmolada
In realtà si tratta del luogo dove è più facile tenere le distanze che si vogliono e che servono in questo tempo virulento.
Se poi ci mettiamo che l'aria è pulita e quindi non ci sono particelle volanti generate dall'inquinamento di molti luoghi dove in realtà la gente vive sentendosi al sicuro, possiamo convenire sul fatto che una certa montagna sia il miglior posto dove rigenerarsi dando tempo e emozione alle proprie passioni.
Non mi riferisco allo sci su pista, in cui bisogna comunque stiparsi negli impianti meccanici, per non parlare dei rischi "meccanici" da investimenti quando si scia, tutti luoghi (comuni) in cui la gente si sente inspiegabilmente sicura ma dove in realtà sta correndo rischi ben più alti di quelli del Covid 19! Pensateci bene.
Mi riferisco invece allo scialpinismo, all'ice climbing e alle gite con le racchette da neve alla portata di tutti.
Nella colonna qui a destra trovate alcune proposte, che se cliccate sul nome vi appariranno nei dettagli, ma se siete un gruppetto o anche un singolo (per l'ice climbing l'ideale è essere 1 o 2 alpinisti+guida) e volete fare qualcosa in date a voi più congeniali, contattatemi. 

info@marcellocominetti.com +393477105289 (whatsapp)

Inoltre guardatevi il bel video di Matteo Agreiter dedicato al nostro amico ICARO al posto di fare la consueta festa al Sas Dlacia.

https://youtu.be/nuLtrhNMtJ8 

giovedì 8 ottobre 2020

LA PARETE CHE C'E'

 

Considerazioni a ruota libera su ciò che resta dello Sci Estremo

Chamonix 1987, De Benedetti,
 Vallencant e Boivin

Non credo che le cose succedano per caso. C’è sempre un ordine in ciò che accade anche se indipendente dalla volontà di chi lo mette in atto. E questo vale anche per le persone disordinate.

Pochi giorni dopo avere incontrato una persona a casa di amici, che poi svelerò chi è ma anticipo che si tratta di uno sciatore, mi sono imbattuto in un vecchio filmato di sci estremo girato sul Monte Bianco da Stefano De Benedetti negli anni ’80. Nel 1985 per essere precisi.

Come se non bastasse, ieri l’altro ho ricevuto una email da uno sciatore di Seattle che avevo incontrato in Patagonia nel 2002 in cui mi diceva che aveva scoperto che Stefano De Benedetti, il suo “piccolo superman” preferito, era mio amico, o viceversa, non ricordo, ma non importa. Io e Stefano siamo amici da una vita, quello si.

Stefano De Benedetti 1978

Ho virgolettato il “piccolo superman” perché nel film-documentario Steep, sullo sci libero, di Mark Obenhaus, Stefano De Benedetti viene intervistato e dice candidamente che nei 10 anni in cui ha realizzato un grande numero di prime discese estreme (allora si diceva così) si sentiva proprio come un piccolo Superman al quale tutto era concesso. Non perdetevi il video: https://www.youtube.com/watch?v=kWfmOz44vPU

 Io che in quei 10 anni ho incrociato la mia traccia con la sua un po’ di volte, posso assicurare che è vero che Stefano si sentiva così, ma è anche vero che non era un improvvisato, ma semmai uno scrupolosissimo studioso di pendii innevati. Indubbiamente sapeva fare girare gli sci un po’ ovunque, anche se era meno teatrale dei suoi contemporanei occidentali: Vallencant e Boivin.
Casa sua a Courmayeur, in quegli anni, era un ritrovo di stelle dell’alpinismo, ma anche di gente normale, semplici appassionati che cercavano un letto per dormire una notte o farsi una vacanza a scrocco di più giorni.

Tofana di Mezzo par. ovest.
 Ph. A. Kostner


 La prova è che un pomeriggio piovoso ci trovavamo in diversi buttati tra divani e pavimento a fantasticare su pareti e couloirs mentre Stefano era sceso in paese. Il telefono squillò.

Renato Da Pozzo (noto alpinista sperimentale lecchese) rispose e dall’altro capo della cornetta un tale, che parlava francese, diceva di essere Jean Marc Boivin. Ragazzi!, urlò Renato, qui c’è uno che dice di essere Boivin!
Boivin ai tempi era davvero una star che appariva in ogni tipo di pubblicità, dagli sci ai superalcolici e dalle auto sportive alla sua ditta di attrezzature JMB; uno che, quanto a popolarità e rilevanza tecnica in alpinismo e sci estremo, poteva, in un assurdo quanto impossibile paragone, pisciare letteralmente in testa a molti "astri" odierni. Diciamo che era famoso quanto Messner ma era molto più anticonvenzionale - e quindi più figo.

Renato Da Pozzo.
Ph. F.Mariani

 Trovarsi al telefono con lui sembrava uno scherzo.  Infatti Renato rispose: Essì e je suis Catrine Deneuve, e scoppiamo tutti a ridere con lui nel salotto. Quello dall’altra parte si incazzò da morire e in altra occasione disse a Stefano che aveva degli amici deficienti.

Durante il servizio militare a Courmayeur, Stefano stava girando il suo film: La Parete che non c’è. (Qui il film completo). Proprio il film  di cui parlavo all’inizio e che ho riguardato dopo più di trent’anni. In quel periodo ero da quelle parti anch’io e aiutai un minimo Stefano e il regista Michele Radici tanto da meritarmi il nome nei titoli di coda (sono certo che Stefano lo ha messo più per amicizia che per mio merito reale).

JM Boivin e sua moglie Francoise 1984


Detto ciò, riguardando il film, sono tornato con la mente e il cuore a quegli anni in cui credevamo che l’alpinismo fosse la nostra unica ragione di vita. Anni in cui si sacrificavano con noncuranza relazioni sentimentali e comunque umane d’altro tipo, per dedicarci al mondo delle cime. In breve: quando il sacro fuoco ti ardeva dentro.

Stefano, Via Austriaca, Les Courtes
Nel film c’è una grandissima dose di introspezione da parte di Stefano, che è uno dei due protagonisti assieme a Giorgio Passino, che sicuramente non agiva spinto da motivazioni tanto profonde come quelle del Debe (così a Genova chiamiamo De Benedetti ancora oggi), ma i due si complementavano. Il cittadino intellettuale e tormentato e il montanaro, un dualismo classico della storia dell’alpinismo che ha dato grandi frutti. Stefano che parla di libertà e modi di esprimerla e Giorgio che quasi non si spiega perché di tanti fronzoli mentali e agisce istintivamente. Sicuramente l’origine cittadina di De Benedetti contribuiva ad alimentare un sentimento di libertà agognata che nel montanaro, nato e cresciuto nei grandi spazi, non c’è.

Infatti un pomeriggio dei primi anni ottanta ci trovammo con Stefano seduti su un tronco nei pressi del Gias delle Mosche in Val Gesso nel cuneese dopo, se ben ricordo, aver sciato il Canalone di Lourusa all’Argentera, e lui mi parlava dei libri di Castaneda e non so più come arrivammo a parlare di libertà. Stefano ai miei occhi fantasticava costantemente e,  quando mi disse che se volevo vivere di alpinismo avrei dovuto fare la guida alpina, presi questa sua frase come tutte le altre, ovvero come il pensiero di un artista che basava ogni sua uscita su una fantasia che probabilmente io pure avevo ma non lo sapevo.

Giorgio Passino oggi


Passarono pochi giorni e dopo una via sul Corno Stella con un altro amico genovese, Francesco Leardi, pensai fermamente in un momento che non avrei fatto la vita che mi si prospettava, di quelle con il posto fisso in un’azienda come stava succedendo a tutti i miei amici, ma avrei fatto altro. 

Piz Boè 1988. Ph S.Pansini
La guida alpina? Neanche sapevo bene cosa fosse. Sapevo, perché lo dicevano tutti, che era un mestiere con cui non si campava e questo probabilmente fu l’elemento che più mi intrigava e quindi pochi mesi dopo mi presentai alle selezioni a Bormio e quando le superai senza il minimo problema mi toccò fare il relativo corso e diventare guida alpina sul serio. A quel punto dovevo camparci! E così fu. 

Chissà cos’avrei fatto nella vita se non fosse stato per quel pomeriggio al Gias delle Mosche con Stefano.

Lo sci fuori dalle piste (cioè quello che io chiamo "sci"), si evolse o comunque cambiò nei vent'anni che seguirono i tempi della Parete che non c’è. Il ripido divenne meno ripido, anche se la forza di gravità restò inesorabilmente la stessa, ma c’erano più sciatori che disponendo di maggiori informazioni, scendevano pendii e canali che fino a pochi anni prima erano appannaggio di pochi specialisti. Io lo notavo perché nel frattempo mi ero trasferito nelle Dolomiti e con Andy Kostner ce ne andavamo a ripetere le discese di un certo Heini Holzer e ne facevamo anche qualcuna di sicuramente nuova. Andy è uno sciatore con una sensibilità per la neve come ne ho visti pochi e se avesse voluto avrebbe potuto fare la star al pari di molti nomi noti, ma non era minimamente interessato alla popolarità, tanto che una volta quasi mi sgridò perché avevo ceduto a una rivista una diapositiva con lui che sciava.

Andreas Kostner e me, Sas Pordoi 2007
Ph. A.Pescosta

Nelle Dolomiti c’erano il fassano Tone Valeruz e il gardenese Mauro Bernardi che coltivavano la passione per il ripido, ma l’illuminazione mi giunse quando a Corvara vidi parcheggiata una Toyota Land Cruiser station wagon rosa con una scritta bianca sulla fiancata: Stages Vallençant. Appena vidi entrarvi l’autista mi precipitai da lui: era Fred Bourbousson che assomigliava a Edoardo Bennato, uno dei miei cantautori preferiti dell’epoca e di cui so a memoria ancora oggi tutte le canzoni con chitarra e armonica. A parte questa somiglianza, che è solo un pretesto per parlare di musica, ci fummo simpatici da subito perché ci piaceva sparare cazzate. Io avevo frequentato un po’ l’ambiente di Chamonix in precedenza ma ero giovane e ne sapevo fino a un certo punto, e  quando Fred mi chiese se volevo lavorare con loro perché cercavano qualcuno che conoscesse le Dolomiti, mi si gelò il sangue nelle vene! Nei giorni seguenti, come se niente fosse, mi ritrovai a fare da guida a un gruppo di ottimi sciatori (erano i clienti, specifico) assieme alle guide francesi Bubù (soprannome di Bourbousson) e Eric Decamp.

P.Vallencant 1982

Inserisco qui di seguito un commento sullo sci estremo che ho scritto nel blog di Alessandro Gogna (qui l’articolo completo https://gognablog.sherpa-gate.com/dallo-sci-estremo-allo-sci-ripido/ ) qualche anno fa:

[…]Concordo pure con il fastidio del becerume dammilcinque, sefie, figata, che potremo usare per catalogare (si, proprio catalogare!) quel tipo di sciatore che affronta un pendio ripido come una corsa nel parco. Per semplicità e praticità, costoro possono diventare i… DSF.

Stabilito ciò, non nego che molti DSF mi danno da mangiare perché faccio la guida e quindi li conosco assai, credo che l’estinzione dello sci estremo sia perlopiù dovuta al fatto che a un certo punto ci si è accorti che tanti pendii potevano essere sciati con neve fredda anziché primaverile.
Premetto che io i DFS cerco sempre di redimerli, spiegargli qualcosa anche quando vogliono correre alla successiva scarica adrenalinica da postare nel mare di merda del web e cose così.

Val Badia, con il mio sfavillante completo Degré7
con un più sobriamente vestito Enrico Baccanti

I rischi ci sono sempre. Con neve trasformata (qui a oriente si chiama Firn) sciare risulta più facile perché il manto non cede e curvare assomiglia al farlo su una pista ben battuta. In caso di caduta le possibilità di arresto anche su pendenze di 35° sono molto remote, figuriamoci oltre.

Su nevi fredde, polverose e/o comunque dal manto cedevole (lo sci risulta spesso muoversi all’interno del manto nevoso, ricoperto da quest’ultimo), curvare risulta più faticoso ed esige maggiore tecnica, ma in caso di caduta arrestarsi è più probabile.

Con il completo Degre7

Il rischio di valanga è certamente maggiore, anche se di solito (sottolineo “di solito” cioè escludendo il “sempre”) oltre i 45° la neve si accumula al suolo in misura minore rispetto a pendenze inferiori e il pendio “scarica” durante la nevicata stessa. E’ pura teoria, perché la valutazione va fatta al momento, ovviamente, ma volevo così arrivare a chiederci quale situazione risulta più rischiosa?

G.Erlacher e A.Kostner, Sassongher 1986
E’ anche vero che gli sci sciancrati di oggi facilitano la curva su nevi cedevoli ma sul ripido con neve dura (quella che si cercava nello sci estremo perché si saliva pure a piedi coi ramponi aspettando poi che mollasse quel tantino da poterci sciare più agevolmente), quando toccano solo in punta e in coda lasciando sotto al piede un vuoto preoccupante, fanno paura e si sente immediatamente il bisogno di volere appoggiare quella parte di sci a qualcosa. Per questo anche si ricerca la neve più fredda e cedevole. Sto andando a ruota libera, lo so.


Nelle Dolomiti, dove i couloirs ripidi abbondano, ci sono discese di pendenza compresa tra i 50° e i quasi 60° che non appena nevica vengono scesi da frotte di DSF e raramente ci sono incidenti. Ma ogni tanto ci sono. Come quello di un’amica maestra di sci che precipitò dal canale Joèl al Pordoi (per fortuna senza accopparsi) pensando che fosse come una pista nera (!), mentre suddetto canale è rivolto a sud e presenta spesso condizioni di neve tutt’altro che facili, con tratti ghiacciati dovuti ad un andamento sinuoso… Ebbene, vista la facile raggiungibilità favorita da una funivia e 10 min. a piedi (non servono neppure le pelli), questo canale a volte è affollatissimo e se cadi è facile morire, ma tant’è.

Corvara 1984 Monosci & giacca da Cowboy al traino
di motoslitta pilotata da A.Kostner. Ph.B.Sparer

A nord dello stesso meraviglioso Sass Pordoi troviamo il celeberrimo canale Holzer che ha raggiungibilità ancor più comoda. Una paretina mista di rocce e ghiaccio di cascata obbliga a una calata a metà canale-spit in loco-. Raramente la neve ricopre questo salto in modo da poterlo sciare, ma ogni tanto accade. Negli anni ’80 ricordo che veniva sceso da pochi “assi” locali come Mauro Bernardi, Tone Valeruz, Bruno Pederiva, Tita Weiss, Hermann Comploi e A.K (poi vi dirò quasi chi è), mentre oggi devi stare attento a non scontrarti mentre curvi con DSF vari, guide con clienti, e pistaioli che hanno sbagliato strada credendo che il Dolomiti Superski ricopra ogni luogo innevato delle Dolomiti, appunto. Incidenti? Pochissimi se si considera l’affollamento. Neve spesso polverosa e a gobbe dopo le 11! Pendenza fino a 50°.

Tanto per “tirare un po’ d’acqua” a oriente (anche se posso vantare nel mio palmarés varie discese del Lourusa, Nord del Monviso, Monte Granero, Enchastraie, Tour Ronde nord e Gervasutti, Aig. du Midi, Pubelle, Les Courtes n-e, alcune delle quali con l’allora mio mentore e soprattutto amico Stefano De Benedetti, lo dico per sentirmi anch’io un  po’ occidentale, che caspiterina), vi dirò che negli anni 70-80 c’era un ragazzo di Corvara di nome A.K che ripeteva subito le discese di Holzer aggiungendocene qualcuna di sua. La sua riluttanza per la popolarità mi impedisce di citarne il nome completo ma sono orgoglioso di averci sciato assieme moltissimo e di avere imparato da lui tante cose. Oggi, alla soglia dei 60 anni -siamo coetanei- mi chiede se ogni tanto gli faccio da guida, io accetto ovviamente e rido. La discesa la sceglie sempre lui e non di rado si tratta ancora di una prima. La studia in elicottero perché è anche un provetto pilota. Mi dice di portare la corda e qualche chiodo che poi non usiamo mai e… va avanti sempre lui e io lo seguo come un cane. Ci divertiamo anche quando rischiamo quasi di ammazzarci. Indimenticabile una discesa dal Piz Boè con A.K e De Benedetti primi anni ’80. Ero stupidamente fiero di aver congiunto anche se per poco l’occidente con le Dolomiti, come un Carlo Magno sciante de noiantri. E mi perdoni il Prof. Daidola.

Telemark anni '80 in Val Badia. Ph. L.Kostner

Negli anni ’80 lavorai un po’ per gli Stage Vallençant accompagnando nelle Dolomiti dei loro clienti con anche qualche loro guida. Un giorno con Frederick Bourbousson detto Bubù e Eric Decamp guidammo 9 sciatori (dei DSF in erba ma bravi) giù dal canale Nord di Forcella Staunies al Cristallo con una neve crostosa che ci sarebbe voluta una motosega per aprirci un varco. Confesso che mi cagai sotto dalla paura che qualcuno ci volasse giù ma sembravano tutti tranquilli e la discesa risultò persino una bella gita. Il giorno prima eravamo saliti e scesi dal Sassongher per fare la Val Scura con gli stessi clienti e gli scarponi da pista ai piedi (avete presente le suole di plastica?!) e fu lì che mi convinsi, da giovane aspirante guida, che qualcosa stava cambiando.

Io avevo ai piedi i S.Marco Condor 101 che il buon Crovella vedo che sfoggia pure lui con anche gli ottimi Dynastar Vertical. Che ricordi!

Telemark anni '80 in Val Badia. Ph. L.Kostner

Lo stesso tipo di discese con Stefano qualche stagione prima le affrontavamo con religiosità e poco dopo, grazie a quei francesi scavezzacollo vestiti di rosa-viola e giallo, sembrava che tutto fosse cambiato e sdoganato. Fu un flash (per dirla in slang argentino) e da allora ho guidato decine di cercatori di ripido, ma anche se potrebbe sembrare il contrario, mi sono sempre mosso coi piedi di piombo rischiando solo il giusto e mai oltre. Sarà pure andata di culo, lo ammetto, ma per fare la guida sul ripido oggi la cosa più difficile è scoraggiare dei DSF dal voler fare certe cose ridimensionandoli a più miti pendenze e condizioni. Infatti, la guida serve a questo.

Forse ho fatto un po’ di casino (non sono un “ricercatore” alla Crovella anche se per quel tipo di personaggi ho sempre avuto grande ammirazione), ma concludo con un aneddoto che sembrerà superficiale solo a chi non saprà leggere oltre.

Stefano De Benedetti, Milano 2018
Visto che i francesi che venivano in Dolomiti sfoggiavano le prime giacche Degré7 e Francital molto variopinte, al Cristallo quella volta mi presentai con una giacca da cowboy con tanto di frange in pelle. I Dynastar Omeglass da 203 cm già li avevo. Per la stagione successiva dotarono pure  me di un completo Degré7 dai colori impronunciabili, che oggi i miei figli si contendono il giorno del Vintage Party sulle piste intorno a casa!


Crovella non inorridire ma: It’s only rock and roll, but I like it.

Detto ciò, poche settimane fa ho incontrato a Gressoney a casa di Andrea Gallo,  Luca Rolli (è lui lo sciatore di cui scrivevo all’inizio)

Rolli, Civra, Capozzi, Herry dopo la Blanche

e gli ho fatto subito i complimenti per avere fatto la prima ripetizione della Parete che non c’è dopo 29 anni.  Va detto che era con Francesco Civra, Davide Capozzi e Julien Herry, questi ultimi due in snowboard. E comunque per fare questa discesa hanno aspettato le condizioni buone per molto tempo. Non credo che si possa sciare la est della Blanche con la neve polverosa fonda senza rischiare la pelle molto più di quello che già si rischia. Potrei sicuramente sbagliarmi in questa mia affermazione ma ognuno è libero di rischiare quanto desidera, per fortuna.
Siccome, quando ci siamo visti con Luca, eravamo nella valle del Monte Rosa mi ha anche detto che pensa che ci siano ancora delle linee nuove da sciare e gli piacerebbe passare lì del tempo per farne qualcuna. 

Segno che la Parete c’è!

Luca Rolli



Da vedere, anche: il docu-Film La Parete dei Sogni che mette a confronto la discesa dall’Aiguille Blanche (parete Est) del 1984 di De Benedetti, con quella del 2013 di Rolli, Civra, Capozzi e Herry.