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mercoledì 27 maggio 2026

TORNO SUBITO!

 


Ultimo giorno di Marzo del 1997. Sono reduce da un’infilata di gite sci alpinistiche e fuoripista che, favorite dall’ottimo innevamento e dalle sicure condizioni della neve, si sono protratte per almeno 25 giorni consecutivi. Sono molto soddisfatto e appagato. Mi succede sempre quando un apparente sfinimento si fa strada in chi pensa essere così, ma in realtà fino a una certa età, più salivo e scendevo montagne e meglio mi sentivo. Un po’ lo è anche adesso.
Oggi però sono contento di non avere messo la sveglia e di essere a casa senza programmi particolari. Semmai penso di andare a fare una corsetta serale, visto che le giornate sono già abbastanza lunghe, ma per ora mi gusto lentamente la colazione e guardando i pochi sciatori che sfrecciano sulla pista  incorniciati dalla grande vetrata del pianterreno della casa in cui vivo a Corvara.
Saranno state le 10 del mattino quando squilla il telefono e rispondo. Fatte le dovute presentazioni un tale mi chiede se fossi disponibile a fare una gita sciistica fuoripista per festeggiare il compleanno della figlia 25enne con fidanzato e altra figlia minore. Tutti ottimi sciatori! Ci hanno detto che la Val Setus è una discesa bellissima e ci piacerebbe fare quella.
-E quando sarebbe da fare questa gita? Rispondo.
-Se a lei va bene potremo vederci tra 10 minuti alla scuola di sci.
-Tra 10 minuti? Ma è tardi, non vi conosco come sciatori e comunque serve l’attrezzatura da scialpinismo perché bisogna andare con le pelli di foca per almeno un’ora e mezza dopo avere raggiunto con gli impianti la cima del Sass Pordoi.
-Ah, ma non si va in elicottero? Noi pensavamo di fare così perché ci hanno detto in albergo che si fa così.

Corvara 1997, con degli amici davanti allo
 stesso elicottero utilizzato quel giorno.
Io sono quello tutto a destra, il pilota non c'era.


Avrei dovuto insospettirmi di tanta mala informazione ma invece feci l’errore di calarmi immediatamente nei panni del professionista e stetti quindi al gioco. Feci male.
Ho praticato l’heliski diverse volte senza mai entusiasmarmi più di tanto perché non mi sono mai trovato a mio agio con le persone che lo esaltano (e si esaltano a loro volta), inoltre ho sempre sostenuto che nelle Dolomiti ci sono così tante possibilità di sciare fuoripista utilizzando gli impianti che l’elicottero mi è sempre sembrato un mezzo inutile e cafone per andare in montagna. In fondo sono un alpinista e l’etica per me ha una certa importanza. Ho svolto svariati lavori aerei con l’elicottero, incluso il soccorso, e devo dire che sto meglio con i piedi per terra, pur capendo quanto questo incredibile mezzo volante possa affascinare molte persone. Poi conosco molti piloti che considero delle persone prima di tutto animate da grande passione e dalle capacità enormi, se penso a quanto è complicato e rischioso volare in montagna.
Non mi ero formato ancora un’ideologia ferrea che esclude l’elicottero nella mia attività professionale e personale con gli sci come è successo poco dopo, ma quel giorno, ho semplicemente visto una giornata di lavoro “facile”, che sarebbe durata poco rendendo molto. Non lo dico per avidità ma quando vivi del mestiere di guida sai perfettamente che le occasioni di lavoro non vanno sprecate perché ci sono anche lunghi periodi in cui non ti chiama nessuno e le bollette e il resto, invece vanno pagati tutto l’anno.
In seguito, raggiunta una certa maturità professionale, anagrafica e una maggiore stabilità economica mi sono permesso di rinunciare (dal 2020) totalmente a lavorare utilizzando gli impianti di risalita, decapitando il mio volume d’affari con gli sci di almeno l’80% in meno. Vado solo con le pelli di foca e d’inverno cerco di scalare sul ghiaccio più che posso, per lavoro e per diletto, perché mi piace così. Non disdegno mai una bella gita sci alpinistica con gli amici o in famiglia e spesso vado con giovani appassionati cercando di metterli in guardia sui rischi che questa meravigliosa attività comporta. Alcuni di loro sono divenuti guide alpine, quindi oggi siamo colleghi.

Jumbo-jet, Vallunga


Il mondo chiassoso, consumista e oggi altamente cafone delle piste da sci non mi piace più, anche se rappresenta una grande e sicura fonte di reddito per molti professionisti della neve di cui ho il massimo rispetto, anzi, visto il sacrificio morale che per me rappresenta, ne ho grande ammirazione. Io non ce la farei più e il solo ronzio delle funivie mi infastidisce quanto la loro visione, senza parlare degli sciatori odierni chiusi orgogliosamente dentro le loro costose armature, caschi e mascherine a specchio che per me rappresentano l’opposto della libertà che può dare una sciata. Contenti loro…
Tornando a quel giorno soleggiato di primavera di ormai tanti anni fa, ricordo di avere vergognosamente accettato e di avere detto a mia moglie che sarei rientrato per l’ora di pranzo perché di fare festa con degli sconosciuti, che mi avrebbero certamente invitato nel loro pluristellato hotel, non ne avevo nessuna voglia.
Chiamai Paolo, il pilota dell’elicottero che stazionava poco distante da casa mia che mi disse che doveva volare a Trento a fare la manutenzione del suo velivolo ma aggiunse che se fossimo stati puntuali pochi minuti dopo ci avrebbe lasciati nei pressi del rifugio Cavazza al Pisciadù a 2585m di altitudine nel cuore del versante settentrionale del Sella, da dove la Val Setus si origina.
Non mi è mai piaciuto fare le cose di fretta ma i miei clienti erano stressati abbastanza per farsele andare bene, cosicché pochi minuti dopo già scendevano dalla loro elegante macchinona che li depositava nei pressi della piazzola di atterraggio bardati di tutto punto ma assolutamente non attrezzati per quello che stavamo andando a fare. Una rapida occhiata ai loro movimenti e subito capii chi era in grado di fare quella gita e chi no. A parte il ragazzo della bella figlia dai lunghi capelli biondi e dalle gambe pure loro lunghe, che aveva una figura atletica, gli altri erano assolutamente dotati di quella goffaggine a cui molti si credono di sopperire con il portafogli. La mia giornata si prospettava come meno facile del previsto. Ribadisco che la mia previsione iniziale era sbagliata, quindi dovevo rimediare improvvisando; situazione in cui di solito riesco a dare il meglio di me. Come dice una mia amica, bionda pure lei: bisogna ballare come suona la musica!



Senza pensarci troppo buttai nello zaino, prendendolo all’ultimo momento dal bagagliaio dell’auto,  un cordino da 7mm di diametro lungo 15 metri, convinto che non sarebbe servito. Sbagliai anche questa previsione.
Ma veniamo all’itinerario. La Val Setus è un profondo canalone che si insinua tra alte pareti rocciose decisamente spettacolari e impressionanti. Ha fama di essere una discesa impegnativa anche se non estrema la sua esposizione è a nord. E’ parallela alla più famosa Val Mesdì che risulta molto più percorsa perché è più facile e più facilmente raggiungibile. L’inclinazione che raggiunge sfiora i 45 gradi e il punto più stretto tra le rocce misura all’incirca 5metri di larghezza, elemento che fa si che la sua visione in quel punto la faccia sembrare molto più ripida a occhi poco esperti.
Il sibilo della turbina dell’Ecureil pose fine a convenevoli e preparativi. Caricati gli sci nel cesto laterale dell’elicottero entrai per ultimo sedendomi sul sedile posteriore in modo da poter chiudere la porta scorrevole. Indossata la cuffia auricolare dissi a Paolo che era tutto a posto. Una vibrazione più intensa conseguente all’azione del comando ciclico fece come di consueto aumentare repentinamente la portanza del rotore principale già in movimento e in un attimo quella macchina infernale si sollevò, con forza cieca di baleno, da terra con tutti noi al suo interno. Abbassando il muso come un toro infuriato l’elicottero prendeva quota molto velocemente grazie alla sua grande potenza e il parabrezza si riempiva così di una visione mistica che conteneva una miriade di torri di roccia vertiginose di ogni foggia e dimensione. La festeggiata sedeva sul sedile anteriore a sinistra del pilota. Tutti gli occupanti, tranne me e Paolo, non erano mai saliti su un elicottero e, dopo una prima profonda deglutizione di saliva restarono a bocca asciutta manifestandolo con ululati di gioia e mugolii vari colmi di piacere e terrore. Chiesi a Paolo di mostrarmi dalla mia parte l’itinerario per verificarne le condizioni e notai che la superficie della neve era ancora ghiacciata dal gelo notturno. L’ora tarda avrebbe presto reso quella superficie più morbida e adatta a una sciata non troppo difficile, ma la mia serenità doveva essere minacciata da un evento naturale banale quanto pericoloso, anche perché si andava a sommare ad altri eventi negativi che avrei scoperto di lì a poco. Un po’ me lo sentivo ma insistetti.

1982 durante il corso di aspirante guida alpina


In un candido turbinio la macchina volante ci depositò nel luogo previsto affondando parecchio nella neve la cui crosta ghiacciata aveva ceduto sotto al notevole peso perché ai pattini dell’elicottero erano state già tolte le piastre che aumentano la base d’appoggio del pattino sulla neve. Poco male, ma adesso dovevo fare capire ai miei clienti che lo spazio sopra le nostre teste in verticale non era poi molto e che dovevano quasi strisciare sulla neve se non volevano restare decapitati dal rotore. Il problema è che il rotore mentre gira non si vede bene e le mie parole urlate, visto il vento e il rumore, suonavano come bugie. Quindi presi uno per uno quei poveracci per la giacca come si prende un gatto per la collottola comprimendoli al terreno, scaricai gli sci, chiusi la porta e feci il cenno di assenso al decollo a Paolo che se ne andò a farsi i fatti suoi.
Silenzio, aria fresca ma non troppo, allegria da turista un po’ intontito unita a un’euforia per me preoccupante, imbevevano l’atmosfera. D’altronde cose dovevano fare quelli? Erano felici ed eccitati dal compleanno, dalla bellezza del posto e dal volo in elicottero. C’era la guida. Cosa mai poteva succedere loro?
Il banale evento naturale di cui prima era una semplice nuvola bianchissima a cui ne seguirono altre come richiamate da un flauto magico suonato dal diavolo in persona come nell’apprendista stregone di Dukas. Questo perché schermando il sole, le nuvole non favorivano la fusione dello strato superficiale della neve che ci aspettava ghiacciata nel ripido canalone sotto di noi.
Tra lo stupore, la felicità e l’esaltazione dei clienti estrassi dallo zaino un cacciavite e iniziai a stringere la durezza di sgancio degli attacchi da pista in plastica di quegli sciagurati. Il padre mi disse che così in caso di caduta non si sarebbero staccati e loro si sarebbero potuti rompere le gambe. Risposi che in caso di caduta, con o senza gli sci ai piedi, nella prima parte della valle che avremmo sceso, una gamba rotta o anche entrambe sarebbero state una benedizione perché l’alternativa a questo inconveniente era quella di finire in pezzettini rimbalzando sulle rocce taglienti che spuntano qua e là.
Guiding


Questo non ve l’ha detto chi vi ha suggerito questa favolosa discesa fuoripista, chiesi.
Ci fu un momento di silenzio dovuto al panico ma io minimizzai. Volevo andare a casa ma dovevo fare per bene il mio dovere. Nel mentre pensavo che non avrei potuto proporre a quelli di richiamare l’elicottero per portarli giù in paese, perché Paolo sarebbe già stato a Trento e di certo non volevo chiamare il soccorso per un po’ di fifa.
Quando inziammo a muoverci sci ai piedi in direzione dell’imbocco della discesa le mie teorie sulla loro abilità sciatoria ebbero la conferma che già mi aspettavo. Erano dei pistaioli della domenica di quelli che “scendono tutte le piste”. Ok, le scendono perché la forza di gravità risucchia ogni cosa verso il basso, ma qui non ci sono reti e materassi in caso di errore. Avevo già capito che per pranzo non sarei arrivato a casa.
La neve non mollava e non avrei voluto entrare nel canalino di partenza sciando con quegli sventurati sul ghiaccio! Quindi dovremmo aspettare ancora con assoluto disappunto del padre che diceva che dovevano arrivare in tempo da Mimì e Cicì per festeggiare con loro sulla terrazza dell’hotel. Insomma, non capivano che non eravamo su una pista “nera” ma all’imbocco di quella che per loro era una discesa estrema e che per me sarebbe stata l’inizio di un’odissea dall’esito catastrofico, non perché pensavo che qualcuno sarebbe precipitato, ma perché la mia “giornata facile” non sarebbe stata tale. Dal lato tecnico e di sicurezza ero tranquillo ma avevo preso la corda sbagliata. Avrei dovuto prendere il cordino di kevlar da 6mm di diametro lungo 100m perché avremo fatto prima.

Quando la neve mi parve un po’ più cedevole ma non troppo mi misi vicino il padre facendo seguire gli altri in ordine di supposta abilità crescente e partimmo derapando sul firn.
Non volava una mosca dalla tensione.

Lanciai il capo della corda al fidanzato della festeggiata e gli dissi di legarselo in vita col nodo che conosceva. Lo fece.
Gli dissi di sciare come meglio poteva fino alla fine della corda. Lo fece.
Gli altri avrebbero usato la corda come corrimano fino a raggiungere il ragazzo. Nessuno disse una parola e percorremmo così, a tiri di corda, tutta la parte più ripida della valle. Io, quando il ragazzo era 15m più in basso piantavo la coda di uno sci, levandomelo, nella neve fino alla talloniera costruendo così un ancoraggio che avrebbe retto tutti. Poi scendevo sciando con la corda in mano in leggera tensione facendola su in spire e raggiunta la sorella della festeggiata ripetevamo l’operazione. Mi dicevano che avevano male alla gamba destra, perché sempre su quella poggiavano il loro peso in quanto fare una curva per loro significava morire di sicuro o finire in ospedale restandoci parecchio tempo. La festeggiata a un certo punto disse: che razza di compleanno…
Resterà indimenticabile, aggiunsi sogghignando e cercando di sdrammatizzare.
Intanto perdevamo rocambolescamente quota mentre il pomeriggio, tra una cosa e l’altra si riempiva di mezz’ore intense.
Giunti dove la pendenza in caso di caduta non sarebbe stata più pericolosa, misi via la corda e dissi a quelli, ormai sfiniti, di sciare come meglio potevano. Cercai come sempre di dargli qualche indicazione utile a rendere più efficiente la loro sciata ma ormai era come cercare di rianimare un morto.
Calata la tensione un minimo di divertimento e di emozione per essere in un posto tanto suggestivo prendeva piano piano posto nelle loro anime e pure nella mia. Tornarono i sorrisi ma la poca prestanza fisica della truppa assieme a una tecnica sciistica da discarica di rifiuti non ci aiutavano più di tanto nel raggiungere la sottostante pista battuta, che però alla fine arrivò. Ebbi l’impressione che ci fosse venuta lei incontro tanto era prolungata la nostra immobilità. Quando li vidi sciare sulla pista mi dissi come avevo potuto portarli lassù, e soprattutto giù, per un itinerario per loro tanto proibitivo, ma ormai era fatta.
Giunti in paese a impianti già chiusi da un pezzo incontrammo un’atmosfera da striscione del traguardo smontato, o da sedie sdraio sulla spiaggia già messe in magazzino. Mestamente ci avvicinammo alle nostre rispettive automobili e io me ne andai per primo. Li lasciai a picchiarsi con i loro scarponi e i moon boot nel fango del parcheggio.
Parlando con il proprietario del loro hotel qualche giorno dopo mi disse che gli amici che gi avevano consigliato la Val Setus erano dei ricchi bolzanini scatenati che passavano l’inverno a sciare fuoripista dal Canada all’Alaska e al Caucaso. Capii tante cose che però già avevo intuito dall’inizio di quella giornata e non avevo voluto però stupidamente ascoltare.

Arrivato a casa imbracciai la chitarra mentre mia moglie mi chiedeva com’era andata e io mi sprofondavo nel divano suonando, accompagnandomi con un fischio, la colonna sonora del film Per un Pugno di Dollari di Morricone. Poco dopo cenammo e alla fine mi mangiai dei cantucci pucciati nel Porto, come da foto.




lunedì 8 giugno 2020

LA NOTTE DEGLI INCAPPUCCIATI E ALTRE INSONNI


Sandro aveva da poco comprato una Fiat Uno Turbo e tutto ci sembrava più vicino, così decidemmo di trascorrere un finesettimana intenso a Chamonix partendo da Genova. Da qualche anno mi ero trasferito a vivere a Corvara nelle Dolomiti dove facevo la guida alpina, ma nelle mezze stagioni non rinunciavo a rivedere i vecchi amici genovesi di sempre con cui, oltre ad arrampicare, sciare e cantare, mi divertivo come non mi riusciva di farlo con i nuovi che mi ero fatto dove vivevo. Dove vivo tutt’ora ho diversi amici che stimo e con cui vado d’accordo ma quello che mi è sempre mancato con loro è quel senso pesante dell’ironia che invece posso esercitare con i miei ormai vecchi amici del luogo dove sono nato e, in parte, cresciuto.
Les Arcs anni '80

Tra di noi non ci sono riguardi. Possiamo essere capaci di maltrattamenti morali reciproci che ad altri possono risultare insopportabili e insostenibili. Posso dire vaffanculo brutto figlio di troia al mio migliore amico certo di non offenderlo perché uso un tono affettuoso che significa che gli voglio bene e lui lo sa. Mentre dove vivo ogni parola ha un solo significato, con i miei vecchi amici possiamo giocare, ancora oggi, ad attribuirgliene di diversi e la cosa ci fa sentire più liberi di manifestarci senza filtri.
Praticare il turpiloquio per curare chi si prende troppo sul serio è attività sana come una nuotata nel mare calmo al mattino presto.

Sandro Pansini, Nord dell'Eiger 1984

L’equipaggio era composto, oltre Sandro e me, da Skeno, Miagia e Franco detto il Tranviere. Cinque paia di sci sul tetto e attrezzatura per fare fronte a ogni terreno dalla falesia all’alta montagna nel bagagliaio. Dentro la Uno in cinque non stavamo affatto scomodi e il bagagliaio conteneva tranquillamente i nostri cinque zaini e tutto il vettovagliamento. L’unica mia preoccupazione erano gli sci sul tetto. La macchina andava talmente forte che avevo paura che si staccassero dal porta-sci e finissero nel parabrezza delle auto che seguivano in autostrada trafiggendo al petto ignare famiglie che manco si rendevano conto del rischio che correvano. Infatti non ho mai portato gli sci sul tetto in autostrada perché questo pensiero mi ha sempre inquietato, ma stavolta non eravamo con la
mia auto e quindi mi dovevo adattare.
da Il granito del Monte Bianco di
 M.Piola, ed. Melograno

La partenza era stata ovviamente antelucana e avevamo percorso il tunnel del Monte Bianco che fuori era ancora buio. Il viaggio mi sembrava fosse durato pochissimo. Sarà stato per i discorsi ininterrotti, ma sicuramente era anche dovuto alla velocità con cui quella macchina infernale riusciva a farci viaggiare. Parlavamo di donne più che di montagne.
Colazione con fornello per terra nel parcheggio della funivia per l’Aiguille du Midi ancora chiusa e poi in coda tra biglietteria e ingresso in cabina, schiacciati tra gli sciatori. Anche noi eravamo sciatori, a parte Skeno che aveva messo gli sci solo qualche ora nella sua vita, ma tali non ci sentivamo perché nei nostri zaini c’era l’attrezzatura per scalare la Via Super-Dupont da poco aperta dai soliti noti: Piola e Steiner, e dalla fama di essere una via molto bella e piuttosto impegnativa.
Merita raccontare una mia precedente campagna scalatoria sull’Aiguille du Midi in compagnia di altri amici genovesi risalente a un paio di anni prima. Costoro erano Luca Biondi detto Blond e Martino Lang.
Luca Biondi e Martino Lang oggi

Martino era tra di noi il più aggiornato su cosa succedeva sulle Alpi e nelle neonate falesie di tutto il mondo. Sfogliava decine di riviste in ogni lingua e, nonostante non ne conoscesse una, capiva sempre cosa voleva capire e ce lo raccontava condito dalla sua verve dissacratoria e poco convincente, ma tant’é...
Il viaggio da Genova l’avevamo iniziato in treno e proseguito in autobus e autostop da Entreves. A Chamonix, Martino, che lì si muoveva come un consumato habitué, ci aveva detto di metterci in coda alla funivia mentre lui avrebbe procurato qualcosa da mangiare. Lo vedemmo arrivare con un grande sacchetto di carta pieno di croissant e pan au chocolat e un cartone di lattine di cocacola che secondo lui ci avrebbero assicurato le calorie necessarie per i due giorni da trascorrere ai 3800 della cima dove avremmo alloggiato a scrocco in un tunnel segreto nella stazione della funivia, che gli aveva svelato Giancarlo Grassi con cui ogni tanto andava in montagna. L’obiettivo era ripetere subito dopo Pedrini e Ballerini la via, sempre di Piola e Steiner: Monsieur de Mesmaeker, la più dura del massiccio e soprattutto la prima a spit, ai tempi una novità che aveva sconvolto l’ambiente alpinistico mondiale. Grazie a Martino noi in qualche modo c’eravamo e avremmo lottato per salirla nel migliore degli stili.
All’uscita della funivia nella calca estiva tra turisti nipponici in camicia e alpinisti di vario genere, tra cui noi in pantaloni di tela bianca a zampa d’elefante, fascia legata intorno ai capelli e felpa in cotone, una guida alpina dalle rughe sapienti, ci aveva detto che la via era “mouillé” e che ci conveniva farne un’altra. Martino, che era il nostro amico poliglotta aveva annuito con disinvoltura tale da non farci chiedere cosa avesse voluto dirci e ci dirigemmo scivolando sul culo alla base della parete superando decine di alpinisti che ci guardavano male, compresa la guida che, legata al suo cliente, avrebbe sicuramente preferito lasciarsi scivolare come noi anziché restare lentamente incolonnata. Martino per l’occasione aveva indossato l’orecchino di coda di pavone rosa e, sorvolando sulle peripezie tecniche lungo la via che lui voleva salire da primo ma non aveva fatto i conti con Luca e me che ambivamo alla stessa cosa, dico solo che quel giorno nacquero delle frasi che ancora oggi sono di uso comune nel nostro gergo.
Cito tra le molte: “dammi corda quando scatto” e “per la libera ci vuole il suo tempo”, espressioni tecnico-filosofiche scaturite istintivamente da situazioni contingenti indimenticabili, come indimenticabile fu la notte che ci aspettava. L’idea era quella di fare un’altra via il giorno seguente ma sottostimammo alcuni dettagli.
Raggiunto il tunnel di uscita della stazione della funivia recuperammo a piccozzate i croissant e le lattine di cocacola che avevamo seppellito nella neve. Ovviamente erano un blocco di ghiaccio, impossibile quindi mangiare e bere.
Uno dei particolari che determinarono la qualità del nostro bivacco fu il fatto che la porta di ingresso nella stazione era solidamente chiusa dall’interno e a nulla valsero il nostro bussare e urlare per farci aprire. Ci accovacciammo nei sacchi piuma distesi sulle corde e gli zaini mettendo dentro con noi anche le lattine e i croissant che non ne volevano sapere di sciogliersi per farsi ingerire, fame e sete non ci mancavano di certo.
Dopo qualche ora passata a fumare (io no perché non fumo) e a insultare i francesi della funivia che non ci avevano aperto, una lattina sembrava essersi riscaldata quel tanto che consentisse di berne il contenuto. Tirata la linguetta, Martino se la ficco in bocca mentre una schiuma marrone aveva iniziato a zampillare violentemente. Il risultato fu che si gonfiò come un pallone di liquido gelato a stomaco vuoto e si beccò una congestione immediata. Riverso sulla neve colorata dalle pisciate e dalla cocacola diceva che sarebbe morto e ci comunicava così le sue ultime volontà. Vista l’urgenza di un soccorso Luca e il sottoscritto iniziammo a battere violentemente il portello di fredda lamiera che ci teneva chiusi fuori gridando anche AIUTO e fu così che ci aprirono. Martino era in condizioni pietose e ci fecero quindi entrare facendoci accomodare in una stanzetta riscaldata dove ci sembrò di rinascere.
In poco tempo la temperatura aumentò e potemmo mangiare e bere. Martino smise di vomitare bile e si addormentò. La temperatura saliva sempre più e iniziammo a spogliarci. Di stare dentro ai sacchi piuma non se ne parlava. Martino giaceva esanime, chissà se respirava. Mancava l’aria e quella poca che c’era era bollente. I muri scottavano e forse soffrivamo anche di mal di montagna perché la testa ci scoppiava.
Sono sempre stato sensibile all’inquinamento elettromagnetico e lì dentro, secondo me, ce n’era anche troppo. Uscito fuori, l’escursione termica a cui fui sottoposto era di almeno 46 gradi centigradi, mi sentivo mancare mentre notavo nel locale adiacente dei trasformatori enormi che ronzavano come calabroni. Infatti sulla cima dell’Aiguille du Midi c’è una gigantesca antenna collegata a mille macchinari che si trovavano proprio dove stavamo anche noi. Del personale della funivia nessuna traccia. Sicuramente avevano una stanza schermata dalle radiazioni che noi stavamo assorbendo alla grande nella notte che ancora ci riservava un bel po’ di ore di insonnia garantita. Pensammo che Martino fosse morto ma in verità pensavamo a salvare noi sopravvissuti al gelo e ai campi magnetici. In qualche modo guadagnammo l’alba e poi finalmente  l’ora di riapertura della funivia. Scesi in paese dedicammo la giornata intera a ritornare a Genova in autostop. Abbandonai Luca e Martino che avevano i capelli troppo lunghi per essere caricati su uno dei camion che attraversavano il tunnel. Separati il viaggio ci fu più rapido. Ci rincontrammo a Finale la settimana seguente.
Ai Grand Montets anni '80

Tornando a noi cinque di prima, devo citare che in un autogrill avevamo comprato una specie di plum cake dalla rara pesantezza (altro che piuma) che ci saremmo portati sulla via per avere calorie con relativamente poco peso. Lo denominammo “il gatto” per via della sua forma.
 Presto fummo all’inizio della via che salimmo senza problemi fino a quando Skeno cadde su una cengia piegato in due dal mal di pancia e di testa. Gli demmo da bere e lo costringemmo a mangiare un pezzo del “gatto” per tirarsi su. Non aveva appetito ma io glielo infilavo a forza in bocca mentre Miagia gliela teneva  aperta contando sul fatto che non riusciva a opporsi date le sue condizioni fisiche.
Skeno riusciva solo a dire “no, gatto non ne voglio” che noi zac gliene infilavamo in bocca un bel pezzettone. A un certo punto si lamentò di sentire puzza di merda e cercò di vomitare. In effetti poco prima avevo defecato su un terrazzino facendomi il bidet con della neve ma, evidentemente nelle mie dita era rimasto un po’ del noto profumo e con quelle maneggiavo il “gatto” davanti al suo naso, cosa che non lo aiutava a farsi passare la nausea probabilmente dovuta all’altitudine. Abbandonammo Skeno sulla cengia con un pezzo di gatto e dell’acqua, e proseguimmo la via che, tranne un voletto su un micronut di Miagia, si svolse senza problemi divertendoci. Dalla cima ci calammo raggiungendo Skeno che si era ripreso un po’ e scendemmo insieme alla base dove ci aspettavano gli sci.
Come avevo accennato prima Skeno non era molto abile sugli sci e non stava neppure bene, ma dovevamo percorrere la Mer de Glace per raggiungere il fondovalle, quindi lo infilammo negli attacchi e gli dicemmo di seguirci e che la discesa era facile. Dalla forzata posizione a similspazzaneve in cui si mise si capiva che faceva uno sforzo enorme anche da fermo, figuriamoci muovendosi tra i cumuli di neve tritata dagli sciatori e rigelata dal freddo della sera!

Skeno sembrava una statua, tanto i suoi movimenti sciatorii erano assenti ma non cadeva se non di rado, grazie comunque alle sue doti atletiche e a una testa dura più del normale. La discesa si protrasse fino a una cert’ora anche perché la risalita al Montenvers e la seguente discesa ripidissima lungo uno scivolo di valanga ci presero tempo. Era buio quando raggiungemmo il parking della funivia. Ci buttammo in macchina e guidammo fino a un boschetto dove volevamo sistemarci  per la notte. Fatti pochi km su una sterrata incontrammo un grosso tronco che la sbarrava. Scesi dalla macchina e lasciando la portiera aperta mi arrampicai sul tronco per scavalcarlo incamminandomi verso quella che sembrava una radura da dove intravvedevo una fioca luce tra gli alberi. Fatte poche decine di metri mi apparve un grande cerchio di persone incappucciate intorno a un fuoco vestite con lunghe tuniche scure. Mi bloccai subito tra lo spavento e l’imbarazzo e quelli si girarono puntando su di me i loro occhi attraverso i cappucci in stile tra il rito satanico e Ku Klux Klan. Li vedevo illuminati dal fuoco e non erano sguardi benevoli. Scattai di corsa nella direzione da cui ero pervenuto e mi ritrovai subito sul tronco da dove saltai direttamente attraverso la porta della Fiat Uno urlando VIA, VIA, scappiamo! Il mio salto prevedeva di entrare velocemente in macchina ma diedi una testata fortissimo sul montante superiore della porta cadendo per terra stordito. Urlavo a Sandro di scappare mentre mi ero già seduto e avevo chiuso la porta. Lui non se lo fece ripetere e in retromarcia ad almeno 50 km orari sgommando sulla ghiaia perforammo la notte fuggendo all’indietro. Quando gli raccontai degli incappucciati nessuno voleva credermi e comunque andammo a dormire nel parcheggio illuminato di una scuola.
Skeno si sarebbe incontrato con una ragazza il giorno dopo e ci lasciò ma era già arrivato da Courmayeur il suo sostituto: Blanche! Berrettino alla cuculo, occhiale Vuarnet, microzaino e sci di marca, sembrava uscito da una rivista patinata ma quando ci infilammo nella cabinovia di Argentiere e arrivammo sui Grand Montets capì immediatamente che la sua giornata sulla neve non sarebbe stata un aperitivo al Brevént. Oggi si sciava! Facemmo pochi metri sulle piste perché l’obiettivo era starne al di fuori il più possibile. Cercavamo terreno ripido su cui metterci alla prova perché il giorno dopo saremmo saliti su per la parete nordest de Les Courtes per scenderla con gli sci. Ci sfinimmo di curve e salti e quando gli impianti si spensero ci avvicinammo con le pelli al rifugio d’Argentière. Il Tranviere e Blanche erano preoccupati perché guardandosi intorno vedevano facce che non promettevano nulla di buono e fuori dalle vetrate del rifugio non riuscivano a scorgere dove si sarebbe potuto sciare, ma non dicevano niente al riguardo. 
Versante nordest de Les Courtes 3856m. (Monte Bianco)


Dopo la solita sbobba andammo a dormire in una camerata puzzolente che certamente non contribuimmo a profumare. Verso le due suonò la sveglia. Blanche di soprassalto gridò da sotto una coperta pulciosa: ma che cazzo succede? Dobbiamo alzarci, fu la nostra risposta. Guardato l’orologio ci disse se eravamo scemi e cosa ci passasse per la testa per svegliarci nel cuore della notte! Non gli spiegammo che era normale farlo e lo lasciammo dormire anche per il suo bene. Con inconsapevole leggerezza gli salvammo la vita.
Fuori la neve scricchiolava sotto i ramponi indurita dal freddo notturno e le stelle che facevano brillare gli scudi ghiacciati delle pareti nord ci facevano stare zitti per la solennità di quei momenti che immediatamente ti fanno capire che aver puntato la sveglia così presto non è stata una brutta idea.
Io e Miagia eravamo sicuramente i più eccitati e avanzavamo rapidi verso la parete. Quando superammo la crepaccia terminale vedevamo Sandro e il Tranviere iniziare la salita del conoide che collega questo versante con il piatto ghiacciaio di Argentière. Sapevamo che Sandro era il più esperto, anche perché il Tranviere non aveva mai fatto nulla di simile, e avrebbe preso le decisioni giuste. Infatti fu così che poco dopo aver superato anche loro la terminale decisero di scendere perché il Tranviere tremando come una foglia continuava a chiedere perché avrebbero dovuto salire su per quel pendio ghiacciato da dove lui sicuramente non sarebbe mai sceso sciando. Erano fuori dalla nostra vista e ci raccontarono dopo la piccola tragedia che si era consumata –perché scendere è più complicato che salire-  mentre Marco (Miagia è il nome con cui l’abbiamo sempre apostrofato) e il sottoscritto arrivavamo in vetta fin troppo presto. Si, perché su quel ghiaccio non avrebbe sciato neppure Jean Marc Boivin. Aspettammo che il sole scaldasse il pendio per regalarci un po’ di neve sciabile, addormentandoci sugli zaini. Dopo non ricordo più quanto tempo decidemmo di iniziare a scendere. Il ghiaccio c’era eccome e fortunatamente i miei sci Omeglass da slalom di 203 cm erano una cannonata, che però non mi evitò una derapata un po’ fuori controllo finché le lamine si poterono aggrappare a una base un po’ più morbida permettendomi di fare la prima curva. Miagia fece lo stesso  e da lì in poi la discesa durò un istante.
Non era ancora nato in me quel senso che mi fa preoccupare del compagno che, facendo la guida alpina, si sarebbe in futuro radicato nel mio animo rovinando il mio alpinismo ma sicuramente arricchendo la mia vita. Il prezzo da pagare per garantire un minimo di sicurezza a chi si lega con te è che le tue energie le devi dividere in due e è molto difficile riuscire a gestire la giusta quantità di energia che devi dedicare all’altro quando lo vedi in difficoltà, quando lo devi incoraggiare o quando non devi dare a vedere che sei preoccupato per non fare preoccupare anche lui segnando l’inizio della fine di quella tensione equilibrata che ti fa stare ancora lì, anche se sei nel posto più inospitale della Terra. Avrei imparato nei decenni a farlo, ma nel frattempo mi ero bruciato molte possibilità personali in alpinismo perché non potevo pensare solo a me stesso. L’alpinismo estremo è praticato da egoisti estremi. L’egoismo può essere una caratteristica positiva quando ti salva la pelle o ti porta dove vuoi. Una guida si deve dividere sempre in due, raddoppiando necessariamente le sue forze interiori e fisiche, per questo motivo alla sera si è stanchi, ma solo quando te lo puoi permettere. Con l’esperienza profonda di me stesso avrei riscoperto le mie possibilità residue, perché comunque gli anni passano, incontrando pochi compagni perfetti per questa verifica. E’ successo raramente, ma quando senti di poter contare sull’altro e l’altro fa lo stesso con te, si verifica quella situazione in cui ci si sente una macchina perfetta per andare avanti ognuno con la sua libertà e la sua dipendenza dall’altro che diventano assurdamente la stessa cosa. Non occorre poter contare sulla forza fisica del tuo compagno, ma ti aiuta inconsciamente a sentirti sereno il suo sguardo, le sue battute e l’avvertire il suo senso di giustizia nei confronti del posto in cui ti trovi con lui. Se tu ricambi questa sensazione senza volerlo, tutto tende alla perfezione senza mai raggiungerla e ci si diverte da morire! Per questo si scalano le montagne.
Sotto il Gr.Capucin 1981

Con un salto della crepaccia terminale ci lasciammo scivolare lungo il ghiacciaio fino al rifugio che era ancora mattina. Ci sembrò facile, le nostre gambe erano buone e la nostra giovane testa abbastanza incosciente da farci fare cose anche molto più impegnative di questa e il bello è, per me, che non ho ancora smesso.
Recuperati gli amici, la neve ormai resa colla dal sole di primavera inoltrata ci scarrozzò a fondovalle dove ci stipammo nella Uno Turbo –non so perché gli stessi bagagli al ritorno sembrano occupare più spazio che all’andata- che fendendo il buio illuminato artificialmente del tunnel sotto al Monte Bianco ci depositò a Courmayeur per un gelato e per lasciare Blanche nella villa dove era ospite.

lunedì 16 dicembre 2019

FREERIDE IN DOLOMITI Val Mesdì, Marmolada, Sella, Cristallo, Tofane and many more.....

Apres ski!

 I WANT YOU TO SKI HERE!
Freeride-Powder skiing-Fuoripista



Ski Touring-Scialpinismo


Ice Climbing- Cascate di ghiaccio e misto

Daily Trip on request-Uscite Giornaliere su richiesta
PROGRAMMES-PROGRAMMI Freeride 2020
PROGRAMMES ICE-PROGRAMMI GHIACCIO 2020
PROGRAMMI SCIALPINISMO_SKITOURING 2020
Look at the column on the right to see all pourposes
Vedi la colonna a destra per visualizzare tutte le proposte.

domenica 4 gennaio 2015

UPGRADE SELVAGGIO BLU da versione Classica a versione Extreme.Date a richiesta 680€/6 pers.



Per chi avesse già fatto (oppure no) Selvaggio Blu nella versione Classica/Originale  e volesse integrarlo con la parte della versione Extreme, c'è la possibilità di farlo in soli 3 giorni di cammino (5 in totale, includendo arrivo e partenza).
E' così bello e divertente che vale proprio la pena farlo!

Itinerario (possono esservi variazioni)

1g. ritrovo entro ore 20 a S.Maria Navarrese. Hotel***
2g. in barca si raggiunge Cala Goloritzè di buon mattino e...
Cala Goloritzè-Ispuligidenie (Cala Mariolu) Direttamente dalla spiaggia ci si alza su una bianca placca rocciosa da attrezzare con corda che porta al primo ripido bosco sospeso sulla zona denominata "Sorgenti". Qui inizia il cosiddetto "Ledere 'e Goloritzé" il tratto chiave del percorso. Bisogna attraversare trasversalmente tre ripidi canaloni che scendono alle pareti sospese sul mare sottostante e il sentiero è poco più di un'esile traccia tra ghiaie, pareti e macchia. I tratti da attrezzare con corde sono numerosi. Oggi le condizioni di questo tratto sono migliorate dai limitatamente numerosi passaggi. Una vera e propria via ferrata di 30m porta nel bosco di Ispuligi che si segue costeggiando grandi caverne in ambiente "preistorico".
Ispuligi
In 6/7 ore si guadagna Cala Ispuligedenie (o Mariolu) dove si pernotta. bivacco FB.

3g. Ispuligidenie:Grotta del Fico (o Bacu Padente/Su Feilau). Dal mare ci sono 2 possibilità per raggiungere un sentiero discreto (a tratti) a mezzacosta. La prima ripida e scivolosa, la seconda più agevole, più lunga, ma migliore. Dopo qualche ora di lotta in ambiente di straordinaria bellezza ci si congiunge con il Selvaggio Blu classico fino a Bacu Mudaloru. Fin qui 4/5 ore.
In altre 3 ore ca. passando su cenge, creste, grotte, fori naturali nella roccia, arrampicate, calate in corda e molto altro (!), raggiungiamo la parete che sovrasta la Grotta del Fico. Una stupefacente calata nel vuoto ci deposita nella grotta dove pernottiamo tra vampiri e onde del mare.

4g.Grotta del Fico-Cala Sisine (ca. 8 ore). Dalla grotta ci si porta lungo gli scogli a pelo d'acqua verso nord. Utilizzando corde fisse in posto e passaggi davvero incredibili all'interno della montagna, Iscalas Fustes e brevi calate si arriva a Bacu Padente (o Su Feilau). Una risalita di ca. 400m ci porta al sommo del mezzacosta di Serra Ovara (o Ovra). Da qui con 2 calate oppure un tratto attrezzato con scale e cavi arriviamo a Cala Biriola. 
Colazione sul mare...
Si continua nella boscaglia di Biriola e di Oronnoro per poi affrontare le bastionate rocciose che sbarrano l’accesso a Cala Sisine attraverso un complesso sistema di cenge e misteriosi (si! proprio misteriosi, vedrete..) passaggi in arrampicata (10 m – IVinf. oggi in parte attrezzati con catene).  
 Selvaggio Blu "ufficialmente finisce qui e ci si è guadagnati la "medaglia"! Rientro in barca a S. Maria Navarrese . Hotel ***(finalmente), doccia intensa e cena. Hotel*** FB.
5g. Scioglimento del gruppo dopo colazione. 
BB = Bed & Breakfast                           FB= Pensione completa

COSTO a persona 680€
Min. 6 persone
Attrezzatura, informazioni e logistica sono le stesse dell’itinerario classico o originale che trovate qui 

 info@marcellocominetti.com o tel.3277105289

lunedì 3 marzo 2014

PROGETTO ICARO A CORVARA 1 marzo 2014

Ci siamo incontrati all'ovovia Boè sotto un cielo incerto al bello e certo al brutto, ma eravamo in tanti.
Corvara ore 9 dell'1 marzo 2014 (Foto di Concetta Bonaldi)
Oltre a Karin Pizzinini, motore dell'iniziativa, c'erano Pietro Dal Prà e Davide Crescenzio, miei colleghi con cui mi ha fatto molto piacere condividere questa esperienza.
I partecipanti erano una ventina, tutti del posto e tutti riders bravissimi, due maestri di sci.
Mi ha molto impressionato l'interesse di questo gruppo di giovani dai 12 anni in su per il tema "sicurezza sulla neve", che nella bufera si sono sobbarcati le nostre spiegazioni facendo un sacco di domande e dimostrando curiosità verso l'argomento.
Penso che tutti o quasi avessero conosciuto Icaro di persona e il fatto che fossero così numerosi è stata proprio una grande cosa!

Rif.Lago Boè zaino CYBERSAFE FERRINO
Infine vorrei ringraziare Maurizio Bartoli responsabile del campo Artva di Corvara e la ditta FERRINO per averci messo a disposizione uno zaino CYBERSAFE con sistema Avalanche Airbag System che abbiamo mostrato ai ragazzi facendolo "esplodere".

lunedì 10 febbraio 2014

FREERIDE in ARABBA DOLOMITES prima della grande nevicata!

Prima della GRANDE NEVICATA del 31 gennaio c'era già tanta bella neve sulle Dolomiti e in questo VIDEO **si può vederne anche l'ottima qualità.
Adesso ce ne sono circa 3 metri in più, basteranno?
Grazie ai miei sponsor che vedete qui sotto:




**nel video il mio amico Christian Tavella, grande sciatore, si è capovolto incrociando in velocità la mia traccia per la goduria della sciata che stavamo facendo in barba ai suoi amici partiti per il Giappone a caccia di POWDER!

...e qui il 12-2, dopo la Grande Nevicata
Lastei-Gr.Sella. ph.F.Piardi




martedì 28 gennaio 2014

IL RUSCELLO PERFETTO

Ognuno, anche se non lo sa, ha il suo "ruscello perfetto".
ruscello che scorre
Un corso d'acqua che scorre in un bel posto insinuandosi tra gli oggetti che la natura gli ha messo lì davanti e che la gravità gli fa aggirare con la fluidità che, appunto, i fluidi solamente possiedono.
Il ruscello perfetto quando lo guardi ti fa stare bene e ti trasmette tutta la sua armonia e ti fa pensare in positivo.
Non sono diventato matto ma vorrei semplicemente soffermarmi, tramite le parole, su una cosa tanto banale quanto indispensabile.
Un ruscello è un insieme di cose percorse dall'acqua, evitate, attraversate, dribblate e allagate in maniera   unica. Infatti non esistono due ruscelli uguali, esattamente come succede con le persone.
un sentiero bordeggia il ruscello
Da appassionato di fotografia mi soffermo spesso a riprendere le curve dell'acqua sulla terra e avrei finalmente trovato il mio "ruscello perfetto" in un posto lontano, ostile e scomodo da raggiungere, ma l'ho trovato lì. Che ci posso fare.
Ero in compagnia di altre 3 persone che, guardandosi attorno, vedevano grandi montagne, ghiacciai, morene infinite e si difendevano dal vento forte.
Il vento soffiava anche per me ma io guardavo per terra, dove tra tappeti di muschio, e sassi arrotondati dagli eventi, si insinuava un filo d'acqua trasparente che esaltava esteticamente quello che si vedeva attraverso e intorno a lei.
Sulla carta si chiama "arroyo del refugio" (=ruscello del rifugio), ma chi se ne frega del nome? Di dov'è, a che quota si trova e tutte quelle cose che interessano ai noiosi.
Il mio ruscello perfetto è lì, scorre felice e impassibile, eh come potrebbe fare diversamente?, lungo un tratto breve ma pieno di bellezze. Di cose insignificanti, se prese una per una, ma straordinariamente armoniose e importanti se tutte insieme. Proprio come succede lì. Lì dove quel ruscello scorre.
il ruscello forma vari laghetti

il ruscello c'é


rifugio, ruscello e laghetto
altro laghetto

il ruscello si getta nel ghiacciaio
il ghiacciaio sfocia in un grande lago
il ruscello ti lascia camminare al suo fianco







giunchi nel laghetto

il ruscello forma laghetti








LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...