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lunedì 23 dicembre 2024

LA Fotografia!


Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa
dai tedeschi, vicino Troina, Italia, agosto 1943 -
 © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos



Nonostante il contadino siciliano abbia le gambe semi-flesse e stia un poco ingobbito per puntare meglio la direzione che vuole indicare, ve lo immaginate il soldato americano, quando si alzerà in piedi, quanto doveva essere alto? Il suo elmetto ha un diametro pari alla larghezza delle spalle del contadino. Molto probabilmente il soldato parlava italiano perché era di suddetta origine. E' una mia supposizione, ma sono abbastanza certo che fosse così. Dall'uniforme non sembra un ufficiale, come spesso descritto, perché sulla sua camicia non ci sono mostrine che lo certifichino. Per questo credo fosse semplicemente un soldato che conosceva l'italiano, o addirittura un dialetto siculo, chissà. Magari era nipote di immigrati e i suoi nonni si esprimevano in quell'idioma. Quindi, a parlare col contadino locale, ci hanno mandato lui.
Questa foto di Capa racchiude in sè quello che possiamo definire tranquillamente come IL reportage: riportare a casa qualcosa da mostrare, possibilmente il più fedele alla situazione reale. Meglio se migliore. Ma questo lo si scopre sempre dopo.

Non raffigura occhi spalancati come fanno molte foto famose, spesso costruite, che sono anche di moda e che impressionano facilmente il cosiddetto uomo della strada. Non ha una luce particolare, perché il fotografo non poteva di certo aspettare che il sole di luglio fosse più basso sull'orizzonte contando su ombre migliori. Dobbiamo tenere in conto che con la pellicola di allora ci si doveva accontentare e bisognava avere un gran manico se si voleva ottenere un risultato decente. Tecnicamente è una foto normale. La composizione dell'immagine, con i soggetti su un lato per dare senso e spazio al fatto che l'attenzione sia diretta nella direzione del bastone (che non è tutto compreso nell'inquadratura), è quella che un mestierante come Capa aveva nell'istinto e non aveva di certo bisogno di pensare troppo prima di scattare. Il pastore siculo, poi, ha un'aria paterna verso il ragazzone in divisa. Gli tiene una mano sulla schiena, come per farlo avvicinare meglio a ciò che dovrebbe vedere, ma ha anche un atteggiamento protettivo come verso un figlio. Aspetto, quello del contatto fisico come gesto d'affetto, molto sentito al sud. Ancor più se parliamo di 80 anni fa!


C
Ritrattismo
ome diceva il suo collega e amico Henri Cartier-Bresson: in un attimo si trovarono allineati perfettamente cuore, occhio e piano pellicola. Come dargli torto.
E poi è bello scoprire la storia che c'è dietro a una foto come questa.
Con varie informazioni trovate quà e là cerco di raccontarvela, dopo una sintetica premessa.



Sono appassionato di fotografia. Per un periodo c'ho pure campato. Intendiamoci, non sono di quelli che fotografano compulsivamente con lo smartphone, anche se ogni tanto lo uso. Spendo tempo a conoscere procedimenti analogici e digitali per le immagini e mi leggo un bel po' di libri su fotografi vagabondi. Quelli che preferisco. Così, per passione. Ho già parlato di fotografia nel mio sito: qui.
Robert Capa era uno di questi. E' l'autore di questo scatto, eseguito durante lo sbarco in Sicilia degli Alleati. Dimenticavo, anch'io scatto foto.
Isabel Cominetti ©Dolomitemountains.

Dopo un lungo apprendistato con la pellicola mi sono convertito al digitale ma con molto poca convinzione, tanto che la pellicola la uso ancora e così fa anche mia figlia Isabel che sono contento abbia ereditato da suo padre questa bella passione. 




Endre Friedmann, il fotografo, il suo nome di battesimo: ebreo ungherese naturalizzato americano, nato il 22 ottobre 1913 a Budapest e costretto a lasciare a 17 anni l’Ungheria, a causa delle sue simpatie socialiste.
Endre Friedmann/Robert Capa 1954
©Hulton-Getty

Nel 1931 Endre arriva a Berlino dove si fa strada alla storica agenzia Dephot, che l’anno seguente lo invia a Copenaghen a una conferenza di Lev Trotsky. L’accesso è vietato ai fotografi ma Endre riesce a entrare e a scattare, grazie alla piccola Leica che tiene in tasca: le foto finiscono in prima pagina. Con l’ascesa del nazismo in Germania, alla fine del 1933 Endre si sposta a Parigi, la città del suo destino. Qui conosce Henri Cartier-Bresson e David "Chim" Seymour, con i quali fonderà nel 1947 l’agenzia Magnum Photos, e Gerda Taro, sua compagna di vita e di fotografia, assieme alla quale creerà nel 1936 il personaggio "mitologico" di Robert Capa, narratore della Storia, quella con la S maiuscola. Quella che gli porterà via proprio Gerda, un anno dopo mentre insieme testimoniavano in Spagna, la guerra civile.

In Sicilia Capa si fece paracadutare il giorno prima dello sbarco alleato, la sera del 9 luglio 1943, partendo da una base aerea di Tunisi, raggiungendo un’area dell’entroterra deserta e rimanendo appeso a un albero per un’intera notte. La mattina dopo fu aiutato a scendere da tre paracadutisti che erano con lui.
A sin. Robert Capa prima di un lancio Olanda 1945.
©Hulton-Getty

Il gruppo raggiunse poi una fattoria, dove fu accolto da un “un anziano contadino siciliano in lunga camicia da notte” che li ospitò per tre giorni, fino a quando non arrivarono i soldati della 1^ divisione. Infatti sulla camicia del soldato nella foto si vede il numero 1. Capa si unì a loro ma non avendo alcun accredito giornalistico (era stato licenziato dalla rivista Collier) stava per essere rispedito a New York. Soltanto l’amicizia personale con il gen. Theodore Roosevelt jr., figlio di Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti d’America, e comandante in seconda della 1^ divisione americana del gen. Allen, gli consentì di restare nell’isola e muoversi liberamente al seguito dell’esercito. In questa situazione di precarietà Capa restò per quasi un mese. Poi, nei primi giorni di agosto, dopo avere fotografato la violenta battaglia di Troina, ricevette il telegramma di assunzione da parte della rivista Life che, di fatto, gli permetterà di muoversi e agire su tutti i fronti.
L'ultima foto di Capa in vita 
Maggio 1954 Vietnam ©Michel Descamps


Così Capa ha ricordato nel suo libro di memorie “Slightly out of focus” (Leggermente fuori fuoco) quel momento: “Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto. Poi arrivò il generale Theodore Roosevelt Jr., sempre presente dove la battaglia era più dura, si avvicinò e puntando il suo bastone verso di me disse: Capa al quartier generale di divisione c’è un messaggio per te. Dice che sei stato assunto da Life”.


Ma torniamo alla foto con dettagli curiosi.

Robert Capa l’ha scattata a Sperlinga o a Troina quella foto di quasi 80 anni fa che ritrae l’anziano piccolo contadino incurvato dal duro lavoro dei campi con il lungo bastone in mano che dà delle indicazioni allo stangone soldato americano piegato sulle gambe? Forse stava indicando la strada imboccata dai soldati tedeschi in fuga? Ci sono due risposte a quella domanda. Risposte che, com’è naturale, si escludono a vicenda.
Capa era un pessimo guidatore ©Hulton-Getty 1944

Quel geniale e coraggioso reporter di guerra non ci ha lasciato alcuna indicazione che ci consenta di avere, a distanza di 77 anni, una risposta univoca tale da dissipare ogni dubbio. Non c’è da meravigliarsi, se in ognuna delle due risposte si rintraccino componenti campanilistiche. Va da se che i troinesi sono sicuri che quella foto fu fatta a Troina subito dopo quei 5 giorni di bombardamenti da parte delle forze alleate angloamericane sul paese. Furono cinque giorni, dal 31 luglio al 5 agosto del 1943, che ai troinesi di allora sembrava che non finissero mai. Ma altrettanta sicurezza mostrano gli sperlinghesi nel sostenere che quella foto Capa l’ha fatta nelle campagne del loro paese. Lo sfondo della foto evoca la contrada Caucirì, che si trova nelle campagne di Troina. In quel contadino che compare nella foto molti ritengono di riconoscere Giovanni Maccarrone, che allora aveva l’età di 59 anni. Si racconta che qualche giorno dopo Giovanni Maccarrone fu ucciso da un colpo di fucile sparato da un soldato tedesco, che l’aveva visto mentre dava indicazioni agli americani. Fu un gesto di vendetta.
"La piccola volpe rossa" Gerda Taro
©Fred Stein


 Non sono assolutamente convinti di questa spiegazione gli sperlinghesi. Per loro, il contadino ritratto in quella foto è lo sperlinghese Francesco Coltiletti, che morì nel 1950 all’età di 64 anni di morte naturale. Nel libro “I Siciliani” di Gaetano Savatteri si può leggere la testimonianza di Santa Coltiletti, la figlia di Francesco Coltiletti. Santa allora era una giovinetta di 16 anni. La foto fu scattata da Capa in contrada Ponte Capostrà, che si trova nella campagne di Sperlinga. Santa Coltiletti racconta che in contrada Ponte Capostrà il soldato americano incontrò suo padre che stava portando le capre all’abbeveratoio. Come molte famiglie di Sperlinga anche quella di Santa si era rifugiata in un casolare di campagna per non finire sotto le bombe lanciate dagli aerei sul paese. Il soldato americano chiese delle informazioni a Francesco Coltiletti. Non deve essere stata molto facile la comunicazione tra il contadino siciliano (troinese o sperlinghese che sia, di sicuro era siciliano) e il soldato americano. C’è da domandarsi in quale lingua si parlassero ma la mia teoria l'ho già espressa all'inizio. Capa non era solo un ottimo fotografo, che si limitava a ritrarre scene e paesaggi solo per il gusto estetico. Era molto attento anche ai messaggi che, in forma scoperta o subliminale, voleva trasmettere. Anche se tecnicamente è stata un’invasione, lo sbarco in Sicilia il 10 luglio del 1943 degli eserciti angloamericani, il messaggio che doveva essere trasmesso all’opinione pubblica americana e naturalmente ai siciliani, e agli italiani ancora sotto il giogo del regime fascista ormai in disfacimento, era quello di accreditarla come una liberazione a lungo attesa dai siciliani, che fraternizzavano con i soldati americani. Poco importa la location precisa in cui la foto venne scattata. 
Sono l'immagine e il messaggio che sa trasmettere che non si dimenticano.


Capa indossò lo sfolgorante costume del matador senza mai scendere nell'arena per uccidere; grande giocatore, combatteva per se stesso e per gli altri in un turbine. Il destino ha voluto che venisse abbattuto al culmine della gloria.
Henry Cartier-Bresson


Robert Capa (Endre Friedmann) 22 Ottobre 1913 - Thai Binh 25 Maggio 1954.




Fonti consultate
-A. Kershaw, Robert Capa, ed. Rizzoli
-
Robert Capa, Slightly out of focus, ed. Contrasto
-Museo della Fotografia di Robert Capa Via Conte Ruggero, 194018 Troina (EN) 
-AVVENIRE, articolo di  lunedì 16 settembre 2024


martedì 2 luglio 2019

GIUSEPPE COMINETTI FOTOGRAFO


Giuseppe Cominetti
(Tambre BL ca. 1970)
Giuseppe Cominetti nacque a Milano  il 14 Maggio 1924 da Marcello Cominetti (Abbadia Lariana LC 1896- Genova 1957) e Irma Svalduz (Tambre d’Alpago BL 1899-Genova 1980).
Il padre, Marcello era macchinista ferroviere e si trasferì a Genova poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
A 19 anni dovette lasciare la scuola dove studiava da Perito Elettrotecnico perché, subito dopo l’8 Settembre 1943 venne chiamato a far parte dell’Esercito in fanteria. Dopo soli 14 giorni di addestramento a Milano fuggì tornando a Genova e si nascose in un sotterraneo ricavato sotto al pavimento di casa.
Partigiani a Cichero. Cominetti è al centro accosciato

Mentre andava a fare visita alla fidanzata (Maria Lancia che poi divenne sua moglie) venne tradito da un vicino di casa e catturato dalla polizia. Fu inviato in Germania tramite la neonata Repubblica di Salò come bersagliere, dove si specializzò nell’uso militare di esplosivi, abilità che gli tornò utile in seguito.
Utilizzando secondo il caso, l’uniforme di bersagliere o quella di alpino fuggì nuovamente e lasciò l’Esercito della RSI per unirsi alle formazioni partigiane di Aldo Gastaldi, che aveva conosciuto all'Istituto Galileo Galilei di Genova, di cui divenne milite convinto con il nome di “Iona” fino al 25 Aprile 1945.
Scampato miracolosamente all’eccidio della Benedicta, partecipò attivamente alla liberazione di Genova.
Il padre Marcello, nel frattempo, si rendeva protagonista di vari episodi di sabotaggio ferroviario tra cui l’azione eclatante che arrestò un treno militare tedesco carico di opere d’arte trafugate in Italia come bottino di guerra, di cui era alla conduzione, presso la  stazione di Arquata Scrivia (AL).
Marcello Cominetti

Finita la guerra si impiegò nel Consorzio del porto di Genova per poi entrare nelle FS e diventare anch’egli macchinista.
Mio padre ricorda che suo fratello maggiore teneva sotto al letto varie scatole piene di pellicole e fotografie e la prima spesa importante della sua vita fu una Rolleiflex biottica da cui non si separava mai. Per lui le persone e i luoghi erano “soggetti” da fermare attraverso quell’obiettivo Tessar f/2.8 che tante emozioni e soddisfazioni gli donò in molti anni di fotografia vissuta.
Lo zio Giuseppe non ebbe vita felice per lunghi periodi perché sua figlia Laura si ammalò di cancro a soli 20 anni e morì a 26 e suo figlio Marco fece la stessa fine a poco più di 60 anni. Mancata anche sua moglie e passati i 90 anni di età restò agile, lucido e forte fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 Gennaio 2018.
Come fotografo partecipò a decine e decine di Concorsi nazionali e esteri. Una sua foto (Feritoia sul mondo)
Feritoia sul mondo (Napoli 1963)
restò in esposizione permanente al Museo d’Arte moderna di Parigi per diversi anni. Non si è mai vantato dei suoi egregi risultati fotografici che quasi teneva intimamente segreti e mai volle parlare delle sue esperienze di guerra se non nei suoi ultimi giorni, come se volesse lasciare un testamento a memoria di tragedie e orrori all’umanità  al fine di non farne più. Era e restò comunista fino alla fine e, come si conveniva alla sua personalità, non rinnegò mai i suoi ideali politici, intellettuali e umani.
Sono orgoglioso e contento di averlo conosciuto.

Uno zio tutt’altro che banale
Non aveva un carattere facile, mio zio. Voleva sempre andare a fondo delle cose, importanti o semplici che fossero e non abbandonava nessun argomento fino al suo esaurimento totale. Si può dire che per lui “spaccare il capello in quattro” fosse il minimo da farsi, sempre. Da piccolo mi metteva molta soggezione ma allo stesso tempo ero affascinato da questo suo essere così efficace in tutto quello che faceva. Non era solamente intelligente e vivace ma era assolutamente un intellettuale a cui non importava del giudizio altrui quando doveva esporre le sue idee. Era uno che andava per la sua strada ma con coscienza e apertura. Nonostante possa sembrare l’opposto, sapeva anche ascoltare gli altri e si interessava a molte cose, dalla matematica alla politica e dalla musica all’elettronica.
IV di copertina del libro dedicato dai nipoti
a Giuseppe Cominetti
Costruiva per diletto amplificatori stereo, che siglava con la marca JHC, ricercando la perfezione nella riproduzione del suono Hi-FI utilizzando componenti sperimentali per l’epoca. Sapeva riparare una TV, un’automobile, una scarpa, una macchina da scrivere o un binocolo e smontava periodicamente la sua Rolleiflex per pulirla in ogni sua parte.
Quando timidamente dissi a mio padre che mi interessava la fotografia mi mandò da suo fratello. Io lo temevo per il suo carattere severo e ci andai tremando di paura. Lo zio mi aspettava a casa sua a Genova all’ultimo piano in Via Galeazzo Alessi, senza ascensore. Mi fece sedere alla sua scrivania e disse: i numeri che vedi sulla ghiera di quest’obiettivo indicano l’apertura del diaframma e sono il risultato della radice quadrata della misura della diagonale del… Oddìo, mi dissi, non imparerò mai a fotografare se bisogna sapere tutte queste cose e in silenzio seguii quella prima lezione con la ferma intenzione di non tornarci più. Avevo 12 anni.
Aspettando i clienti (anni '50)
Ebbe perfino il coraggio di dirmi di dirgli cosa non avevo capito che me lo avrebbe rispiegato, ma io restai muto annuendo con la testa per paura che riiniziasse con quelle cose difficili e incomprensibili. Prima di congedarmi da lui mi diede un foglio con scritti giorni e orari delle successive lezioni. Non sapevo come fare! Poco prima avevo iniziato delle lezioni di pianoforte e il maestro mi faceva solfeggiare per ore e giorni dicendo che il pianoforte l’avrei visto dopo anni. Non poteva essere così anche con la fotografia! Io volevo guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco, sapere come regolare tempi e diaframmi e scattare. Ai tempi le foto si facevano così, non c’erano automatismi.
Poco dopo mio padre mi portò, su suggerimento di mio zio, una reflex Practika con tre obiettivi: un 50, un 35 e un 135mm. Con almeno due paghette settimanali mi comprai un rullino Ilford FP4 in bianco e nero da 24 pose e mi presentai dallo zio. Mi mandò in giro dicendo di riprendere tutto quello che non mi piaceva. Uscii sempre più sfiduciato e ritrassi piccioni, una suora, la fermata del bus, la caserma dei pompieri, dei fiori in un vaso e un barbone che dormiva… Tornato dallo zio e riavvolto il rullino iniziò il miracolo.
Questo è il tank, mi disse e con una manovella riavvolse il rullino impressionato dentro a quella scatola nera circolare di bachelite, senza che si esponesse alla luce. Da un foro fatto a imbuto vi versò dei liquidi, guardò l’orologio e iniziò ad agitare leggermente il tappo a imbuto del tank. Dopo non ricordo quanti minuti versò tutto nel lavandino e sotto l’acqua corrente estrasse la pellicola con le mie foto in negativo. Entrammo in camera oscura dove con l’ingranditore esaminammo una per una le 24 foto, che erano 25!
Back to back
Di ogni foto mio zio mi spiegava ogni dettaglio, l’inquadratura e gli spazi intorno al soggetto principale, le direzioni di movimento dei soggetti dinamici, le luci: LE LUCI! Dannazione, le luci saranno nel futuro l’ossessione positiva della mia vita. Non riuscirò mai più a guardare un oggetto illuminato con gli occhi di prima delle lezioni di mio zio.
Di carattere schivo e solitario portava con sé l’inseparabile Rolleiflex pronto a riprendere ogni soggetto che lo interessasse. I risultati si vedono nelle numerose immagini in cui, oltre a una tecnica decisamente pregevole, si leggono titoli che elevano di qualità le immagini stesse portando l’osservatore a un coinvolgimento completo, come se quella fotografia circondasse chi la guarda su tutti i lati.
Ottimo sciatore mi insegnò l’arte dello scivolare sulla neve (occasionalmente assieme a mio padre e a mio cugino Marco) facendomi fare indicibili faticate con gli sci in spalla sulle alture di Genova in cambio di brevi discese nella neve fonda. Quando più tardi mi appassionai allo scialpinismo mi tornarono sicuramente utili quelle giornate fatte di sudore, freddo, fatica ma anche allegria, sulle nevi pesanti del Pian dei Grilli.
Ciclista scalatore
Alla sua morte il suo archivio fotografico, composto da migliaia di negativi, non venne trovato. Riuscii, tramite i miei cugini ad avere qualche CD con molte sue foto, purtroppo in bassa risoluzione, e quindi dovetti rinunciare all’idea di allestire una mostra fotografica, con stampe in dimensioni accettabili, in sua memoria.
Voglio rendere omaggio alla persona di mio zio Beppino (così lo chiamavamo in famiglia) pubblicando molto modestamente alcune sue significative immagini nel mio sito affinché la sua memoria non si perda. Buona visione.
In Attesa (Antica Via Madre di Dio-Genova)

Aspettando i bagnanti

Bel tiro (gioco della lippa)

Bianco e nero

Campo Pisano (Genova)

Cercando la preda

Cercando le falle

Colonnato (con mascheratura superiore in fase di stampa)

Come sul pentagramma

Come una cariatide

Come vanno i fatti

E' finita

Entriamo

 Il Bottaio

Fede illuminata

Gira gira

Guardando la Mareggiata

Grand hotel

I partenti

I tre moschettieri

I tre pescatori

Il Bacio

Il bacio alla mamma

Il bacio (chiesa di S.Stefano, GE)

Il buco nero

Chiavistello

Chiostro (S.Maria di Castello, GE)

Il ciabattino

Il fabbro

Il garzone del forno

Il gioco della lippa

Il greto

Il micio

Il molita

Il Parroco

Il pezzo cercato

Il piccolo boss

Il pittore

Il rappezzo

Il sentiero

In vista della Pasqua

Io penso che...

La barchetta

La bella e il fanale

La lettrice

L'angolo degli esclusi

L'archibugio

L'attacca tutto

Laura

Lo scalone

L'ombra del fanale

Nuvole agitate

Oliveto

Posto solitario

Povere cose al sole

Rammendo

Relax

Relitto

Reti

Ritratto fuori cornice

Riunione plenaria

Saletta di lettura

Salita al tempio

Sartiame


Figli di Marco

Sdraio in attesa

Situazione incerta

Sorrisi giovanili

Sostegno di fortuna

Strada vecchia

Strilloni

Tiro maestro

Tre amici

Tre opinioni diverse

Una giornata senza sole

Una pausa di diritto

Una pesca agitata

Una sbirciatina

Vado di fretta

Vediamo un po'

Verso il cielo

Via all'isola

Via Priaro

Vicoletto a scalini

Vicolo dell'amore

Vicolo stretto

Visto a Camogli



Volteggi tra le case



La zia Maria e lo zio Beppino (Porto Venere anni '70)

Bene, se siete arrivati fino a qui potrete leggere questa mia conclusione. Giuseppe Cominetti vedendo questa foto avrà detto: i soggetti guardano a destra ma hanno poco spazio, ne andava lasciato di più, andrebbero spostati completamente a sinistra. La montagna sullo sfondo andava tagliata più in basso perché così prende troppa scena ma non si mostra per intero. Il taglio basso è troppo alto e troppo basso allo stesso tempo, e comunque...mai piaciuto farmi fotografare.
Dimenticavo Lei, la Rolleiflex! Eccola qui, adagiata comodamente su un tappeto di belle foto del suo tempo.

Cartella dei ricordi. Stop.





Monte Averau e la relatività delle cose*

 *Pubblico il breve racconto, scritto da un mio cliente britannico ultrasettantenne, di una giornata estiva "ordinaria" lungo un...