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sabato 9 gennaio 2016

Back from PATAGONIA and Happy new Year 2016

Ai piedi del Cerro Piergiorgio
Ora che sono a casa col fuoco che scoppietta nella stufa, come ogni volta, penso che avrei potuto prolungare la mia permanenza a El Chaltén per fare qualche salita in più. E' la stessa sensazione da ormai quasi trent'anni, dalla prima volta in cui sono stato a scalare alla Fin del Mundo.
Questa volta con Franz Salvaterra, Luca Bianco e Giacomo Deiana siamo perfino riusciti a mettere piede su una cima ancora inviolata. Un dente di pescecane tra il Cerro Torre e il Cordon Marconi: il COLMILLO SUR!


Ancora una cima inviolata in Patagonia: 
Da sin. Colmillo Sur, Central e Norte
Un "riproduttore" umano di emozioni ancora valide

Lo scoglio che preme contro le mie vertebre lombari attraverso il materassino non avrà la meglio sul mio sonno perché la sveglia sta già suonando. 
Franz al mio fianco ha da poco smesso di cercare una posizione da dormita avvitandosi nel sacco a pelo come una punta da trapano. Sono le due e mezza. Siamo accampati con i nostri amici Luca e Giacomo sulle ghiaie de la Plajita, la spiaggetta. In verità i diminutivi sono una mania argentina perché questa spiaggia del lago Electrico é enorme come tutto ciò che ci circonda. Le montagne soprattutto, che occhieggiano tra le nubi e la luna di una notte incerta nel sonno, nei propositi e nel meteo. Ci siamo stufati di consultare bollettini e meteogrammi, quindi Franz ha trovato un sito che annunciava tempo buono e con quella previsione siamo partiti. E infatti gli spazi tra le nuvole sono consistenti a sufficenza per farci partire carichi di materiale e entusiasmo in dose giusta ma non esagerata.
La diagonale da sx a dx è la ns. via

Per noi è già giorno, ma è buio come asfalto fresco, perché la luna è già nello stomaco di qualche vaporoso cumulo carico di umidità spessa. Prendiamo a calci la morena che attraversiamo a passo di carica, come se fossimo bersaglieri ipovedenti. Le tende lasciate montate sulla plajita speriamo di ritrovarle al nostro ritorno ben ancorate agli scogli, perché sappiamo bene che del vento patagonico non ci si può fidare mai. Eppure insistiamo a spendere energie maledicendoci costantemente perché questa è la nostra passione. Non ci possiamo fare niente!
Sono le sensazioni che qui racconto perché i dati tecnici di una salita incerta e dall'esito sconosciuto sono "fuffa" e li raccontano tutti allo stesso modo annoiando terribilmente. Noi vorremmo fare divertire il lettore con un po' di leggerezza di spirito. 
Franz assicura Luca che esce in cima
A proposito, Giacomo dev'essere il primo sardo a fare queste cose qui. È di Sassari e scala su roccia in maniera disinvolta e qui in Patagonia è già stato lo scorso anno e ha capito a che gioco si gioca, tanto da ritornarci. I ramponi e le picche che porta nello zaino sono strumenti nuovi per lui. Li userà tra poco per la prima volta. E non stiamo andando a fare una passeggiata, anche se camminiamo da più di quattro ore quando dobbiamo indossare questi attrezzi appuntiti perché il ghiacciaio si fa più ripido, i crepacci più cattivi e la sagoma del Cerro Piergiorgio sembra caderci in testa dalla nostra sinistra. Seracchi piombano rombanti su ogni lato della valle, per fortuna nostra abbastanza larga da lasciarci ancora sonnecchiare e sopravvivere mentre risaliamo veloci verso la base della parete che è ancora vergine, come la cima, del Colmillo Sur. 
In sosta a la Brecha de los Sardos

Colmillo è un nome inventato da Rolo Garibotti per nominare tre cime appuntite che doveva descrivere nella sua bella guida Patagonia Vertical. Significa "dente canino", nome abbastanza appropriato alla forma di queste belle torri. Il Colmillo central è stato salito la prima volta da Franz e compagni un mese fa, il Norte da Hervè Barmasse e compagni nell'inverno di due anni fa, e il Sur ha rischiato di farsi sverginare da Franz e Jacopo Pellizzari qualche settimana fa perché hanno tentato una via diretta sulla liscia parete Sud per ora finita nella bufera, ma torneranno.
La cima non sembra concedersi tanto facilmente perché ha sopra uno di quei dannati funghi di ghiaccio strapiombanti da ogni lato, tipici delle vette che si affacciano sullo Hielo Continental Sur, la fabbrica delle perturbazioni delle Ande Patagoniche Australi. 
Noi saliamo da est, al sole incerto del mattino di oggi, che le nuvole stanno già inglobando nel loro abbraccio grigio e ventoso.
Il tempo peggiora, i Colmillos sullo sfondo
Il sole non ci tocca ma per i primi 4 tiri di corda almeno il vento ci risparmia perché soffiando da ovest ci può solo aspettare al colle che divide i due Colmillos, il nostro dal Central. Battezziamo questa forcella Brecha de los Sardos in onore al nostro coraggioso compagno Giacomo da Sassari, che ha già acquisito la destrezza necessaria con gli strumenti appuntiti che ha a mani e piedi. Bon così! Alla Brecha il vento soffia tanto improvviso che ti viene da dire "chiudi quella cazzo di porta!" , ma invece ce lo porteremo dietro, e di lato, fino in vetta.

La parete è quasi verticale ed é totalmente ricoperta di brina e neve ghiacciate, un fenomeno unico nel suo genere che condito dal vento sa davvero di Patagonia. Si chiama Escarcha. 
Luca Bianco (in tutti i sensi)

Bisogna tirare stretto il cordino del cappuccio e cercare di stare fermi il meno possibile. Le lunghezze di corda scorrono rapide nonostante le difficoltà non siano banali. Fino all'M5+ secondo tutti noi, Giacomo compreso, che ha capito immediatamente come funziona la scala del misto e soprattutto come ci si arrampica sopra! 
Ci chiede solo per favore di non dirgli che era facile e noi lo accontentiamo e ci facciamo delle sane risate su, mentre la neve ci entra nel collo e nei polsi. Eppure avevamo stretto tutti i cordini possibili. Nell'ultimo tiro Franz innesta sulle becche delle piccozze le alette in lega leggerissima appena realizzate dal suo sponsor Climbing Technology, che funzionano a meraviglia. In realtà il progetto è una derivazione migliorata di un'aletta concepita lo scorso anno assieme al nostro amico fabbro chaltenense Guido Grando, un artista dalle mani d'oro.
La parte superiore della via con il tracciato

I passaggi non sono banali e mentre assicuro Franz uno strattone mi fa perdere l'equilibrio facendomi piegare su me stesso per non precipitare di lato. Ero assicurato ovviamente ma se tieni le corde con le mani e cadi, una facciata non te la leva nessuno, ma non é successo. Franz urla nella tempesta che è caduto, se non ce ne fossimo accorti, ma che non si è fatto niente, precisandolo immediatamente. Ridiamo in sosta e penso che questo ragazzo è un genio! Perché ha sempre sotto controllo tutti gli aspetti che servono a tenere il morale costantemente alto. Nelle stesse condizioni con altre persone meno positive si potrebbe definire la situazione drammatica o estrema, come va di moda tra gli incompetenti, ma invece lo spirito che per fortuna abbiamo ci tiene allegri e pure caldi, nel gelo, sapendo che le nostre forze fisiche e morali ci riporteranno al sicuro. 
Nel nostro "chalet svizzero" a El Chaltén
Avere questa certezza sempre dentro di sé, contando sui compagni giusti, è meglio di qualsiasi polizza assicurativa ed è pure gratis! Questa la considero un poderoso pilastro dell'essenza dell'alpinismo, perché ti aiuta molto nel riportare la pelle a casa, mica roba da poco!
Le picche alate si ancorano alla perfezione lungo il mezzo tubo che Franz ha trovato sotto la cima e la vetta arriva da sola, inaspettata perché la visibilità è zero meno. 
La Sardegna in vetta sul casco di Giacomo
Siamo caldi ora ma sappiamo che il freddo tra poco ci entrerà nelle ossa perché scendendo in doppia non si fa fatica ma facciamo a gara a recuperare le corde, unico esercizio fisico possibile adatto a scaldarci. Così siamo anche rapidi frenando la forza di gravità ma non troppo. Dopo la Brecha de los Sardos sembra di entrare in casa. Il vento cessa all'improvviso come se la porta aperta per sbaglio qualche ora prima si sia richiusa alle nostre spalle. E forse è davvero così.
Dalla cima la vista sarebbe stata di quelle esteticamente memorabili ma nessuno di noi lo dice né credo che lo pensi. Non siamo saliti lassù per il "vedere lontano" di bonattiana memoria. Non siamo conquistatori ma semmai apprezzatori di momenti che durano da quando ci svegliamo a quando stremati ci ributtiamo nel sacco a pelo posato sempre su terreni scomodi. Non sono condizioni che cerchiamo volontariamente ma sono quelle che inevitabilmente troviamo ogni volta, perché per la passione si è disposti a soffrire godendone. Alla faccia di chi non capirà mai.
Arrivati alla base nevischia e soffia aria fresca in ogni direzione. É l'effetto rotore della corrente occidentale che predomina. Nell'acqua e anice di una canzone di Paolo Conte che descrive la nebbia padana, ci infiliamo nel dedalo di crepacci da scendere con brevi calate e da risalire con docili picozzate sul lato opposto. Il rewind di quello fatto stamattina, solo che siamo un po' più stanchi. Teniamo premuto il tasto "play" perché la strada è ancora lunga e accidentata. Ghiacciaio Piergiorgio, Marconi, lago Marconi, colle dei muri, cascatella e...spiaggetta-plajita, sembrano luoghi ameni ma piove orizzontale. Diventa buio e il tasto play vorrebbe scattare verso l'alto, in posizione stop, come in un ormai vecchio mangiacassette. Ma lo teniamo premuto fino a ritrovare le tende inzuppate e con il telo ammollato dalla pioggia di tutto il giorno. Dopo che la zip è scorsa prima avanti e poi indietro possiamo premere NOI il tasto Stop e stavolta lo scoglio che mi preme sulle vertebre lombari mi aiuta a russare.
discesa tra i Colmillos

Grazie a PATAGONIA, SCARPA, SALICE e FERRINO

mercoledì 24 dicembre 2014

CERRO TORRE à la carte

Le guide alpine F.Salvaterra e M.Cominetti con al centro il loro compagno-cliente M. Lucco in cima al Cerrto Torre il 14-12-2014

Luci nella notte australe sopra l'Elmo
Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la "normale" all'urlo di pietra.
The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: "Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo".
Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c'è molta differenza, climaticamente parlando.Bell'avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente. 
Senza volerlo aprii un' era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!
Io e Max sotto il Col de la Esperanza e al Torre
Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell'amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l'idea di fare "la guida" su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c'erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il "sergente" che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell'atleta.
Franz Salvaterra versione heavy duty
Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e... andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all'incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l'impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani. 
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa "magica combinazione" fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tronarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d'accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento. 

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.
La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più. 
Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l'ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: "Domani si parte per il Torre".
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l'anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l'oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c'è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L'indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E' tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di "escarcha", neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me... bisogna andarci per provarla.
La nostra FERRINO Monster all'Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l'aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei "lumbard" finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l'Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all'orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L'indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c'é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c'é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell'Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c'è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul "bagnoschiuma" verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l'uso di speciali alette montate sulle piccozze e l'utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell'altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano. 
Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e "scenziato" della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni. 
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa...ma giuro che lo leggerò.
Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: "Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui". 
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

PS mi hanno fatto notare giustamente che la volpe è un canide e non un mustelide, ma lascio questo nome nel racconto perché suona meglio

lunedì 3 marzo 2014

PROGETTO ICARO A CORVARA 1 marzo 2014

Ci siamo incontrati all'ovovia Boè sotto un cielo incerto al bello e certo al brutto, ma eravamo in tanti.
Corvara ore 9 dell'1 marzo 2014 (Foto di Concetta Bonaldi)
Oltre a Karin Pizzinini, motore dell'iniziativa, c'erano Pietro Dal Prà e Davide Crescenzio, miei colleghi con cui mi ha fatto molto piacere condividere questa esperienza.
I partecipanti erano una ventina, tutti del posto e tutti riders bravissimi, due maestri di sci.
Mi ha molto impressionato l'interesse di questo gruppo di giovani dai 12 anni in su per il tema "sicurezza sulla neve", che nella bufera si sono sobbarcati le nostre spiegazioni facendo un sacco di domande e dimostrando curiosità verso l'argomento.
Penso che tutti o quasi avessero conosciuto Icaro di persona e il fatto che fossero così numerosi è stata proprio una grande cosa!

Rif.Lago Boè zaino CYBERSAFE FERRINO
Infine vorrei ringraziare Maurizio Bartoli responsabile del campo Artva di Corvara e la ditta FERRINO per averci messo a disposizione uno zaino CYBERSAFE con sistema Avalanche Airbag System che abbiamo mostrato ai ragazzi facendolo "esplodere".

lunedì 10 febbraio 2014

FREERIDE in ARABBA DOLOMITES prima della grande nevicata!

Prima della GRANDE NEVICATA del 31 gennaio c'era già tanta bella neve sulle Dolomiti e in questo VIDEO **si può vederne anche l'ottima qualità.
Adesso ce ne sono circa 3 metri in più, basteranno?
Grazie ai miei sponsor che vedete qui sotto:




**nel video il mio amico Christian Tavella, grande sciatore, si è capovolto incrociando in velocità la mia traccia per la goduria della sciata che stavamo facendo in barba ai suoi amici partiti per il Giappone a caccia di POWDER!

...e qui il 12-2, dopo la Grande Nevicata
Lastei-Gr.Sella. ph.F.Piardi




LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...