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mercoledì 27 maggio 2026

TORNO SUBITO!

 


Ultimo giorno di Marzo del 1997. Sono reduce da un’infilata di gite sci alpinistiche e fuoripista che, favorite dall’ottimo innevamento e dalle sicure condizioni della neve, si sono protratte per almeno 25 giorni consecutivi. Sono molto soddisfatto e appagato. Mi succede sempre quando un apparente sfinimento si fa strada in chi pensa essere così, ma in realtà fino a una certa età, più salivo e scendevo montagne e meglio mi sentivo. Un po’ lo è anche adesso.
Oggi però sono contento di non avere messo la sveglia e di essere a casa senza programmi particolari. Semmai penso di andare a fare una corsetta serale, visto che le giornate sono già abbastanza lunghe, ma per ora mi gusto lentamente la colazione e guardando i pochi sciatori che sfrecciano sulla pista  incorniciati dalla grande vetrata del pianterreno della casa in cui vivo a Corvara.
Saranno state le 10 del mattino quando squilla il telefono e rispondo. Fatte le dovute presentazioni un tale mi chiede se fossi disponibile a fare una gita sciistica fuoripista per festeggiare il compleanno della figlia 25enne con fidanzato e altra figlia minore. Tutti ottimi sciatori! Ci hanno detto che la Val Setus è una discesa bellissima e ci piacerebbe fare quella.
-E quando sarebbe da fare questa gita? Rispondo.
-Se a lei va bene potremo vederci tra 10 minuti alla scuola di sci.
-Tra 10 minuti? Ma è tardi, non vi conosco come sciatori e comunque serve l’attrezzatura da scialpinismo perché bisogna andare con le pelli di foca per almeno un’ora e mezza dopo avere raggiunto con gli impianti la cima del Sass Pordoi.
-Ah, ma non si va in elicottero? Noi pensavamo di fare così perché ci hanno detto in albergo che si fa così.

Corvara 1997, con degli amici davanti allo
 stesso elicottero utilizzato quel giorno.
Io sono quello tutto a destra, il pilota non c'era.


Avrei dovuto insospettirmi di tanta mala informazione ma invece feci l’errore di calarmi immediatamente nei panni del professionista e stetti quindi al gioco. Feci male.
Ho praticato l’heliski diverse volte senza mai entusiasmarmi più di tanto perché non mi sono mai trovato a mio agio con le persone che lo esaltano (e si esaltano a loro volta), inoltre ho sempre sostenuto che nelle Dolomiti ci sono così tante possibilità di sciare fuoripista utilizzando gli impianti che l’elicottero mi è sempre sembrato un mezzo inutile e cafone per andare in montagna. In fondo sono un alpinista e l’etica per me ha una certa importanza. Ho svolto svariati lavori aerei con l’elicottero, incluso il soccorso, e devo dire che sto meglio con i piedi per terra, pur capendo quanto questo incredibile mezzo volante possa affascinare molte persone. Poi conosco molti piloti che considero delle persone prima di tutto animate da grande passione e dalle capacità enormi, se penso a quanto è complicato e rischioso volare in montagna.
Non mi ero formato ancora un’ideologia ferrea che esclude l’elicottero nella mia attività professionale e personale con gli sci come è successo poco dopo, ma quel giorno, ho semplicemente visto una giornata di lavoro “facile”, che sarebbe durata poco rendendo molto. Non lo dico per avidità ma quando vivi del mestiere di guida sai perfettamente che le occasioni di lavoro non vanno sprecate perché ci sono anche lunghi periodi in cui non ti chiama nessuno e le bollette e il resto, invece vanno pagati tutto l’anno.
In seguito, raggiunta una certa maturità professionale, anagrafica e una maggiore stabilità economica mi sono permesso di rinunciare (dal 2020) totalmente a lavorare utilizzando gli impianti di risalita, decapitando il mio volume d’affari con gli sci di almeno l’80% in meno. Vado solo con le pelli di foca e d’inverno cerco di scalare sul ghiaccio più che posso, per lavoro e per diletto, perché mi piace così. Non disdegno mai una bella gita sci alpinistica con gli amici o in famiglia e spesso vado con giovani appassionati cercando di metterli in guardia sui rischi che questa meravigliosa attività comporta. Alcuni di loro sono divenuti guide alpine, quindi oggi siamo colleghi.

Jumbo-jet, Vallunga


Il mondo chiassoso, consumista e oggi altamente cafone delle piste da sci non mi piace più, anche se rappresenta una grande e sicura fonte di reddito per molti professionisti della neve di cui ho il massimo rispetto, anzi, visto il sacrificio morale che per me rappresenta, ne ho grande ammirazione. Io non ce la farei più e il solo ronzio delle funivie mi infastidisce quanto la loro visione, senza parlare degli sciatori odierni chiusi orgogliosamente dentro le loro costose armature, caschi e mascherine a specchio che per me rappresentano l’opposto della libertà che può dare una sciata. Contenti loro…
Tornando a quel giorno soleggiato di primavera di ormai tanti anni fa, ricordo di avere vergognosamente accettato e di avere detto a mia moglie che sarei rientrato per l’ora di pranzo perché di fare festa con degli sconosciuti, che mi avrebbero certamente invitato nel loro pluristellato hotel, non ne avevo nessuna voglia.
Chiamai Paolo, il pilota dell’elicottero che stazionava poco distante da casa mia che mi disse che doveva volare a Trento a fare la manutenzione del suo velivolo ma aggiunse che se fossimo stati puntuali pochi minuti dopo ci avrebbe lasciati nei pressi del rifugio Cavazza al Pisciadù a 2585m di altitudine nel cuore del versante settentrionale del Sella, da dove la Val Setus si origina.
Non mi è mai piaciuto fare le cose di fretta ma i miei clienti erano stressati abbastanza per farsele andare bene, cosicché pochi minuti dopo già scendevano dalla loro elegante macchinona che li depositava nei pressi della piazzola di atterraggio bardati di tutto punto ma assolutamente non attrezzati per quello che stavamo andando a fare. Una rapida occhiata ai loro movimenti e subito capii chi era in grado di fare quella gita e chi no. A parte il ragazzo della bella figlia dai lunghi capelli biondi e dalle gambe pure loro lunghe, che aveva una figura atletica, gli altri erano assolutamente dotati di quella goffaggine a cui molti si credono di sopperire con il portafogli. La mia giornata si prospettava come meno facile del previsto. Ribadisco che la mia previsione iniziale era sbagliata, quindi dovevo rimediare improvvisando; situazione in cui di solito riesco a dare il meglio di me. Come dice una mia amica, bionda pure lei: bisogna ballare come suona la musica!



Senza pensarci troppo buttai nello zaino, prendendolo all’ultimo momento dal bagagliaio dell’auto,  un cordino da 7mm di diametro lungo 15 metri, convinto che non sarebbe servito. Sbagliai anche questa previsione.
Ma veniamo all’itinerario. La Val Setus è un profondo canalone che si insinua tra alte pareti rocciose decisamente spettacolari e impressionanti. Ha fama di essere una discesa impegnativa anche se non estrema la sua esposizione è a nord. E’ parallela alla più famosa Val Mesdì che risulta molto più percorsa perché è più facile e più facilmente raggiungibile. L’inclinazione che raggiunge sfiora i 45 gradi e il punto più stretto tra le rocce misura all’incirca 5metri di larghezza, elemento che fa si che la sua visione in quel punto la faccia sembrare molto più ripida a occhi poco esperti.
Il sibilo della turbina dell’Ecureil pose fine a convenevoli e preparativi. Caricati gli sci nel cesto laterale dell’elicottero entrai per ultimo sedendomi sul sedile posteriore in modo da poter chiudere la porta scorrevole. Indossata la cuffia auricolare dissi a Paolo che era tutto a posto. Una vibrazione più intensa conseguente all’azione del comando ciclico fece come di consueto aumentare repentinamente la portanza del rotore principale già in movimento e in un attimo quella macchina infernale si sollevò, con forza cieca di baleno, da terra con tutti noi al suo interno. Abbassando il muso come un toro infuriato l’elicottero prendeva quota molto velocemente grazie alla sua grande potenza e il parabrezza si riempiva così di una visione mistica che conteneva una miriade di torri di roccia vertiginose di ogni foggia e dimensione. La festeggiata sedeva sul sedile anteriore a sinistra del pilota. Tutti gli occupanti, tranne me e Paolo, non erano mai saliti su un elicottero e, dopo una prima profonda deglutizione di saliva restarono a bocca asciutta manifestandolo con ululati di gioia e mugolii vari colmi di piacere e terrore. Chiesi a Paolo di mostrarmi dalla mia parte l’itinerario per verificarne le condizioni e notai che la superficie della neve era ancora ghiacciata dal gelo notturno. L’ora tarda avrebbe presto reso quella superficie più morbida e adatta a una sciata non troppo difficile, ma la mia serenità doveva essere minacciata da un evento naturale banale quanto pericoloso, anche perché si andava a sommare ad altri eventi negativi che avrei scoperto di lì a poco. Un po’ me lo sentivo ma insistetti.

1982 durante il corso di aspirante guida alpina


In un candido turbinio la macchina volante ci depositò nel luogo previsto affondando parecchio nella neve la cui crosta ghiacciata aveva ceduto sotto al notevole peso perché ai pattini dell’elicottero erano state già tolte le piastre che aumentano la base d’appoggio del pattino sulla neve. Poco male, ma adesso dovevo fare capire ai miei clienti che lo spazio sopra le nostre teste in verticale non era poi molto e che dovevano quasi strisciare sulla neve se non volevano restare decapitati dal rotore. Il problema è che il rotore mentre gira non si vede bene e le mie parole urlate, visto il vento e il rumore, suonavano come bugie. Quindi presi uno per uno quei poveracci per la giacca come si prende un gatto per la collottola comprimendoli al terreno, scaricai gli sci, chiusi la porta e feci il cenno di assenso al decollo a Paolo che se ne andò a farsi i fatti suoi.
Silenzio, aria fresca ma non troppo, allegria da turista un po’ intontito unita a un’euforia per me preoccupante, imbevevano l’atmosfera. D’altronde cose dovevano fare quelli? Erano felici ed eccitati dal compleanno, dalla bellezza del posto e dal volo in elicottero. C’era la guida. Cosa mai poteva succedere loro?
Il banale evento naturale di cui prima era una semplice nuvola bianchissima a cui ne seguirono altre come richiamate da un flauto magico suonato dal diavolo in persona come nell’apprendista stregone di Dukas. Questo perché schermando il sole, le nuvole non favorivano la fusione dello strato superficiale della neve che ci aspettava ghiacciata nel ripido canalone sotto di noi.
Tra lo stupore, la felicità e l’esaltazione dei clienti estrassi dallo zaino un cacciavite e iniziai a stringere la durezza di sgancio degli attacchi da pista in plastica di quegli sciagurati. Il padre mi disse che così in caso di caduta non si sarebbero staccati e loro si sarebbero potuti rompere le gambe. Risposi che in caso di caduta, con o senza gli sci ai piedi, nella prima parte della valle che avremmo sceso, una gamba rotta o anche entrambe sarebbero state una benedizione perché l’alternativa a questo inconveniente era quella di finire in pezzettini rimbalzando sulle rocce taglienti che spuntano qua e là.
Guiding


Questo non ve l’ha detto chi vi ha suggerito questa favolosa discesa fuoripista, chiesi.
Ci fu un momento di silenzio dovuto al panico ma io minimizzai. Volevo andare a casa ma dovevo fare per bene il mio dovere. Nel mentre pensavo che non avrei potuto proporre a quelli di richiamare l’elicottero per portarli giù in paese, perché Paolo sarebbe già stato a Trento e di certo non volevo chiamare il soccorso per un po’ di fifa.
Quando inziammo a muoverci sci ai piedi in direzione dell’imbocco della discesa le mie teorie sulla loro abilità sciatoria ebbero la conferma che già mi aspettavo. Erano dei pistaioli della domenica di quelli che “scendono tutte le piste”. Ok, le scendono perché la forza di gravità risucchia ogni cosa verso il basso, ma qui non ci sono reti e materassi in caso di errore. Avevo già capito che per pranzo non sarei arrivato a casa.
La neve non mollava e non avrei voluto entrare nel canalino di partenza sciando con quegli sventurati sul ghiaccio! Quindi dovremmo aspettare ancora con assoluto disappunto del padre che diceva che dovevano arrivare in tempo da Mimì e Cicì per festeggiare con loro sulla terrazza dell’hotel. Insomma, non capivano che non eravamo su una pista “nera” ma all’imbocco di quella che per loro era una discesa estrema e che per me sarebbe stata l’inizio di un’odissea dall’esito catastrofico, non perché pensavo che qualcuno sarebbe precipitato, ma perché la mia “giornata facile” non sarebbe stata tale. Dal lato tecnico e di sicurezza ero tranquillo ma avevo preso la corda sbagliata. Avrei dovuto prendere il cordino di kevlar da 6mm di diametro lungo 100m perché avremo fatto prima.

Quando la neve mi parve un po’ più cedevole ma non troppo mi misi vicino il padre facendo seguire gli altri in ordine di supposta abilità crescente e partimmo derapando sul firn.
Non volava una mosca dalla tensione.

Lanciai il capo della corda al fidanzato della festeggiata e gli dissi di legarselo in vita col nodo che conosceva. Lo fece.
Gli dissi di sciare come meglio poteva fino alla fine della corda. Lo fece.
Gli altri avrebbero usato la corda come corrimano fino a raggiungere il ragazzo. Nessuno disse una parola e percorremmo così, a tiri di corda, tutta la parte più ripida della valle. Io, quando il ragazzo era 15m più in basso piantavo la coda di uno sci, levandomelo, nella neve fino alla talloniera costruendo così un ancoraggio che avrebbe retto tutti. Poi scendevo sciando con la corda in mano in leggera tensione facendola su in spire e raggiunta la sorella della festeggiata ripetevamo l’operazione. Mi dicevano che avevano male alla gamba destra, perché sempre su quella poggiavano il loro peso in quanto fare una curva per loro significava morire di sicuro o finire in ospedale restandoci parecchio tempo. La festeggiata a un certo punto disse: che razza di compleanno…
Resterà indimenticabile, aggiunsi sogghignando e cercando di sdrammatizzare.
Intanto perdevamo rocambolescamente quota mentre il pomeriggio, tra una cosa e l’altra si riempiva di mezz’ore intense.
Giunti dove la pendenza in caso di caduta non sarebbe stata più pericolosa, misi via la corda e dissi a quelli, ormai sfiniti, di sciare come meglio potevano. Cercai come sempre di dargli qualche indicazione utile a rendere più efficiente la loro sciata ma ormai era come cercare di rianimare un morto.
Calata la tensione un minimo di divertimento e di emozione per essere in un posto tanto suggestivo prendeva piano piano posto nelle loro anime e pure nella mia. Tornarono i sorrisi ma la poca prestanza fisica della truppa assieme a una tecnica sciistica da discarica di rifiuti non ci aiutavano più di tanto nel raggiungere la sottostante pista battuta, che però alla fine arrivò. Ebbi l’impressione che ci fosse venuta lei incontro tanto era prolungata la nostra immobilità. Quando li vidi sciare sulla pista mi dissi come avevo potuto portarli lassù, e soprattutto giù, per un itinerario per loro tanto proibitivo, ma ormai era fatta.
Giunti in paese a impianti già chiusi da un pezzo incontrammo un’atmosfera da striscione del traguardo smontato, o da sedie sdraio sulla spiaggia già messe in magazzino. Mestamente ci avvicinammo alle nostre rispettive automobili e io me ne andai per primo. Li lasciai a picchiarsi con i loro scarponi e i moon boot nel fango del parcheggio.
Parlando con il proprietario del loro hotel qualche giorno dopo mi disse che gli amici che gi avevano consigliato la Val Setus erano dei ricchi bolzanini scatenati che passavano l’inverno a sciare fuoripista dal Canada all’Alaska e al Caucaso. Capii tante cose che però già avevo intuito dall’inizio di quella giornata e non avevo voluto però stupidamente ascoltare.

Arrivato a casa imbracciai la chitarra mentre mia moglie mi chiedeva com’era andata e io mi sprofondavo nel divano suonando, accompagnandomi con un fischio, la colonna sonora del film Per un Pugno di Dollari di Morricone. Poco dopo cenammo e alla fine mi mangiai dei cantucci pucciati nel Porto, come da foto.




lunedì 8 giugno 2020

LA NOTTE DEGLI INCAPPUCCIATI E ALTRE INSONNI


Sandro aveva da poco comprato una Fiat Uno Turbo e tutto ci sembrava più vicino, così decidemmo di trascorrere un finesettimana intenso a Chamonix partendo da Genova. Da qualche anno mi ero trasferito a vivere a Corvara nelle Dolomiti dove facevo la guida alpina, ma nelle mezze stagioni non rinunciavo a rivedere i vecchi amici genovesi di sempre con cui, oltre ad arrampicare, sciare e cantare, mi divertivo come non mi riusciva di farlo con i nuovi che mi ero fatto dove vivevo. Dove vivo tutt’ora ho diversi amici che stimo e con cui vado d’accordo ma quello che mi è sempre mancato con loro è quel senso pesante dell’ironia che invece posso esercitare con i miei ormai vecchi amici del luogo dove sono nato e, in parte, cresciuto.
Les Arcs anni '80

Tra di noi non ci sono riguardi. Possiamo essere capaci di maltrattamenti morali reciproci che ad altri possono risultare insopportabili e insostenibili. Posso dire vaffanculo brutto figlio di troia al mio migliore amico certo di non offenderlo perché uso un tono affettuoso che significa che gli voglio bene e lui lo sa. Mentre dove vivo ogni parola ha un solo significato, con i miei vecchi amici possiamo giocare, ancora oggi, ad attribuirgliene di diversi e la cosa ci fa sentire più liberi di manifestarci senza filtri.
Praticare il turpiloquio per curare chi si prende troppo sul serio è attività sana come una nuotata nel mare calmo al mattino presto.

Sandro Pansini, Nord dell'Eiger 1984

L’equipaggio era composto, oltre Sandro e me, da Skeno, Miagia e Franco detto il Tranviere. Cinque paia di sci sul tetto e attrezzatura per fare fronte a ogni terreno dalla falesia all’alta montagna nel bagagliaio. Dentro la Uno in cinque non stavamo affatto scomodi e il bagagliaio conteneva tranquillamente i nostri cinque zaini e tutto il vettovagliamento. L’unica mia preoccupazione erano gli sci sul tetto. La macchina andava talmente forte che avevo paura che si staccassero dal porta-sci e finissero nel parabrezza delle auto che seguivano in autostrada trafiggendo al petto ignare famiglie che manco si rendevano conto del rischio che correvano. Infatti non ho mai portato gli sci sul tetto in autostrada perché questo pensiero mi ha sempre inquietato, ma stavolta non eravamo con la
mia auto e quindi mi dovevo adattare.
da Il granito del Monte Bianco di
 M.Piola, ed. Melograno

La partenza era stata ovviamente antelucana e avevamo percorso il tunnel del Monte Bianco che fuori era ancora buio. Il viaggio mi sembrava fosse durato pochissimo. Sarà stato per i discorsi ininterrotti, ma sicuramente era anche dovuto alla velocità con cui quella macchina infernale riusciva a farci viaggiare. Parlavamo di donne più che di montagne.
Colazione con fornello per terra nel parcheggio della funivia per l’Aiguille du Midi ancora chiusa e poi in coda tra biglietteria e ingresso in cabina, schiacciati tra gli sciatori. Anche noi eravamo sciatori, a parte Skeno che aveva messo gli sci solo qualche ora nella sua vita, ma tali non ci sentivamo perché nei nostri zaini c’era l’attrezzatura per scalare la Via Super-Dupont da poco aperta dai soliti noti: Piola e Steiner, e dalla fama di essere una via molto bella e piuttosto impegnativa.
Merita raccontare una mia precedente campagna scalatoria sull’Aiguille du Midi in compagnia di altri amici genovesi risalente a un paio di anni prima. Costoro erano Luca Biondi detto Blond e Martino Lang.
Luca Biondi e Martino Lang oggi

Martino era tra di noi il più aggiornato su cosa succedeva sulle Alpi e nelle neonate falesie di tutto il mondo. Sfogliava decine di riviste in ogni lingua e, nonostante non ne conoscesse una, capiva sempre cosa voleva capire e ce lo raccontava condito dalla sua verve dissacratoria e poco convincente, ma tant’é...
Il viaggio da Genova l’avevamo iniziato in treno e proseguito in autobus e autostop da Entreves. A Chamonix, Martino, che lì si muoveva come un consumato habitué, ci aveva detto di metterci in coda alla funivia mentre lui avrebbe procurato qualcosa da mangiare. Lo vedemmo arrivare con un grande sacchetto di carta pieno di croissant e pan au chocolat e un cartone di lattine di cocacola che secondo lui ci avrebbero assicurato le calorie necessarie per i due giorni da trascorrere ai 3800 della cima dove avremmo alloggiato a scrocco in un tunnel segreto nella stazione della funivia, che gli aveva svelato Giancarlo Grassi con cui ogni tanto andava in montagna. L’obiettivo era ripetere subito dopo Pedrini e Ballerini la via, sempre di Piola e Steiner: Monsieur de Mesmaeker, la più dura del massiccio e soprattutto la prima a spit, ai tempi una novità che aveva sconvolto l’ambiente alpinistico mondiale. Grazie a Martino noi in qualche modo c’eravamo e avremmo lottato per salirla nel migliore degli stili.
All’uscita della funivia nella calca estiva tra turisti nipponici in camicia e alpinisti di vario genere, tra cui noi in pantaloni di tela bianca a zampa d’elefante, fascia legata intorno ai capelli e felpa in cotone, una guida alpina dalle rughe sapienti, ci aveva detto che la via era “mouillé” e che ci conveniva farne un’altra. Martino, che era il nostro amico poliglotta aveva annuito con disinvoltura tale da non farci chiedere cosa avesse voluto dirci e ci dirigemmo scivolando sul culo alla base della parete superando decine di alpinisti che ci guardavano male, compresa la guida che, legata al suo cliente, avrebbe sicuramente preferito lasciarsi scivolare come noi anziché restare lentamente incolonnata. Martino per l’occasione aveva indossato l’orecchino di coda di pavone rosa e, sorvolando sulle peripezie tecniche lungo la via che lui voleva salire da primo ma non aveva fatto i conti con Luca e me che ambivamo alla stessa cosa, dico solo che quel giorno nacquero delle frasi che ancora oggi sono di uso comune nel nostro gergo.
Cito tra le molte: “dammi corda quando scatto” e “per la libera ci vuole il suo tempo”, espressioni tecnico-filosofiche scaturite istintivamente da situazioni contingenti indimenticabili, come indimenticabile fu la notte che ci aspettava. L’idea era quella di fare un’altra via il giorno seguente ma sottostimammo alcuni dettagli.
Raggiunto il tunnel di uscita della stazione della funivia recuperammo a piccozzate i croissant e le lattine di cocacola che avevamo seppellito nella neve. Ovviamente erano un blocco di ghiaccio, impossibile quindi mangiare e bere.
Uno dei particolari che determinarono la qualità del nostro bivacco fu il fatto che la porta di ingresso nella stazione era solidamente chiusa dall’interno e a nulla valsero il nostro bussare e urlare per farci aprire. Ci accovacciammo nei sacchi piuma distesi sulle corde e gli zaini mettendo dentro con noi anche le lattine e i croissant che non ne volevano sapere di sciogliersi per farsi ingerire, fame e sete non ci mancavano di certo.
Dopo qualche ora passata a fumare (io no perché non fumo) e a insultare i francesi della funivia che non ci avevano aperto, una lattina sembrava essersi riscaldata quel tanto che consentisse di berne il contenuto. Tirata la linguetta, Martino se la ficco in bocca mentre una schiuma marrone aveva iniziato a zampillare violentemente. Il risultato fu che si gonfiò come un pallone di liquido gelato a stomaco vuoto e si beccò una congestione immediata. Riverso sulla neve colorata dalle pisciate e dalla cocacola diceva che sarebbe morto e ci comunicava così le sue ultime volontà. Vista l’urgenza di un soccorso Luca e il sottoscritto iniziammo a battere violentemente il portello di fredda lamiera che ci teneva chiusi fuori gridando anche AIUTO e fu così che ci aprirono. Martino era in condizioni pietose e ci fecero quindi entrare facendoci accomodare in una stanzetta riscaldata dove ci sembrò di rinascere.
In poco tempo la temperatura aumentò e potemmo mangiare e bere. Martino smise di vomitare bile e si addormentò. La temperatura saliva sempre più e iniziammo a spogliarci. Di stare dentro ai sacchi piuma non se ne parlava. Martino giaceva esanime, chissà se respirava. Mancava l’aria e quella poca che c’era era bollente. I muri scottavano e forse soffrivamo anche di mal di montagna perché la testa ci scoppiava.
Sono sempre stato sensibile all’inquinamento elettromagnetico e lì dentro, secondo me, ce n’era anche troppo. Uscito fuori, l’escursione termica a cui fui sottoposto era di almeno 46 gradi centigradi, mi sentivo mancare mentre notavo nel locale adiacente dei trasformatori enormi che ronzavano come calabroni. Infatti sulla cima dell’Aiguille du Midi c’è una gigantesca antenna collegata a mille macchinari che si trovavano proprio dove stavamo anche noi. Del personale della funivia nessuna traccia. Sicuramente avevano una stanza schermata dalle radiazioni che noi stavamo assorbendo alla grande nella notte che ancora ci riservava un bel po’ di ore di insonnia garantita. Pensammo che Martino fosse morto ma in verità pensavamo a salvare noi sopravvissuti al gelo e ai campi magnetici. In qualche modo guadagnammo l’alba e poi finalmente  l’ora di riapertura della funivia. Scesi in paese dedicammo la giornata intera a ritornare a Genova in autostop. Abbandonai Luca e Martino che avevano i capelli troppo lunghi per essere caricati su uno dei camion che attraversavano il tunnel. Separati il viaggio ci fu più rapido. Ci rincontrammo a Finale la settimana seguente.
Ai Grand Montets anni '80

Tornando a noi cinque di prima, devo citare che in un autogrill avevamo comprato una specie di plum cake dalla rara pesantezza (altro che piuma) che ci saremmo portati sulla via per avere calorie con relativamente poco peso. Lo denominammo “il gatto” per via della sua forma.
 Presto fummo all’inizio della via che salimmo senza problemi fino a quando Skeno cadde su una cengia piegato in due dal mal di pancia e di testa. Gli demmo da bere e lo costringemmo a mangiare un pezzo del “gatto” per tirarsi su. Non aveva appetito ma io glielo infilavo a forza in bocca mentre Miagia gliela teneva  aperta contando sul fatto che non riusciva a opporsi date le sue condizioni fisiche.
Skeno riusciva solo a dire “no, gatto non ne voglio” che noi zac gliene infilavamo in bocca un bel pezzettone. A un certo punto si lamentò di sentire puzza di merda e cercò di vomitare. In effetti poco prima avevo defecato su un terrazzino facendomi il bidet con della neve ma, evidentemente nelle mie dita era rimasto un po’ del noto profumo e con quelle maneggiavo il “gatto” davanti al suo naso, cosa che non lo aiutava a farsi passare la nausea probabilmente dovuta all’altitudine. Abbandonammo Skeno sulla cengia con un pezzo di gatto e dell’acqua, e proseguimmo la via che, tranne un voletto su un micronut di Miagia, si svolse senza problemi divertendoci. Dalla cima ci calammo raggiungendo Skeno che si era ripreso un po’ e scendemmo insieme alla base dove ci aspettavano gli sci.
Come avevo accennato prima Skeno non era molto abile sugli sci e non stava neppure bene, ma dovevamo percorrere la Mer de Glace per raggiungere il fondovalle, quindi lo infilammo negli attacchi e gli dicemmo di seguirci e che la discesa era facile. Dalla forzata posizione a similspazzaneve in cui si mise si capiva che faceva uno sforzo enorme anche da fermo, figuriamoci muovendosi tra i cumuli di neve tritata dagli sciatori e rigelata dal freddo della sera!

Skeno sembrava una statua, tanto i suoi movimenti sciatorii erano assenti ma non cadeva se non di rado, grazie comunque alle sue doti atletiche e a una testa dura più del normale. La discesa si protrasse fino a una cert’ora anche perché la risalita al Montenvers e la seguente discesa ripidissima lungo uno scivolo di valanga ci presero tempo. Era buio quando raggiungemmo il parking della funivia. Ci buttammo in macchina e guidammo fino a un boschetto dove volevamo sistemarci  per la notte. Fatti pochi km su una sterrata incontrammo un grosso tronco che la sbarrava. Scesi dalla macchina e lasciando la portiera aperta mi arrampicai sul tronco per scavalcarlo incamminandomi verso quella che sembrava una radura da dove intravvedevo una fioca luce tra gli alberi. Fatte poche decine di metri mi apparve un grande cerchio di persone incappucciate intorno a un fuoco vestite con lunghe tuniche scure. Mi bloccai subito tra lo spavento e l’imbarazzo e quelli si girarono puntando su di me i loro occhi attraverso i cappucci in stile tra il rito satanico e Ku Klux Klan. Li vedevo illuminati dal fuoco e non erano sguardi benevoli. Scattai di corsa nella direzione da cui ero pervenuto e mi ritrovai subito sul tronco da dove saltai direttamente attraverso la porta della Fiat Uno urlando VIA, VIA, scappiamo! Il mio salto prevedeva di entrare velocemente in macchina ma diedi una testata fortissimo sul montante superiore della porta cadendo per terra stordito. Urlavo a Sandro di scappare mentre mi ero già seduto e avevo chiuso la porta. Lui non se lo fece ripetere e in retromarcia ad almeno 50 km orari sgommando sulla ghiaia perforammo la notte fuggendo all’indietro. Quando gli raccontai degli incappucciati nessuno voleva credermi e comunque andammo a dormire nel parcheggio illuminato di una scuola.
Skeno si sarebbe incontrato con una ragazza il giorno dopo e ci lasciò ma era già arrivato da Courmayeur il suo sostituto: Blanche! Berrettino alla cuculo, occhiale Vuarnet, microzaino e sci di marca, sembrava uscito da una rivista patinata ma quando ci infilammo nella cabinovia di Argentiere e arrivammo sui Grand Montets capì immediatamente che la sua giornata sulla neve non sarebbe stata un aperitivo al Brevént. Oggi si sciava! Facemmo pochi metri sulle piste perché l’obiettivo era starne al di fuori il più possibile. Cercavamo terreno ripido su cui metterci alla prova perché il giorno dopo saremmo saliti su per la parete nordest de Les Courtes per scenderla con gli sci. Ci sfinimmo di curve e salti e quando gli impianti si spensero ci avvicinammo con le pelli al rifugio d’Argentière. Il Tranviere e Blanche erano preoccupati perché guardandosi intorno vedevano facce che non promettevano nulla di buono e fuori dalle vetrate del rifugio non riuscivano a scorgere dove si sarebbe potuto sciare, ma non dicevano niente al riguardo. 
Versante nordest de Les Courtes 3856m. (Monte Bianco)


Dopo la solita sbobba andammo a dormire in una camerata puzzolente che certamente non contribuimmo a profumare. Verso le due suonò la sveglia. Blanche di soprassalto gridò da sotto una coperta pulciosa: ma che cazzo succede? Dobbiamo alzarci, fu la nostra risposta. Guardato l’orologio ci disse se eravamo scemi e cosa ci passasse per la testa per svegliarci nel cuore della notte! Non gli spiegammo che era normale farlo e lo lasciammo dormire anche per il suo bene. Con inconsapevole leggerezza gli salvammo la vita.
Fuori la neve scricchiolava sotto i ramponi indurita dal freddo notturno e le stelle che facevano brillare gli scudi ghiacciati delle pareti nord ci facevano stare zitti per la solennità di quei momenti che immediatamente ti fanno capire che aver puntato la sveglia così presto non è stata una brutta idea.
Io e Miagia eravamo sicuramente i più eccitati e avanzavamo rapidi verso la parete. Quando superammo la crepaccia terminale vedevamo Sandro e il Tranviere iniziare la salita del conoide che collega questo versante con il piatto ghiacciaio di Argentière. Sapevamo che Sandro era il più esperto, anche perché il Tranviere non aveva mai fatto nulla di simile, e avrebbe preso le decisioni giuste. Infatti fu così che poco dopo aver superato anche loro la terminale decisero di scendere perché il Tranviere tremando come una foglia continuava a chiedere perché avrebbero dovuto salire su per quel pendio ghiacciato da dove lui sicuramente non sarebbe mai sceso sciando. Erano fuori dalla nostra vista e ci raccontarono dopo la piccola tragedia che si era consumata –perché scendere è più complicato che salire-  mentre Marco (Miagia è il nome con cui l’abbiamo sempre apostrofato) e il sottoscritto arrivavamo in vetta fin troppo presto. Si, perché su quel ghiaccio non avrebbe sciato neppure Jean Marc Boivin. Aspettammo che il sole scaldasse il pendio per regalarci un po’ di neve sciabile, addormentandoci sugli zaini. Dopo non ricordo più quanto tempo decidemmo di iniziare a scendere. Il ghiaccio c’era eccome e fortunatamente i miei sci Omeglass da slalom di 203 cm erano una cannonata, che però non mi evitò una derapata un po’ fuori controllo finché le lamine si poterono aggrappare a una base un po’ più morbida permettendomi di fare la prima curva. Miagia fece lo stesso  e da lì in poi la discesa durò un istante.
Non era ancora nato in me quel senso che mi fa preoccupare del compagno che, facendo la guida alpina, si sarebbe in futuro radicato nel mio animo rovinando il mio alpinismo ma sicuramente arricchendo la mia vita. Il prezzo da pagare per garantire un minimo di sicurezza a chi si lega con te è che le tue energie le devi dividere in due e è molto difficile riuscire a gestire la giusta quantità di energia che devi dedicare all’altro quando lo vedi in difficoltà, quando lo devi incoraggiare o quando non devi dare a vedere che sei preoccupato per non fare preoccupare anche lui segnando l’inizio della fine di quella tensione equilibrata che ti fa stare ancora lì, anche se sei nel posto più inospitale della Terra. Avrei imparato nei decenni a farlo, ma nel frattempo mi ero bruciato molte possibilità personali in alpinismo perché non potevo pensare solo a me stesso. L’alpinismo estremo è praticato da egoisti estremi. L’egoismo può essere una caratteristica positiva quando ti salva la pelle o ti porta dove vuoi. Una guida si deve dividere sempre in due, raddoppiando necessariamente le sue forze interiori e fisiche, per questo motivo alla sera si è stanchi, ma solo quando te lo puoi permettere. Con l’esperienza profonda di me stesso avrei riscoperto le mie possibilità residue, perché comunque gli anni passano, incontrando pochi compagni perfetti per questa verifica. E’ successo raramente, ma quando senti di poter contare sull’altro e l’altro fa lo stesso con te, si verifica quella situazione in cui ci si sente una macchina perfetta per andare avanti ognuno con la sua libertà e la sua dipendenza dall’altro che diventano assurdamente la stessa cosa. Non occorre poter contare sulla forza fisica del tuo compagno, ma ti aiuta inconsciamente a sentirti sereno il suo sguardo, le sue battute e l’avvertire il suo senso di giustizia nei confronti del posto in cui ti trovi con lui. Se tu ricambi questa sensazione senza volerlo, tutto tende alla perfezione senza mai raggiungerla e ci si diverte da morire! Per questo si scalano le montagne.
Sotto il Gr.Capucin 1981

Con un salto della crepaccia terminale ci lasciammo scivolare lungo il ghiacciaio fino al rifugio che era ancora mattina. Ci sembrò facile, le nostre gambe erano buone e la nostra giovane testa abbastanza incosciente da farci fare cose anche molto più impegnative di questa e il bello è, per me, che non ho ancora smesso.
Recuperati gli amici, la neve ormai resa colla dal sole di primavera inoltrata ci scarrozzò a fondovalle dove ci stipammo nella Uno Turbo –non so perché gli stessi bagagli al ritorno sembrano occupare più spazio che all’andata- che fendendo il buio illuminato artificialmente del tunnel sotto al Monte Bianco ci depositò a Courmayeur per un gelato e per lasciare Blanche nella villa dove era ospite.

domenica 1 ottobre 2017

VERO FREERIDE II

 IL BUGIARDO   ( Vero Freeride II )

Da sin.: io, Stefano Bonetti, Sandro Pansini, Libero Liggeri,
Angelo Baccini, Walter Buongiorno. S.Fruttuoso di Camogli 1978










Genova 1978
Al nostro gruppo degli Scout, dopo una campagna per raccogliere iscritti che non ricordo come si svolse, si aggiunse in autunno un elemento degno di nota.
RL era un bel giovanotto poco più che ventenne, simpatico, incantava tutti con i suoi racconti, specie le ragazze. Di nobili origini possedeva case, tenute e castelli in ogni località di grido e aveva, a dir suo, un’attività sessuale che a tutti noi sembrava notevole.
Ovviamente si muoveva su lussuose auto con autista, solo sulla Lamborghini Miura guidava lui, era un campione in diversi sport e vestiva capi di marca e alla moda casual di allora.
Freeride anni '80
Arrivato l’inverno lo invitammo a passare una domenica con noi sugli sci nella località di Artesina, piccola e modesta stazione delle Alpi Marittime. Accettò con un po’ di riluttanza e ci disse che si sarebbe presentato all’appuntamento con una macchina “adatta”.
Era ancora buio quando ci incontrammo al casello di Genova Ovest presso la concessionaria Fiat e RL non si presentò con la jeep che ci immaginavamo, bensì con una Autobianchi A112 Abarth da 58 cavalli rossa e nera.
Non si trattava di una fuoriserie ma era comunque una macchina fighissima e io vi presi volentieri posto.
Gli altri occupavano la seconda A112 amaranto di Maurizio e la Fiat 850 Coupé blu notte di Firpo.
Imboccata l’autostrada, RL non risparmiò di tirare bene le marce per dimostrare di che pasta era fatta la sua scattante autovettura, costringendo gli altri che seguivano a superare i limiti che ci davamo per rientrare nel rosicato budget di cui disponevamo che prevedeva di non consumare più di tot carburante e quindi di stare sotto i 100 km all’ora.
Il piccolo convoglio avanzava brillantemente verso Savona e poi Mondovì lungo la vecchia autostrada per Torino dalle corsie con sorpasso alternato, pericolosissima, si diceva, ma che a noi mai sembrò tale.
Arrivati a destinazione e acquistati alcuni skipass (altri venivano falsificati abilmente, sempre per risparmiare) inforcavamo gli impianti per smettere di sciare solo quando avrebbero chiuso.
Bisogna dire che per noi sciare significava una sola cosa: metterci nei guai e combinare dei grossi casini. Le piste a gobbe (quelle lisciate di oggi non esistevano ancora) ci piacevano fino a un certo punto perché prevalentemente ci infilavamo nei boschi o comunque giù da pendii fuoripista. Saltavamo dalla seggiovia, andavamo all’indietro sullo skilift o in 2 o 3 alla volta, costruivamo salti sfinendoci dalle botte che prendevamo cadendo e ricordo una sensazione di umido costante addosso perché i vestiti erano sempre bagnati dalla neve fonda in cui rotolavamo facendo la lotta, in cui cadevamo lanciandoci dagli alberi o semplicemente sciando alla massima velocità per esplodere in tragicomiche nuvole bianche.
RL aveva sempre sciato col maestro o con campioni e ci diceva che quello non era sciare, ma tentava di seguirci per non restare solo e in breve tempo fu esausto. Approfittò di una breve pausa durante la quale  mangiammo i panini preparati dalle nostre mamme, per riprendersi un poco, ma si vedeva che le gambe non rispondevano più da tempo alla volontà del loro padrone, figuriamoci gli sci…
Dopo l’ennesima caduta a ribaltoni nella neve fonda, RL era sull’orlo dello sfinimento mentre noi altri eravamo solo preoccupati perché di lì a poco gli impianti avrebbero chiuso.
Partimmo quindi per un’ultima risalita per scendere fuoripista, ovviamente, alla “merdaccia chi arriva ultimo”.
L’aria di mare si faceva sentire da un pezzo e la neve, polverosa al mattino, nel pomeriggio era diventata cartongesso, ma noi, nulla ci poteva fermare! RL prese velocità, perse completamente il controllo e fece l’ennesima spettacolare caduta: il suo corpo sembrava un manichino vuoto che si torceva e avvitava su se stesso fino a sbattere al suolo violentemente. Non si muoveva più, era morto! No, muoveva un braccio, la faccia sfregiata era sotto la neve macchiata di sangue. Gli usciva un rantolo dalla bocca riempita dalla neve. Cercammo di aiutarlo ma se lo toccavamo urlava come una scimmia impazzita. A quei tempi alla chiusura degli impianti non passava nessun controllo piste di sicurezza e stava diventando velocemente buio. Chiamare soccorso era l’ultima delle cose che ci sarebbe venuta in mente. Tutto era deserto e immobile e bisognava scendere in qualche modo. RL si contorceva dal dolore e piangeva mentre noi lo trascinavamo fino al fondovalle tirandolo per la giacca a vento fradicia e i suoi piedi giravano a 360 gradi come quelli di Pinocchio. Ma RL non era un cartone animato. Dal ginocchio in giù le gambe non sembravano più le sue tanto strisciavano sulla neve seguendone le asperità senza reagire.
Arrivati al parcheggio ci ingegnammo per il trasporto del ferito. Costruimmo una specie di barella con dei cartoni recuperati dai cassonetti dei rifiuti per poter sdraiare RL sul sedile dell’850 di Firpo, l’unica con i sedili ribaltabili. RL era allo stremo, sembrava un ferito di guerra di quelli che si vedevano nei film.
Neanche a dirlo Sandro, il più grande della nostra compagnia, inforcò con Libero la A112 Abarth di RL per correre a Genova, vedere quale velocità massima poteva raggiungere quel piccolo bolide e per avvisare al telefono i familiari di RL. Telefonare da Artesina sarebbe costato troppi gettoni telefonici…
Le curve per scendere a Mondovì erano una tortura per RL che sballottava al mio fianco, io cercavo di immobilizzarlo ma lui urlava di dolore e non voleva essere toccato in nessuna parte del corpo. Firpo alla guida cercava argomenti che secondo lui potevano distrarre RL dai suoi dolori lancinanti: la versione Coupé della Fiat 850 non era come la sua omonima berlina ma vantava un motore di ben 1000 cc e soprattutto, trattandosi di un’auto sportiva, aveva sospensioni molto più dure! Ecco il perché di quei sobbalzi,  dolorosissimi per RL, che io cercavo di confortare facendogli mordere uno straccio tutto sporco trovato sotto al sedile.
Imboccata l’autostrada, al principio tutto sembrava filare meglio ma durò pochissimo perché poco dopo iniziò una serie di viadotti e sulle giunzioni tra le parti di cemento armato che li compongono le sospensioni dell’850 Coupé diedero il meglio di sé ricordando a RL ancora una volta che anche quella, oltre alla sua, era un’auto sportiva.
Una consuetudine alla quale non potevamo venire meno, pena lo sforare dal nostro budget domenicale, era quella di fare tutti i tratti in discesa a motore spento. Firpo non era uno spericolato, tra noi era forse il più calmo e prudente, ma per non perdere l’abbrivio non toccava mai i freni e, se serviva, si lanciava pure in sorpassi a motore spento tra le corsie del sorpasso alternato con la massima naturalezza. Diceva che per non scaricare la batteria, che a motore spento non veniva ricaricata dalla dinamo, non poteva tenere accesi gli anabbaglianti e quindi  andavamo con le sole luci di posizione  e i sorpassi erano un azzardo pazzesco.
Finalmente arrivammo all’ospedale Galliera di Genova. Eravamo tutti nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso mentre gli infermieri adagiavano RL su una vera barella e lui ci guardava in lacrime e con gli occhi sbarrati, felice di essere finalmente sfuggito alle nostre manovre poco delicate.
Ce ne stavamo con l’aria mesta ad aspettare il padre di RL che era stato avvertito al telefono, ci aspettavamo un nobiluomo con Mercedes nera o con una Lancia Fulvia 2000 grigio metallizzato, ovviamente con autista in livrea. Grande fu la nostra sorpresa quando da una Fiat 850 berlina scese un ometto che correndo verso il Pronto Soccorso gridava in dialetto genovese “duv’e u l’è mèe figgiu”. Fu allora che scoprimmo, con disappunto e meraviglia, che il padre di RL faceva il portuale e che il figlio, poveraccio, aveva riportato fratture scomposte e a spirale di tibia e perone di entrambe le gambe.
Viaggiò in stampelle per mesi e mesi, fu sottoposto a numerosi interventi chirurgici e non lo vedemmo mai più.

Boccadasse (Ge) 1979

lunedì 26 gennaio 2015

PROGETTO ICARO in ALTA BADIA sabato 31 gennaio, ESITO OTTIMO!

Ci incontriamo sabato 31 gennaio alle ore 9.15 alla cabinovia Boè di Corvara (bar El Corf) con sci, zaino, ARTVA, pala e sonda per una giornata di Sicurezza sulla neve con le Guide Alpine amici di ICARO.
Valanga caduta dal traverso alto sotto il Piz Boè per raggiungere l'imbocco della Val Mesdì


La partecipazione è gratuita ed è riservata agli under 21.
Per comunicare la propria adesione scrivete a karin.pizzinini@rolmail.net

GRAZIE di cuore a: 
FERRINO, ORTOVOX e
ANDREA MUTTI Guida Alpina di Brescia .




Per sapere meglio cos'è il PROGETTO ICARO guarda qui il bel video realizzato dalle Guide Alpine di S.Caterina Valfurva (complimenti!)

VENITE NUMEROSI!
Tommi e Mattia
...E NUMEROSI sono stati 

i partecipanti di questa edizione a Corvara!
Aiutati sicuramente dalla bella giornata si sono addirittura dati il turno moltissimi ragazzi e ragazze spinti anche da alcuni Maestri di Sci dell'Alta Badia che hanno portato con loro allievi, amici e familiari.
Dopo una sciatina nei boschi nei dintorni di Passo Campolongo ci siamo fermati sulle pendici del Monte Cherz non lontani dalle piste, sulla neve fresca caduta il giorno prima per fare stratigrafie, analisi del pendio, ricerca Artva, sondaggio e scavo, valutazioni morfologiche del manto nevoso e dei pendii nel corso di una gita o semplicemente di una sciata anche a bordo pista (e non), apertura dello zaino Cybersafe (messoci a disposizione gentilmente da FERRINO) e del modello analogo di Black Diamond dotato di un sistema di gonfiaggio nuovo.
L'uso dei moderni apparecchi ARTVA digitali di ultima generazione a 3 antenne ne ha messo in risalto la semplicità d'uso, che si basa sull'intuito più che su una procedura complessa, favorendo nell'utilizzo i giovani che hanno dimestichezza con le apparecchiature digitali.

Tutti i partecipanti, nonostante le temperature basse, hanno seguito con entusiasmo le varie operazioni condotte, oltre che dal sottoscritto, dal collega Andrea Mutti e da Jordan Irsara e Karin Pizzinini.

A questo link tutte le foto fatte da Karin!

RIFLESSIONE: come amico di Icaro e di Karin, come guida di montagna e appassionato di alpinismo, freeride e scialpinismo e soprattutto come padre di ragazzi altrettanto appassionati, mi sento di dire che il Progetto Icaro è un'iniziativa molto più bella e lodevole di quanto non sia già stata definita e lodata.
E non lo sarà mai abbastanza!

Se penso ai divieti, alle ordinanze assurde di certi sindaci di qualche anno fa e allo stupido e inutile bisogno di sicurezza a tutti i costi della nostra società viziata e poi guardo questi ragazzi, posso solo concludere dentro di me (e in questo caso anche fuori) che l'educazione a ogni attività che l'umano voglia intraprendere è la cosa più importante.
La repressione è ignoranza e comodo evitare problemi che invece andrebbero affrontati e risolti.
Con l'educazione e l'apprendimento si stimolano l'intelligenza, le doti fisiche e morali, i talenti nascosti, ma soprattutto si costruisce la propria libertà e la propria capacità di scelta, attraverso la responsabilizzazione e lo sviluppo della propria esperienza.
Gli unici elementi che in montagna e nella vita, servono a salvarsi la pelle.
La tecnologia aiuta la sicurezza ma non sostituisce affatto la personale esperienza. E l'esperienza in montagna si fa solo ricevendo dalla Natura e da chi ne ha più di noi, tutta quell'infinità di segnali che fanno della vita un gioco bellissimo.












martedì 1 aprile 2014

Serata a Genova il 17 giugno sulla PATAGONIA

In collaborazione con l'agenzia milanese KAILAS con cui propongo in Dicembre il viaggio in Patagonia "VUELTA del Cerro TORRE", ci sarà a Genova una serata tutta patagonica in cui mostrerò il video di una traversata sullo Hielo Continental Sur 

venerdì 21 marzo 2014

LA NEVE MARRON DEL DESERTO SULLE DOLOMITI



Marron è un colore desueto nel nome ma esistente in natura e nella realtà.
Marron è un brutto tinello in una canzone del maestro Paolo Conte.
Marron è il vassoio dei self-service, simbolo dell’alienazione umana e dell’appiattimento gastronomico.
Marron è la neve delle Dolomiti da ormai tanti giorni.

Gruppo del Sella
I versanti sud sono carichi di… neve e sabbia. Pensavo che la sabbia dalla superficie sarebbe colata all’interno del manto nevoso con il calore di marzo, e invece no!
Le chiazze marron sono evidentissime e restano in superficie perché la natura vuole così.
Valle Ombretta, Marmolada
Oltretutto sulla neve marron a sud si scia meglio che dove le chiazze non ci sono. Inspiegabilmente il firn dura più a lungo nelle mattine assolate: miracolo, no, principio della fisica se lo vogliamo spiegare a tutti i costi, oppure, semplice processo naturale e basta.
La natura ha voluto che un poderoso vento meridionale abbia spinto la sabbia del Sahara fin sulle Alpi con le ultime nevicate di metà febbraio. Che bel contrasto!
allarme arrivo profughi...
Mi immagino i granelli di sabbia spaesati dentro a delle nuvole freddissime che sorvolano il Mediterraneo, le pianure e le città italiane per infine depositarsi sui pendii delle Dolomiti. E quando la neve si sarà sciolta la sabbia africana si mescolerà alla terra dolomitica in una miscela multi-etnico-geologica senza pari. L'insalata del mio orto, affacciato a meridione tra Sella e Civetta avrà anche un gusto Tuareg.  
Il tutto ha dell’incredibile, anche se era già successo, e del politicamente assai corretto.
Io che sono genovese di nascita non mi sono mai meravigliato quando sulle automobili si depositava la polvere desertica rossastra. Succede spesso in riva al Mediterraneo, così come persone di colore o arabe di nascita parlino perfettamente il dialetto di De Andrè, perché il mare è grande e si muove. Anche di notte, sempre per citare volentieri il Conte di "Genova per noi".
Già, si muove, mentre le montagne stanno assolutamente ferme. E allora ci pensa la sabbia a volarsene fin qui, anche alla faccia delle leggi sull’immigrazione.
A casa mia una ricetta ricorrente sono i cajinci al pesto, tanto per capirci.
Questa sabbia sulla neve delle Dolomiti mi fa sentire molto bene quando la guardo. Mi fa sentire fiero rappresentante della razza umana, invece che per le guerre, per il razzismo o per il federalismo. Esteticamente non è un granché perché sa di sporco, contrastando con quella stupida idea di candida purezza che ci siamo fatti sulla neve fin da piccoli.
Ma se penso da dove è venuta, quanto ha volato, quante cose ha visto mi sento bene perché credo nel nomadismo più che in Dio.
Sono ateo dalla nascita (credo) ma penso che Gesù sia esistito davvero e che fosse uno del deserto, come questa sabbia, uno libero (infatti lo hanno messo in croce per invidia) che professava la pace, viveva alla giornata e se la passava bene con poco. Uno che i benpensanti oppositori al nomadismo odierni inchioderebbero volentieri a una croce.
E invece, in barba a tutte queste teorie noiose e inumane, la sabbia se ne è volata dove il vento la portava. Lei, la sabbia, ha fatto la cosa giusta, alla faccia di molti, sciatori compresi.

 (A tal proposito può aiutare un'intervista al "primitivista" Enrico Manicardi che trovate cliccando qui)

LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...