lunedì 23 settembre 2019

TOUCH GENERATION

Touch Generation
Dopo aver scritto “Trolley Generation”, dove analizzavo il fenomeno del trasporto di molti bagagli inutili nelle diaboliche valigie a rotelle che intasano strade, treni, bus, aerei e si conficcano nel tendine d’Achille quando meno te l’aspetti, passo all’analisi di una categoria umana in espansione: la touch generation.
Non prima però di avere fatto una considerazione legata alla generazione Trolley. Riempire quelle dannate valigie di molti oggetti incrementa il consumismo e il PIL, sostiene una crescita economica che fa sentire la razza umana inglobata in un sistema che in verità è disumanizzato, fortificata dal consenso collettivo dell’essere nel giusto, perché pensarla diversamente fa sentire disadattati.
Oggi la mano di uno scalatore è
 un esempio scimmiesco estremo

Come non notare l’inizio di una fine sempre più prossima in tutto questo? Eppure è tutto davanti ai nostri occhi, così chiaro che si può anche toccare e capire senza sforzarsi troppo. Che la pigrizia faccia nei più una vasta breccia che fa comodo alla maggioranza?
L’essere umano da quando è apparso sulla Terra ha da subito iniziato a lavorare alacremente per inventarsi e costruire oggetti che lo sollevassero dallo sforzo fisico. Non è come il vitello, e molti altri animali, che pochi secondi dopo la nascita si rizza in piedi cammina, salta e corre. L’umano occidentale, soprattutto, ha bisogno di un lungo apprendistato e durante questo periodo matura all’interno di sé dubbi, paure e insicurezze perché anche involontariamente si guarda intorno e vede solo bambagia pronta a proteggerlo da ogni sorta d’urto e pensa che la vita altro non sia che gongolarsi dentro una sfera a molle in cui al massimo devi sfiorare uno schermo se ti serve qualcosa. Qualsiasi cosa.
I miei genitori sono nati circondati dalle guerre e hanno capito da subito che la vita era qualcosa da guadagnarsi e meritarsi perché mentre imparavano a camminare gli cadevano sulla testa le bombe di quelli che poi sono diventati gli “alleati”. Altro che bambagia! Sono riusciti a conficcare nei loro figli tutte le loro paure: della fame, dei dittatori, delle bombe, dei terremoti e delle correnti d’aria a casa, ma anche le loro certezze che passavano attraverso il sapere fare qualcosa con le mani oltre che naturalmente con l’intelletto. Oggi queste due fasi si sono liofilizzate solo nella seconda. Gli intellettuali e i pensatori abbondano, molti muscoli si sono atrofizzati e tutto arriva sul piatto sfiorando con le dita dei pulsanti evanescenti come ologrammi che però generano l’effetto desiderato se opportunamente collegati alla Carta di Credito.

I protagonisti di questa pagliacciata, solo all’apparenza molto seria, hanno le dita delle mani simili a wurstel nell’aspetto, cilindrico a raggio costante e nella consistenza, ma queste sono piegate a slittino e l’unghia è stata inglobata nella flaccida pelle priva di qualsiasi callosità. Sono anche chiamate dita a razzetto.
Se ti danno la mano sembra che ti abbiano passato uno straccio umido tra le dita.
 Se afferrano un oggetto poco più pesante di un biscotto inclinano il corpo pericolosamente di lato e contorcono il braccio cercando un equilibrio che non hanno mai conosciuto perché non hanno mai camminato fuori dal pavimento, non dico su un sentiero, ma nemmeno in un parcheggio inghiaiato.
Credono che la vita debba passare attraverso una App e tutto quello che serve essere spostato, afferrato, spinto, sollevato, spaccato, martellato, colpito, svitato,  lo ritengono inutile. Dopo un po’ che ti parlano, in genere pochi secondi, estraggono lo smartphone per mostrarti una foto o un video e… quanto sono poveri di spirito.
La loro è un’esistenza a pila e giustamente si nutrono di prese USB collegate alla rete elettrica. Guai se non ce ne sono, si accasciano e amminchionano ammalandosi gravemente. Vanno dallo psicanalista, dall’osteopata e fanno yoga spostandosi su automobili pulite, usano deodoranti, odiano lo stuzzicadenti e (giuro) pensano che la Patagonia sia una ditta americana di abbigliamento che ha dato il nome a una porzione meridionale del Sudamerica che prima si chiamava Argentina.
Non più di un paio di anni fa, un notissimo filosofo e scrittore di saggi tradotti in quasi trenta lingue nel mondo, mi ha confessato che se ci sarà una fine del mondo che si avvicinerà agli umani, i primi a morire saranno gli intellettuali, perché non sanno fare niente con le mani. Come dargli torto?
L’umano versione touch è sempre più diffuso, specie nelle giovani generazioni e lo si distingue perché si muove in maniera disarticolata. I piedi sono la parte che controlla meno perché sono lontani dal suo nucleo che più o meno è la testa. Si inciampa e urta oggetti sul suo cammino quando si muove, semplicemente perché non si aspetta che ci siano. Questo accade anche se tra loro ci sono sportivi di alto livello perché ormai ognuno è specializzato. Questi individui sono numerosissimi e tra loro si sentono protetti e quindi difficilmente frequentano umani con le mani callose, sporche i muscoli reattivi e tondi, la mente non incline per natura a farsi andare bene tutto quello che gli viene propinato dal sistema. Anzi, questi rari esseri che combattono il sistema quando qualcosa non gli va, sono sempre meno, a favore della riproduzione (chiamabile anche clonazione per l’occasione) tra individui touch sostenuti da slogan che recitano: “Belli, puliti e profumati”  e/o “At the top of your dreams” scritto sopra un’automobile tedesca, e politici della stessa schiatta: social, touch e quindi tutti d’accordo.
A incularci.