martedì 7 maggio 2013

SELVAGGIO BLU "il libro" e Portfolii di Marco Rocca e Dan Patitucci


clicca sulla copertina per acquistare il volume
 Mario Verin e Giulia Castelli Gattinara, ed. E.Spanu
lingua: italiano, tedesco, inglese 

confezione: brossura
peso: 1020 g
prezzo: € 29.90
formato 24x24
175 pagine
La storia, le immagini, l'itinerario e i consigli utili e molte curiosità storico-culturali sul magnifico e misterioso territorio di Baunei. Una sola pecca (che gli autori-che sono cari amici- mi perdoneranno, spero): i bastoncini telescopici per camminare qui sono assolutamente sconsigliabili!


IL PROSSIMO 8 GIUGNO A BAUNEI c/o Centro Documentazione ci sarà la presentazione del Libro, ingresso libero. Qui le info per partecipare.

Marco Rocca, bravo fotografo e compagno di ormai svariate avventure Patagoniche, Himalayane e pluri-mediterranee (è al suo secondo Selvaggio Blu)  mi ha mandato delle foto scattate durante Selvaggio Blu, appunto, fatto assieme lo scorso Aprile. Ne propongo qui una piccola selezione per farvi sognare. Com'é giusto che sia!

Portu Quau


Monte Caroddi (=carota) o Aguglia di Goloritzé


Pomeriggio a Goloritzé

Alba a Goloritzé

Tra Oronnoro e Sisine

Ginepro, Terebinto e Leccio su sfondo blu mare

Cuile Salinas


M.Cominetti e Marco Rocca nell'antro sospeso di Biriola
 Non posso fare a meno di linkarvi al foto-racconto, sullo stesso itinerario, realizzato da Janine e Dan Patitucci (uno dei migliori fotografi di outdoor del pianeta) in compagnia del sottoscritto e del giornalista Tim Neville per il New York Times nel 2008. Qui le gesta.


Euro beach ph. Dan Patitucci



mercoledì 20 febbraio 2013

PINK FLOYD e THE DARK SIDE OF THE MOON 40 anni dopo

 WARNING: ulteriore partenza scialpinistica BERNER OBERLAND dal 19 al 22 maggio. VEDI QUI IL PROGRAMMA e tutte le INFO
C'E' DAVVERO TANTA NEVE!

Cosa c'entra la storia di un disco con le montagne?
Apparentemente proprio nulla ma parlare solo e sempre di montagne può risultare noioso e poi tutti abbiamo anche altre vite e altri interessi, no?
Tutti hanno avuto una colonna sonora della propria vita che associano a una canzone, a un autore, a un libro in particolare o a un quadro.
Diversamente leggetevi cosa dice Martha Medeiros nella sua poesia "Ode alla vita", ma andiamo avanti.
Il mio interesse per la musica dei Pink Floyd risale, si può dire, alla mia infanzia, quando a casa di un amico, suo fratello maggiore ci onorava di ascoltare in assoluto silenzio, come si faceva allora e come ancora io faccio oggi a casa mia, la musica di quegli anni a cavallo tra i '60 e i '70.
Casse JBL, piatto AKAI, ampli MARANTZ, mangiacassette PIONEER, equalizzatore TEAC, il tutto sistemato davanti a un divano rosso su cui ci sedevamo più mestamente di quando prendevamo posto in chiesa per la messa. Sul muro un poster con Denis Hooper e Jack Nicholson che sfrecciavano su un chopper in American Graffiti e un altro con Joe Di Maggio alla battuta sul vertice del diamante. Rigorosamente in bianco e nero.

Era l'estate del 1973 e le tapparelle erano abbassate per tenere fuori gli implacabili raggi del sole, il fratello maggiore di Adriano ci ordinò di sederci sul famoso divano rosso, ricordo perfettamente i tre ospiti che eravamo.
La copertina di quel disco era tutta nera e delle strisce colorate come un arcobaleno rettilineo la solcavano diagonalmente passando attraverso una piramide di vetro, ce la passavamo tra le mani religiosamente mentre il disco girava già sul piatto.
La puntina si abbassò sul vinile e un fruscio quasi impercettibile diede inizio a una serie di suoni, voci e melodie che, da quell'anomima stanza buia di una torrida giornata estiva di 40 anni fa, si portò 5 ragazzini in un mondo parallelo, bello quanto inquietante, per i quasi 43 minuti di The Dark Side of the Moon. Questo il titolo.
Finita la musica ci guardammo in faccia con gli occhi stranamente lucidi. Non piangevamo ma sapevamo, anche e in parte inconsciamente, che ci era successo qualcosa che ci avrebbe segnato per la vita.


Frozen Rats ph. Karin Pizzinini

A questo link trovate la storia dei Pink Floyd, ben raccontata dai soliti bravi esperti e appassionati Assante e Castaldo, che di ogni pezzo dicono che è stato il migliore della band, ma sono da capire...

Nel nostro piccolo abbiamo celebrato questo inizio pluriventennale suonando diversi pezzi dei Pink Floyd per i nostri amici il 21 marzo scorso. Qui la nostra band.


martedì 19 febbraio 2013

ABBIAMO FATTO HELISKI IN CANADA... MA SIAMO FELICI?

pisciata nei vecchi cessi di Serauta-Marmolada-Dolomiti
 Calma, calma, mica sono andato in Canadà a sciare perdendomi anche solo qualche giorno di Dolomiti in una stagione bella come questa.

Non è infatti di heliski in Canada che voglio parlare, ma di chi ci va.
E' vero, generalizzare è troppo facile, ma lo farò ugualmente, anche se so benissimo che tra chi va in Canada a fare heliski ci sono ottimi sciatori appassionati.

Questo scritto delirante prende spunto dal fatto che sempre più numerosi “freeriders”, prima di venire a sciare fuoripista con me, scrivono tra le loro credenziali che hanno sciato in Canada usando l’elicottero. Premetto che non sono né pro né contro l’heliski in generale perché molto dipende da dove lo si fa: può essere molto remunerativo o molto stupido, ma non è di questo che voglio parlare.

Mattia Maldonado a telemark in Val Chedul.
Le più acclamate compagnie nordamericane di heliski hanno da anni messo a punto una formula quasi sempre vincente, che permette a uno sciatore medio neppure troppo allenato di inanellare molti metri di dislivello in discesa (vertical feets) per aggiudicarsi gadgets come giacche a vento, occhiali a maschera, berretti e guanti con su ricamata la prestigiosa dicitura “25.000, 45.000… vertical feets”. A parte il fatto che questi “riconoscimenti” sono a pagamento e non sono neppure a buon mercato, la cosa che più mi meraviglia sono i personaggi che li ottengono e che poi li sfoggiano con orgoglio snobbando il più delle volte chi non li ha.
Ora, io faccio la guida da trent’anni e ne ho viste di tutti i colori, belli e brutti, ma parlando di sci “libero” mi ricordo che nelle nostre Dolomiti nei primi anni '80 accompagnavamo fior di sciatori giù per canali ancor oggi considerati belli ripidi.
Ho avuto la fortuna di lavorare nelle Dolomiti con i francesi della scuola di sci estremo fondata da Patrick Vallencant di Argentiere/Chamonix e portavamo gruppi di sciatori nei canali Holzer e Joel al Pordoi o allo Staunies sul Cristallo, nella Val Scura del Sassongher , solo per fare qualche esempio, quando questi canali venivano scesi rarissimamente e da pochi specialisti.
Il ripido era di moda in Francia e i miei colleghi d’oltralpe chiamavano Val Merdì la Val Mesdì perché la trovavano noiosa e improponibile a chi si iscriveva a degli “stages di sci estremo”.
Ma ancora oggi, quando le previsioni meteo annunciano copiose nevicate i miei amici di Chamonix, Verbier e del Monterosa vengono a sciare qui appena fa bel tempo. Sarà che le Dolomiti sono un terreno per il fuoripista tutt’altro che banale? E che noi guide alpine di queste montagne, abituati al ripido e con la corda sempre pronta nello zaino, non siamo così malaccio?
Siamo forse arrivati in ritardo su molte cose ma di certo non c’è terreno che ci impensierisca più di tanto. Stop.

Albi De Giuli in azione lungo la diretta dei Ciamurch-Sella-Dolomiti
Questo tanto per darvi un’ idea.


Oggi se qualcuno mi dice che ha fatto heliski in Canada so già che è un turista danaroso appesantito dal benessere e spaventato mortalmente dall’incertezza; che è stato messo comodo su un elicottero che lo ha depositato in cima a una discesa perfetta e che l’elicottero lo ha poi raccolto in fondo non appena la pendenza non gli consentiva più di scivolare a valle per portarlo in cima a un’altra discesa perfetta. Un beverone a base di cocacola per idratarsi e un paio di sci “fat” (come lui) ai piedi, per rendere il tutto fattibile et voilà, lo sciatore si sente invincibile e pronto ad affrontare ogni pendio.
Ma non nelle Dolomiti, dove ci sono le rocce, le pareti da aggirare, qualche metro a scaletta da fare e magari anche qualche metro in cui bisogna darci dentro con le braccia per spingere un poco o fare un po’ di lisca di pesce fino al pendio successivo.
Pochi giorni fa uno mi ha detto seccatissimo perché doveva risalire circa 3 metri di dislivello in salita: "sono venuto a sciare in discesa!"
Certo è che con tutti quei caschi, paraschiena, occhialoni e accessori d’ogni foggia e peso, uno si muove pesantemente. Sciando fuoripista raramente si soffre il freddo. E’ uno sport, quindi ci si scalda.
Meglio essere leggeri, ma vaglielo a dire…
Insomma, se tra le credenziali che uno sciatore esibisce nel suo curriculum c’è l’heliski in Canada io tremo e mi dico: oddio cosa potremo fare senza cacciarci nei guai?
E’ come se uno mi dicesse che per scelta usa solamente uno sci, che ha lo zaino pieno di sassi o comunque qualcosa che lo impedisca terribilmente.
 Certo tutta quella polvere, le tracce perfette, l’elicottero, i sigari cubani, i riconoscimenti a pagamento e tutti i soldi che uno deve sborsare per una settimana bianca come quella, rendono sicuramente soddisfatti quei personaggi che apprezzano questo modo di vivere la montagna d’inverno.

Freerider stanco

La felicità, però, è un’altra cosa.
 



martedì 29 gennaio 2013

ORTOVOX Safety Academy 27 gennaio Capanno Tassoni, Appennino Modenese e sci WHITE DOCTOR

Due notizie "neve"
1) Ottimi risultati d'uso degli sci WHITE DOCTOR per freeride (ma anche pista). Il modello TW10 presenta una costruzione tradizionale in legno e in discesa scatena tutta la sua potenza grazie a una struttura forte ma che asseconda alla perfezione lo sciatore. Dall'aria prettamente "pro" che questi sci emanano a prima vista si passa dopo poche curve a un uso polivalente "quasi" per tutti. Sono sci più facili da usare di quello che sembra ma che vanno "sciati" per ottenere il meglio delle prestazioni che serbano al loro interno.




2) Piacevole e ottimo l'esito dell'appuntamento organizzato da ORTOVOX per i corsi della SAFETY ACADEMY, ovvero come imparare a muoversi sulla neve in sicurezza.
La ditta tedesca ORTOVOX costruttrice degli apparecchi ARTVA digitali di ultima generazione e di ogni accessorio di sicurezza invernale, in collaborazione con Outback97 di Bergamo, propone diversi appuntamenti (calendario e altre info su www.outback.it) aperti a ciaspolatori, freeriders, scialpinisti e a chiunque operi su terreno innnevato per diletto o professione.
Lo scopo è quello di imparare quanto più possibile in tema di sicurezza e uso delle moderne apparecchiature. Infatti l'impiego della tecnologia digitale e del concetto di "smart-antenna", rendono estremamente semplice ed efficace l'utilizzo dei moderni ARTVA.
Non ultima la possibilità di avere sul mercato un apparecchio, il modello ZOOM, a un prezzo estremamente conveniente. Questo fattore dovrebbe convincere anche i più restii mancati acquirenti di ARTVA perché frenati da costi alti.
La pelle vale molto più di qualche decina di euro, senza calcolare che potendo autosoccorrersi tra compagni di escursione, le pelli che si possono salvare sono di più che non solamente la propria.
Lo scorso 27 gennaio presso l'ospitale Capanno Tassoni sull'Appennino Modenese, sotto la direzione di Manuel Lugli e con la collaborazione del collega Marco Spazzini e del sottoscritto, si è svolto appunto uno di questi appuntamenti.
Lo scrivo perché sono convinto che questi corsi dovrebbero essere frequentati da ogni appassionato, dal ciaspolatore domenicale al freerider più incallito!
Anzi, aggiungo che regalare uno di questi corsi a chi si ama (mogli, mariti, figli, amici, etc...) è un regalo coi fiocchi, utile, interessante e pure divertente. Pensateci!

Via nuova sul piccolo Lagazuoi, Dolomiti Ampezzane

Nuova via di misto sulla parete sud del Lagazuoi Piccolo, proprio sotto la funivia che sale da Passo Falzarego.

Salita il 20 gennaio 2013 da Partizia Ronchi, Marco Ferraris e Marcello Cominetti.

La via termina sulla Cengia Martini da dove ci si può calare con 3 doppie da 52, 45 e 40m.

Sviluppo ca. 230m
Difficoltà III-5+/A0-M6

Per una ripetizione portare una serie ridotta di friends, 6 viti, nuts piccoli. Lasciati 2 chiodi e 2 spit di via + 4 spit e un chiodo, di sosta.

La via è bella! Si chiama LAGRIMITA.

venerdì 7 dicembre 2012

GENNAIO-MAGGIO 2013 January-May WINTER_SPRING


dinanzi alla natura siamo nulla
 Con molto piacere ho ricevuto e già indossato i nuovi capi Patagonia invernali che hanno una nuova e incredibile vestibilità adatta a farsi apprezzare anche dagli utilizzatori più esigenti.
Di solito vesto completamente sempre 
Patagonia ma quest'inverno credo che dopo avere sciato potrà succere che mi dimenticherò di cambiarmi perché 'stavolta giacche, pantaloni, fleece e intimo in lana merino, etc, sono così piacevoli da tenere addosso come non avevo mai provato!
Vestito da sciatore, mentre fuori nevicava, ho aggiornato le mie proposte da qui a primavera seduto davanti al computer sotto lo sguardo compassionevole del mio gatto che aspettava giustamente solo che accendessi la stufa! Le trovate nella colonna qui a destra e mi manca solo di aggiungere un viaggio scialpinistico alle Swalbard per maggio e un Corso di chiodatura falesie in Sardegna a giugno e ci dovremmo essere.
Stavolta non manderò la solita newsletter rompiscatole come facevo due volte l'anno da un po' di tempo. Ha nevicato e tutti se ne sono accorti, tanto i media ci hanno bombardato con allerte meteo e boiate del genere, da farci credere che la neve sulle Alpi a Dicembre possa essere un fatto eccezionale mentre non lo è affatto. Ma noi lo sappiamo!
Il mio amico Roberto Grigis (uno dei migliori slalomisti che la nostra Nazionale di Sci abbia mai avuto) mi ha appena dato un paio di scioni WHITE DOCTOR TW10 dall'aspetto essenziale che girano e corrono come dei leopardi delle nevi (like two snow leopards). Date un'occhiata al sito perché lì si possono comprare e vanno da dio.
Dopo la bella traversata patagonica sull Hielo Sur di novembre sono pronto a partire nuovamente per El Chaltén ma stavolta senza slitte perchè vorrei scalare un po' su quelle belle e difficili montagne.  Restare qui a casa durante le vacanze natalizie è per me sempre più pesante perché non reggo più l'affollamento turistico, quindi scappo per tornare dopo la Befana.

Udite udite: un piano di casa nostra è diventato Bed & Breakfast ma di quelli non per tutti, nel senso che il posto è remoto, anche se è a 3 min. dal Sellaronda, la casa è un ex fienile anche se è munita di tutti i comfort (TV esclusa), la vista è eccezionale, anche se non si vedono altre case perchè Marmolada, Civetta e Sella riempiono da soli le finestre, non accettiamo motociclisti, anche se ne arrivano purtroppo a branchi, in casa non si fuma perché poi a noi resta solo la puzza. Insomma venite solo se volete stare tranquilli.  E l'8 gennaio se dio vorrà sarò a casa. Buone Feste!

giovedì 8 novembre 2012

Attacco per scialpinismo G3 mod. ONYX


 Uscito nel 2009 dalle "officine" della casa nordamericana G3, questo attacco da sci alpinismo ricalca il principio del classico Dynafit una volta decaduto il brevetto della casa austriaca (ora italiana).
In verità ne ricalca solo in parte il progetto per divagare con estrema originalità costruttiva verso un attacco che in teoria dovrebbe garantire un grande comfort d'uso.

Dico in teoria perché se lo si usa si capisce subito che le promesse non vengono affatto mantenute.
Dopo ben 3 stagioni in cui  mi sono ostinato a usarlo credendo nella qualità della G3, mi devo però ricredere.
Il primo che avevo acquistato mi è stato cambiato subito perché era imnpossibile bloccare il puntale per l'uso in salita e quindi perdevo improvvisamente lo sci a causa di questo malfunzionamento.
Il modello (identico) che mi è stato dato in sostituzione ha presentato questi inconvenienti:

1) inceppamenti in apertura dovuti a ghiaccio e neve che si insinuano negli spazi di escursione del puntale.
2) passaggio improvviso dalla modalità discesa a quella di salita con conseguenti posizioni telemark non volute.
3) rottura quasi immediata degli alzatacchi a causa dell'improbabilissimo posizionamento e solidità.

4) scomodità della calzata dovuta al fatto che il puntale resta chiuso e va aperto con il bastoncino costringendo a equilibrismi riservati ai più smaliziati "hotdogger" che pregiudicano l'uso all'utente meno esperto.
5) lo skistopper non funziona MAI! In discesa non si apre, resta chiuso, e in salita resta aperto e raramente si aggancia all'apposito dispositivo. Non male per una marca che si chiama 3G, ovvero Genuine Guide's Gear. Io sono una guida e quest'attacco mi ha torturato non poco.

sostituzione "disperata" di un perno del puntale rottosi improvvisamente (!)

6) infine: rottura improvvisa di uno dei perni del puntale che si inseriscono nei fori dell' scarpone. Nella foto si vede una vite in acciaio che, con rocambolesche manovre sono riuscito a infilare al posto del perno rotto, per potere proseguire la mia gita nel Berner Oberland la scorsa Pasqua.

In definitiva: il peggior attacco da scialpinismo che abbia mai avuto. Ora si è rotto definitivamente e sono felice di doverlo obbligatoriamente "rottamare" e non usare quindi mai più. Peggio per me che l'avevo comprato.

visione d'insieme G3 Onyx







talloniera in posizione di salita, impossibile tenere agganciato lo skistopper

Monte Averau e la relatività delle cose*

 *Pubblico il breve racconto, scritto da un mio cliente britannico ultrasettantenne, di una giornata estiva "ordinaria" lungo un...