mercoledì 24 dicembre 2014

CERRO TORRE à la carte

Le guide alpine F.Salvaterra e M.Cominetti con al centro il loro compagno-cliente M. Lucco in cima al Cerrto Torre il 14-12-2014

Luci nella notte australe sopra l'Elmo
Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la "normale" all'urlo di pietra.
The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: "Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo".
Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c'è molta differenza, climaticamente parlando.Bell'avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente. 
Senza volerlo aprii un' era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!
Io e Max sotto il Col de la Esperanza e al Torre
Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell'amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l'idea di fare "la guida" su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c'erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il "sergente" che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell'atleta.
Franz Salvaterra versione heavy duty
Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e... andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all'incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l'impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani. 
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa "magica combinazione" fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tronarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d'accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento. 

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.
La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più. 
Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l'ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: "Domani si parte per il Torre".
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l'anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l'oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c'è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L'indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E' tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di "escarcha", neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me... bisogna andarci per provarla.
La nostra FERRINO Monster all'Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l'aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei "lumbard" finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l'Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all'orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L'indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c'é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c'é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell'Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c'è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul "bagnoschiuma" verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l'uso di speciali alette montate sulle piccozze e l'utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell'altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano. 
Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e "scenziato" della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni. 
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa...ma giuro che lo leggerò.
Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: "Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui". 
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

PS mi hanno fatto notare giustamente che la volpe è un canide e non un mustelide, ma lascio questo nome nel racconto perché suona meglio

domenica 16 novembre 2014

PINK FLOYD THE ENDLESS RIVER, l'ultimo disco

Da pochi giorni è uscito l'ultimo disco dei Pink Floyd che restano al mondo: Nick Mason e David Gilmour. Un disco strano. Frutto di registrazioni scartate da Division Bell e quindi, mi domando, perché ripescate? Il lavoro è dedicato allo scomparso tastierista Rick Wright, che quindi suona in questo album.
La critica e i fan non hanno accolto molto bene questo "record" che io ho ascoltato ieri notte per 6 volte di seguito. Ma credo di avere capito quali intenzioni si celano dietro le semplici note.
Primo, far capire che il sound à la Pink Floyd era quasi esclusivamente creato da Wright.
Secondo, perché no, farci su un po' di soldi. Cosa che personalmente perdono agli autori perché in passato ci hanno dato tanta musica così bella che ci sta pure questa, dai.
Terzo.
Si capisce ascoltando questo disco che chi l'ha ideato sta bene. A 70 anni suonati, con un sacco di figli, mogli amate, passioni soddisfatte, intelligenza e gusto per la vita, non si dispone più di armi affilate per combattere.
I pezzi migliori del vastissimo repertorio floydiano provengono dalle angustie esistenziali di Roger Waters.
L'insicurezza, la mancanza del padre morto in guerra, la moglie traditrice, la madre opprimente, l'amico Syd Barret impazzito e rifiutato e, l'enorme successo.
Tutti elementi che andavano combattuti e sbattuti in faccia alla società, visto che un artista di questo calibro passa la vita su un palcoscenico.
Se poi ci mettiamo la chitarra di Gilmour dal caratteristico suono elementare ma puro, cristallino, etereo e proveniente da molto lontano (Gilmour sembra sempre sul suo pianeta dove vive da solo, almeno questo sembra dire l'espressione della sua faccia), l'inventiva di Waters (vedi genio), l'atmosfera creata dalle tastiere di Wright e la capacità di amalgamare tutto ciò di Mason, il risultato può solo essere sublime come lo è stato.
Mason non a caso si definisce il "cuoco del bastimento".
Ecco, in The Endless River, tutto questo tormento non c'è e quindi non si avverte.
Non solo Waters era tormentato. Tutti si è tormentati da giovani. Voi non lo siete mai stati? Peccato.
In quest'ultimo disco si sente una cosa carina, sicuramente gradevole, ma priva di corpo. Come un vino dal sapore piacevole appena si beve ma che sembra acqua quando oltrepassa la gola e cade giù nell'esofago come sabbia nella clessidra.
Poche sere fa ho ascoltato una giovane rockband di fenomeni. Uno più virtuoso dell'altro! Suonavano la chitarra, il basso, la batteria e le tastiere con una perizia fenomenale, il cantante aveva una voce perfetta con un'estensione da far invidia a Placido Domingo.
Sullo strumento i Pink Floyd potevano andarsi a nascondere se paragonati a questi qui.
Ma dopo due brani sembravano tutti uguali, tutti suonati come campionature digitali ma invece non lo erano. Mancava la profondità, lo spessore, il senso. Chiamatelo un po' come volete.
The Endless River è perfetto ma da un palco non andrebbe oltre l'approvazione del dentista che lo avrebbe scelto come sottofondo per la sala d'aspetto del suo studio...
Finalmente una musica dei Pink Floyd che si può ascoltare mentre si fa altro!
Provate a leggere qualsiasi cosa con il sottofondo di The Dark Side of The Moon o The Wall, anche a basso volume. Non ci si riesce, la musica prende il sopravvento sui neuroni di chiunque e si finisce per ascoltarla senza riuscire a fare altro.
Io la ricetta non la conosco più di come ho scritto poco fa, ma so solo che tutti i Pink Floyd ante 1992, con o senza Syd Barret -e lo stesso vale per Roger Waters- passavano, anche involontariamente, per il cuore per farsi ascoltare.
The Endless River passa  invece solo per le orecchie, come qualsiasi disco, anche di quelli belli.

mercoledì 5 novembre 2014

ALBERTO GRAIA Artista!

Alberto Graia
Pubblico alcuni disegni, terribilmente belli, di Alberto Graia e la sua pagina facebook (io non ce l'ho)  https://www.facebook.com/pages/LUomo-di-Grafite-Alberto-Graia/345777978907473
per fargli giustamente pubblicità. 
In realtà sono così belli che "pubblicità" la fanno loro al mio sito. Grazie Alberto!
Aguglia di Goloritzè
Campanil Basso di Brenta

Campanile di Val Montanaia


catena del Gran Sasso

martedì 4 novembre 2014

TREKKING IN PATAGONIA Circuito del Paine 11-23 gennaio 2015, 1400€ (+volo) min. 5 pers. e Vuelta del Huemul 24 o 26 dic. 1550€

Promuovo volentieri questo bellissimo trek proposto e accompagnato dal mio amico Francesco Salvaterra che è uno che la Patagonia la conosce bene!
Cuernos del Paine Patagonia Cilena



CIRCUITO DE LAS TORRES DEL PAINE nella Patagonia cilena
Date: 11-23 gennaio 2015
Prezzo a pers.: 1400€ (escluso volo)

Iscrizioni e dettagli sul programma:

tel. 3475829161 email francesco.salvaterra@hotmail.it 

Video per farsi un'idea del posto

Per chi invece avesse a disposizione le vacanze natalizie suggerisco il viaggio di KAILAS da El Chaltén attorno al Cerro Huemul (1550€+volo con partenza il 24 o il 26 dicembre. Durata 13gg.) 

venerdì 17 ottobre 2014

SERATA PATAGONICA AL MUSEO DELLA MONTAGNA DI TORINO IL 25 novembre

Alle ore  18.30 presso la Sala degli Stemmi presenterò il video MEN IN TENTS girato durante la traversata sullo Hielo Continental Sur dal Paso Marconi al Lago Argentino.

Alle ore 20 sarà offerta un apericena ai presenti.

L'ingresso è libero ma visto il numero di posti limitato è gradita la prenotazione scrivemdo a segreteria@tour2000.it

Venite numerosi!

mercoledì 1 ottobre 2014

Uno come me, forse orgoglioso, in un "monologo" tra guide alpine

Hervé Gourdel è una guida alpina che ha perso la vita per mano di squilibrati violenti mentre stava
Hervé Gourdel, Guida di Montagna delle Alpi Marittime
facendo "la guida", ovvero vagava per montagne nuove del nord Africa per soddisfare semplicemente quel senso di curiosità che hanno più o meno tutti quelli che fanno questo mestiere. Anche quando non hanno nessuno legato all'altro capo della corda .
Quante volte mi è capitato, di sentirmi ed essere, esploratore in posti per me nuovi, remoti oppure no, per quell'inguaribile sete di destinazioni insolite e attraenti da poter proporre a eventuali clienti.
A chi non è guida di montagna può apparire freddo e commerciale questo ragionare, ma alla base ci sta una passione fortissima che, e scusatemi la prepotenza, solo una guida di montagna può capire.
Per questo la morte di Hervé mi ha colpito particolarmente.
Non lo conoscevo di persona ma ne avevo sentito parlare, e l'altra "prepotenza" è che nel vedere le sue foto su internet, mi sono riconosciuto come guida nelle sue espressioni, posizioni e movimenti. Si, perché le foto mostrano anche certi movimenti, a chi li sa vedere.
Insomma, noi guide di montagna siamo un po' tutti uguali per certi versi, e lo dico con l'orgoglio che sento e che mai ho avuto in vita mia.
Questo episodio tragico me lo ha fatto venir fuori inaspettatamente, perché non sono mai stato orgoglioso di niente.
Poi ci sarà anche il fatto che era nato a Nizza, sul mare e poco distante da Genova, dove sono nato io, e che faceva la guida sulle Alpi.
Non ho una gran vista, uso gli occhiali ma non per scalare, e qualche giorno fa su una via vicino a casa c'era un'altra cordata che riuscivo a vedere appena perché era molto più bassa di noi. Non distinguevo granché ma vedevo con esattezza che il capocordata era una guida da come si muoveva, e l'avrei riconosciuto anche se fosse stato più lontano e io più orbo.
Nelle foto che ritraggono il povero Hervé ci sono infiniti dettagli che mi fanno sentire profondamente somigliante proprio per queste caratteristiche comuni di prima.
Chi fa il nostro mestiere vagando per montagne di paesi lontani è una persona necessariamente pacifica e predisposta a comprendere l'altro maggiormente di chi magari esercita la professione sulle montagne di casa e poi vota per la Lega (ogni riferimento a persone reali è puramente casuale e l'esempio mi serve solo per andare velocemente al succo del discorso), quindi mi immagino la sorpresa di Hervé quando avrà capito che non c'era più via d'uscita.
A me al massino è successo di essere fermato dai ribelli maoisti del Nepal, armati fino ai denti, ma chiaramente mossi da intenzioni tutt'altro che violente in quell'occasione, per fortuna! E capisco il disagio, ma anche la certezza di farcela usando la propria diplomazia esercitata dalla vita vissuta, in tali situazioni.
Hervé non ce l'ha fatta ed ha purtroppo fatto la fine degli altri malcapitati che lo hanno preceduto in questa folle azione violenta religiosa e irredentista, secondo me sconclusionata e che genera altra inutile violenza.
Il fatto che fosse una guida di montagna (in Francia si chiama così la Guida Alpina) non fa cambiare la tragicità dell'accaduto, ma a me, che sono come lui guida, fa pensare istintivamente a quanto la nostra presenza sulla terra sia precaria e che i pericoli dell'alpinismo tanto acclamati, quando non minacciati, siano solo parte di una relatività inutile che gioca con  tempi, luoghi e persone, per noi mortali imprevedibili.

Caro Collega, ti scrivo dallo stesso tuo "ufficio" senza tetto né scrivanie, che siamo tutti eroi perché non ci pieghiamo al sistema e crediamo nella pace, ma proprio perché il nostro ufficio non ha nessun tetto quando cade qualcosa da sopra ci può arrivare sulla testa. E il sasso che ti ha colpito non è caduto accidentalmente da una cengia, ma lo ha scagliato uno come noi che forse non ha trovato la sua "montagna" per sentirsi libero, sereno e quindi in pace. Questa è la cosa triste.






giovedì 25 settembre 2014

SERATE PATAGONICHE A SAVONA E A TORINO 8 ottobre e 25 novembre

INOLTRE il giorno 25 novembre farò una serata simile in quel di TORINO presso ilMuseo della Montagna. Dettagli nel post più avanti.

GRAZIE a: PATAGONIA - SCARPA - FERRINO - SIMOND

PRIMAVERA, STAGIONE IDEALE PER LO SCIALPINISMO!

  Con l'arrivo del primo caldo nelle città si pensa che la neve caduta sulle montagne d'inverno si sciolga tutta in pochi giorni... ...