martedì 24 marzo 2015

La Sicurezza & i suoi Fratelli



La sicurezza è una cosa in bilico
Siamo fottuti! Altro che alpinismo sicuro, montagna sicura, kit di sicurezza, procedure standardizzate di sicurezza, attrezzature sicure, sicurezza con la guida alpina, equipaggiamento di sicurezza. 
La vera sicurezza non è nulla di tutto ciò.
Bambini nel Bus de Tofana-Dolomiti
La vera sicurezza è una cosa in bilico perché dipende da Dio, per chi ci crede, o dagli umori del giorno di noi stessi. Da quanti pensieri abbiamo ad affollarci la mente, se abbiamo digerito la colazione e se la giornata è di quelle "si" o di quelle "no". Se stiamo affrontando una cosa a cuor leggero oppure la stiamo soffrendo, se il nostro compagno/a ci è simpatico o è uno che abbiamo trovato tanto per non andare da soli, se quello che stiamo facendo è una cosa per noi stessi o per facebook.

Una bella canzone di Battisti ha un verso che dice:
"L'applauso per sentirsi importante,
senza domandarsi per quale gente".

Lunedì si torna in ufficio o in fabbrica (più probabilmente in ufficio) e cosa avremo da raccontare? Il "carniere" avrà al suo interno una "preda" che ci doni l'approvazione, ma di chi? Per quale gente, appunto.
Il collega, che non sa un cazzo di montagne, la sbarbina che stiamo lavorando ai fianchi, muniti di bandana, maglia in polipropilene attillata e ultimo modello di Sunto dalle istruzioni bibliche illeggibili, quando non con zaino airbag in spalla che ci appensantisce mentre lo scarichiamo dall'audiquattro parcheggiata a bordo strada col muso su per un masso strapiombante, prima di indossare i nostri scarponi da freeride (ma free non voleva dire libero?) flex 150 che neppure Hermann Mayer riuscirebbe a piegare con le "sue" caviglie, e imbracciare come una Spandau 42 quegli sci artigianali fatti a mano uno per uno (quindi storti) larghi come una tavola da stiro che galleggiano su ogni tipo di neve...
Se fosse estate: con lo scarponcino tedesco che "bloccalacaviglia" dalla suola rigorosamente con bollino giallo ottagonale, indossato dopo aver riposto nel bagagliaio immacolato del SUV (=Sarà Una Verità?) le scarpe basse dal nome di un celebre aperitivo ispanico (che andavano benissimo proprio perché non bloccano la caviglia, maledizione), con la canna di gomma del camelback che ci strozza tra gli spallacci dello zaino da running ('tanto dove andiamo poi è pieno di bar) al quale abbiamo appeso fuori il set da ferrata.
Abbiamo ancora nelle orecchie il rimbombo del commesso/a del negozio che ci ha perseguitato tutta la settimana (perché noi perseguitavamo lui e lui poverino si vendicava giustamente) ogni tardo pomeriggio prima di andare a casa a farci perseguitare dalla famiglia, per chi ne ha una, altrimenti da un socialnetwork qualsiasi, perché eravamo indecisi sul bordino termosaldato della giacca in gatto-tex della Ratagonia che costava 800€ mentre quella della Mare-mot ne costava solo 790!
I commessi (l'ho fatto anch'io) devono fare uscire il cliente come Julia Roberts in Pretty Woman dal negozio dove lavorano. Ti sfiniscono di informazioni facendoti credere che più spendi e più sicurezza hai. 
Così per l'automobile, per l'ARTVA, le calze, il fischietto, l'orologio (a cosa servirà mai oggigiorno avere l'orologio?) multifunzione, la casa, gli elettrodomestici, il cane (un dobermann ti difende, un volpino piscia sulla moquette), la bicicletta, le vacanze, la compagnia aerea, il cibo al supermercato (in tutti i vini ci sono i solfiti, per esempio, e sono velenosi) e basta.
La sicurezza nell'andare per monti in ogni stagione passa, secondo i più, attraverso tutte queste cose, che costano, pesano, alleggeriscono lo spirito in quanto acquistabili facilmente anche se costose perché a dispetto della crisi siamo tutti ricchi, se non non andremmo in montagna, no?


Stavolta cito Bennato:
"e se non avrai più i soldi una mattina
ti troverai dall'altra parte della vetrina" 



Vecchio impianto di risalita
Perché non lo dice nessuno che la sicurezza è una cosa impalpabile, senza prezzo di listino e ha molto a che fare con l'equilibrio interiore e con l'esperienza che solo il tempo e la pazienza ti possono dare?
Si può essere poveri e sicuri ma non ricchi e quindi sicuri. Che casino!

Invece la sicurezza non costa nulla, non pesa nello zaino ma è un privilegio spesso inarrivabile. Si porta dentro al nostro corpo e, come lui non è infallibile, e è una cosa altalenante anche quando c'é. Per averla serve essere dei disadattati molto pazienti perché per averne solo un po' serve tanto tempo, molta umiltà e poca voglia di esibirsi ovunque. La sicurezza è per sè e ti fa tornare a casa vivo anche di notte sotto la pioggia, al buio, quando nessuno ti vede per dirti bravo.
La sicurezza non è nulla di tutto quello che ho scritto prima e molto altro che non ho scritto, ma che si può leggere sulle riviste dei club alpini o sui depliant degli autosaloni, che non sono molto diversi tra loro.


Nel bidone di spazzatura virtuale (per fortuna) presente in internet c'é anche un sito di alpinisti-molotov con tanto di decalogo per potervi appartenere e potersvisi "loggare". L'idea mi piaceva, ma poi il dovermi registrare -che è un po' come presentarsi al ristorante di sabato sera con le mutande alle caviglie camminando faticosamente a piccoli passi, secondo me- mi ha tolto ogni poesia.
Ribellione, sinistrosità, tutto passabile, maccheccasso c'entreranno le bombe incendiarie con l'andar per monti? Poi ho visto che il loro logo è una bottiglia col tappo che salta come quelle dello spumante, innocua, e dentro la bottiglia c'è una montagna. Cosa vorrà dire?
Mi piaceva di più la bombamolotov come estrema e povera risorsa, (ma micidiale) delle lotte anni '70 o dei Bersaglieri nel deserto di El Alamein contro i tank di Rommel: la volpe del deserto.
Una volpe appunto, il bel mustelide peloso che da sempre viene, suo malgrado, associato all'astuzia o più ancora alla furbizia.
E se la sicurezza fosse una questione di furbizia? Nel farci acquistare di tutto per farci consumare incrementando il PIL?
Ma dai, dai... prepariamoci e vediamo di divertirci.
E anche così corriamo il rischio di strozzarci con la cannuccia della borraccia o con la cinghia del cardiofrequenzimetro, essere vittima della APP che ci avrebbe avvertito in caso di allerta meteo o... anche finire sotto una valanga, fulminati su una cresta, quando non scivolati da un sentiero esposto o risucchiati da un crepaccio che "non si vedeva". Massima libertà.

Sergente, buonanotte. Ma va a cagare! (Mediterraneo. Di G.Salvatores)

martedì 10 febbraio 2015

La Patagonia è...

Copio brutalmente la parte di un messaggio che il mio amico e collega Francesco (Franz) Salvaterra mi ha mandato ieri appena rientrato da un lungo viaggio di 70 giorni in terra australe.
Lo faccio perché Franz è riuscito a condensare in poche righe la vera essenza di un viaggio in quei posti, come mai avevo letto. E perché parla molto bene di me, perché negarlo?
Adesivo di alpinisti anarchici, com'è giusto che sia!
Nonostante i suoi 25 anni, Franz si può considerare un veterano di quei posti. Oltre ad avere salito molte cime, aperto vie non facili e bazzicato posti insoliti, Franz ha saputo spingersi a piedi dove di solito gli alpinisti non vanno, vivendo una Patagonia che più autentica non si può.
Nell'imminente inaugurazione della Compagnia delle Guide Cominetti & Salvaterra specializzate in viaggi e ascensioni in Patagonia assolutamente fuori dai circuiti convenzionali (per davvero), leggetevi questo resoconto perché ne vale la pena.




Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa alle domande “Com'è andata?” ” Cos'hai fatto?” Questo elenco appena riportato potrebbe essere la risposta:  cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltèn e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”.  (leggete "Hydle days in Patagonia" di C. Hudson per credere di più. Ndr)



Franz Salvaterra
Per me La Patagonia è una mezcla di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombre larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla. La Patagonia è un ritorno all'essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po' di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto“beauty”. La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell'ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d'entrata. La Patagonia è l'adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l'ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà. La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare altalenante dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di “comida” disidratata che nonostante la scritta hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito. La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo. La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare.  E' conversazioni “stusciate” in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco. La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O'Higgins. Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni  a portare meno dello stretto indispensabile. E' tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto. La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nut vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po' come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.



Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:

Marcello Cominetti, per primo, perché ha creduto in me insegnandomi “l'arte” e pagandomi bene, e perché è simpatico. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Ale Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra.  Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell'estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell' hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vincente, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignacio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del R. Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne Veneziane. 

Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan,Climbing Tecnology, e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.

“Gracias a todos, nos vemos pronto!”



Francesco Salvaterra

Venezia, venerdì 6 febbraio 2015
 



lunedì 26 gennaio 2015

PROGETTO ICARO in ALTA BADIA sabato 31 gennaio, ESITO OTTIMO!

Ci incontriamo sabato 31 gennaio alle ore 9.15 alla cabinovia Boè di Corvara (bar El Corf) con sci, zaino, ARTVA, pala e sonda per una giornata di Sicurezza sulla neve con le Guide Alpine amici di ICARO.
Valanga caduta dal traverso alto sotto il Piz Boè per raggiungere l'imbocco della Val Mesdì


La partecipazione è gratuita ed è riservata agli under 21.
Per comunicare la propria adesione scrivete a karin.pizzinini@rolmail.net

GRAZIE di cuore a: 
FERRINO, ORTOVOX e
ANDREA MUTTI Guida Alpina di Brescia .




Per sapere meglio cos'è il PROGETTO ICARO guarda qui il bel video realizzato dalle Guide Alpine di S.Caterina Valfurva (complimenti!)

VENITE NUMEROSI!
Tommi e Mattia
...E NUMEROSI sono stati 

i partecipanti di questa edizione a Corvara!
Aiutati sicuramente dalla bella giornata si sono addirittura dati il turno moltissimi ragazzi e ragazze spinti anche da alcuni Maestri di Sci dell'Alta Badia che hanno portato con loro allievi, amici e familiari.
Dopo una sciatina nei boschi nei dintorni di Passo Campolongo ci siamo fermati sulle pendici del Monte Cherz non lontani dalle piste, sulla neve fresca caduta il giorno prima per fare stratigrafie, analisi del pendio, ricerca Artva, sondaggio e scavo, valutazioni morfologiche del manto nevoso e dei pendii nel corso di una gita o semplicemente di una sciata anche a bordo pista (e non), apertura dello zaino Cybersafe (messoci a disposizione gentilmente da FERRINO) e del modello analogo di Black Diamond dotato di un sistema di gonfiaggio nuovo.
L'uso dei moderni apparecchi ARTVA digitali di ultima generazione a 3 antenne ne ha messo in risalto la semplicità d'uso, che si basa sull'intuito più che su una procedura complessa, favorendo nell'utilizzo i giovani che hanno dimestichezza con le apparecchiature digitali.

Tutti i partecipanti, nonostante le temperature basse, hanno seguito con entusiasmo le varie operazioni condotte, oltre che dal sottoscritto, dal collega Andrea Mutti e da Jordan Irsara e Karin Pizzinini.

A questo link tutte le foto fatte da Karin!

RIFLESSIONE: come amico di Icaro e di Karin, come guida di montagna e appassionato di alpinismo, freeride e scialpinismo e soprattutto come padre di ragazzi altrettanto appassionati, mi sento di dire che il Progetto Icaro è un'iniziativa molto più bella e lodevole di quanto non sia già stata definita e lodata.
E non lo sarà mai abbastanza!

Se penso ai divieti, alle ordinanze assurde di certi sindaci di qualche anno fa e allo stupido e inutile bisogno di sicurezza a tutti i costi della nostra società viziata e poi guardo questi ragazzi, posso solo concludere dentro di me (e in questo caso anche fuori) che l'educazione a ogni attività che l'umano voglia intraprendere è la cosa più importante.
La repressione è ignoranza e comodo evitare problemi che invece andrebbero affrontati e risolti.
Con l'educazione e l'apprendimento si stimolano l'intelligenza, le doti fisiche e morali, i talenti nascosti, ma soprattutto si costruisce la propria libertà e la propria capacità di scelta, attraverso la responsabilizzazione e lo sviluppo della propria esperienza.
Gli unici elementi che in montagna e nella vita, servono a salvarsi la pelle.
La tecnologia aiuta la sicurezza ma non sostituisce affatto la personale esperienza. E l'esperienza in montagna si fa solo ricevendo dalla Natura e da chi ne ha più di noi, tutta quell'infinità di segnali che fanno della vita un gioco bellissimo.












domenica 4 gennaio 2015

UPGRADE SELVAGGIO BLU da versione Classica a versione Extreme.Date a richiesta 680€/6 pers.



Per chi avesse già fatto (oppure no) Selvaggio Blu nella versione Classica/Originale  e volesse integrarlo con la parte della versione Extreme, c'è la possibilità di farlo in soli 3 giorni di cammino (5 in totale, includendo arrivo e partenza).
E' così bello e divertente che vale proprio la pena farlo!

Itinerario (possono esservi variazioni)

1g. ritrovo entro ore 20 a S.Maria Navarrese. Hotel***
2g. in barca si raggiunge Cala Goloritzè di buon mattino e...
Cala Goloritzè-Ispuligidenie (Cala Mariolu) Direttamente dalla spiaggia ci si alza su una bianca placca rocciosa da attrezzare con corda che porta al primo ripido bosco sospeso sulla zona denominata "Sorgenti". Qui inizia il cosiddetto "Ledere 'e Goloritzé" il tratto chiave del percorso. Bisogna attraversare trasversalmente tre ripidi canaloni che scendono alle pareti sospese sul mare sottostante e il sentiero è poco più di un'esile traccia tra ghiaie, pareti e macchia. I tratti da attrezzare con corde sono numerosi. Oggi le condizioni di questo tratto sono migliorate dai limitatamente numerosi passaggi. Una vera e propria via ferrata di 30m porta nel bosco di Ispuligi che si segue costeggiando grandi caverne in ambiente "preistorico".
Ispuligi
In 6/7 ore si guadagna Cala Ispuligedenie (o Mariolu) dove si pernotta. bivacco FB.

3g. Ispuligidenie:Grotta del Fico (o Bacu Padente/Su Feilau). Dal mare ci sono 2 possibilità per raggiungere un sentiero discreto (a tratti) a mezzacosta. La prima ripida e scivolosa, la seconda più agevole, più lunga, ma migliore. Dopo qualche ora di lotta in ambiente di straordinaria bellezza ci si congiunge con il Selvaggio Blu classico fino a Bacu Mudaloru. Fin qui 4/5 ore.
In altre 3 ore ca. passando su cenge, creste, grotte, fori naturali nella roccia, arrampicate, calate in corda e molto altro (!), raggiungiamo la parete che sovrasta la Grotta del Fico. Una stupefacente calata nel vuoto ci deposita nella grotta dove pernottiamo tra vampiri e onde del mare.

4g.Grotta del Fico-Cala Sisine (ca. 8 ore). Dalla grotta ci si porta lungo gli scogli a pelo d'acqua verso nord. Utilizzando corde fisse in posto e passaggi davvero incredibili all'interno della montagna, Iscalas Fustes e brevi calate si arriva a Bacu Padente (o Su Feilau). Una risalita di ca. 400m ci porta al sommo del mezzacosta di Serra Ovara (o Ovra). Da qui con 2 calate oppure un tratto attrezzato con scale e cavi arriviamo a Cala Biriola. 
Colazione sul mare...
Si continua nella boscaglia di Biriola e di Oronnoro per poi affrontare le bastionate rocciose che sbarrano l’accesso a Cala Sisine attraverso un complesso sistema di cenge e misteriosi (si! proprio misteriosi, vedrete..) passaggi in arrampicata (10 m – IVinf. oggi in parte attrezzati con catene).  
 Selvaggio Blu "ufficialmente finisce qui e ci si è guadagnati la "medaglia"! Rientro in barca a S. Maria Navarrese . Hotel ***(finalmente), doccia intensa e cena. Hotel*** FB.
5g. Scioglimento del gruppo dopo colazione. 
BB = Bed & Breakfast                           FB= Pensione completa

COSTO a persona 680€
Min. 6 persone
Attrezzatura, informazioni e logistica sono le stesse dell’itinerario classico o originale che trovate qui 

 info@marcellocominetti.com o tel.3277105289

mercoledì 24 dicembre 2014

CERRO TORRE à la carte

Le guide alpine F.Salvaterra e M.Cominetti con al centro il loro compagno-cliente M. Lucco in cima al Cerrto Torre il 14-12-2014

Luci nella notte australe sopra l'Elmo
Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la "normale" all'urlo di pietra.
The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: "Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo".
Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c'è molta differenza, climaticamente parlando.Bell'avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente. 
Senza volerlo aprii un' era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!
Io e Max sotto il Col de la Esperanza e al Torre
Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell'amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l'idea di fare "la guida" su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c'erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il "sergente" che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell'atleta.
Franz Salvaterra versione heavy duty
Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e... andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all'incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l'impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani. 
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa "magica combinazione" fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tronarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d'accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento. 

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.
La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più. 
Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l'ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: "Domani si parte per il Torre".
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l'anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l'oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c'è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L'indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E' tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di "escarcha", neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me... bisogna andarci per provarla.
La nostra FERRINO Monster all'Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l'aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei "lumbard" finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l'Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all'orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L'indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c'é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c'é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell'Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c'è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul "bagnoschiuma" verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l'uso di speciali alette montate sulle piccozze e l'utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell'altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano. 
Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e "scenziato" della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni. 
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa...ma giuro che lo leggerò.
Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: "Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui". 
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

PS mi hanno fatto notare giustamente che la volpe è un canide e non un mustelide, ma lascio questo nome nel racconto perché suona meglio

LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...