domenica 19 dicembre 2010

LETTURE "CONTRO" PER PICCOLI E GRANDI

Qualche anno fa, appena sbarcato da un volo proveniente da Buenos Aires, venni invitato a cena a casa di amici ai quali avevo promesso che avrei portato qualcosa di tipico da mangiare.
Mi presentai con una scatola di Baci Perugina e mi sentii dire: ma questo non è un cibo tipico argentino!? Come no, risposi, in Argentina ne vanno ghiotti tutti, quindi laggiù è diventato un dessert tipicissimo. Ormai di tipico non esiste quasi più nulla e la scatola di Baci l’avevo comprata nell’aeroporto di Fiumicino.
Esordisco con questo episodio per parlare di due libri identici ma diversi, uno per bambini, uno no. Trovateci voi la relazione.
Il primo s’ intitola L’Albero, scritto da Shel Silverstein (ed.Salani) e racconta di un albero, che diventa amico di un bambino che gioca ai suoi piedi. Il bambino cresce e chiede all’albero un sacco di cose: di incidere sul suo tronco il nome della fidanzata, di dargli i suoi rami per fare il fuoco per scaldarsi, di mangiarne ovviamente i frutti, fino a chiedergli il suo tronco per costruirsi una barca per fuggire e, infine, di potersi sedere, ormai vecchio, sul suo ceppo. Ogni volta l’albero è felice di aiutare il suo amico e questo approfitta senza indugi di tanta disponibilità. E’ la benevolenza innata della Natura verso la cupidigia umana che la sfrutta finché può.
La stessa contrapposizione Natura magnanima-Uomo sfruttatore la ritroviamo, nelle pagine estreme di Enrico Manicardi e il suo tomo di oltre 500 dense pagine: Liberi dalla Civiltà, (ed. Mimesis) un saggio pesante che rende leggeri.
Manicardi prima di tutto provoca ma illustra anche dettagliatamente il perché del suo scagliarsi contro ogni forma di civiltà cui l’uomo si sia dedicato da quando da cacciatore-raccoglitore si è trasformato in agricoltore stanziale.
Secondo Manicardi è soprattutto la paura che regola ogni rapporto interno alla nostra società odierna. Economia, tecnologia, religione, dominio politico e addirittura cultura, vengono analizzate dalle origini fino alle conseguenze attuali e vengono ricondotte alla paura insita nell’essere umano che si aggrega, allea, prega, conta, calcola, esamina, studia, mangia e immagazzina al fine di allontanare lo spettro della morte considerando la Natura un mezzo per proteggersi, quando non da cui difendersi, ottenendo chiaramente l’effetto opposto.
Il libro propone soluzioni difficilmente praticabili, estreme come poche ma ben pianificate, pur nella loro solo apparente assurdità. Soluzioni che fanno pensare di doverci dirigere lungo strade diverse da quelle che ci hanno portato inutilmente dove siamo oggi.
Entrambi i libri mettono l’accento sull’importanza di un’armonia individuale con la Natura da cercare davvero lontano da dove l’abbiamo trovata fin’ora.
Leggendoli mi sono sentito profondamente d’accordo. Li consiglio a voi e ai vostri figli.
Due regali da farsi e da fare al posto dell’IPad o della PS3, per cambiare, ognuno nel suo piccolo, direzione e andare verso il sole.

venerdì 15 ottobre 2010

Egidio Nicora Fotografo in Genova

Passeggiare dopo una nevicata col cielo ancora grigio di nuvole grasse tra le tombe del cimitero di Staglieno o scansare i cavalli imbizzarriti di un’antica corsa ippica sarda e selvatica non per turisti.
Passare la notte tra i mercanti di pesce del mercato di Piazza Cavour o seguire un gruppo di scalatori di sassi.
Imbarcarsi su una lancia di pescatori di tonni, spiare la vestizione di una sposa o bazzicare intorno a una gozzo in costruzione – tutto con la macchina fotografica al collo – è quello che fa Egidio Nicora, fotografo e filosofo genovese.
Il bello è che poi queste storie per immagini prendono corpo nel fiume di parole che Egidio racconta e che mette per iscritto.
Me lo vedo mentre parla in genovese coi pescatori dandogli soddisfazione che lui ricambia con la sua.
Io Egidio lo conosco abbastanza bene. E’ anche il padrino di mio figlio e qualche anno fa ci siamo incontrati a Buenos Aires.
Per raccontare le sue storie e fare le sue foto a lui non serve andare lontano, ne trova di fantastiche in ogni posto e se le racconta come sa fare lui quasi tutte le foto che ha scattato non serve neppure vederle.
Egidio è un fotografo che fa le foto ma che riuscirebbe a fartele vedere anche solo con le parole.
Lui le foto le vende perché deve camparci, ma secondo me, potrebbe campare scrivendo le sue storie o raccontandole a una platea, come un attore che non deve recitare nessuna parte, se non quello che ha visto e sentito: la verità.

Quella volta a Buenos Aires era sulle tracce di antichi liguri divenuti argentini. Ristoratori e tangueros, bibliotecari e ingegneri, musici e commercianti. Li aveva scovati tutti, in una città di 12 milioni di abitanti lunga più di 100 kilometri che lui girava a piedi. Sì, perché aveva sentito dire che tra i taxisti c’erano dei ladri che ti portavano in una via secondaria, ti davano una fraccata di botte e poi ti derubavano.
Lui non girava con troppi soldi in tasca ma le macchine fotografiche le aveva sempre e non voleva rischiare di farsele rubare.
E poi non parlava una parola di spagnolo pur essendo stato in Argentina per un sacco di tempo, e cercava di esprimersi in dialetto genovese così da farsi riconoscere e la cosa funzionava a meraviglia. I discendenti dei vecchi genovesi li trovava tutti, anche perché non aveva difficoltà a parlare di qualsiasi cosa con chiunque. Era gennaio, l’equivalente del nostro luglio in fatto di temperature, e tutta quella strada a piedi con i sandali gli aveva scavato profonde piaghe nella carne, ma lui non è certo quello che si lamenta.

Egidio è un fotografo che se inizia un discorso che gli interessa –e sono davvero poche le cose che non lo interessano- si scorda di essere lì per fare le foto e se ne va senza averle fatte perché si è portato via i fatti e le parole che a lui bastano. Le foto le farà un’altra volta, quando non si sarà distratto con le parole sue e degli altri.

Per due giorni mi ha portato dai suoi conoscenti argentini che si esprimevano nel dialetto genovese che avevo sentito parlare da mia nonna e che ci chiedevano se a Genova ci fosse ancora questa o quell’altra cosa che noi neppure sapevamo fossero mai esistite.
Abbiamo mangiato le troffie al pesto, i bianchetti e la focaccia, ritrovandoci, uscendo di casa, a la Boca o in una laterale della 9 de Julio.
Ma gli antichi genovesi d’Argentina sono sparsi dappertutto e alcuni da visitare erano a Rosario, solo qualche ora d’auto dalla capitale. In 5 in una Fiat 127 che in Argentina si fabbrica ancora e si chiama ironicamente, Fiat Spazio, il viaggio senz’aria condizionata era stato epico.
Dopo i convenevoli e le foto di rito la Fiat Spazio, parcheggiata al centro di un immenso spiazzo soleggiato era lì ad aspettare i suoi passeggeri per riportarli a Buenos Aires. Egidio che lo racconta è una scena degna di una commedia del teatro dell’ opera. Dopo essersi schiacciati nell’abitacolo per partire, Egidio ha un mancamento per il caldo. Niente niente, non è niente, ho solo un po’ caldo, andiamo pure.
L’ho incontrato la sera che vagava per Palermo con i piedi piagati con la Voigtlaender Bessa a tracolla e alla mia domanda sul perché di tant’aria stravolta iniziò dicendomi: te la ricordi la Fiat 127.....?

http://www.egidionicora.it/ il suo web




giovedì 20 maggio 2010

L' ULTRAFORZA

Ogni alpinista racconta, anche se nessuno glielo chiede, come si è appassionato alla montagna. Io non avevo un nonno guida alpina e neppure un padre o un cugino che lo fosse, ma avevo uno zio un po' speciale.
La cuorisità che poi si tramutò in passione per la montagna credo mi sia piombata addosso in tenera età ascoltando le gesta di mio padre durante la guerra, che non combattè, ma visse da vicino quando era ragazzino sulle montagne del bellunese. Il suo paese si trova lungo la Via Tilman, tanto per intenderci, e non è distante da dove vivo. Il freno lo pose mia madre che diceva che avere uno come Bonatti in famiglia sarebbe stata una vera disgrazia. Quando ebbi l'età, andai sui monti e mi piacque fin da subito.
A casa di mio zio Bruno, quello ritratto accucciato per primo a sinistra, c'era appunto questa foto fissata sotto al vetro di una scrivania stile liberty di colore chiaro e che ricordo come qualcosa di mitico. Infatti mio zio si riprometteva di portarmi su quella cima dove si era immortalato con i suoi amici escursionisti, una volta fossi stato più grande.
La foto è del '64 e io sono nato tre anni prima.
Il cappello alpino, rientrato a casa per miracolo sulla sua testa assieme a qualche scheggia di granata conficcata in un braccio dalle rive del Don e dalla battaglia di Nikolajewka, lo indossava ogni qualvolta c'entrassero delle montagne. E lui, che era genovese che di più non si poteva, provava orgoglio per essere uno che andava in montagna vestito da alpinista di quei tempi.
Lo zio Bruno ne aveva fatte di tutti i colori in vita sua, e stare a sentire i suoi racconti era uno spasso, specie quelli ambientati in montagna, sovente in situazioni tragicomiche. Gli piacevano le auto sportive e siccome dai miei ricordi ne possedette una soltanto, faceva correre le altre come se lo fossero. Io pensavo che la pubblicità di una marca di benzina dell' epoca: "con Api si vola" l'avessero studiata pensando a lui, perchè era il suo motto quando si sedeva alla guida.
Con sua moglie, la mitica zia Terry, come la chiamava affettuosamente lui, costituivano una coppia esilarante e preoccupante: lui guidava come un pazzo e lei non se ne allarmava mai perchè non avendo la patente e solo poche diottrie, ogni manovra, anche la più spericolata, le sembrava normale.
Lo zio Bruno da giovane era stato un atleta.
Aveva partecipato a due Olimpiadi nella nazionale italiana di lotta libera, restando per qualche anno come campione italiano in carica e aveva un fisico che ricordava Johnny Weissmueller, quello di Tarzan, e faceva cose dove occorreva una forza titanica senza sforzo alcuno. Mi diceva che aveva il dono dell' Ultraforza, una sorta di superenergia che poteri ai miei occhi occulti , gli avevano conferito in gioventù.
La cima su cui fu scattata la foto era quella della Tofana di Rozes che oggi è la montagna che sta poco sopra casa mia e che più mi piace. Sulla Tofana ci salgo almeno una decina di volte l'anno anche da solo, per allenarmi, per pensare e farmi venire idee solitamente belle. La Tofana mi vuole bene come fosse mia madre, lo sento.
L'altra montagna dolomitica che lo zio Bruno mi ha fatto amare senza volerlo è il Sas dla Crusc, perché andava in vacanza in un albergo che sta proprio ai suoi piedi e costringeva me e i miei genitori a prendere l'aperitivo durante l'enrosadira (quando in estate, al tramonto le pareti si tingono di rosa) , cosa che oggi va di moda nei locali della Val Badia più "in", ma che negli anni sessanta nessuno ostentava. Quando negli anni '80 feci il servizio militare mi capitò di dovere fare il saluto a una vecchia bandiera sgualcita appartenente al 6° Reggimento Alpini che stava in una teca nell' ufficio del mio Comandante di allora, senza sapere bene il perché. Sulla base in legno del mobile lessi Nikolajewka 26 gennaio 1943 e capii che il saluto se lo meritava ricordando la foto che ritraeva lo zio con altri soldati in Russia sul libro Centomila gavette di ghiaccio. Non si capiva se nella foto fosse lui davvero, ma io ci credevo.
Lo zio Bruno se ne è andato pochi giorni fa, poco dopo la zia Terry, che aveva deciso di lasciare questo mondo sulla strada di casa dopo essersi dedicata alla sua passione settimanale: il cinema.
Saranno sulla loro decappottabile a correre sulle nuvole a tutta velocità e vedranno le Dolomiti da molto più in alto.

sabato 9 gennaio 2010

SERATE A TRENTO IL 7/5 & A MILANO IL 13/5 C/O PATAGONIA STORE

Al Filmfestival della Montagna di TRENTO alle ore 21 del 7 maggio 2010 sono invitato a una serata dedicata alla professione di Guide Alpina assieme ad altri illustri (molto più di me) professionisti. Qui i dettagli.

Dopo la serata, che qui potete vedere in parte, resta la solita impressione positiva che il padre di tutti i filmfestival di montagna sa lasciare. Mi è solo in parte spiaciuto dovere sostenere la fetta più "leggera" della serata che poteva coinvolgere maggiormente il numeroso pubblico presente e approfondire di più i temi toccati.

Come di consueto eccoci all'appuntamento annuale al negozio Patagonia di Milano in Cso. Garibaldi 127 (tel 02-86453590 clicca qui per arrivarci) dove il 13 maggio 2010 alle ore 19 presenterò il nuovo video "LA MONTAGNA E' SOLO LO SFONDO" su oltre 25 anni di attività di guida di montagna in diversi paesi del mondo. Se ne volete un assaggio verbale leggetevi il post precedente: A questa parte densa ne seguirà una più light in cui vedremo Patagonia No Watches No Pads sul bouldering a El Chaltén.
Per l'occasione ai presenti verrà offerto lo sconto del 10% su eventuali acquisti. Ingresso libero.
Infine, quello fotografato qui non sono io bensì mio padre Enrico che uso come logo, visto che sembra una persona seria e affidabile!
Patagonia store su facebook
Patagonia Store Milano sito ufficiale

giovedì 19 novembre 2009

LA MONTAGNA E' SOLO LO SFONDO


Sono nato 15 anni dopo l’ultima guerra, a Genova, nel bel mezzo del centro storico più grande del mondo.
Con la guerra sono cresciuto perché i miei genitori me ne parlavano spesso. Guai a non mangiare il pane e se un pezzo cadeva per terra e bisognava buttarlo via, prima lo si baciava, come per salutare un parente caro in partenza.
A Genova c’ erano una sacco di macerie dietro a recinti di tavole con cartelli con su scritto : divieto d’ accesso. Ce n’era uno vicino a casa mia, era un cumulo di costruzioni bombardate dagli aerei americani, prima che diventassero nostri amici e oggi è un quartiere universitario.
Dalla finestra di camera mia vedevo i bacini di carenaggio del porto, con le navi in riparazione, e sullo sfondo l’ampiezza dell’ orizzonte.
Prima del porto, c’era una caserma dei pompieri che vedevo spesso in esercitazione.
Si arrampicavano su una torre da cui si lanciavano su un telo, correvano e srotolavano manichette, facevano acrobazie che stavo a guardare finché non la smettevano.
Da grande mi sono appassionato al viaggio e alle scalate. Ecco: credo che tutto sia partito dalla vista di quella finestra.
Ho vissuto sempre in maniera semplice, dando alle cose il loro vero valore, complice il pragmatismo che regnava a casa nostra arricchito anche da un totale rifiuto dello spreco e di ciò che non si credeva indispensabile. Tirchieria la chiamano gli ignoranti, perché in realtà è parsimonia, dote rara fagocitata dalla corsa alla crescita.

Quando a 5 anni mi mandarono al catechismo mi ricordo di una maestra alta e secca che si chiamava Lidia e che era la sorella del prete.
Ci disse con la massima naturalezza che Dio c’ era sempre stato e sempre ci sarebbe stato. Alzai la mano perché non mi era chiaro.
Ero piccolo ma lo ricordo come fosse ora.
Lidia mi ripeté quello che aveva appena detto aggiungendo: perché è così.
Io replicai. Mi potevo spiegare, assieme a molti altri misteri simili che avevo ascoltato, che ci fosse uno immortale, uno che aveva la barba bianca, era vecchio –così era raffigurato Dio sul libretto- e mai moriva, ma da qualcosa doveva pur essere nato.
La risposta fu identica all’ affermazione irremovibile di prima: Dio c’ è sempre stato e sempre ci sarà!
Mi faceva male la testa, mi sembrava che il cervello si torcesse su se stesso quando provavo a tornare indietro nel tempo immedesimandomi in Dio, che per me era un vecchio canuto condannato a non stare tranquillo.

Le mie prime letture furono un libro di favole dei fratelli Grimm, di cui mi piaceva l’ odore delle pagine ingiallite, stampato alla fine dell’800. Poi ci furono le letture scolastiche, e in prima media lessi il diario scritto da Pigafetta sul viaggio intorno al mondo di Magellano. Quello sì che era un bel libro, avventuroso e interessante come un vero viaggio.
Poi lessi “Un anno sull’ altipiano” di Lussu e anche i racconti sulla guerra mi appassionavano. Nel frattempo mia nonna mi regalò una vecchissima copia di “Le mie Prigioni” di Silvio Pellico, che leggevo di quando in quando. Tutti questi libri, in verità pochi, li ho ancora.
A casa c’ erano Cuore, I ragazzi della via Paal, Piccole Donne, Tom Sawyer : li iniziavo e li lasciavo perdere dopo poche pagine.
Poi mi toccò leggere I promessi sposi e anche lì feci una domanda all’ insegnante, che era: ma fu Renzo Tramaglino a raccontare questa storia a Manzoni per poterla scrivere così dettagliatamente?
La risposta fu del tipo di quelle datemi al catechismo, almeno per l’ effetto che provocò in me. Mi disse che era un romanzo, una storia ambientata in posti e situazioni reali ma totalmente inventata. Chissà perché bisognava inventare una storia quando nella realtà ce ne sono già così tante di belle e di brutte?
A 14 anni l’alpinismo si impadronì totalmente dei miei interessi assieme alla fotografia e alla pesca, ma era sulle montagne che volevo andare appena possibile. Mi scarrozzavano degli amici più grandi che avevano la macchina e un po’ di esperienza, così ogni domenica tornavamo a casa più o meno vivi.
Francesco, il più carismatico, mi prestò un libro dicendomi che era bellissimo e mi sarebbe piaciuto di sicuro.
Lo divorai, perché raccontava di due cordate che scalavano una parete nel gruppo del Monte Bianco che conoscevo e si parlava di chiodi e moschettoni ma anche di idee e sentimenti. Dopo qualche giorno Francesco mi chiese se allora il romanzo che mi aveva dato mi piaceva? Romanzo? Vuoi dire che quella non è la vera storia della prima salita della Via Jackson sulla nord delle Droites? Mi cadde in testa il mondo. Per me l’ alpinismo era praticamente tutto e la sua storia mi ha sempre appassionato, ma la storia è qualcosa che è accaduta davvero e non il frutto della fantasia di qualcuno che magari non aveva stretto quegli stessi appigli ma aveva sempre visto quella parete col binocolo dal fondovalle.
Certo che per raccontare una storia così ci vuole una grande capacità, ma, secondo me, ce ne vuole molta di più per salire quella parete e poi raccontarne con magia.

La comunicazione si è compressa nei tempi dall’ invenzione del telegrafo. Ha accelerato con il telefono, poi con il fax, dopo più di 70 anni, e dieci anni più tardi è arrivato internet. E siamo a oggi. Non abbiamo il tempo di immaginare perché la notizia che aspettiamo arriva prima. Soffriamo meno a volte, ma spesso invece siamo sottoposti a un carico di informazioni di cui solo poche hanno, per ogni singolo, importanza.
Quando Jules Verne scriveva del suo Viaggio al centro della Terra poteva lavorare tantissimo con l’ immaginazione, così come Salgari e poi tutta la letteratura fantastica da Asimov a Crichton. Ma già i nostri contemporanei dovevano immaginare meno cose perché la Luna si era già vista, l’uomo volava e il mio libro patinato “Il mondo del futuro” era già vecchio quando è nato mio figlio maggiore. Eppure quando lo leggevo c’ erano cose che mai avrei potuto immaginare che venissero inventate, usate e buttate. Il pc è una di queste. Ditemi se è poco!

L’immaginazione si è fusa con la comunicazione in tempo reale e chi narra deve ricorrere a qualcosa che non sia il viaggio di Marco Polo o dibattere sull’ esistenza dello Yeti, perché la terra è stata esplorata già tutta e le vicende ambientate nei giorni nostri devono proporre elementi che catturino l’attenzione e i sentimenti, anche per vendere più copie e incrementare gli indici d’ ascolto, nella logica imperante della crescita a tutti i costi.

Oggi in pochi sognano una casa per viverci all’ ultimo piano in Manhattan, piena di automatismi. I più sognano una casa col prato intorno, il cane che abbaia al posto del ring elettronico del campanello, e spazio, tanto spazio e magari anche un po’ di silenzio. Le pareti di legno e il fuoco nel caminetto scoppiettante. In vacanza la gente cerca questo, suppongo perché gli piace, no?
Oggi per immaginare la bellezza occorre fare marcia indietro, ripercorrere quello che c’ è già stato, forse arrivare a pensare che Dio c’ è sempre stato senza arrovellarsi come succedeva a me da piccolo.
Oggi accetto di più che milioni di esseri umani pensino rassegnati una simile boiata solo per fugare la paura della morte e soprattutto della vita che hanno intorno. Me lo spiego, ma non lo condivido. Esattamente come quando avevo 5 anni.

Oggi i sentimenti esistono ancora ma sono strozzati dalla velocità con cui scorrono anche quando sono veri e profondi. Stiamo attenti, rallentiamo e non succederà nulla di male.
Raccontare storie di oggi funziona perché siamo tutti un po’ (io no) alla ricerca di un piedistallo su cui non vacillare. Ci accontentiamo, ecco. Ci accontentiamo di quello che ci arriva, non andiamo a cercare noi quello che ci serve di solito, visto che ci arrivano milioni di cose e noi possiamo scegliere. Ma non è la stessa cosa di quando le cerchiamo noi e poi le troviamo e le teniamo strette a noi con amore, e pure gelosia a volte, e se capiamo che sono grandi e ci fanno respirare. Breathe in the Air non è solo una bella canzone, è un inno alla vita e una poesia maledettamente terribile e reale. Come un racconto di Verne, contiene moltissima immaginazione legata alla speranza delle cose più banali di tutti i giorni, quelle che tutti capiscono e vivono e che soprattutto fanno vivere.
Un romanzo attuale sopravvive solo perché un malcontento diffuso ci imbavaglia. Uno ci si immedesima soprattutto se la storia è truce. Uno che va a comprare il latte non fa scalpore mentre se lo stesso salta dalla finestra alla parkur dopo essersi trombato la vicina prima di farsi una canna e andare a scuola, questo si che convince e cattura.

D’altronde non ricordo più quale famoso, che non vuol dire anche bravo e buono, scrittore disse che se scrivi qualcosa che poi non legge nessuno è come non averla scritta. Nulla di più falso. Scrivendo si fermano i ricordi prima di tutto per se stessi, i lampi di pensiero, le sensazioni che possono non tornare più, come nella fotografia. Ma la fotografia, per fermare un ricordo o comunque un fatto, ha bisogno di soggetti reali, anche elaborati a volte, ma che esistono.
E’ forse l’ unica cosa a cui giova la velocità. Quella dell’ otturatore. La Contax di Robert Capa negli anni ‘50 aveva il tempo più veloce pari a un cinquecentesimo di secondo quando una mina antiuomo nell’allora Indocina, oggi Vietnam, ridusse in polvere entrambi. Oggi una reflex che quasi tutti possono permettersi ha il sensore che viaggia a un/16.000 di secondo, ma sapete quant’è?

Di pari passo le storie si sono svuotate di immaginazione e riempite di fatti presi dalla realtà piatta e manipolata per renderla appetibile al lettore di oggi, uno che spesso ha fretta, poco tempo, problemi sessuali, detesta il suo lavoro e il capufficio, si dimentica dei figli se non quando gli può comprare un regalo. Uno scrittore odierno di successo si destreggia con davvero pochissima fantasia e immaginazione –già che non esistono quasi più- infilando storie di sesso qua e là per risollevare l’attenzione precipitata sospinta da fatti assolutamente insignificanti che riempiono pagine e pagine. Come se un libro si vendesse a peso. Cosa che è proprio così, più pagine ci sono più è alto il prezzo. Sarà democratico ma è pure parecchio ignorante. Preferirei leggere meno e pagare più caro qualcosa che mi mostri che la vita, bella o brutta che sia, ha una faccia lenta e umana, senza consumo, non necessariamente estrema ma capace di emozionarmi come la storia di Pigafetta o quella di Mohammed Alì, che rispettivamente il giro del mondo l’aveva fatto davvero e che Foreman a Kinshasa al tappeto ce lo aveva lasciato eccome, nonostante tutto.
mc

sabato 14 novembre 2009

PORTER PROGRESS UK




L'Associazione inglese di volontariato Porter Progress si (pre) occupa di garantire ai portaori dell' Himalaya, che tutti i turisti e alpinisti utlizzano durante i loro trekking e spedizioni, un'adeguata cultura e protezione in tutti i sensi, della loro vita di lavoratori e di esseri umani.


Troppo spesso viaggiatori e alpinisti, anche di fama, approfittano di queste persone semplici, lemosinando sulle tariffe, senza assicurarli come si converrebbe se assunti tramite regolare agenzia locale, e assurdamente cercando di sottopagarli. Il tutto alla fine si traduce per questi meschini sfruttatori, nel risparmio di poche decine di dollari, dopo averne speso qualche migliaio per il loro viaggio. A Roma li chiamano i "risparmi di Maria Calzetta".


Quello del portatore è un lavoro indispensabile in quelle valli dove non esistono strade, e comunque in quei paesi, secondo i nostri standard: poveri, dove il someggio a spalle di ogni oggetto (anche il più pesante) è l' unica forma pratica e di economia dei trasporti.


I portatori fanno una vita durissima e la loro ignoranza sovente li rende vittime di sfruttamento e di esposizione a rischi oggettivi enormi sui sentieri di montagna.


Un trekker o un alpinista responsabile si accorge subito del delicato equilibrio- in tutti i sensi -di questi esseri umani, che tutto ciò possiedono spesso lo portano addosso, e rendono possibili viaggi in regioni remote a persone che senza di loro non potrebbero di certo muoversi (pavoneggiandosi occasionalmente) come fanno.


Personalmente, sono ormai molti anni che ogni volta che viaggio verso l' Himalaya o le Ande organizzo una piccola raccolta di abiti usati, occhiali da sole e scarpe che lascio ai portatori con cui lavoro. Raccomando ai partecipanti di usare indumenti di cui vogliono disfarsi per poi lasciarli ai portatori. Un vecchio pile che qui non useremo mai, laggiù è prezioso! Sono poche cose ma almeno so e vedo che vanno nelle mani di chi ne ha bisogno e non nella rete di grosse organizzazioni umanitarie dai mille tentacoli e segretari scaldasedie.


PORTER PROGRESS UK ha una sede a Kathmandù, dove passo spesso, e soprattutto ha un presidente che si chiama TOBY GEE.


Con Toby ho affrontato la desolazione delle tempeste patagoniche dello Hielo Continental più di una volta, ho sofferto e gioito della vita in più di un' occasione e so che persona è.


La "banca dei vestiti" istituita da PORTER PROGRESS UK è gestita da volontari e so per certo che dà i vestiti esattamente a chi ne ha bisogno con un sistema che non lascia spazio a speculazioni. Possiamo aiutare PORTER PROGRESS molto facilmente. Se conoscete l' inglese andate sul sito dell' Associazione http://www.porterprogress.org/


Mi auguro di riuscire a istituire una PORTER PROGRESS ITALY con un sito in italiano, quanto prima.


Nel mio piccolo cerco di sensibilizzare gli appassionati di montagna e non solo, proiettando il video US & THEM realizzato nel 2008 in Nepal che ritrae il duro lavoro del portatore in Himalaya. Anzi, se volete organizzare una serata contattatemi, se già non lo conoscete, scoprirete un problema non lieve che solo un' adeguata informazine può risolvere, mentre vedrete splendide immagini di quei posti. Se ognuno dal "suo piccolo" e dal suo "interno" facesse qualcosa, si potrebbero risolvere innumerevoli problemi del mondo. Pensateci.


Grazie!

LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...