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| Giuseppe Cominetti (Tambre BL ca. 1970) |
Il padre, Marcello era macchinista ferroviere e si trasferì
a Genova poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
A 19 anni dovette lasciare la scuola dove studiava da Perito Elettrotecnico perché, subito dopo l’8 Settembre 1943 venne chiamato a far parte dell’Esercito in fanteria. Dopo soli 14 giorni di addestramento a Milano fuggì tornando a Genova e si nascose in un sotterraneo ricavato sotto al pavimento di casa.
Mentre andava a fare visita alla fidanzata (Maria Lancia che poi divenne sua moglie) venne tradito da un vicino di casa e catturato dalla polizia. Fu inviato in Germania tramite la neonata Repubblica di Salò come bersagliere, dove si specializzò nell’uso militare di esplosivi, abilità che gli tornò utile in seguito.
Utilizzando secondo il caso, l’uniforme di bersagliere o quella di alpino fuggì nuovamente e lasciò l’Esercito della RSI per unirsi alle formazioni partigiane di Aldo Gastaldi, che aveva conosciuto all'Istituto Galileo Galilei di Genova, di cui divenne milite convinto con il nome di “Iona” fino al 25 Aprile 1945.
Scampato miracolosamente all’eccidio della Benedicta, partecipò attivamente alla liberazione di Genova.
Il padre Marcello, nel frattempo, si rendeva protagonista di vari episodi di sabotaggio ferroviario tra cui l’azione eclatante che arrestò un treno militare tedesco carico di opere d’arte trafugate in Italia come bottino di guerra, di cui era alla conduzione, presso la stazione di Arquata Scrivia (AL).
Finita la guerra si impiegò nel Consorzio del porto di Genova per poi entrare nelle FS e diventare anch’egli macchinista.
A 19 anni dovette lasciare la scuola dove studiava da Perito Elettrotecnico perché, subito dopo l’8 Settembre 1943 venne chiamato a far parte dell’Esercito in fanteria. Dopo soli 14 giorni di addestramento a Milano fuggì tornando a Genova e si nascose in un sotterraneo ricavato sotto al pavimento di casa.
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| Partigiani a Cichero. Cominetti è al centro accosciato |
Mentre andava a fare visita alla fidanzata (Maria Lancia che poi divenne sua moglie) venne tradito da un vicino di casa e catturato dalla polizia. Fu inviato in Germania tramite la neonata Repubblica di Salò come bersagliere, dove si specializzò nell’uso militare di esplosivi, abilità che gli tornò utile in seguito.
Utilizzando secondo il caso, l’uniforme di bersagliere o quella di alpino fuggì nuovamente e lasciò l’Esercito della RSI per unirsi alle formazioni partigiane di Aldo Gastaldi, che aveva conosciuto all'Istituto Galileo Galilei di Genova, di cui divenne milite convinto con il nome di “Iona” fino al 25 Aprile 1945.
Scampato miracolosamente all’eccidio della Benedicta, partecipò attivamente alla liberazione di Genova.
Il padre Marcello, nel frattempo, si rendeva protagonista di vari episodi di sabotaggio ferroviario tra cui l’azione eclatante che arrestò un treno militare tedesco carico di opere d’arte trafugate in Italia come bottino di guerra, di cui era alla conduzione, presso la stazione di Arquata Scrivia (AL).
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| Marcello Cominetti |
Finita la guerra si impiegò nel Consorzio del porto di Genova per poi entrare nelle FS e diventare anch’egli macchinista.
Mio padre ricorda che suo fratello maggiore teneva sotto al
letto varie scatole piene di pellicole e fotografie e la prima spesa importante
della sua vita fu una Rolleiflex biottica da cui non si separava mai. Per lui
le persone e i luoghi erano “soggetti” da fermare attraverso quell’obiettivo
Tessar f/2.8 che tante emozioni e soddisfazioni gli donò in molti anni di
fotografia vissuta.
Lo zio Giuseppe non ebbe vita felice per lunghi periodi perché sua figlia Laura si ammalò di cancro a soli 20 anni e morì a 26 e suo figlio Marco fece la stessa fine a poco più di 60 anni. Mancata anche sua moglie e passati i 90 anni di età restò agile, lucido e forte fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 Gennaio 2018.
Lo zio Giuseppe non ebbe vita felice per lunghi periodi perché sua figlia Laura si ammalò di cancro a soli 20 anni e morì a 26 e suo figlio Marco fece la stessa fine a poco più di 60 anni. Mancata anche sua moglie e passati i 90 anni di età restò agile, lucido e forte fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 Gennaio 2018.
Come fotografo partecipò a decine e decine di Concorsi
nazionali e esteri. Una sua foto (Feritoia sul mondo)
restò in esposizione
permanente al Museo d’Arte moderna di Parigi per diversi anni. Non si è mai
vantato dei suoi egregi risultati fotografici che quasi teneva intimamente
segreti e mai volle parlare delle sue esperienze di guerra se non nei suoi
ultimi giorni, come se volesse lasciare un testamento a memoria di tragedie e
orrori all’umanità al fine di non farne
più. Era e restò comunista fino alla fine e, come si conveniva alla sua
personalità, non rinnegò mai i suoi ideali politici, intellettuali e umani.
Sono orgoglioso e contento di averlo conosciuto.
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| Feritoia sul mondo (Napoli 1963) |
Sono orgoglioso e contento di averlo conosciuto.
Uno zio tutt’altro
che banale
Non aveva un carattere facile, mio zio. Voleva sempre andare
a fondo delle cose, importanti o semplici che fossero e non abbandonava nessun
argomento fino al suo esaurimento totale. Si può dire che per lui “spaccare il
capello in quattro” fosse il minimo da farsi, sempre. Da piccolo mi metteva
molta soggezione ma allo stesso tempo ero affascinato da questo suo essere così
efficace in tutto quello che faceva. Non era solamente intelligente e vivace ma
era assolutamente un intellettuale a cui non importava del giudizio altrui
quando doveva esporre le sue idee. Era uno che andava per la sua strada ma con
coscienza e apertura. Nonostante possa sembrare l’opposto, sapeva anche
ascoltare gli altri e si interessava a molte cose, dalla matematica alla
politica e dalla musica all’elettronica.
Costruiva per diletto amplificatori
stereo, che siglava con la marca JHC, ricercando la perfezione nella
riproduzione del suono Hi-FI utilizzando componenti sperimentali per l’epoca.
Sapeva riparare una TV, un’automobile, una scarpa, una macchina da scrivere o
un binocolo e smontava periodicamente la sua Rolleiflex per pulirla in ogni sua
parte.
Quando timidamente dissi a mio padre che mi interessava la fotografia mi mandò da suo fratello. Io lo temevo per il suo carattere severo e ci andai tremando di paura. Lo zio mi aspettava a casa sua a Genova all’ultimo piano in Via Galeazzo Alessi, senza ascensore. Mi fece sedere alla sua scrivania e disse: i numeri che vedi sulla ghiera di quest’obiettivo indicano l’apertura del diaframma e sono il risultato della radice quadrata della misura della diagonale del… Oddìo, mi dissi, non imparerò mai a fotografare se bisogna sapere tutte queste cose e in silenzio seguii quella prima lezione con la ferma intenzione di non tornarci più. Avevo 12 anni.
Ebbe perfino il coraggio di dirmi di dirgli cosa
non avevo capito che me lo avrebbe rispiegato, ma io restai muto annuendo con
la testa per paura che riiniziasse con quelle cose difficili e incomprensibili.
Prima di congedarmi da lui mi diede un foglio con scritti giorni e orari delle
successive lezioni. Non sapevo come fare! Poco prima avevo iniziato delle
lezioni di pianoforte e il maestro mi faceva solfeggiare per ore e giorni
dicendo che il pianoforte l’avrei visto dopo anni. Non poteva essere così anche
con la fotografia! Io volevo guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco,
sapere come regolare tempi e diaframmi e scattare. Ai tempi le foto si facevano
così, non c’erano automatismi.
Poco dopo mio padre mi portò, su suggerimento di mio zio, una reflex Practika con tre obiettivi: un 50, un 35 e un 135mm. Con almeno due paghette settimanali mi comprai un rullino Ilford FP4 in bianco e nero da 24 pose e mi presentai dallo zio. Mi mandò in giro dicendo di riprendere tutto quello che non mi piaceva. Uscii sempre più sfiduciato e ritrassi piccioni, una suora, la fermata del bus, la caserma dei pompieri, dei fiori in un vaso e un barbone che dormiva… Tornato dallo zio e riavvolto il rullino iniziò il miracolo.
Questo è il tank, mi disse e con una manovella riavvolse il rullino impressionato dentro a quella scatola nera circolare di bachelite, senza che si esponesse alla luce. Da un foro fatto a imbuto vi versò dei liquidi, guardò l’orologio e iniziò ad agitare leggermente il tappo a imbuto del tank. Dopo non ricordo quanti minuti versò tutto nel lavandino e sotto l’acqua corrente estrasse la pellicola con le mie foto in negativo. Entrammo in camera oscura dove con l’ingranditore esaminammo una per una le 24 foto, che erano 25!
Di
ogni foto mio zio mi spiegava ogni dettaglio, l’inquadratura e gli spazi
intorno al soggetto principale, le direzioni di movimento dei soggetti
dinamici, le luci: LE LUCI! Dannazione, le luci saranno nel futuro l’ossessione
positiva della mia vita. Non riuscirò mai più a guardare un oggetto illuminato con
gli occhi di prima delle lezioni di mio zio.
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| IV di copertina del libro dedicato dai nipoti a Giuseppe Cominetti |
Quando timidamente dissi a mio padre che mi interessava la fotografia mi mandò da suo fratello. Io lo temevo per il suo carattere severo e ci andai tremando di paura. Lo zio mi aspettava a casa sua a Genova all’ultimo piano in Via Galeazzo Alessi, senza ascensore. Mi fece sedere alla sua scrivania e disse: i numeri che vedi sulla ghiera di quest’obiettivo indicano l’apertura del diaframma e sono il risultato della radice quadrata della misura della diagonale del… Oddìo, mi dissi, non imparerò mai a fotografare se bisogna sapere tutte queste cose e in silenzio seguii quella prima lezione con la ferma intenzione di non tornarci più. Avevo 12 anni.
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| Aspettando i clienti (anni '50) |
Poco dopo mio padre mi portò, su suggerimento di mio zio, una reflex Practika con tre obiettivi: un 50, un 35 e un 135mm. Con almeno due paghette settimanali mi comprai un rullino Ilford FP4 in bianco e nero da 24 pose e mi presentai dallo zio. Mi mandò in giro dicendo di riprendere tutto quello che non mi piaceva. Uscii sempre più sfiduciato e ritrassi piccioni, una suora, la fermata del bus, la caserma dei pompieri, dei fiori in un vaso e un barbone che dormiva… Tornato dallo zio e riavvolto il rullino iniziò il miracolo.
Questo è il tank, mi disse e con una manovella riavvolse il rullino impressionato dentro a quella scatola nera circolare di bachelite, senza che si esponesse alla luce. Da un foro fatto a imbuto vi versò dei liquidi, guardò l’orologio e iniziò ad agitare leggermente il tappo a imbuto del tank. Dopo non ricordo quanti minuti versò tutto nel lavandino e sotto l’acqua corrente estrasse la pellicola con le mie foto in negativo. Entrammo in camera oscura dove con l’ingranditore esaminammo una per una le 24 foto, che erano 25!
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| Back to back |
Di carattere schivo e solitario portava con sé
l’inseparabile Rolleiflex pronto a riprendere ogni soggetto che lo
interessasse. I risultati si vedono nelle numerose immagini in cui, oltre a una
tecnica decisamente pregevole, si leggono titoli che elevano di qualità le
immagini stesse portando l’osservatore a un coinvolgimento completo, come se
quella fotografia circondasse chi la guarda su tutti i lati.
Ottimo sciatore mi insegnò l’arte dello scivolare sulla neve (occasionalmente assieme a mio padre e a mio cugino Marco) facendomi fare indicibili faticate con gli sci in spalla sulle alture di Genova in cambio di brevi discese nella neve fonda. Quando più tardi mi appassionai allo scialpinismo mi tornarono sicuramente utili quelle giornate fatte di sudore, freddo, fatica ma anche allegria, sulle nevi pesanti del Pian dei Grilli.
Ottimo sciatore mi insegnò l’arte dello scivolare sulla neve (occasionalmente assieme a mio padre e a mio cugino Marco) facendomi fare indicibili faticate con gli sci in spalla sulle alture di Genova in cambio di brevi discese nella neve fonda. Quando più tardi mi appassionai allo scialpinismo mi tornarono sicuramente utili quelle giornate fatte di sudore, freddo, fatica ma anche allegria, sulle nevi pesanti del Pian dei Grilli.
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| Ciclista scalatore |
Alla sua morte il suo archivio fotografico, composto da
migliaia di negativi, non venne trovato. Riuscii, tramite i miei cugini ad
avere qualche CD con molte sue foto, purtroppo in bassa risoluzione, e quindi
dovetti rinunciare all’idea di allestire una mostra fotografica, con stampe in
dimensioni accettabili, in sua memoria.
Voglio rendere omaggio alla persona di mio zio Beppino (così
lo chiamavamo in famiglia) pubblicando molto modestamente alcune sue
significative immagini nel mio sito affinché la sua memoria non si perda. Buona visione.
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| In Attesa (Antica Via Madre di Dio-Genova) |
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| Aspettando i bagnanti |
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| Bel tiro (gioco della lippa) |
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| Bianco e nero |
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| Campo Pisano (Genova) |
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| Cercando la preda |
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| Cercando le falle |
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| Colonnato (con mascheratura superiore in fase di stampa) |
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| Come sul pentagramma |
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| Come una cariatide |
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| Come vanno i fatti |
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| E' finita |
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| Entriamo |
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| Il Bottaio |
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| Fede illuminata |
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| Gira gira |
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| Guardando la Mareggiata |
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| Grand hotel |
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| I partenti |
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| I tre moschettieri |
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| I tre pescatori |
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| Il Bacio |
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| Il bacio alla mamma |
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| Il bacio (chiesa di S.Stefano, GE) |
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| Il buco nero |
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| Chiavistello |
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| Chiostro (S.Maria di Castello, GE) |
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| Il ciabattino |
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| Il fabbro |
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| Il garzone del forno |
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| Il gioco della lippa |
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| Il greto |
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| Il micio |
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| Il molita |
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| Il Parroco |
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| Il pezzo cercato |
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| Il piccolo boss |
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| Il pittore |
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| Il rappezzo |
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| Il sentiero |
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| In vista della Pasqua |
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| Io penso che... |
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| La barchetta |
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| La bella e il fanale |
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| La lettrice |
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| L'angolo degli esclusi |
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| L'archibugio |
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| L'attacca tutto |
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| Laura |
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| Lo scalone |
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| L'ombra del fanale |
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| Nuvole agitate |
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| Oliveto |
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| Posto solitario |
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| Povere cose al sole |
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| Rammendo |
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| Relax |
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| Relitto |
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| Reti |
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| Ritratto fuori cornice |
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| Riunione plenaria |
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| Saletta di lettura |
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| Salita al tempio |
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| Sartiame |
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| Figli di Marco |
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| Sdraio in attesa |
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| Situazione incerta |
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| Sorrisi giovanili |
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| Sostegno di fortuna |
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| Strada vecchia |
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| Strilloni |
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| Tiro maestro |
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| Tre amici |
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| Tre opinioni diverse |
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| Una giornata senza sole |
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| Una pausa di diritto |
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| Una pesca agitata |
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| Una sbirciatina |
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| Vado di fretta |
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| Vediamo un po' |
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| Verso il cielo |
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| Via all'isola |
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| Via Priaro |
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| Vicoletto a scalini |
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| Vicolo dell'amore |
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| Vicolo stretto |
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| Visto a Camogli |
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| Volteggi tra le case |
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| Dimenticavo Lei, la Rolleiflex! Eccola qui, adagiata comodamente su un tappeto di belle foto del suo tempo. |
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| Cartella dei ricordi. Stop. |




































































































