martedì 2 luglio 2019

GIUSEPPE COMINETTI FOTOGRAFO


Giuseppe Cominetti
(Tambre BL ca. 1970)
Giuseppe Cominetti nacque a Milano  il 14 Maggio 1924 da Marcello Cominetti (Abbadia Lariana LC 1896- Genova 1957) e Irma Svalduz (Tambre d’Alpago BL 1899-Genova 1980).
Il padre, Marcello era macchinista ferroviere e si trasferì a Genova poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
A 19 anni dovette lasciare la scuola dove studiava da Perito Elettrotecnico perché, subito dopo l’8 Settembre 1943 venne chiamato a far parte dell’Esercito in fanteria. Dopo soli 14 giorni di addestramento a Milano fuggì tornando a Genova e si nascose in un sotterraneo ricavato sotto al pavimento di casa.
Partigiani a Cichero. Cominetti è al centro accosciato

Mentre andava a fare visita alla fidanzata (Maria Lancia che poi divenne sua moglie) venne tradito da un vicino di casa e catturato dalla polizia. Fu inviato in Germania tramite la neonata Repubblica di Salò come bersagliere, dove si specializzò nell’uso militare di esplosivi, abilità che gli tornò utile in seguito.
Utilizzando secondo il caso, l’uniforme di bersagliere o quella di alpino fuggì nuovamente e lasciò l’Esercito della RSI per unirsi alle formazioni partigiane di Aldo Gastaldi, che aveva conosciuto all'Istituto Galileo Galilei di Genova, di cui divenne milite convinto con il nome di “Iona” fino al 25 Aprile 1945.
Scampato miracolosamente all’eccidio della Benedicta, partecipò attivamente alla liberazione di Genova.
Il padre Marcello, nel frattempo, si rendeva protagonista di vari episodi di sabotaggio ferroviario tra cui l’azione eclatante che arrestò un treno militare tedesco carico di opere d’arte trafugate in Italia come bottino di guerra, di cui era alla conduzione, presso la  stazione di Arquata Scrivia (AL).
Marcello Cominetti

Finita la guerra si impiegò nel Consorzio del porto di Genova per poi entrare nelle FS e diventare anch’egli macchinista.
Mio padre ricorda che suo fratello maggiore teneva sotto al letto varie scatole piene di pellicole e fotografie e la prima spesa importante della sua vita fu una Rolleiflex biottica da cui non si separava mai. Per lui le persone e i luoghi erano “soggetti” da fermare attraverso quell’obiettivo Tessar f/2.8 che tante emozioni e soddisfazioni gli donò in molti anni di fotografia vissuta.
Lo zio Giuseppe non ebbe vita felice per lunghi periodi perché sua figlia Laura si ammalò di cancro a soli 20 anni e morì a 26 e suo figlio Marco fece la stessa fine a poco più di 60 anni. Mancata anche sua moglie e passati i 90 anni di età restò agile, lucido e forte fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 Gennaio 2018.
Come fotografo partecipò a decine e decine di Concorsi nazionali e esteri. Una sua foto (Feritoia sul mondo)
Feritoia sul mondo (Napoli 1963)
restò in esposizione permanente al Museo d’Arte moderna di Parigi per diversi anni. Non si è mai vantato dei suoi egregi risultati fotografici che quasi teneva intimamente segreti e mai volle parlare delle sue esperienze di guerra se non nei suoi ultimi giorni, come se volesse lasciare un testamento a memoria di tragedie e orrori all’umanità  al fine di non farne più. Era e restò comunista fino alla fine e, come si conveniva alla sua personalità, non rinnegò mai i suoi ideali politici, intellettuali e umani.
Sono orgoglioso e contento di averlo conosciuto.

Uno zio tutt’altro che banale
Non aveva un carattere facile, mio zio. Voleva sempre andare a fondo delle cose, importanti o semplici che fossero e non abbandonava nessun argomento fino al suo esaurimento totale. Si può dire che per lui “spaccare il capello in quattro” fosse il minimo da farsi, sempre. Da piccolo mi metteva molta soggezione ma allo stesso tempo ero affascinato da questo suo essere così efficace in tutto quello che faceva. Non era solamente intelligente e vivace ma era assolutamente un intellettuale a cui non importava del giudizio altrui quando doveva esporre le sue idee. Era uno che andava per la sua strada ma con coscienza e apertura. Nonostante possa sembrare l’opposto, sapeva anche ascoltare gli altri e si interessava a molte cose, dalla matematica alla politica e dalla musica all’elettronica.
IV di copertina del libro dedicato dai nipoti
a Giuseppe Cominetti
Costruiva per diletto amplificatori stereo, che siglava con la marca JHC, ricercando la perfezione nella riproduzione del suono Hi-FI utilizzando componenti sperimentali per l’epoca. Sapeva riparare una TV, un’automobile, una scarpa, una macchina da scrivere o un binocolo e smontava periodicamente la sua Rolleiflex per pulirla in ogni sua parte.
Quando timidamente dissi a mio padre che mi interessava la fotografia mi mandò da suo fratello. Io lo temevo per il suo carattere severo e ci andai tremando di paura. Lo zio mi aspettava a casa sua a Genova all’ultimo piano in Via Galeazzo Alessi, senza ascensore. Mi fece sedere alla sua scrivania e disse: i numeri che vedi sulla ghiera di quest’obiettivo indicano l’apertura del diaframma e sono il risultato della radice quadrata della misura della diagonale del… Oddìo, mi dissi, non imparerò mai a fotografare se bisogna sapere tutte queste cose e in silenzio seguii quella prima lezione con la ferma intenzione di non tornarci più. Avevo 12 anni.
Aspettando i clienti (anni '50)
Ebbe perfino il coraggio di dirmi di dirgli cosa non avevo capito che me lo avrebbe rispiegato, ma io restai muto annuendo con la testa per paura che riiniziasse con quelle cose difficili e incomprensibili. Prima di congedarmi da lui mi diede un foglio con scritti giorni e orari delle successive lezioni. Non sapevo come fare! Poco prima avevo iniziato delle lezioni di pianoforte e il maestro mi faceva solfeggiare per ore e giorni dicendo che il pianoforte l’avrei visto dopo anni. Non poteva essere così anche con la fotografia! Io volevo guardare attraverso il mirino, mettere a fuoco, sapere come regolare tempi e diaframmi e scattare. Ai tempi le foto si facevano così, non c’erano automatismi.
Poco dopo mio padre mi portò, su suggerimento di mio zio, una reflex Practika con tre obiettivi: un 50, un 35 e un 135mm. Con almeno due paghette settimanali mi comprai un rullino Ilford FP4 in bianco e nero da 24 pose e mi presentai dallo zio. Mi mandò in giro dicendo di riprendere tutto quello che non mi piaceva. Uscii sempre più sfiduciato e ritrassi piccioni, una suora, la fermata del bus, la caserma dei pompieri, dei fiori in un vaso e un barbone che dormiva… Tornato dallo zio e riavvolto il rullino iniziò il miracolo.
Questo è il tank, mi disse e con una manovella riavvolse il rullino impressionato dentro a quella scatola nera circolare di bachelite, senza che si esponesse alla luce. Da un foro fatto a imbuto vi versò dei liquidi, guardò l’orologio e iniziò ad agitare leggermente il tappo a imbuto del tank. Dopo non ricordo quanti minuti versò tutto nel lavandino e sotto l’acqua corrente estrasse la pellicola con le mie foto in negativo. Entrammo in camera oscura dove con l’ingranditore esaminammo una per una le 24 foto, che erano 25!
Back to back
Di ogni foto mio zio mi spiegava ogni dettaglio, l’inquadratura e gli spazi intorno al soggetto principale, le direzioni di movimento dei soggetti dinamici, le luci: LE LUCI! Dannazione, le luci saranno nel futuro l’ossessione positiva della mia vita. Non riuscirò mai più a guardare un oggetto illuminato con gli occhi di prima delle lezioni di mio zio.
Di carattere schivo e solitario portava con sé l’inseparabile Rolleiflex pronto a riprendere ogni soggetto che lo interessasse. I risultati si vedono nelle numerose immagini in cui, oltre a una tecnica decisamente pregevole, si leggono titoli che elevano di qualità le immagini stesse portando l’osservatore a un coinvolgimento completo, come se quella fotografia circondasse chi la guarda su tutti i lati.
Ottimo sciatore mi insegnò l’arte dello scivolare sulla neve (occasionalmente assieme a mio padre e a mio cugino Marco) facendomi fare indicibili faticate con gli sci in spalla sulle alture di Genova in cambio di brevi discese nella neve fonda. Quando più tardi mi appassionai allo scialpinismo mi tornarono sicuramente utili quelle giornate fatte di sudore, freddo, fatica ma anche allegria, sulle nevi pesanti del Pian dei Grilli.
Ciclista scalatore
Alla sua morte il suo archivio fotografico, composto da migliaia di negativi, non venne trovato. Riuscii, tramite i miei cugini ad avere qualche CD con molte sue foto, purtroppo in bassa risoluzione, e quindi dovetti rinunciare all’idea di allestire una mostra fotografica, con stampe in dimensioni accettabili, in sua memoria.
Voglio rendere omaggio alla persona di mio zio Beppino (così lo chiamavamo in famiglia) pubblicando molto modestamente alcune sue significative immagini nel mio sito affinché la sua memoria non si perda. Buona visione.
In Attesa (Antica Via Madre di Dio-Genova)

Aspettando i bagnanti

Bel tiro (gioco della lippa)

Bianco e nero

Campo Pisano (Genova)

Cercando la preda

Cercando le falle

Colonnato (con mascheratura superiore in fase di stampa)

Come sul pentagramma

Come una cariatide

Come vanno i fatti

E' finita

Entriamo

 Il Bottaio

Fede illuminata

Gira gira

Guardando la Mareggiata

Grand hotel

I partenti

I tre moschettieri

I tre pescatori

Il Bacio

Il bacio alla mamma

Il bacio (chiesa di S.Stefano, GE)

Il buco nero

Chiavistello

Chiostro (S.Maria di Castello, GE)

Il ciabattino

Il fabbro

Il garzone del forno

Il gioco della lippa

Il greto

Il micio

Il molita

Il Parroco

Il pezzo cercato

Il piccolo boss

Il pittore

Il rappezzo

Il sentiero

In vista della Pasqua

Io penso che...

La barchetta

La bella e il fanale

La lettrice

L'angolo degli esclusi

L'archibugio

L'attacca tutto

Laura

Lo scalone

L'ombra del fanale

Nuvole agitate

Oliveto

Posto solitario

Povere cose al sole

Rammendo

Relax

Relitto

Reti

Ritratto fuori cornice

Riunione plenaria

Saletta di lettura

Salita al tempio

Sartiame


Figli di Marco

Sdraio in attesa

Situazione incerta

Sorrisi giovanili

Sostegno di fortuna

Strada vecchia

Strilloni

Tiro maestro

Tre amici

Tre opinioni diverse

Una giornata senza sole

Una pausa di diritto

Una pesca agitata

Una sbirciatina

Vado di fretta

Vediamo un po'

Verso il cielo

Via all'isola

Via Priaro

Vicoletto a scalini

Vicolo dell'amore

Vicolo stretto

Visto a Camogli



Volteggi tra le case



La zia Maria e lo zio Beppino (Porto Venere anni '70)

Bene, se siete arrivati fino a qui potrete leggere questa mia conclusione. Giuseppe Cominetti vedendo questa foto avrà detto: i soggetti guardano a destra ma hanno poco spazio, ne andava lasciato di più, andrebbero spostati completamente a sinistra. La montagna sullo sfondo andava tagliata più in basso perché così prende troppa scena ma non si mostra per intero. Il taglio basso è troppo alto e troppo basso allo stesso tempo, e comunque...mai piaciuto farmi fotografare.
Dimenticavo Lei, la Rolleiflex! Eccola qui, adagiata comodamente su un tappeto di belle foto del suo tempo.

Cartella dei ricordi. Stop.





venerdì 31 maggio 2019

LA DISTRUZIONE DELLE DOLOMITI

Un decennio di Dolomiti Patrimonio dell’Umanità
(la distruzione delle Dolomiti)
di Michael Wachtler 
(traduzione di Gabriella Suzanne Vanzan)
Nel giugno 2009, in una conferenza generale a Siviglia, in Spagna, si proclamò: “Le Dolomiti sono uniche e appartengono al Patrimonio Mondiale dell’Umanità”.
Noi abitanti delle Dolomiti credemmo a questo nobile scopo e all’onestà di tali principi. Per un breve lasso di tempo credemmo addirittura di poter contribuire, a pari livello e assieme a tutti i popoli e nazioni del mondo, alla tutela di questo paesaggio e questa natura unici e a preservarli per le generazioni future.
Rappresentanti delle autorità e molti apparenti luminari, ai cui nomi non eravamo avvezzi perché non avevano quasi mai messo piede nelle Dolomiti, si accalcarono per risaltare alle celebrazioni per l’annuncio dell’iscrizione nella lista UNESCO. Ci chiedemmo perché quasi nessuno tra i conoscitori delle montagne, nati e cresciuti in questa regione, avesse avuto il permesso di partecipare ai festeggiamenti. Ma poiché l’autocelebrazione non rientrava tra le nostre caratteristiche e credevamo che in futuro ci avrebbero coinvolti nelle decisioni sulla tutela di paesaggio e natura e sulla sostenibilità, non facemmo storie.
Sfortunatamente, ci rendemmo ben presto conto di quanto ci fossimo sbagliati. L’iscrizione delle Dolomiti nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità avvenne non tanto per trattare il nostro ambiente con maggior rispetto o per gestirlo assieme ai nostri abitanti, che da secoli dedicano grande cura a questo paesaggio, bensì piuttosto per legittimare i governanti allo sfruttamento.
Fummo risucchiati nel vortice degli Indiani del Nord America. Si emanarono leggi e norme, giustificando così il diritto di derubare noi e la natura. E se la smania distruttiva non era sufficiente, si cambiavano di nuovo le norme per legittimare ulteriormente frode e sfruttamento.
Mai le Dolomiti sono state esposte a una tale minaccia! Nei dieci anni dall’iscrizione nella Lista del Patrimonio dell’Umanità, le Dolomiti sono state distrutte più che mai. Si è costruito più di quanto sia rimasto allo stato naturale. Si è percorso il territorio più in macchina, che a piedi.
– In apparente armonia con il Patrimonio Mondiale dell’Umanità, presso il gioiello del lago di Braies sono stati costruiti parcheggi con diverse centinaia di posti auto, giustificandone la realizzazione con finalità di tutela della natura.
– Intorno a Plan de Corones sono stati costruiti chilometri di piste nel paesaggio, sostenendo di poter preservare altre aree in cambio. Per ripetere poi tale approccio alla prima occasione e inglobare di nuovo un’ampia porzione di territorio. La stessa sorte è stata riservata anche ad altre montagne.
– Nei punti panoramici più belli del Monte Specie nelle Dolomiti di Braies, sul Mastlè nel Parco Naturale Puez-Odle, è stato realizzato il balcone panoramico Patrimonio dell’Umanità UNESCO, apparentemente progettato per comprendere meglio le montagne da una colata di cemento.
– Le vette sono state ricoperte da mondi esperienziali artificiali. Il loro scopo non era tanto esplorare l’unicità della natura o imparare da essa, incontrare altre persone, scambiare pareri e decelerare assieme. Il loro intento era di soddisfare esigenze superficiali.
– Nel frattempo, le preziose istituzioni culturali delle Dolomiti sono state prosciugate economicamente e il più grande museo delle Dolomiti, Dolomythos, lotta da anni per la sopravvivenza.
– Mai prima d’ora così tanti turisti si sono affollati su queste montagne e mai prima d’ora così tante auto hanno superato i valichi e invaso i villaggi. E tutti vogliono farlo nel più breve tempo possibile.
– Albergatori e gestori di impianti di risalita gareggiano tra di loro a colpi di slogan pubblicitari sulla bellezza del pernottare in un sito Patrimonio dell’Umanità, lo sci a stretto contatto con la natura, la sfida di una maratona tra le Dolomiti. Tutto è improntato al dio denaro e alla banalità.
Le Dolomiti sono state disseminate degli escrementi di quelle persone che, come avidi cacciatori di diamanti, volevano trarne profitto. Hanno lasciato montagne di rottami, scheletri di impianti e rovine di cemento. Molti abitanti non se ne accorgono più. Ormai ci hanno fatto l’abitudine.
Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità, non sono mai state oggetto di conservazione e tutela, apprendimento e ricerca, ma solo di interessi personali e fame di potere. Norme e le leggi per la presunta tutela del Patrimonio Mondiale, pubblicate su opuscoli patinati, mascherano gli interessi del denaro e dell’avidità come un lupo travestito da agnello.
Il rispetto per coloro che abitano questo paesaggio è scomparso. Perché negli organi decisionali non è mai stato eletto un “ambasciatore” della saggezza locale? Qualcuno avvezzo alle foreste e ad erborare! Perché combattere con violenza e punizioni le poche persone che ancora amano questo ambiente montano e lo esplorano? Affinché gli altri abbiano la licenza di distruggere indisturbati la natura.
I legislatori non capiscono che la nostra terra, che è stata preservata con il sudore e il sacrificio dei nostri antenati, è stata profanata più che mai.
Si sentono tutti superiori agli abitanti delle Dolomiti, compresi i loro animali, le piante e i paesaggi. Ritengono che la natura appartenga loro e che debba essere usata nell’interesse dei potenti e dei governanti.
Michael Wachtler
A molte conferenze parlano di tutela del paesaggio. Che senso ha parlare di Patrimonio Mondiale se la natura stessa non ha diritti? La domanda fondamentale che si pone è: “Quali diritti hanno le Dolomiti? Quali diritti ha la natura? Quali diritti vantano l’aquila, il gallo cedrone o il camoscio nei confronti degli esseri umani? Non avremmo bisogno piuttosto di una sorta di costituzione per la natura? L’ecosistema ha dei diritti? Servono almeno a tutelarsi dagli interessi della gente? Non si dovrebbe permettere alla natura stessa di difendere la propria tutela?
I nemici del Patrimonio Mondiale dell’Umanità sono coloro che si relazionano con il paesaggio senza possedere alcuna conoscenza e senza manifestare alcun rispetto. Solo un Patrimonio Mondiale gestito in simbiosi e nel rispetto della natura è in grado di unire noi tutti e dare i suoi frutti.
Ma più gravi ancora sono la nostra indifferenza e il nostro silenzio.
Nota:
Michael Wachtler è fondatore e direttore di Dolomythos, il più grande museo delle Dolomiti. La sua scoperta del fossile Megachirella wachtleri, un antenato di serpenti e lucertole, è ritenuta dai media uno dei dieci ritrovamenti di fossili più importanti al mondo. Da anni le autorità ufficiali cercano di chiudere Dolomythos. L’intero museo è stato confiscato più volte e gran parte del suo contenuto è stato trasferito. Per il suo impegno a favore delle Dolomiti e della loro tutela, Michael Wachtler è stato condannato a pene detentive e al risarcimento di ingenti danni. Non si è lasciato intimorire da tutto ciò e nei suoi libri e nelle sue ricerche continua a lottare per una nuova prospettiva in materia di Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Note per approfondire gli aspetti su M. Wachtler "fuorilegge":
 https://www.ambientediritto.it/home/giurisprudenza/corte-di-cassazione-penale-sez3-17102017-sentenza-n47825

LA VOGLIA E LA PASSIONE

  Pedralonga-Baunei Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui s...